Vivalascuola. Per il giorno della memoria

“… nell’odio nazista non c’è razionalità… Non possiamo capirlo; ma possiamo e dobbiamo capire da dove nasce, e stare in guardia. Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre. Per questo, meditare su quanto è avvenuto, è un dovere di tutti” (Primo Levi, Se questo è un uomo, Appendice)

(Su gentile concessione dell’autore, che ringrazio, sono lieto di proporre un saggio di Stefano Levi Della Torre, tratto dal volume in prossima uscitaAtti delle Giornate di Studio per i Settant’anni delle Leggi Razziali in Italia (Napoli, Università “L’Orientale” – Archivio di Stato, 17 e 25 novembre 2008)“, a cura di Giancarlo Lacerenza e Rossana Spadaccini, Napoli 2009. La puntata comprende inoltre il testo delle leggi razziali sulla scuola, informazioni e testimonianze). Altri materiali su vivalascuola qui, qui, qui, qui, qui, qui.

Perché? Cos’ho fatto di male?
Ero una bambina milanese come tante altre, di famiglia ebraica laica e agnostica: non avevo ricevuto alcun insegnamento religioso in casa. Nel settembre del 1938 avevo terminato la seconda elementare e conducevo una vita tranquilla e felice nel mio microcosmo familiare. Abitavo a Milano, al numero 55 di corso Magenta, con mio papà e i nonni Olga e Pippo: dolcissimi, molto amati. Mia mamma era morta quando io non avevo ancora compiuto un anno, e mio papà – che nel 1938 aveva trentanove anni – era tornato a vivere nella casa dei genitori.
Non avevo mai sentito parlare di ebraismo quando, una sera di fine estate, mi sentii dire dai miei familiari che non avrei più potuto andare a scuola. Ricordo che eravamo a tavola. Ricordo i loro visi ansiosi e affettuosi insieme: mi fissavano negli occhi mentre mi comunicavano questa notizia che a me suonava incredibile. Io frequentavo una scuola pubblica, ero una discreta scolara, non vedevo motivi per essere espulsa.
-Perché? Cos’ho fatto di male?- chiesi, e intanto mi sentivo colpevole, colpevole di una colpa che mi era sconosciuta.
Solo negli anni avrei capito che era la colpa di essere nata ebrea: colpa inesistente, paradosso artificiale ma allora spaventosamente reale.
Mio papà cercò di spiegarmi che le nuove leggi razziali avevano espulso tutti gli studenti ebrei dalla scuola elementare fino all’università, e così pure i maestri, i professori, gli impiegati degli enti pubblici, i magistrati, gli ufficiali…
– Ma perché? – riuscivo solo a dire.
(da Liliana Segre, Sopravvissuta ad Auschwitz)

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Noi e le leggi razziali
di Stefano Levi Della Torre

Non possiamo più guardare al razzismo come a un residuo
Nel 1988, per il cinquantesimo anniversario delle Leggi Razziali, usciva Le interdizioni del Duce (editore Albert Meynier,Torino), un’ottima antologia di saggi e documenti redatta da Alberto Cavaglion e Gian Paolo Romagnani con l’alta consulenza di Alessandro Galante Garrone, che con Peretti Griva si era adoprato a suo tempo a disinnescare, per quanto consentiva la giurisprudenza, le conseguenze perverse di quelle leggi. Il titolo del libro echeggiava quello di un testo famoso, Le interdizioni israelitiche, in cui Carlo Cattaneo stigmatizzava nel 1836 le normative antiebraiche in Svizzera per estendere poi lo sguardo alle leggi persecutorie contro gli ebrei lungo la storia e in altri luoghi. Questo riferimento al Cattaneo diceva, già nel titolo di Cavaglion e Romagnani, che la vicenda delle leggi razziali del Fascismo veniva da lontano.

Le interdizioni del Duce aveva giustamente uno sguardo retrospettivo, parlava di fatti di mezzo secolo prima, fatti storici che bisognava certo ricordare anche come ammonimento per un eventuale futuro. Riletto oggi, il volume mi ispira una certa nostalgia: nostalgia d’un tempo in cui era possibile pensare al razzismo istituzionale come a qualcosa di inattuale, a cui si poteva guardare come colui che

uscito fuor dal pelago alla riva
si volge all’acqua perigliosa e guata.

Ora, a distanza di venti anni, questo sguardo soprattutto retroattivo non ci è più consentito. Non possiamo più guardare al razzismo diffuso come a un residuo, e al razzismo istituzionale come a un evento trascorso. Siamo costretti a guardare il razzismo istituzionale e diffuso come qualcosa che ci sta di nuovo venendo incontro. Come è noto, il successo della destra, in Europa e in Italia, si basa ampiamente su un’agitazione xenofoba che trascolora facilmente nel razzismo.

Che un’ondata migratoria produca un qualche stato febbrile nella società che lo riceve è fisiologico. Si vede cambiare il paesaggio umano, si creano zone d’attrito tra mentalità e costumi diversi, si sviluppano tensioni concorrenziali sul mercato del lavoro e nell’uso del territorio. Entro certi limiti, pulsioni xenofobe sono inevitabili e naturali. Il pericolo vero si dà quando la febbricola xenofoba sprigionata da nuovi innesti demografici, non solo non viene contrasta ma al contrario sollecitata da partiti politici, e viene promossa e legittimata dalle istituzioni e dalle leggi. Quando cioè la xenofobia e il razzismo diventano argomento rilevante della cattura demagogica del consenso e componente di primo piano nella politica di governo. Come sta appunto avvenendo.
E’ da questa situazione nuova che rievochiamo, nel novembre del 2008, le Leggi Razziali del novembre 1938, e ne traiamo una lezione più attuale di quella che ne potevamo trarre venti anni fa.

