Vivalascuola. Scene da un diplomificio

Anno 2010: diminuiscono i finanziamenti alla scuola pubblica (v. qui, qui e qui), aumentano quelli alla scuola privata. Nel 2009 alle scuole non statali sono stati assegnati 402 milioni, la finanziaria 2010 ne ha aggiunti 4 e il Senato ne ha aggiunti altri 4, quindi siamo arrivati a 410. Inoltre la finanziaria 2010 prevede che dai ricavati dallo scudo fiscale le scuole non statali riceveranno 130 milioni, che andranno ad aggiungersi ai 410 già stanziati. In tutto 540 milioni. E a proposito di categorie protette e privilegi: eccone uno. Importante: un invito a inviare un testo entro il 20 gennaio ai componenti dell’ufficio di presidenza e ai capigruppo delle VII Commissioni di Camera e Senato.

Dentro la scuola della libertà
di Michele Lupo

Tra vaffanculo e pezzo de merda
Immaginate di trovarvi nell’immediata periferia di Roma, in una specie di scantinato prossimo a sprofondare nell’Aniene, parente povero del Tevere. Immaginate un edificio fatiscente, una specie di prolasso in cemento che slitta poco sotto il fiume sotto i vostri occhi da una finestra che pare quasi un oblò. Immaginate che davanti a voi, una trentina di tifosi dai quindici ai venticinque-sei anni più o meno, senza una lingua a disposizione che non sia vaffanculo e pezzo de merda, in attesa della domenica starnazzino lì, in uno stanzone gelido in cui consiste l’aula più grande ancorché approssimativa di una scuola privata. Immaginate che altre grida schiocchino nei corridoi e affoghino nel buio. Immaginate raffiche di muffa e di orina. Porte che sbattono. Vetri che si frantumano, qualche volta.

Ecco, provatevi poi in questo spazio abbrutito, fra motori rombanti sul cortile, gente che entra e esce come vuole, provatevi a impostare la voce più ferma possibile e cercate di dargli un senso mentre raccontate le ansie amorose dell’Ortis – be’, se riuscite a non farla sbriciolare come polistirolo sotto la macchina dura del loro rumore per poi tornare a casa sani e salvi, che cosa dirvi, avreste tutto il diritto di chiedere una medaglia al valore.

Ciò che il paese si merita
Se però la salute è precaria, vi sconsiglierei di accettare la sfida. In questa specie di budello sotterraneo, in questa sorta di spurgo gastroenterico della capitale d’Italia, si gela. Mentre mi stringo la sciarpa intorno al collo mi domando se avrà o no un significato il fatto che una scuola sia messa in un posto come questo. Si chiamano domande retoriche, e l’ho imparato non in un covo per delinquere come questo, ma in una scuola pubblica, sono passati tanti anni e molte cose – sarà l’età – mi sembrano peggiori.

Guardo il fiume e sembra che sia lì per tracimare, che una cloaca di sozzure riesca a risalire lungo il muro della scuola, penetri dalle finestre e inghiottisca tutto quello che trova, sedie cassetti finestre. Ciò che passa sotto i tuoi occhi di insegnante incerto, più che precario, sembra aspettarti come la minaccia di un destino. Che non è solo il tuo, lo sfigato di turno. No, è davvero quello di un paese, un paese potenzialmente ricco che però esibisce ormai solo rovine.

Fra il sottoscala e il pianterreno
Gli infissi si crepano e la donna che gestisce il CentroStudiMalerba (pensate all’acronimo beffardo), nonché proprietaria dello stabile, questa mattina arriva con la macchina di riserva, il Suv “piccolo” che guida quando sta giù di umore, dicono. La vedo di là dal ponte, oltre l’enorme colata di merda che il fiume trascina con sé, in questo frantume grigio di città. Sarà che ho un brutto carattere, ma non mi pare proprio il luogo migliore per accogliere quel suggerimento famoso di un poeta famoso, quella storia dell’ottimismo nella vita, ricordate.

La scuola l’hanno accroccata fra il sottoscala, il pianterreno e il primo piano di un palazzo che a Maria Malerba è stato lasciato dai genitori, dicono. L’invenzione della scuola è tutta sua però. Con gli anni ha costruito un giro solido. I ragazzi vengono in tanti, nonostante la crisi: recuperano tre, anche quattro anni in uno. Gli insegnanti all’atto dell’assunzione (si fa per dire) firmano contestualmente una lettera di licenziamento. Qualcuno è disposto a lavorare anche a meno di sette euro l’ora: è per il punteggio. Lei incassa, al netto delle spese, non meno di sedici-diciottomila euro al mese.

Conoscenze che contano
Le conoscenze al ministero non mancano, nei partiti che contano, neppure. Se arriva un’ispezione (accidente improbabile ma non impossibile) si può trasfomare il tutto in una rimpatriata di amichetti in una casa privata. Per questo, gli amichetti cantano spesso. Soprattutto jingles pubblicitari. Se volete assistere dal vivo al concetto di ridicolo, o forse a quello di grottesco, fatevi un giro da queste parti. Sentireste, professori idealisti che non siete altro, le vostre parole più vuote delle loro perché rimanderebbero a un mondo lontano, inesistente. Io non ho intenzione di restare schiacciato da quest’indifferenza proterva e accetto la sifda. Li piglio di petto, ossia leggo la Costituzione ad alta voce camminando piano per l’aula, se qualcuno continua a rompere gli dico di piantarla puntandogli un dito contro il muso – un amico mi ha detto che sono un pazzo. Specie quando gli ho raccontato che quando un tizio mi ha minacciato di “aspettarmi fuori” gli ho risposto che potevamo pure concludere la faccenda lì per lì, davanti a tutti, con le armi che voleva, ma intanto dovevo terminare la lettura e quindi mi facesse il favore di starsene zitto o uscire.

Se ne esco vivo potrei fare qualunque cosa nella vita
Non sono pazzo. E nemmeno coraggioso. Ho solo un brutto carattere, l’ho già detto. Qualche volta penso che se ne esco vivo potrei fare qualunque cosa nella vita: è falso, naturalmente, ma faccio di tutto per crederlo. Certe volte, con l’umore giusto, contrattacco esibendo una posa brillante, da attore consumato. In fondo, le corti, fra ‘500 e ‘600, quello erano state, pure messe in scena. Allora ti sfilo collane di parole sorprendenti: il favorito e la favorita, il coppiere e il ciambellano, il maestro delle cerimonie e il ministro della real casa… Decine di occhi bovini si spalancano all’improvviso in un lago di stupore ammansito. Il Fachiro, Lampadina, persino Balestra a volte: i vitelli all’ingrasso dell’azienda scolastica della signora Malerba. Più spesso capita che esca dall’aula nerissimo, sconvolto dalla possibilità – che so concreta – di menare pugni io per primo. E dalla paura di prenderne, soprattutto. Me ne vado a fumare una sigaretta per i corridoi, la faccia gualcita dalla rabbia, o fuori, nel cortile, e mi lascio leccare da questo sole malato, offuscato dai cascami di una vita post-industriale – di una vita post tutto. E’ lontano il cinema, la musica, i libri – a scuola i libri sono fuori posto. Almeno in questa, Centro Studi Malerba, recupero anni perduti, facilitazioni didattiche e ambiente gradevole per una scuola finalmente di qualità.