Il carattere vittimistico del razzismo trasforma gli aggressori in vittime

Le leggi del 1938 contro gli ebrei avevano un immediato precedente: la prima legislazione razzista del Fascismo era stata infatti quella che, promulgata tra il 1936 e il 1937 dopo la conquiste nell’Africa Orientale, discriminava le popolazioni colonizzate. Nella combinazione tra razzismo coloniale e antisemitismo il regime riprendeva uno schema già invalso nella seconda metà del XIX secolo, soprattutto in Francia: il colonialismo trovava nelle dottrine razziste la giustificazione per invadere terre altrui da “civilizzare” e cristianizzare, mentre l’antisemitismo, al contrario, giocava sul timore di essere a propria volta invasi: invasi da un gruppo interno (gli ebrei), fantasticato come occulta potenza, come parassita aggressivo, come anomalia che corrompeva l’unità nazionale e religiosa.

Proprio nel periodo in cui i nazionalismi costituiscono le nazioni moderne con le loro istanze di omogeneità linguistica e istituzionale, gli ebrei, con l’emancipazione, fuoriuscivano dai ghetti fisici e normativi diffondendosi nel tessuto sociale. L’antisemitismo ottocentesco era una reazione che si nutriva di questa “invasione” dall’interno, e traeva i suoi stereotipi dall’antigiudaismo cristiano propugnato per secoli dalle Chiese e sedimentato nelle mentalità. Nella reazione all’emancipazione ebraica come paradigma di ogni emancipazione religiosa, culturale e sociale l’integralismo nazionalistico e l’integralismo cristiano trovavano molti motivi di connivenza.

L’impennata antisemita del Fascismo a metà degli anni trenta aveva anche evidenti ragioni geopolitiche “imperiali”: il bisogno del sostegno della Germania nazista nella competizione colonialistica con la Francia e con l’Inghilterra. Gli ebrei immigrati, in fuga dalla persecuzione nelle terre tedesche (le leggi antisemite di Norimberga risalgono al 1935), rappresentavano per il Regime qualcosa di imbarazzante per la politica di alleanza con la Germania di Hitler, e fu da questi che cominciò la vessazione fascista prima di diventare un’organica dottrina antisemita di Stato.

In questo quadro, nell’agosto del 1938 esce “La difesa della razza”, rivista del razzismo di regime. Già dal titolo, la rivista confessa, nella parola “difesa”, un carattere fondamentale del razzismo: il vittimismo di chi si dichiara minacciato e dunque bisognoso di difesa. Difesa da qualcosa e da qualcuno che ci aggredisce, che inquina la nostra purezza, che invade la nostra terra e il nostro sangue, che contamina le nostre tradizioni e i nostri costumi, o che vuole assoggettarci infiltrandosi nei gangli vitali della cultura e delle istituzioni. Il carattere vittimistico del razzismo trasforma gli aggressori in vittime e le vittime in aggressori. Per cui la vessazione razzistica appare come legittima difesa.

Ciò vale tanto più per l’antisemitismo. Anzi, uno degli aspetti che distinguono l’antisemitismo da altre forme di eterofobia, xenofobia e razzismo, è l’immaginazione che gli ebrei siano un gruppo di occulta e straordinaria potenza. Inferiori sì, come ogni altro che non sia “noi”, ma anche capaci di soverchiarci e di dominarci. E se il “capro espiatorio” è la figura su cui proiettare tutte le responsabilità del male storico e sociale, gli ebrei immaginati come occulta potenza, e per la loro diffusione in diaspora immaginati come impero mondiale occulto, sono particolarmente esposti a ricevere l’investitura di capro espiatorio: proprio in quanto “potenti” possono essere fantasticati come responsabili del male, come “spiegazione” del male. I deboli possono essere disprezzati, ma solo i forti possono essere anche temuti. L’antisemitismo unisce al disprezzo il timore, al ribrezzo la paura. “Siete i belli, i buoni i puliti minacciati dai brutti, dagli sporchi e dai cattivi”: è questo l’appello elementare e infantile della demagogia razzistica e antisemita. Tutti siamo facilmente tentati da questo schema suadente, dal vittimismo che ci esime dalla responsabilità scaricandola su qualcun altro, meglio se in minoranza e isolabile.

Ma perché gli ebrei sono, nell’immaginario, così potenti? In sintesi: dal punto di vista teologico, perché avrebbero prodotto una religione e un Dio e poi l’avrebbero sacrificato. Dal punto di vista storico, perché la loro emancipazione e la loro conseguente “invadenza sociale” ha tratto vantaggio dalla rivoluzione liberale contro la Chiesa e i valori tradizionali, e ciò dimostrerebbe che sarebbero gli ebrei stessi ad aver promosso quelle rivoluzioni, dimostrerebbe che il loro presunto potere di sovvertire l’ordine sociale e la storia.

Quello del razzismo è un appello narcisista
La difesa della razza” di Interlandi sosteneva la tesi secondo cui l’Occidente si era ormai “ebraizzato”. Di conseguenza, il Fascismo si propose di difendere l’Occidente, aggredendolo. Cosa che ha una certa affinità, ai nostri giorni, con il fondamentalismo islamista, il quale ritiene che il mondo islamico si vada occidentalizzando per cui si tratterebbe di difenderne l’integrità aggredendo non solo l’Occidente, ma il mondo islamico stesso.

Il razzismo, come dottrina politica, si può intendere una deriva della “nazionalizzazione delle masse”. Il Fascismo riprende da destra un programma del Risorgimento: fatta l’Italia, si tratta di fare gli italiani. Nella formazione degli Stati nazione moderni si dissolvono le comunità localistiche, linguistiche, etniche di un territorio, o per lo meno si piegano a una centralizzazione statuale, all’immagine di una patria estesa e comune che le contiene e le subordina. Ma è come se la versione nazionalistica dell’idea di nazione cercasse la sua coesione riproducendo su vasta scala la logica dell’etnia: unità di lingua, di narrazione storica, di religione, insofferenza fino alla persecuzione della diversità, intesa come devianza, disordine e decadenza.