Disprezzo per gli insegnanti
Grazie ai furfanti che concimano il terreno, Malerba, il gestore della scuola, arriva esattamente dove vuole. I furfanti la trovano strepitosa, l’ammirano, comprendono il suo disprezzo per gli insegnanti e lo condividono.

Ormai non c’è categoria di lavoratori, in Italia, più esecrata e malvista dalla popolazione. Un medico sfigato guadagna il triplo, e l’odio ha ovviamente più possibilità di nuocere quando è alimentato dal disprezzo piuttosto che dall’invidia. Viceversa, la maggior parte dei ragazzi scorge in Malerba un modello per il futuro. E’ il solito machiavellismo rovesciato, il loro, quello che la vulgata italiana della razza padrona ha imposto nei secoli all’esegesi del colto (approssimativo o in malafede) e dell’inclita, inquadrato in questo caso dal masochismo adolescenziale che si appresta a imparare l’arte della furbizia per esercitarla appena possibile in proprio.

Del resto, molti di questi ragazzi hanno cominciato già a farlo: sono muniti di automobile e non di rado di motocicletta, lucrate per via di ricatti a priori, quale contropartita per accettare la scocciatura di andare a scuola. Sono figli di italiani così – molto in sintonia con il clima politico e culturale di questi anni, da scudo fiscale diciamo – che si possono permettere cose così; li hanno educati così.

Finalmente l’abbiamo capito ‘sto Machiavelli
Malerba approfitta delle mie assenze (lavoro altrove ormai, è questione di poco e la saluto) per dar la stura al suo cruccio preferito: le piace salire in cattedra e fare la supplenza di italiano (sarebbe maestra elementare): Machiavelli, appunto, la sua passione. Al solito, si tratta di un Machiavelli alla Giuliano Ferrara.

Quando torno a scuola dopo tre giorni di assenza, un ragazzo tutto d’un fiato mi fa: – Oh prof, finalmente l’abbiamo capito ‘sto Machiavelli. Ce l’ha spiegato la preside – così si fa chiamare -. Ha detto che la faccenda stringi stringi sta tutta in due paroline chiave, il leone e la volpe, nulla più, e che però gli italiani sono una massa di cretini e non se lo meritano per niente un autore di quel calibro visto che l’hanno fatta tanto lunga con mani pulite non volendo capire che un principe ci avrà pure il diritto di fare come gli pare altrimenti non è un principe ma un coglione.
– Oh be’.

Ammirano Malerba perché non è una donna rosa dai dubbi. I problemi con cui si cimenta di solito sono tecnici. L’ammontare degli incassi non può prescindere da una regola di condotta abbastanza consolidata. Poiché gli studenti sono clienti e hanno sempre ragione, i professori non devono fare troppe storie. Ma se allo sbracamento particolare e obbligatorio dei professori non si pone un argine, quello generale della scuola potrebbe diventare eccessivo. Ogni tanto un moderato richiamo all’ordine è necessario, almeno per evitare che qualcuno finisca in ospedale.

Per la cultura c’è tempo, professore
Gli alunni possono cazzeggiare a piacimento, in cambio (visto che elargiscono spettacolo) gli si garantisce un diploma, anche alla capra più restìa al due più due – se poi spappola il cervello a qualcuno da un cavalcavia e riesce a farla franca e ce lo ritroveremo un giorno assessore all’urbanistica con un diploma da geometra, questo non è affar suo (o forse sì: è tutto un mondo che si tiene insieme).

La signora insomma impianta le sue fortune su equilibri sottili. Predilige una forma di connivenza tacita e occulta, in cui gli insegnanti fingano di rispettare i dovuti rituali scolastici ma consentano ai ragazzi di fare ciò che vogliono ossia sciorinare calci e improperi da tutte le parti.

Quando il caos supera il livello di guardia, Malerba propala circolari che invitano i professori a “tenere in classe un comportamento consono al loro ruolo”. Perché c’è, un ruolo. Solo che questi prestatori d’opera insediati dietro una cattedra non sono abbastanza flessibili da comprendere volta per volta quale sia il migliore per l’azienda. Molto dipende dall’abilità del singolo pPer la cultura c’è tempo, professorerofessore, far apparire tutto normale e non rompere troppo le scatole agli alunni.

– Per la cultura c’è tempo, professore: li vorrà mica vedere ridotti come Giacomino sempre sui libri e massacrati da un’orribile gobba di frustrazioni?

Professo’, ma a che serve?
Non fa per me. Spendere tutto questo tempo per farli star zitti, per riuscire a fare lezione, per non subire la loro arroganza, per consentire a chi ne ha voglia di ascoltare, per non farli picchiare fra loro, per non permettergli di pensare che possano picchiare te. Ciò ti forza a un impegno psico-fisico notevole. Ma ne faccio una questione di principio, trovando intollerabile la maggioranza dei colleghi che lasciano fare.
Insisto, mi ostino a fare lezione.
– Professo’, ma a che serve? – mi dice un tizio che vedo sì e no una volta a settimana.
Già. A che serve. Sono lì lì per impettirmi e sparare alto: che la testa, porca miseria, una testa… Krishna! A questo serve, almeno a… se… o …

Loro stanno già spintonandosi parlando d’altro. Se vi è stato un momento nella vita, uno sopra tutti gli altri, in cui ho sentito sulla faccia la gelatina del ridicolo è stato quello. Non sono portato per questo genere di cose.

Niente stipendi ai professori
Arriva la segretaria. Legge, a fatica, una circolare preparata dal capo. Un sollecito di pagamento. “Se non pagate entro il ventisette non possiamo dare gli stipendi ai professori”. Qui la segretaria è stata ammaestrata a una modulazione leggermente accorata. E’ uno degli uffici più onerosi del suo impiego, attraverso cui si ostentano intanto la correttezza e le buone, ancorché ambigue, intenzioni della padrona quale datore di lavoro; in secondo luogo, si adombra un recondito invito agli insegnanti affinché premano sugli studenti. Perché in fondo, se questi non si sbrigano a pagare la retta, i professori sarebbero i primi a rimetterci. All’inverso, agli alunni si lascia credere che debbono intendere quelle sollecitazioni come un risultato della pressione insistente degli insegnanti nei suoi confronti. Ora: sai quanto gliene frega ai ragazzi degli stipendi dei professori. In fondo, per loro, hanno quello che si meritano.

Proteste finte e scazzottate vere
Quando capita che siano assenti in tanti, mi sembra che il freddo si percepisca a vista, specie nei rari scaffali di metallo grigio sparsi senza criterio fra i corridoi, nel mobiletto di truciolato bianco dell’ingresso e, accanto, nelle due poltrone di finta pelle bucherellate dal fuoco delle sigarette. In qualche aula manca il corredo minimo, le sedie e i banchi necessari; talvolta, pure la lavagna. Appropriarsi di un’aula in cui ve ne sia una, è un modo semiautorizzato di far casino fra due classi che si scontrano in massa nel mezzo della mattinata. La ressa dura un quarto d’ora, tra proteste finte e scazzottate talvolta vere.

Le pareti, a parte le invocazioni ai numi calcistici del momento, conservano un aspetto accettabile perché i ragazzi ritengono che verniciare sia meno faticoso che studiare e confidano nel fatto che quel lavoro contribuisca a guadagnarsi la promozione. Ero arrivato qualche giorno fa con la precisa intenzione di parlargli di camorra, mafia, criminalità ossia dello splendido paese che siamo diventati. Ho trovato secchi di vernice, pennelli e carta di giornale dappertutto: alcuni di questi ragazzi impegnati, gratis, nell’opera. La segretaria, nipote del capo, mi ha guardato con infastidita perplessità. Dice di avermi avvertito che potevo starmene a casa, che la scuola aveva bisogno di una rinfrescata. Naturalmente non è vero. Ho un brutto carattere per cui immaginate un po’ cosa non le ho detto.

L’ispezione
Malerba risolve con quella tinta di facciata il problema ben più serio della saldezza dei muri, corrosi dall’umidità anche al piano terra, sebbene questo sia nell’insieme più decoroso e moderatamente riscaldato. Lì, suo ufficio a parte, ci sono solo quattro classi di alunni regolarmente iscritti, gli altri stabbiano di sotto. L’ispezione, si è detto, è improbabile ma non impossibile.

A ogni modo, si tratti del provveditorato o della finanza, in genere è informata in anticipo, e in quelle occasioni stabilisce chi debba andare a scuola e chi no; forse è per via del sorriso livido che le stira le guance, come se avesse un coltello fra gli incisivi dritti e robusti, a ogni modo è in grado di far credere ai genitori qualsiasi cosa. Gli italiani sono portati per la credulità. O forse è solo che hanno bisogno di qualcuno che pensi per loro e gli lasci il tempo di dedicarsi al cazzeggio.

Be’ anch’io sono in grado di concepire cazzate colossali, ma non ci ho mai guadagnato una lira, questo è un fatto – uno dei due o tre nodi da sciogliere nella mia vita. D’altronde, fare l’insegnante e avere a che fare con problemi da risolvere, nella vita è tutt’uno.

Una volta c’è stato il blitz inatteso di un ispettore ministeriale. L’imprevisto ha costretto gli alunni non regolarmente iscritti a saltar giù dalle finestre – mezzo istituto, grosso modo. Nella circostanza, ho sperato che qualcuno si rompesse una gamba, essendo l’anatema un modo istintivo per difendermi da certi stronzetti figli di papà educati a non filarmi mai, che a scuola si fanno vedere ogni due mesi – sempre abbronzati, pure questi, anche di lampada, e un’aria strafottente – fra un giro a Sestriere e un altro a Santo Domingo. Poi, la mia insana inclinazione masochista-giustizialista mi aveva fatto sperare che un incidente potesse far scoppiare il caso e la scuola sarebbe stata costretta a chiudere per sempre.

Il colloquio con un genitore

Perché un ventenne frequenta un posto come questo
Se vi domandate perché un ventenne frequenta (si fa per dire) un posto come questo, la risposta è semplice: la sceglie proprio perché a tutto può far pensare tranne che a una scuola.

I genitori, li mandano al CSM confidando nel fatto che Malerba garantisce loro qualsiasi titolo di studio senza sforzo. Lei sa come contribuire alla ricchezza della nazione in scioltezza: non producendo beni, ma allattando poppanti ritardati per i beni futuri. Malerba, come qualcuno con cui noi italiani abbiamo a che fare da troppi anni e che sta facendo più danni del fascismo, sa vendere la sua merce. Forse è anche più brava, perchè lo sta facendo nel luogo in cui inizia tutto, o quasi, la scuola.

Ascolto di nascosto una conversazione fra lei e un genitore.
L’uomo vorrebbe spiegazioni sul fatto che lì dentro si fanno sì e no sedici ore a settimana di lezione, sul perché non veda mai il figlio con un libro in mano e…

– Aspetti un momento.

Il caos, progetto educativo
– … E perché escono alle undici, o non si alzano per niente… almeno, Giorgio non si alza. Un giorno dice che c’è l’ispezione, un altro la disinfestazione, tre giorni fa c’era lo sciopero. Me lo spiega lei di che sciopero parliamo quando sborso quattrocento euro al mese, altre trecentocinquanta di iscrizione, duecentonovanta di diritti di segreteria che dovrebbe dirmi per favore che roba è, trecentocinquanta di riscaldamento anticipati e per non dire poi di tutta ‘sta baraonda…

– Posso parlare? – esordisce Malerba. E’ uno di quei casi in cui, per cominciare, squaderna un silenzio sardonico e momentaneo studiato apposta per farvi collassare le intenzioni del nemico. Ci sono animali che di primo acchito appaiono mansueti, e poi te li vedi all’improvviso con i denti e la bocca impregnati di sangue. Il genere è quello, senza i colori della foresta. – Posso?

– Faccia lei.

– Dunque… – prende fiato. L’unica traccia dell’energia nervosa in eccesso che è costretta a spendere da stanca, la si può intuire in quel leggero, spontaneo movimento orizzontale della testa. Faccio in tempo a scorgerlo dal buco della serratura. Non è la migliore inquadratura possibile, perché è scomoda e i ragazzi non fanno che andare al bagno, situato alla fine del corridoio. Faccio segno che ora arrivo.

– No no, resta pure qua, professo’.

– Capisco il suo scetticismo a proposito del chiasso – dice Malerba – ma… in un certo senso, fa parte del nostro progetto educativo. E’, come dire, calcolato – fa una pausa di quelle sue, aggirandosi intorno al malcapitato come un rinoceronte che semina sterco per delimitare il suo territorio. Ne scorgo la sagoma attraverso la porta a vetri. – Non sto scherzando. Vede, ora le dirò dov’è che ha sbagliato la scuola pubblica. In una scuola pubblica, lo saprà immagino, i ragazzi non possono muoversi, non possono fare una passeggiata nei corridoi, per esempio, non possono fumarsi una sigaretta, scambiarsi due chiacchiere. Staccare la spina, capisce. Lì dentro i ragazzi si sentono in caserma, ecco cosa. E’ qui che ha sbagliato la scuola pubblica. Qui da noi ci sono vent’anni di storia a dimostrare la bontà del metodo, signor… signor?