Contro la democrazia liberale che esalta la responsabilità individuale, contro la prospettiva socialista che esalta il conflitto sociale, il nazionalismo vuole ridurre la società a una comunità coesa e gregaria. Perciò gerarchica, organica. In una parola, della società vuole fare un corpo unico. Un corpo appunto: la nazione è un unico sangue, una “razza”. Il popolo è narrato come un’entità consanguinea. Il Duce è il Grande Fratello, il figlio prediletto della Grande Madre di tutti, la Patria. Oppure è il Grande Padre che stabilisce l’accesso di ognuno ai favori della Grande Madre.

Quello del razzismo è un appello narcisista: voi siete i figli amati dalla Patria, voi siete di sangue superiore. E’ una massificazione del “sangue blu” dell’aristocrazia d’Ancien Régime: ora siete voi, anche nella vostra miseria e nei vostri tuguri, l’aristocrazia del sangue; ora siete voi l’aristocrazia terriera, perché vostra è la Terrapatria. La Grande Madre è vostra e voi siete suoi. Perciò le dovete tutto, fino al sacrificio supremo della vita, ecc.

Questa sobillazione narcisistica è perfettamente rivelata nel “Manifesto della razza”, pubblicato il 26 luglio 1938. Nel punto 6 leggiamo:

Esiste ormai una pura “razza italiana”. Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione, ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.

Possiamo subito notare un curiosissimo lapsus: si comincia col dire “Esiste ormai una pura ‘razza italiana’” e si continua parlando di una “purissima parentela di sangue” da millenni. Come si regge quell’ormai, che vuol dire “ora, finalmente”, con una storia di millenni? Se quella “purezza” dura da millenni, come mai ci siamo arrivati “finalmente”? Il lapsus lascia semplicemente trasparire, con una sorta di sincerità fuori controllo (propria appunto dei lapsus), che quell’enunciato è una decisione puramente politica, un assunto ideologico che si finge constatazione scientifica. Non metterebbe neppure conto di osservare che, a parte forse qualche tribù isolata nel profondo della selva amazzonica, una “purissima parentela di sangue” lungo i millenni non si dà in nessuna parte del mondo, e tanto meno in Italia, terra di scorribande, migrazioni e incroci.

Comunque, nel punto 6 del “Manifesto”, il più grande titolo di nobiltà della Nazione non sarebbero le imprese belle e virtuose ma la “purezza del sangue”, secondo lo stesso criterio che faceva del più stupido e degenerato degli aristocratici un essere superiore a qualunque altro cittadino o cittadina, fossero pure i più geniali e fattivi. Paradossalmente il razzismo dottrinario che millanta l’aristocrazia del sangue è, come si è detto, una traduzione dello spirito dell’Ancien Régime nella società di massa tra il XIX e il XX sec.: l’endogamia aristocratica diventa l’endogamia di razza, la proprietà terriera dell’aristocrazia diventa la proprietà esclusiva, “razziale”, del suolo patrio. Su un altro piano, il razzismo rivela l’afflato “materno” della sua capacità seduttiva sulle masse: la Patria vi ama perché siete sangue del suo sangue, perché vi ha allevati e nutriti, e “ogni scarrafone è bell’a mamma soja”. Che importa la vostra miseria, la vostra oppressione, la vostra bassezza se la Grande Madre vi ama e certifica che l’ultimo di voi vale di più del primo degli altri?

Mit brennender Sorge
Traspare nel “Manifesto della razza” il contrasto interno al razzismo di regime, tra “positivisti” e “spiritualisti”. Quando il punto 6, nelle sue prime righe, sostiene l’aristocrazia del sangue contro il “concetto storico-linguistico di popolo e nazione”, si schiera con i “positivisti” biologici della corrente di Interlandi, contro gli “spiritualisti”, di matrice cattolica o tradizionalista come Julius Evola, che puntavano piuttosto sulla superiorità spirituale, su una gerarchia delle civiltà e delle simboliche. E’ una controversia ben documentata da Francesco Cassata ne La difesa della razza (Einaudi 2008).

Una certa resistenza al razzismo biologico venne da Pio XI, ed è nota la sua affermazione: “Spiritualmente, siamo tutti dei semiti”. Ma, a parte l’Enciclica Mit brennender Sorge, nessun altro documento scritto fu emesso in proposito, anche per l’opera dilatoria del Cardinale Pacelli, il futuro Papa Pio XII, pieno di cautele diplomatiche nei confronti del Nazifascismo in cui vedeva un argine al bolscevismo.

La Mit brennender Sorge fu emessa da Pio XI nel 1937, prima delle Leggi Razziali italiane e mentre in Germania l’antisemitismo già infuriava nelle propaganda ufficiale e nelle leggi antiebraiche di Norimberga, del 1935. In via eccezionale, l’ enciclica era redatta in tedesco: si rivolgeva infatti allo Stato nazista, ma le sua protesta verteva sulle inadempienze del Nazismo rispetto al Concordato del 1933 tra il Vaticano e il regime hitleriano. Quanto alla “questione ebraica”, vi era dedicato, nel cap. III, un solo passo, alquanto equivoco, in cui non compare neppure la parola “ebreo”:

Chi dunque vuole banditi dalla Chiesa e dalla scuola la storia biblica e i saggi insegnamenti dell’Antico Testamento bestemmia la parola di Dio […]; egli rinnega la fede in Gesù Cristo […], il quale prese natura umana da un popolo che doveva poi crocifiggerlo. Non comprende nulla del dramma universale del Figlio di Dio, il quale oppose al misfatto dei suoi crocifissori, qual sommo sacerdote, l’azione divina della morte redentrice, e fece così trovare all’Antico Testamento il suo compimento, la sua fine e la sua sublimazione nel Nuovo Testamento.

Questo era tutto. Si affermava che Gesù si era incarnato in seno a quel popolo (innominato) ora soggetto a persecuzione, ma si coglieva l’occasione per ribadire che lo stesso popolo (innominato) da cui era nato il Cristo era un popolo “deicida”. Non si può dire che si trattasse di una difesa intransigente dalla persecuzione; piuttosto, si opponeva l’antigiudaismo della secolare tradizione cristiana all’antisemitismo biologico-razziale del Nazismo.