-…

– Venti anni.

Quanto basta per non affaticare i ragazzi
Sento lo scarico dello sciacquone. L’uomo non le domanda se dentro quel progetto educativo ci sia pure il cancellino che gli è volato davanti agli occhi appena entrato. Immagino che si sia limitato a mostrarne la sfarinatura minuta sulla giacca.

– Oh dio, mi dispiace molto – esala Malerba.

– Senta, lasciamo perdere. Io…

– Lo so, lo so, i soliti pregiudizi sulle scuole private. Invece posso assicurarle che qui dentro gli insegnanti sono tutti di ottimo livello. Abbiamo scrittori, biologi, ex presidi, cultori appassionati del sapere, insomma materiale di primissima scelta. Lo vede questo libro? Lo ha scritto il nostro professore di italiano.

– Buono quello!

– Buonissimo. E’ un uomo di cinema, lui.

– Dica pure un pagliaccio.

– Vedo che a lei i preconcetti decisamente non mancano.

– Ci può scommettere. Bisognerà pure averla un’ idea di partenza sulle cose.

– Guardi – dice ancora Malerba – il professore le potrà anche sembrare un tipo stravagante, ma è una persona serissima, gliel’assicuro. E poi (e questa è la prerogativa della nostra scuola, l’originalità che la contraddistingue, mi creda), il nostro monte ore di lezione è sufficiente. Quanto basta per non affaticare i ragazzi e farli sentire a loro agio.

Non bocciare ha un costo
Fa un’ altra pausa. Sento lo scatto dell’ accendino.

– Vuole?

– …

– Lei dice la disinfestazione. Mi perdoni: vorrebbe tenere suo figlio in un porcile?

– …

– Quello che vorrei dirle è che questo è un lavoro che va fatto più di una volta l’anno, e le assicuro che mi costa. – Il silenzio dell’uomo dimostra come la sua sconfitta sia arrivata troppo presto. – Eccome, se mi costa. I diritti di segreteria, dice lei: e come pensa che la paghi la Telecom, e i computer e le lavagne… Tutto mi costa. Crede che i nostri insegnanti lavorino gratis? Dei professionisti?

– …

Mi figuro qui, dalla porta, Malerba che dispiega tutta la sua sapienza di venditore di servizi culturali imbronciando il muso a un’espressione di paternalistica pena per il povero genitore sprovveduto che osa dilatare il becco su cose di cui nulla può sapere.

– Saprà che qui non bocciamo nessuno perché è contrario ai nostri principi. Ma anche questo ha un costo. In quanto allo sciopero, debbo dirle come stanno le cose. Io ho tentato di spiegare ai ragazzi che noi con la scuola statale non c’entravamo nulla, che per noi era diverso, che noi non siamo soltanto un istituto superiore, noi siamo una scuola di libertà, dunque uno sciopero per noi è un atto insensato, ma quando ho sentito che un professore li aveva aggrediti – è vero, anche i professori possono sbagliare, a volte, per eccesso di zelo – volendo farli entrare per forza, minacciando di interrogarli su tutto il programma il giorno dopo, e ho visto quei ragazzi così spaventati, loro, che avevano espresso solidarietà agli scioperanti dello statale, be’, ho capito che avevano ragione. Non mi è stato possibile fare diversamente e ho chiuso la scuola. Sarebbe stato ingiusto non farli aderire allo sciopero. Non trova?

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In Lombardia: 91% degli studenti alla scuola pubblica, l’80% dei fondi alla scuola privata
di Luciano Muhlbauer

Cosa direste se qualcuno vi raccontasse che una Regione destina in via esclusiva l’80% dei suoi fondi per il diritto allo studio ai soli studenti della scuola privata, che rappresentano soltanto il 9% della popolazione scolastica regionale? E se aggiungesse che questo è accaduto non soltanto ieri, ma che continua ad accadere tranquillamente anche oggi, quando le scuole pubbliche, frequentate dal 91% degli studenti, subiscono il più vasto taglio alle risorse della storia repubblicana? E se, infine, vi dicesse addirittura che, con supremo spregio per la situazione di crisi, vengono elargiti sussidi pubblici anche a chi dichiara al fisco 200mila euro di reddito e risiede nelle zone più prestigiose e costose delle nostre città?
Probabilmente pensereste di essere di fronte ad un racconto di fantapolitica o, al massimo, a una storia che riguarda una Regione che non è la vostra. Invece sbagliereste, perché tutte queste cose accadono davvero, proprio qui in Lombardia, nella Regione governata dal leader di Comunione e Liberazione, Roberto Formigoni (da 15 anni), in alleanza con la Lega Nord (da 10 anni).

Non ci credete? Allora, a maggior ragione, continuate la lettura del presente dossier.
(continua qui)

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Dossier Legambiente: meno finanziamenti per le scuole statali, un progressivo aumento per le scuole paritarie

322 istituzioni scolastiche aggregate, 68 piccoli plessi chiusi e 36.218 cattedre tagliate. Sono questi i risultati dei tagli attuati alla scuola solo nel primo anno del piano Tremonti-Gelmini, che sono andati ad aggiungersi alla riduzione di risorse dei precedenti provvedimenti governativi. Una “dieta ferrea” le cui conseguenze Legambiente ha ricostruito nel dossier 2009 sui tagli alla scuola italiana dal 2002 al 2010. «Otto anni che raccontano, a fronte di un aumento degli alunni, il taglio di classi e organici, la riduzione di risorse finanziarie alle scuole pubbliche e, nel contempo, i nuovi finanziamenti a quelle private».

Indicatore più significativo della «china in discesa» della scuola italiana è, a tutti gli effetti, il precariato. Secondo il dossier di Legambiente, infatti, dal 2002 al 2010 si sono persi 29.302 docenti di ruolo, per arrivare nell’anno scolastico 2008/09 a un 15,66% di precari (130.835) nel corpo docente, di cui ben 110.533 è stato licenziato al termine delle attività didattiche. Non va meglio neanche per i 90.026 docenti di sostegno, di cui oggi il 43,80% (39.428) è precario, spesso senza specializzazione e comunque impossibilitato a garantire quella continuità necessaria nei processi educativi di questi alunni. E anche il personale Ata è sempre più precario. Dal 72,52% di collaboratori scolastici assunti a tempo indeterminato nell’anno scolastico 2001/02 nel corrente anno siamo scesi a 60,37%.

«Il precariato – dice Legambiente – rappresenta uno svilimento della figura professionale dell’insegnante, sulla quale evidentemente si vuole investire sempre di meno, se si considerano i dati sulla formazione per il corpo docente che lascia sul campo il 27,64% delle risorse rispetto allo scorso anno, l’87,07% in meno rispetto al 2001». Non va meglio per la formazione dei docenti di sostegno: la cifra dei fondi a loro destinati, già bassa in partenza, subisce un taglio del 25,14% rispetto all’anno scolastico 2008/2009, mentre aumentano nel contempo i bisogni formativi, dal momento che quasi il 50% di questo personale è precario e senza alcuna specializzazione.

Sono sempre più esigui anche i finanziamenti per il potenziamento dell’autonomia e l’arricchimento del piano dell’offerta formativa, che hanno registrato un calo del 21,66% rispetto allo scorso anno, e sono ormai quasi la metà rispetto ai fondi previsti dalla L. 440/97 nell’esercizio finanziario 2001 (- 45,77%). Anche gli alunni con cittadinanza non italiana, pur essendo aumentati dal 2001 ad oggi del 282,29% (da 164.499 a 628.876) non hanno goduto di ulteriori risorse finanziarie, che sono rimaste ferme ai 53.195.060 milioni di euro annui, previsti nei precedenti esercizi finanziari.

Idem per le strutture scolastiche che hanno subito una consistente contrazione con un taglio rispetto allo scorso anno di ben 322 istituzioni autonome, pari al 3,01% del totale, frutto della prosecuzione del piano di dimensionamento che ha portato complessivamente in nove anni all’aggregazione ad altri istituti di 1.125 scuole prima autonome.

Per quel che riguarda i “punti di erogazione del servizio scolastico”, cioè i “luoghi” dove si offrono concretamente i servizi scolastici agli alunni, se la scuola per l’infanzia guadagna in otto anni 68 nuovi punti di erogazione, la scuola primaria nello stesso periodo ne perde 469 (83 nell’ultimo anno) nonostante il significativo aumento di alunni: 45.729 dall’anno scolastico 2001/02.

Considerevole anche la progressiva chiusura dei plessi “sottodimensionati” nella scuola primaria, prevalentemente collocati nei piccoli comuni, determinata dal principio per cui l’investimento per pochi alunni corrisponde solo ad una perdita economica, con il rischio che la situazione peggiori nel prossimo anno, con la definizione dei nuovi criteri più restrittivi di dimensionamento, attualmente in discussione in sede di Conferenza unificata Stato-Regioni. Nonostante le resistenze degli Enti Locali, infatti, l’intesa dovrebbe rivedere i parametri di organizzazione del servizio sul territorio per conseguire, mediante la riduzione del numero complessivo di istituzioni scolastiche, risparmi di 85 milioni di euro entro il 2011-12, secondo la previsione del Dpr 81/2009.

Rimane aperto, inoltre, il problema dello stato di salute degli edifici scolastici. La scadenza imposta agli enti locali dalla L. 265/99 sulla messa a norma di tutti gli edifici è difficile da rispettare, in mancanza di significative risorse aggiuntive. Tra i quarantaduemila edifici scolastici presenti in Italia, infatti, la maggior parte risale a prima del 1974, anno in cui è entrata in vigore la normativa antisismica, mentre già sappiamo, grazie al Rapporto di Legambiente “Ecosistema Scuola”, che più del 38% di questi necessita di interventi di manutenzione urgente. Ma la Finanziaria 2009 ha ridotto di ulteriori 22,8 milioni di euro i 100 milioni previsti per quest’anno dalla Finanziaria 2007 (piano triennale del governo Prodi). Unica nota positiva il via libera del CIPE del 6 marzo 2009 a 1 miliardo di euro da investire per il prossimo triennio per l’edilizia scolastica antisismica, anche se non è avvenuta ancora né una pianificazione degli interventi, né tanto meno un trasferimento di finanziamenti alle amministrazioni locali, così come è stata nuovamente rinviata la conclusione dell’Anagrafe scolastica.

E se le scuole statali vedono il segno meno davanti a ogni voce, le scuole paritarie, invece, registrano un progressivo aumento nei finanziamenti, ben ampiamente al di sopra di quanto preveda la L. 62/00 sulla parità scolastica. Dal 2001 ad oggi i fondi previsti sono passati da 332.079.682 a 561.262.070, prevedendo incentivi e benefit per chi sceglie di mandare i figli alle scuole paritarie. «La dieta imposta alla scuola pubblica non rappresenta evidentemente un progetto finalizzato a un percorso di qualità, ma procede esclusivamente secondo la logica del ’fare cassà – dice Vanessa Pallucchi, responsabile scuola e formazione di Legambiente – Nonostante il passato abbia insegnato che i tagli così netti e indiscriminati non portino ad un innalzamento della qualità dell’istruzione, ancora oggi ha prevalso una cultura tecnocratica e ragionieristica che vede la scuola solo come un costo, un ramo secco da tagliare. È, invece, un’istituzione in crisi che necessita di una politica di riduzione degli sprechi e di gestione delle risorse in maniera più razionale, ma soprattutto è un’istituzione che ha bisogno di investimenti perché continui a rappresentare un diritto ed un’opportunità per tutti».
(da qui)

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Con buona pace della Costituzione
di Girolamo De Michele

Cominciò il ministro Berlinguer, con la parificazione del sistema educativo pubblico e privato: a condizione che il sistema privato aderisse ad una serie di norme e controlli, si disse. Un compromesso storico-educativo: il destino nei cognomi, diceva uno striscione studentesco all’epoca.

Il passo successivo fu, ad opera del ministro Moratti, la parificazione dei titoli degli insegnanti nelle scuole private con quelli delle scuole pubbliche: facendo sì che decine di migliaia di insegnanti che avevano costruito una carriera secondo le regole della scuola pubblica si videro scavalcati da insegnanti che avevano avuto accesso all’insegnamento non per titoli, ma per conoscenze personali, selezionati non secondo le competenze acquisite, ma secondo gli stili di vita e le adesioni ideologiche graditi ai rettori delle scuole private.

Infine, i Decreti che consentono alle scuole private di accedere al finanziamento pubblico, con buona pace della Costituzione, che all’art. 33, comma 3 stabilisce che scuole ed istituti privati devono essere istituiti senza oneri per lo Stato. Prima il ministro Moratti (DM 11 febbraio 2005), poi il ministro Fioroni (DM 21 maggio 2007) stabiliscono che la condizione ineludibile per le scuole private per ottenere il finanziamento pubblico sia un numero minimo di alunni per classe: 8 (OTTO)! Questo mentre il numero minimo di alunni nella scuola pubblica sale, di anno in anno, sino a 30-32.