Persecuzione razzista e persecuzione religiosa
Torniamo all’Italia. Su che cosa essenzialmente il razzismo biologico del Fascismo entrava in conflitto con la dottrina cattolica? Sul valore del battesimo. Il battesimo può redimere ogni essere umano; mentre, secondo il razzismo biologico, chi appartenesse a una “razza biologicamente inferiore” non avrebbe mai potuto redimersi dalla sua “inferiorità di sangue”. In altre parole, il razzismo “positivistico” negava il valore redentivo del battesimo. Altri argomenti del contrasto erano la questione dei matrimoni “misti” (tra ebrei convertiti e cattolici), riconosciuti dalla Chiesa, la libertà di azione delle organizzazioni ecclesiali, le scuole cattoliche… Tutti criteri che riguardavano assai più gli interessi dottrinari e politici della Chiesa che non i diritti civili e i “valori umani” universali. In effetti, i documenti attestano un coinvolgimento delle gerarchie vaticane (come partners di una trattativa) nella stesura delle Leggi razziali. In una lettera al Duce del 6 ottobre 1938, Galeazzo Ciano scriveva:

[…] le recenti deliberazioni del Gran Consiglio in tema di difesa della razza non hanno trovato nel complesso in Vaticano accoglienze sfavorevoli. Da Monsignor Montini [il futuro Papa Paolo VI], sostituto per gli Affari Ordinari della Segreteria di Stato, ho avuto conferma di tali impressioni e più particolarmente che le maggiori per non dire uniche preoccupazioni della Santa Sede si riferiscono al caso di matrimoni con ebrei convertiti.

I quali per la Chiesa erano cattolici, e dunque dovevano essere esenti da persecuzione, mentre per la dottrina di regime restavano “biologicamente” ebrei, e dunque soggetti alle vessazioni di legge. Tanto che, in una lettera dal carcere del 27 novembre 1938, a pochi giorni dalla promulgazione delle Leggi Razziali emesse il 17 dello stesso mese, Vittorio Foa riassumeva la questione in una brillante sintesi: “… i benevoli sforzi del Vaticano di far perseguitare solo gli ebrei non battezzati (di trasformare cioè la persecuzione razzistica in persecuzione religiosa)”. La storia doveva confermare questa considerazione di Foa: quando sei anni più tardi, alla caduta di Mussolini nel luglio del 1943, le Comunità israelitiche chiesero al governo Badoglio l’abrogazione delle leggi del 1938, padre Tacchi Venturi, per conto della Santa Sede, dichiarava che in quelle stesse leggi c’erano elementi “meritevoli di conferma”.

Si può riassumere l’atteggiamento cattolico in quel tempo con le parole di padre Ernesto Balducci, in una sua memoria significativamente intitolata “Il silenzio del 1938” (in “Il ponte”, nn. 11-12, per il quarantesimo delle Leggi Razziali, La Nuova Italia, Firenze, 1978):

Quello di cui mi stupisco è che una così inaudita violazione della dignità dell’uomo (che si trasformò anni dopo in un genocidio) non abbia provocato una vera e propria insurrezione delle coscienze, come l’avrebbe provocata, senza dubbio, una violazione anche molto minore dei diritti della chiesa cattolica. La ragione è che la chiesa si riteneva chiamata a difendere i diritti dei cattolici, ovunque fossero minacciati, non già i diritti dell’uomo come tale. Tra l’universo cattolico e l’universo-uomo c’era un abisso, vigilato dalla disciplina canonica e legittimato dall’ideologia religiosa. Io lo so perché ho vissuto la mia giovinezza fuori dell’universo-uomo. Il concordato fornì una tradizione spiritualmente tragica di questa separatezza…

Le leggi razziali rinnegano il patto di cittadinanza
Certo, il plurisecolare sostrato anti-ebraico del magistero cattolico, ribadito da riviste autorevoli come “La Civiltà Cattolica” e “Vita e pensiero” dell’Università Cattolica di padre Gemelli, aveva predisposto gli animi ad accettare il ritorno della discriminazione degli ebrei; certo, molti videro nell’esclusione degli ebrei dalle università e dalle scuole, dai posti di lavoro e dalle professioni, dalle proprietà e dai diritti civili un’occasione favorevole per i propri interessi e per le proprie carriere, e ne approfittarono; altri si valsero del clima persecutorio per far valere verso il Regime il proprio zelo convinto o servile. Altri invece aggirarono i divieti, mantennero i loro rapporti con i discriminati, applicarono con voluta svogliatezza le norme che avrebbero dovuto imporre per legge, con un’ “obiezione di coscienza” riservata ma abbastanza diffusa. Di fatto, la popolarità del Regime che aveva raggiunto il suo culmine nell’esaltazione nazionalistica per le conquiste coloniali nell’Africa occidentale e la proclamazione dell’impero, con le Leggi Razziali parve declinare

Le Leggi Razziali colgono di sorpresa gli ebrei e tanti altri italiani. Nel trasferire il diritto di piena cittadinanza alla “razza”, rinnegano infatti il patto di cittadinanza maturato nel corso del Risorgimento. Destituiscono gli ebrei da una cittadinanza acquisita, e celebrata, dopo l’unità dell’Italia, dalle nuove grandi sinagoghe ufficiali, come a Roma, a Torino, a Firenze…, mentre nei cimiteri la borghesia ebraica si adeguava con fiducia alla tradizione altrui nella decorazione funebre, con ritratti marmorei e figure simboliche, non esattamente in linea con la tradizione propria, prevalentemente aniconica. Tra gli ebrei era diffuso un sentimento di gratitudine verso il Risorgimento, a cui molti di loro avevano attivamente partecipato. Nomi come “Vittorio” erano diffusi, in omaggio alla Casa Savoia che con lo Statuto del 1848 aveva portato all’emancipazione e all’apertura dei ghetti… Ora, con Vittorio Emanuele III che controfirmava le Leggi razziali di Mussolini, la Casa Savoia li tradiva.