Il tutto senza alcun riguardo per la qualità della didattica. Perché, con buona pace degli esaltatori delle virtù delle scuole private, le nostre private sono tra le peggiori del mondo, come attestato proprio quelle rilevazioni OCSE-PISA abusate e manipolate per denigrare la scuola pubblica. Nello specifico, l’Italia è l’unico paese dell’area OCSE nel quale le prestazioni degli alunni delle scuole private sono non al di sopra, ma decisamente al di sotto di quelli delle scuole pubbliche. E questo divario è ancora più grave se si considera che gli istituti privati sono in buona parte istituti liceali: perché, se la media delle prestazioni degli studenti italiani esaminati nei test PISA risulta inferiore alla media OCSE, è però altrettanto vero che le prestazioni degli studenti dei Licei sono al di sopra della media OCSE, laddove – vale ripeterlo – le risultanze degli istituti privati sono agli ultimissimi posti della classifica OCSE.

E dunque, oggi le scuole private sono finanziate dallo Stato: sono, cioè, un onere per lo Stato. Per quello Stato la cui Costituzione dice senza oneri per lo Stato: così come dice che l’Italia ripudia la guerra.

Di quanti soldi stiamo parlando?
La Finanziaria appena approvata assegna alle scuole private 540.1 milioni di euro. Ma a questa cifra andrebbero aggiunte altre voci sparse tra le pieghe della Finanziaria: il Rapporto Sbilanciamoci 2010, che ogni anno elabora una dettagliata e motivata contro-Finanziaria, calcola in 732 milioni il contributo effettivo alle scuole private.

Ma non basta: poi ci sono i contributi degli enti locali. Perché la Costituzione dice per lo Stato, non per gli Enti Locali: così come la Maga Magò, nel duello dei Maghi, aveva promesso a Merlino «niente draghi», non «niente draghi viola».
(continua qui)

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L’Alta Corte sulle scuole private: “Illeciti i finanziamenti statali“, vedi qui.

Scandali diplomifici: ad esempio a Milano, in Campania, in Sicilia e Calabria.

I Presidi al Ministro: niente fondi per pagare supplenti e pulizie

* * *

Un appello di docenti per la scuola pubblica.

Guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Una guida normativa per l’anno scolastico 2009-20010 qui e qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas.

Spazi in rete sulla scuola qui.

37 pensieri su “Vivalascuola. Scene da un diplomificio

  1. Pezzo splendido e vivo in sarcasmo, analisi critica e stile. Una “scuola di libertà” (o in libertà?) appunto… come ce ne sono ormai in ogni dove, in questo splendido paese. Complimenti a Michele Lupo – bisognerebbe estrarre un romanzo da queste sue note – e a Giorgio che non delude mai

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  2. Grazie, Alex, e grazie naturalmente a Michele per il suo testo che ci porta magnificamente dentro uno dei diplomifici nazionali.

    Alex, hai colto nel segno: nel senso il testo ha la complessità e la ricchezza del linguaggio di uno scrittore. Michele Lupo insegna e scrive e ha narrato la sua esperienza di insegnamento nella scuola privata in un libro intitolato “L’onda sulla pellicola”.

    A volte ci vuole… a volte “la poesia salva la vita”.

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  3. Grazie a Giorgio per proporre questo illuminante pezzo di Lupo, che descrive una realtà di ogni nostra regione, e a cui si potrebbe dare la denominazione dell’istituto privato reclamizzato sulla pagine del quotidiano locale. C’è anche il sistema delle scuole private nell’equazione (che non torna mai) della scuola italiana. Scuole talora diversissime: ce ne sono di serie, ma sono una minoranza. Il resto, a mio parere, sono delle vere e proprie associazioni a delinquere: truffa, lavoro in nero, trucchi contabili, illegalità. Complicità con gli strati peggiori del sottobosco politico, locale e nazionale.
    Il bello è che questo sistema delle scuole private è una prerogativa tipicamente italiana. Negli altri paesi europei la quota di studenti che frequenta scuole private è maggiore che in Italia, ma tutte le scuole sono sottoposte a controlli periodici e devono sottostare a standard minimi di insegnamento (oltre a essere in ordine con la contabilità, c’è bisogno di dirlo?)
    Non c’è nulla di male, capiamoci bene, nel fare di una scuola un’attività imprenditoriale, con i sui costi e i suoi bravi ricavi. (Agostino di Ippona sosteneva che la cultura non si vende, ma è morto da un po’…). In Italia l’attività imprenditoriale, in molte aree, è spesso una zona grigia (se non nera) di illeciti e evasione, di appalti truccati e di mazzette. La scuola privata non fa eccezione.

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  4. Un’altra cosa da dire è che i tagli del corpo docente (36.218 docenti e 4.945 classi in meno, a fronte di un aumento di 37.876 alunni per l’anno 2009-2010) colpiscono soprattutto i contratti precari, e le scuole private potranno godere di un’offerta sempre maggiore di manodopera da cui pescare. È facile intuire quale sarà l’andamento dei salari.
    Mi aspetto, non è una battuta, la proposta di “stage formativi” per docenti nelle scuole private, a costo zero.

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  5. i tagli di orario quando la riforma sarà attiva colpiranno ben più che i precari. a occhio e croce su 21 insegnanti di lettere 7 non serviranno più nella mia scuola. sto a guardare il teatrino di chi spinge per un indirizzo piuttosto che per un altro: alla fine di tutto, quello che sono riusciti a produrre, oltre alla schifezza in sé della riforma gelmini, è il sospetto, la guerra tra poveri, le conventicole. nella scuola, come in altre realtà, il motto imperialista è “divide et impera”. siccome tutti siamo a rischio, tutti ricattabili, quando si tratta della pagnotta, temo che assisteremo a spettacoli miserandi. e su questo fonda la sua forza una riforma “spezza le gambe alla cultura e a quei bolscevichi degli insegnanti”. vorrei potermi permettere, sopra ogni cosa, di andarmene: e invece resterò incastrata per i prossimi quattordici-quindici anni. quante ne dovrò ancora vedere? nella mia città c’è una scuoletta destinata al recupero dell’impossibile che un tempo si arrampicava sugli specchi a far fare gli esami fuori sede ai suoi pupilli, presso istituti compiacenti. l’introduzione dell’esame di stato del ’99, soprattutto nella stagione che volle la commissione esclusivamente interna, deve essere stata una pacchia. dico solo che quando escono dalle mie mani con dei quattro dati per bontà, nel volgere di qualche settimana, quegli studenti trasferendosi prendono tutti sette e otto. ma, naturalmente, sotto questo cielo, sono io che non so insegnare, non so recuperare etc. etc. ci vanno i figli svogliati dei professionisti, degli industriali. si spera che nessuno di questi fanciulli faccia il medico o l’ingegnere, nonostante papà e nonostante il papi.