Ma fino a quell’atto di tradimento, potremmo distinguere in tre tendenze l’atteggiamento degli ebrei italiani verso l’eredità risorgimentale: gli ebrei fascisti, i sionisti, gli antifascisti. Quelli che aderirono al Fascismo declinarono il Risorgimento come movimento di “nazionalizzazione delle masse”, ne videro una prosecuzione e un compimento nel Fascismo, e vollero “nazionalizzarsi” ed essere “italianissimi” secondo la retorica del Regime; quelli che aderirono al Sionismo videro nel Risorgimento un precedente e un caso esemplare di riscatto nazionale, ne sentivano l’affinità profonda con il loro ideale di riscatto nazionale ebraico. (Così aveva fatto, ad es., Moses Hess nel suo testo proto-sionista Roma e Gerusalemme, già nel 1862 in Germania); quelli che invece valutarono il Risorgimento secondo i suoi ideali liberali e laici di emancipazione politica, civile e sociale (in genere, e degli ebrei in particolare), e furono antifascisti. Sono i fratelli Rosselli, i Levi, i Ginzburg, i Foa, i Segre… Tanto che Carlo Levi, dopo l’arresto suo e di altri di “Giustizia e libertà” nel 1934 a Torino, scriveva: “Le carceri sono diventate una specie di sinagoga”. Questi furono tra gli animatori della Resistenza.

Oggi, si propone volutamente un equivoco: che le colpe del Fascismo si riassumano nella persecuzione antisemita: quasi che la dittatura in se stessa, la soppressione delle libertà politiche, sindacali e di stampa, i tribunali speciali, la guerra in appoggio del golpe franchista in Spagna, la guerra e le stragi coloniali, l’alleanza con Hitler nello scatenamento della seconda guerra mondiale potessero e volessero essere coperte da una facile e interessata solidarietà postuma nei confronti degli ebrei.

Commemoriamo le Leggi Razziali in un clima che suscita reminiscenze spiacevoli. Il populismo prevalente non promuove tanto un pensiero unico, quanto un punto di vista unico, canonico. E’ il punto di vista d’un soggetto di mezza età relativamente benestante, preoccupato della decadenza nella crisi, bisognoso di sicurezza, di protezione carismatica più che di iniziativa, animato da un senso di rivalsa su qualcun altro, su qualche “capro espiatorio”, e che vede nella gerarchia cattolica non tanto una fede quanto un baluardo di stabilità, un vessillo di identità e una legittimazione conservatrice nel mare della globalizzazione. Questo è il punto di vista socialmente diffuso sia a destra sia a sinistra, che il populismo di governo recepisce, avvalla e mette in scena per farne il cardine canonico del senso comune. Berlusconi ne rappresenta il subconscio a cielo aperto, lo schermo su cui si proietta. Il populismo di governo lavora per far convergere umori e opinioni intorno a questo asse centrale e centrista, che releghi nella devianza il conflitto sociale come problema di polizia, a favore dell’“arte di arrangiarsi”, quell’arte individualistica o familistica che ha il suo culmine e la sua apoteosi nei comportamenti extra legali delle lobbies potenti, delle caste istituzionali e dei soggetti sociali ed economici più forti. La convergenza del senso comune verso questo centro è giocata spostando la linea di demarcazione di ogni conflitto verso le minoranze, e soprattutto verso l’esterno, verso il fenomeno dell’immigrazione.

Razzismo e populismo, demagogie autoritarie
L’attuale populismo di governo non è affatto la stessa cosa del razzismo dottrinario del Regime fascista, ma entrambi sono forme di una demagogia autoritaria. In quanto tali presentano qualche allarmante affinità, che riassumerei nei punti seguenti:

A- L’appello narcisistico: è un culto narcisistico dell’identità passiva: siamo i migliori non per virtù attiva ma per stirpe e permanenza sul territorio, non per cultura come sforzo mentale e critico, ma per cultura come mentalità sedimentate, abitudini, stereotipi, usi e costumi ereditari;

B- La subordinazione del valore e della responsabilità della singola persona all’appartenenza a un gruppo, al suo connotato etnico, alle sue consanguineità. Le qualità personali sono subordinate alle qualità buone o cattive assegnate al suo gruppo di appartenenza. Il giudizio o il pregiudizio sul gruppo diventa pregiudizio sulla persona;

C- La designazione di “capri espiatori”, l’esaltazione propagandistica della loro interferenza come spiegazione del male sociale e storico;

D- Il vittimismo: l’allarme enfatizzato per la minaccia rappresentata da gruppi interni o esterni (l’immigrazione) e il conseguente vanto della propria aggressività intesa come legittima difesa.

Ora, le culture populiste di governo presentano diverse componenti: l’una, la Lega, xenofoba per vocazione e programma, trascolora nel razzismo quando propugna la discriminazione etnica, la, criminalizzazione collettiva di un determinato gruppo umano o sociale, come succede per gli immigrati; una seconda componente, maggioritaria, che non è per vocazione xenofoba o razzista ma è disposta ad atteggiarsi tale per convenienza, mentre è pronta a designare “capri espiatori”, a demonizzare di volta in volta categorie “colpevoli” dei vari mali del paese (i sindacati, i magistrati, i comunisti, i “fannulloni”, i giornalisti…); una terza componente è l’integralismo cattolico, che prende talvolta le difese dei poveri e degli immigrati e non condivide le degenerazioni razziste, ma propugna la sottrazione del corpo alla coscienza, alla responsabilità della persona che lo vive e vi muore, per sottoporlo invece ad un’autorità gerarchicamente “superiore”.