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  6. Mi pare che quello che dicono insieme Lupo e Lucy dia la quadratura del cerchio: quando il modello CEPU sarà del tutto entrato, assorbito e digerito anche nella statale, allora avremo davvero l’epifania del nuovo. Prima però bisognerà far fuori tutti i “vampiri” obsoleti, conservatori e controrivoluzionari. Attenti dunque: munitevi di paletto e croce gelminiani e che dio “ci” protegga.
    Dunque la riforma Gelimini come una “grande purga” di stato. Chi sarà il prox riformatore? Sono aperte le scommesse…

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  7. @alex
    ho visto dall’inizio degli anni novanta quel tipo di scuola privata che racconto e pochi anni dopo parecchie tracce di quel modello sono entrate a pieno regime nella scuola pubblica; purtroppo, tempo che molti insegnanti, per stanchezza, rassegnazione, ignavia e, diciamolo, stupidità, l’hanno introiettato… adesso è dura, non perdiamoci di vista

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  8. Non so perché ma vivo una tendenza momaniacale ad allungare i tempi della “stalinizzazione” in quinta. M’hanno chiesto “ma perché così lunga prof”? “No comment…Non potete capire”. Ogni tanto vedo macchine della Ceka all’angolo dell’istituto. Mi sento vagamente spiato. Giuro! Passerà che dite?

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  9. Aggiungo questi dati, che mi sembrano interessanti per completare il quadro della scuola privata in Italia.

    L’indagine è dell’USR Lombardia ed è stata svolta su 2.491 scuole relativamente a quest’anno scolastico. Stessi risultati per l’USR del Piemonte, che invita le scuole private ad assumere docenti abilitati.

    Durante l’anno scolastico in corso 3.684 su 21.526 docenti, in Lombardia, risultano senza abilitazione: il 17%.

    L’indagine, a quanto pare, era stata richiesta dalla UIL a seguito di segnalazioni di docenti costretti a lavorare in nero.

    Un’indagine che scopre l’acqua calda, ma che comunque ha il merito di riportare agli onori della cronaca un malcostume diffuso nell’ambito delle scuole private.

    Relativamente ai lavoratori senza abilitazione, il direttore dell’USR Lombardia precisa che la causa è dovuta al blocco delle abilitazioni e all’assenza di docenti abilitati disponibili.

    Davvero in Lombardia e Milano in particolare non ci sono maestre abilitate disoccupate?

    A Torino, a quanto pare, così non è se L’USR invita le scuole private, con Circolare Regionale, ad attingere dagli elenchi dei docenti con abilitazione, utilizzati per le scuole statali, al fine del reperimento del personale.

    Forse ci troviamo davanti ad una prassi, che dovrebbe essere meglio controllata, più che ad una vera e propria mancanza di abilitati da assumere.

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  10. Nella puntata di “Presadiretta” del 14 febbraio si danno ulteriori elementi di valutazione della politica della Regione Lombardia sulla scuola privata.

    Chi se la fosse persa e fosse interessato, la può vedere qui:
    http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-a20d3078-c510-4407-8b63-b616d0695247.html?p=0

    Un commento della puntata, che in particolare entra nel merito del confronto tra la politica della Regione verso le scuole “paritarie” e quella verso la scuola pubblica, si può leggere qui:

    http://www.scuolaoggi.org/node/5327

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  11. “Lo Stato riduce investimenti e risorse nella scuola pubblica-statale a fronte di un aumento di finanziamenti alle scuole “private” che svolgerebbero un “servizio pubblico” (sic).
    Grazie della dritta Giorgio, articolo di grande pregio perché ritrova il senso delle dirette responsabilità politiche. Il PD viene inchiodato agli effetti devastanti della sua politica scolastica (da “quinta colonna”….) Bisognerebbe parlarne più spesso.

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  12. mi ha colpito il cinismo dell’assessore all’istruzione della regione lombardia, quella dei presidi di istituti religiosi o nati comunque in ambiente cattolico. mille euro all’avvocato che manda il figlio al leone xiii, niente pennarelli per i bambini delle elementari di palermo, l’eternit da respirare per altri studenti ancora. bambini disabili? no grazie.
    altrove ho detto che la demolizione è in atto da tempo ma che adesso siamo alle ruspe. confermo: in senso letterale e metaforico.
    per decreto manderei la futura “classe dirigente” a formarsi in una pubblica fatiscente, altro che nelle cinque palestre, piscina olimpionica, aule informatiche etc. del leone xiii.
    questi non dirigeranno un bel niente, impareranno solo come fregare più e meglio il prossimo. formigoni: complimenti!
    il rapporto dei finanziamenti regionali nella sua regione è di uno a venti tra studente pubblico e studente privato. vedete a cosa serve sapere di matematica ed economia, studiare alla cattolica, venire dagli ambienti di cielle: si impara a far bene i conti pro domo sua.
    mi ero persa la puntata perché stavo da cani: adesso che l’ho vista mi sta risalendo la febbre.

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  13. Lucy hai ragione. quella puntata di Presa Diretta ha dato voce a una realtà di cui non si aveva bene il polso. Non si comunica tra due mondi così diversi. O meglio è il mondo dei ricchi che alimenta il suo benessere, sottraendo ai poveri, al pubblico, risorse fondamentali (vedi finanziamenti e buoni per le scuole private). Mi ha colpito quella mamma, che vedeva dalla sua finestra i bambini della scuola bilingue, giocare in giardino, sul prato artificiale (costo 40000 euro) repellente l’umidità e il fango. Che se ne fa lei della teorica possibilità dei mille euro annuali, stanziati dalla regione lombardia, da Formigoni (uno di noi – come dice il suo slogan elettorale)?
    Mi sono vergognata di essere cattolica.
    Emblematica anche la scuola di Via Gentilino a Milano, dove genitori fanno riparazioni e ridipingono muri. Da noi ci sono porte aggiustate con lo scotch!
    E quei bambini di una città siciliana, con guanti e cappello di lana che consumano un pasto portato da casa, in una mensa che ha chiuso i battenti o che non c’è mai stata?
    Anche a Cremona il tempo pieno, assicurato sulla carta, viene eroso dalla mancanza di personale. I genitori lo richiedono nella domanda, ma per ora non ci sono garanzie.
    E’ questa la scuola che vogliamo?
    Possiamo dire che finalmente gli insegnanti “sudano”, se qualcuno avesse ancora dei dubbi (vedi copertura delle assenze – ore di volontariato – c’è sempre stato però – classi divise – uso al risparmio del poco materiale avanzato dagli anni scorsi)
    Oggi da noi c’è una riunione straordinaria, per parlare del problema “finanziamenti”. La scuola piange davvero.
    La portata dei valori in gioco, come ognuno capisce è molto vasta.