La legislazione che viene via via emanata oggi in Italia è una continua convergenza e incrocio tra questi elementi. E’ sistematicamente debole con i forti fino alla tenerezza, e forte con i deboli fino alla vessazione. La propaganda e le misure conseguenti ritornano ormai a socializzare la colpa dei singoli, a criminalizzare le appartenenze etniche e le condizioni sociali subalterne. L’appello narcisistico alle virtù dei propri stereotipi intesi come “identità culturale”, l’appello vittimistico alla difesa da un’aggressione aliena, l’enfasi mediatica contro la criminalità estranea per coprire la criminalità intrinseca al sistema economico e politico, la criminalizzazione del sotto-privilegio per coprire il privilegio e favorirlo, mostrano un’affinità con i criteri e i moventi che ispirarono a suo tempo il razzismo agitato a scopo demagogico e geo-politico dal Regime fascista.

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Memoria del male, memoria del bene
La memoria dei Giusti ci fa sentire in debito e ci “compromette“, poiché i Giusti ci trasmettono non solo la consapevolezza che “chi salva una vita salva il mondo“, ma anche che non basta indignarsi del male di cui siamo spettatori; e soprattutto ci trasmettono l’impegno di farci carico, noi stessi, della lucidità e del coraggio che hanno ispirato chi ha operato e opera con giustizia e speranza, contro corrente e mettendo a rischio la propria vita, per salvare anche una sola vita umana nel corso dei genocidi che da Auschwitz in poi si sono susseguiti ovunque, ieri come oggi. (vedi qui)

Un viaggio della memoria
Racconti del “viaggio della memoria” a Mauthausen, Gusen e Hartheim di una classe di studenti milanesi. L’impegno di tanti studenti e docenti nell’affrontare la tragedia dei campi di concentramento e di sterminio nel cuore dell’Europa è quasi eroico, non solo per l’argomento ma anche per la condizione in cui è stata ridotta la scuola italiana, la cui qualità si affida sempre più alla buona volontà di chi vi partecipa. (vedi qui)

Come si fa a fare pranzo dopo Auschwitz?

Una selezione di poesie di autori contemporanei sulla Shoah. «Come si fa a scrivere una poesia dopo Auschwitz?” chiese Adorno […] “e come si fa a fare pranzo dopo Auschwitz?” obiettò una volta Mark Strand. Comunque sia, la generazione a cui appartengo ha dimostrato di riuscire a scrivere quella poesia» (Iosif Brodskij, Discorso per il Nobel, 1987) (vedi qui).

Auschwitz, la memoria e il presente
Se la solidarietà con le vittime dei Lager soddisfa la nostra buona coscienza, la domanda che qui intendo invece affrontare è questa: che cosa ci può accomunare se non con i carnefici, almeno con il conformismo consenziente, o con l’indifferenza al destino altrui, o con il non voler sapere per evitare responsabilità, con tutti quegli atteggiamenti, insomma, che hanno permesso che Auschwitz avvenisse? (Stefano Levi Della Torre, qui).

Altri materiali, con “Piccoli consigli al ventenne che in Italia studia la Shoah” di Alberto Cavaglion
Diffida delle mode. Oggi la Shoah è una moda… La Shoah non può essere imposta dall’alto, per circolare ministeriale… Non sono cose che si possano imporre per decreto. Attento a chi vuole imporre dall’alto il Dovere di ricordare. Quando s’impongono cose dall’alto, il ribellarsi è giusto… Adesso bisogna trovare il coraggio di dire che il fascismo non è solo Salò e l’Italiano, ebreo e non, è stato Fascista. (vedi qui).

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REGIO DECRETO-LEGGE 15 novembre l938-XVII, n.1779.
Integrazione e coordinamento in unico testo delle norme già emanate per la difesa della razza nella Scuola italiana.

VITTORIO EMANUELE III
PER GRAZIA DI DIO E PER VOLONTA’ DELLA NAZIONE
RE D’ITALIA IMPERATORE D’ETIOPIA

Veduto il R. decreto-legge 5 settembre l938-XVI, n. 1390;
Veduto il R. decreto-legge 23 settembre 1938-XVI, n. l630;
Veduto il testo unico delle leggi e delle norme giuridiche sull’istruzione elementare approvato con R. decreto 5 febbraio 1928-VI, n. 877, e successive modificazioni;
Veduto il R. decreto-legge 3 giugno 1938-XVI, n. 928;
Veduto l’art. 3, n. 2, della legge 31 gennaio 1926-IV, n. 100;
Riconosciuta la necessità urgente ed assoluta di dettare ulteriori disposizioni per la difesa della razza nella scuola italiana e di coordinarle in unico testo con quelle sinora emanate;
Udito il Consiglio dei Ministri;
Sulla proposta del DUCE, Primo Ministro Segretario di Stato e Ministro per l’interno e del Nostro Ministro Segretario di Stato per l’educazione nazionale, di concerto con quello per le finanze;
Abbiamo decretato e decretiamo:

Art. 1
A qualsiasi ufficio od impiego nelle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche e private, frequentate da alunni italiani, non possono essere ammesse persone di razza ebraica, anche se siano state comprese in graduatorie di concorsi anteriormente al presente decreto; né possono essere ammesse al conseguimento dell’abilitazione alla libera docenza.
Agli uffici ed impieghi anzidetti sono equiparati quelli relativi agli istituti di educazione, pubblici e privati, per alunni italiani, e quelli per la vigilanza nelle scuole elementari.

Art. 2
Delle Accademie, degli istituti e delle Associazioni di scienze, lettere ed arti non possono far parte persone di razza ebraica.

Art. 3
Alle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche o private, frequentate da alunni italiani, non possono essere iscritti alunni di razza ebraica.
E’ tuttavia consentita l’iscrizione degli alunni di razza ebraica che professino la religione cattolica nelle scuole elementari e medie dipendenti da Autorità ecclesiastiche.