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  14. mi è nel frattempo tornata alla mente la scuola “verticale” fascista: le classi di cinquanta alunni dalla prima alla quinta di cui si legge giocosamente in luigi meneghello e tragicamente in “pimpì oselì” della gianini belotti. o per mancanza di aule o per supplire alla mancanza di personale sta riaccadendo.
    “sua maestà, il popolo non ha aule, non ha insegnanti…”
    “che vadano alle private”

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  15. Per molto tempo mi ero cullata nella convinzione che tra scuola pubblica e privata non ci fosse divario qualitativo,
    ma dobbiamo aprire gli occhi. E’ stato fatto un lavoro di impoverimento graduale della scuola pubblica, di tagli delle risorse. qualcuno ha beneficiato di tutto ciò.
    Credo ancora che la preparazione degli insegnanti, nei due ambiti, non si differenzi di molto. Penso che gli insegnanti pubblici siano ancora motivati e ancora meno ricattabili, più liberi. certo è che della loro preparazione (ormai da anni) sembra non importare nulla a nessuno. Ci sono ancora realtà in cui ci si aggiorna o si tenta di continuare a farlo. sono i nostri bambini che già partono svantaggiati culturalmente e continueranno ad esserlo, perchè non si dà di più a loro (che hanno meno) ma solo a chi ha già tanto.
    I nostri bambini hanno la play station, il decoder per i cartoni animati non-stop e poco dopo incontrano lo spaccio.
    Pensavo alle alunne delle Orsoline di Milano (liceo artistico) dove Bulgari ogni tanto telefona, per vedere se hanno un creato un bel gioiello.
    cara Lucy, un saluto è un po’ di ottimismo: tiremm innanz, come dicono a Milano.

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  16. La trasmissione di Iacona è stata vera e desolante, tra le poche trasmissioni a dire la verità sulla scuola italiana.

    Però bisogna aggiungere, affinché non ci se ne faccia un’immagine paradisiaca, qualcos’altro sulla scuola paritaria, di cui la trasmissione ha mostrato solo l’eccellenza, utilmente, in questo caso, proprio per stabilire un raffronto con la scuola pubblica (ricordo che nella trasmissione dell’anno scorso invece mostrò altrettanto efficacemente il funzionamento dei “diplomifici”).

    Come ha mostrato il racconto di Michele qui proposto, l’eccellenza infatti non è la realtà della maggior parte delle scuole paritarie.

    Basti pensare che si diplomano nelle scuole paritarie il 12 % degli studenti italiani. I diplomati nelle paritarie hanno però voti mediamente più bassi dei loro coetanei della statale: il 23% di loro ottiene il voto minimo (cioè il “60”), mentre i 100 sono solo il 5%.

    Ricordo inoltre che nell’indagine OCSE-PISA le scuole private italiane risultano ultime in Europa:

    http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuole-private-male/scuole-private-male/scuole-private-male.html

    Per quanto riguarda gli insegnanti delle scuole paritarie, essi vengono selezionati dai presidi in barba a qualsiasi criterio previsto per legge, al di fuori delle graduatorie pubbliche e a volte anche senza l’abilitazione (vedi qui il commento n. 23). E sono pagati di meno, a volte per niente, e insegnano solo per ottenere il punteggio che permetta loro di fuggire nelle scuole statali: e questo lo abbiamo visto nella puntata dello scorso anno di Presadiretta:

    http://www.presadiretta.rai.it/category/0,1067207,1067208-1083989,00.html

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  17. @ Paola che “si è vergognata di essere cattolica”: se lo sei avrai i tuoi buoni motivi, suppongo; non è quello
    il punto, nemmeno per me che non lo sono. E’ quanto silenzio assordante proviene dal mondo cattolico che si dice laico, il problema; in Italia è enorme e non riguarda solo la scuola.

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  18. Michele,
    sono cattolica per formazione, per esperienza. Devo molto alla Chiesa e ai principi cui essa si ispira.
    Ma non ci sono dubbi sulle sue collusioni con il potere. Essa stessa è un potere. Si può essere cattolici e soffrire in silenzio con la Chiesa. C’è chi rompe il silenzio, ma viene poco ascoltato.
    Sono tempi duri, “reazionari” (è un eufemismo)e tutti gli ambiti sono coinvolti. I cattolici sono ovunque, parlano le stesse “parole” degli altri: nel sindacato, nei luoghi di lavoro, in famiglia ecc.
    Le opposizioni oggi possono nascere strada facendo, stando con chi si incontra. O ci si prova insieme o si muore. Vedi come le categorie sinistra-destra, siano superate nei fatti e anche nelle coscienze. Insieme a quest’aria mefitica, sembra farsi strada a fatica, un’aria diversa.

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  19. @Paola,con ordine: “soffrire in silenzio con la Chiesa. C’è chi rompe il silenzio, ma viene poco ascoltato.” :la prima proposizione non la capisco (senza ironia), il resto, che si sia poco ascoltati può dipendere dal fatto che una voce sia querula oltremisura (anche qui, ammesso che io abbia capito chi dovrebbe ascoltare, e non ne sono sicuro); poi, “Le opposizioni oggi possono nascere strada facendo, stando con chi si incontra” : sono d’accordo, ci mancherebbe, anche se la faccenda delle categorie destra-sinistra che sarebbero morte è un tipico argomento della destra di oggi, non contando nemmeno il fatto che il Partito Dolorante, o Desolante, o Deprimente, o forse Deficiente (a forza di cambiar nome non me lo ricordo più) in effetti non sia di sinistra: le scelte di questo governo sono le più destrorse d’Europa, sic et simpliciter. Ciò che però mi premeva dire era altro: un cattolico, a mio avviso, non dovrebbe limitarsi alla consapevolezza che la “Chiesa stessa è un potere”: non fosse che in nome dei suoi stessi principi dovrebbe cercare di toglierglielo, quel potere. Dovrebbe chiedergliene ragione. A meno di non trovarlo confortante.
    Saluti.

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  20. michele lupo, hai scritto per me esattamente quello che sarebbe comparso se un guasto non mi avesse estromesso per tutta la serata dal collegamento. anch’io trovo che a furia di ripeterci che destra e sinistra non esistono o si equivalgono facciamo il gioco di gente senza identità, salvo quella affaristica – la destra – e non impediamo la discesa rovinosa ulteriore del partito demente, che, tuttavia, pur avendoci messo del suo, illo tempore, nello smontaggio, non si sarebbe comportato oggi così.

    conchita de gregorio su ballarò ha ricordato a bertolaso i soldi rubati per una bmw da non so quale dei suoi collaboratori dicendogli “quante scuole si sarebbero potute mettere in sicurezza con quel denaro”. ma quelle facce lì non fanno una piega. scordarselo.

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  21. Quando ci sono ingiustizie palesi e una corruzione (disordine di ogni genere) così diffusi, non si può non soffrire. Se un membro è malato, tutto il corpo ne risente.
    Il Vangelo non si vende facilmente e per molti oggi è un’immagine offuscata e sbiadita. Ma ci sono testimoni (non queruli) che vanno avanti.
    La sinistra stessa (non i partiti – questo o quello – ma la sua anima) non è morta).
    Per il resto ci troviamo in sintonia. Buona giornata. Alè!

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