Art. 4
Nelle scuole d’istruzione media frequentate da alunni italiani è vietata l’adozione di libri di testo di autori di razza ebraica.
Il divieto si estende anche ai libri che siano frutto della collaborazione di più autori, uno dei quali sia di razza ebraica; nonché alle opere che siano commentate o rivedute da persone di razza ebraica.

Art. 5
Per i fanciulli di razza ebraica sono istituite, a spese dello Stato, speciali sezioni di scuola elementare nelle località in cui il numero di essi non sia inferiore a dieci.
Le comunità israelitiche possono aprire, con l’autorizzazione del Ministro per l’educazione nazionale, scuole elementari con effetti legali per fanciulli di razza ebraica, e mantenere quelle all’uopo esistenti. Per gli scrutini e per gli esami nelle dette scuole il Regio provveditore agli studi nomina un commissario.
Nelle scuole elementari di cui al presente articolo il personale potrà essere di razza ebraica; i programmi di studio saranno quelli stessi stabiliti per le scuole frequentate da alunni italiani, eccettuato l’insegnamento della religione cattolica; i libri di testo saranno quelli dello Stato, con opportuni adattamenti, approvati dal Ministro per l’educazione nazionale, dovendo la spesa per tali adattamenti gravare sulle comunità israelitiche.

Art. 6
Scuole d’istruzione media per alunni di razza ebraica potranno essere istituite dalle comunità israelitiche o da persone di razza ebraica. Dovranno all’uopo osservarsi le disposizioni relative all’istituzione di scuole private.
Alle scuole stesse potrà essere concesso il beneficio del valore legale degli studi e degli esami, a’ sensi dell’art. 15 del R. decreto-legge 3 giugno 1938-XVI, n. 928, quando abbiano ottenuto di far parte in qualità di associate dell’Ente nazionale per l’insegnamento medio: in tal caso i programmi di studio saranno quelli stessi stabiliti per le scuole corrispondenti frequentate da alunni italiani, eccettuati gli insegnamenti della religione e della cultura militare.
Nelle scuole d’istruzione media di cui al presente articolo il personale potrà essere di razza ebraica e potranno essere adottati libri di testo di autori di razza ebraica.

Art. 7
Per le persone di razza ebraica l’abilitazione a impartire l’insegnamento medio riguarda esclusivamente gli alunni di razza ebraica.

Art. 8
Dalla data di entrata in vigore del presente decreto il personale di razza ebraica appartenente ai ruoli per gli uffici e gli impieghi di cui al precedente art. 1 è dispensato dal servizio, ed ammesso a far valere i titoli per l’eventuale trattamento di quiescenza ai sensi delle disposizioni generali per la difesa della razza italiana.
Al personale stesso per il periodo di sospensione di cui all’articolo 3 del R. decreto-legge 5 settembre 1938-XVI, numero 1390, vengono integralmente corrisposti i normali emolumenti spettanti ai funzionari in servizio.
Dalla data di entrata in vigore del presente decreto i liberi docenti di razza ebraica decadono dall’abilitazione.

Art. 9
Per l’insegnamento nelle scuole elementari e medie per alunni di razza ebraica saranno preferiti gl’insegnanti dispensati dal servizio a cui dal Ministro per l’intero siano state riconosciute le benemerenze individuali o famigliari previste dalle disposizioni generali per la difesa della razza italiana.
Ai fini del presente articolo sono equiparati al personale insegnante i presidi e direttori delle scuole pubbliche e private e il personale di vigilanza nelle scuole elementari.

Art. 10
In deroga al precedente art. 3 possono essere ammessi in via transitoria a proseguire gli studi universitari studenti di razza ebraica già iscritti nei passati anni accademici a Università o Istituti superiori del Regno.
La stessa disposizione si applica agli studenti iscritti ai corsi superiori e di perfezionamento per i diplomati nei Regi conservatori, alle Regie accademie di belle arti e ai corsi della Regia accademia d’arte drammatica di Roma, per accedere ai quali occorre un titolo di studi medi si secondo grado o un titolo equipollente.
Il presente articolo si applica agli studenti stranieri, in deroga alle disposizioni che vietano agli ebrei stranieri di fissare stabile dimora nel Regno.

Art. 11
Per l’anno accademico 1938-39 la decorrenza dei trasferimenti e delle nuove nomine dei professori universitari potrà essere protratta al 1 gennaio 1939-XVII.
Le modificazioni degli statuti delle Università e degli istituti di istruzione superiore avranno vigore per l’anno accademico 1938-39, anche se disposte con Regi decreti di data posteriore al 29 ottobre 1938-XVII.

Art. 12
I regi decreti-legge 5 settembre 1938-XVI, n. 1390, e 23 settembre 1938-XVI, 1630, sono abrogati. E’ altresì abrogata la disposizione di cui all’art. 3 del regio decreto-legge 20 giugno 1935-XIII, n. 1071.

Art. 13
Il presente decreto sarà presentato al Parlamento per la conversione in legge.
Il Ministro proponente è autorizzato a presentare il relativo disegno di legge.
Ordiniamo che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserto nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

Dato a San Rossore, addì 15 novembre 1938 – XVII

VITTORIO EMANUELE
Mussolini – Bottai- Di Revel
Visto il Guardasigilli: Solmi
Registrato alla Corte dei conti, addì 26 novembre 1938 – XVII
Atti del Governo, registro 403, foglio 99. – Mancini

L 5 gennaio 1939, n. 98, Conversione in legge del Regio decreto-legge 15 novembre 1938-XVll, n. 1779, relativo all’integrazione e al coordinamento in unico testo delle norme emanate per la difesa della razza nella scuola italiana (GU n. 31, 7 febbraio 1939).

* * *

La Shoah
Ben sei milioni di ebrei (secondo fonti tedesche), giovani, vecchi, neonati e adulti, furono uccisi dalla violenza nazista.
La Shoah si sviluppò in cinque diverse fasi:
I. la privazione dei diritti civili dei cittadini ebrei;
II. la loro espulsione dai territori della Germania;
III. la creazione di ghetti circondati da filo spinato, muri e guardie armate nei territori conquistati a est dal Terzo Reich, dove gli ebrei furono costretti a vivere separati dalla società e in precarie condizioni sanitarie ed economiche;
IV. i massacri delle Einsatzgruppen (squadre di riservisti incaricate di eliminare ogni oppositore del nazismo nei territori conquistati dell’Ucraina e della Russia) durante le azioni di rastrellamento;
V. la deportazione nei campi di sterminio in Polonia dove, dopo un’immediata selezione, gli ebrei venivano o uccisi subito con il gas o inviati nei campi di lavoro e sfruttati fino all’esaurimento delle forze, per essere poi comunque eliminati.
(continua qui; vedi anche qui)

Il Porajmos, la Shoah tzigana
Più di 500.000 zingari sono morti nei lager nazisti di Auschwitz e Treblinka (erano anche usati come cavie negli esperimenti scientifici) e in quelli balcanici di Jasenovac in Croazia e di Semlin presso Belgrado; un numero imprecisato è stato ucciso al momento della cattura. In Romania nel biennio 1941-42 il governo filonazista di Ion Antonescu ha deportato 25.000 zingari in Transdniestria, una zona tra la Moldavia e l’Ucraina sovietica occupata dai tedeschi. In pochi hanno fatto ritorno. Durante la seconda Guerra mondiale, oltre 700.000 zingari sono stati uccisi, il 70 per cento dell’intera popolazione. I Rom serbi la chiamano Porajmos, la Shoah tzigana.
(da qui; vedi anche qui)

Gli omosessuali nei lager
Le stime sul numero di omosessuali internati con il triangolo rosa e uccisi variano molto. Si va da un minimo di 10.000 fino a un massimo di 600.000. Questo ampio intervallo dipende in parte dal criterio adottato dai ricercatori per classificare le vittime: se solo omosessuali o anche appartenenti ad altri gruppi sterminati dai nazisti (ebrei, rom, dissidenti politici). In aggiunta a questo, le registrazioni delle ragioni per l’internamento risultano non esistenti in molte aree.
(continua qui)

Una bibliografia sulla Shoah a cura degli Amici della Biblioteca di Sesto San Giovanni qui.

* * *

La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

(Art. 1, Legge 20 luglio 2000, n. 211, Istituzione del “Giorno della Memoria” in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 177 del 31 luglio 2000)

22 pensieri su “Vivalascuola. Per il giorno della memoria

  1. “L’attuale populismo di governo non è affatto la stessa cosa del razzismo dottrinario del Regime fascista, ma entrambi sono forme di una demagogia autoritaria”.
    Già e adesso?

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  2. Grazie, Giorgio, per questa puntata così ricca di “Vivalascuola”. Non è facile, proprio a scuola, far sentire viva la memoria, l’ansia di ricerca della memoria. Striscia un senso di assuefazione alla celebrazione e lo scetticismo è in agguato. Quest’anno porterò gli studenti a teatro, per l’adattamento di “Destinatario sconosciuto”, profetico racconto di Katherine Kressman Taylor, pubblicato nel 1938 sulla rivista “Story”. Ti saprò dire delle loro reazioni.

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  3. Grazie, Giorgio, per questo prezioso post, tornando più volte anche sull’interessante stralcio del saggio in pubblicazione di Stefano Levi Della Torre, in particolare del paragrafo “Razzismo e populismo, demagogie autoritarie”. Comprendere le cause di simili tragedie, trovare possibili parallelismi nel contesto attuale, è anche una forma di rispetto delle tante vittime, affinché la loro esperienza di dolore non sia stata vana, affinché qualcosa di analogo non abbia a ripetersi, posto che istinti e meccanismi comportamentali non cambiano nell’uomo, né in settanta né in mille anni.

    Giovanni

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  4. Grazie a Renata, Lucy, Anna Maria (sì, facci sapere le reazioni dei tuoi studenti), Marco, Giovanni e Paolo per la vostra lettura e i vostri commenti.

    I complimenti naturalmente vanno rivolti a Stefano Levi Della Torre. Il suo saggio, a partire dalla storia e dai documenti, restituisce vera memoria e non celebra un rito ripetuto e svuotato di contenuto, che avrebbe l’effetto di occultare e rimuovere verità del passato e dell’oggi.

    Perciò la vera memoria, come tu Giovanni suggerisci, diventa gesto politico che dà spunti per capire e agire nel presente (nonostante la consapevolezza di gramsciana memoria, Marco), operazione tanto necessaria quanto più il passato del Ventennio si proietta sull’oggi.

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  5. Mi chiedevo Giorgio, sulla base delle analogie puntuali rintracciate da Stefano Levi Della Torre, come si fa oggi nella scuola a combattere contro un Mostro così pesante e feroce come lo spirito dei tempi, corroborato dalla ideologia dei media e dalla loro strumentalizzazione. In altri termini, io credo, pessimisticamente, che questa destra non sia né stracciona né improvvisata (e non è un complimento), ma stia invece mutando il DNA culturale della nazione, stia costruendo una coscienza di “emergenza” negli Italiani, fatta di paure costruite ad arte, di pregiudizi corroborati dalla presenza militante di nuovi movimenti reazionari e violenti, infine penso che stia costruendo una falsa identità “neoitaliana” fatta di populismo e liturgie politiche da basso impero. Mi chiedo infine perché quelle “tutele culturali” fatte di principi illuministici come la tolleranza, la democrazia e il pluralismo siano oggi così obsolete? E’ dunque possibile che stia emergendo un’altra tradizione? Oppure siamo di fronte a un sub pensiero che non è mai scomparso ma che è destinato a riemergere nei periodi meno sicuri e più incerti? Comunque siamo messi male…

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  6. siamo di fronte a un sub pensiero che non è mai scomparso ma che è destinato a riemergere.
    pensavo un tempo che non ci fosse performance che corrispondesse a strutture profonde, che non ci fosse ontologia, etologia, antropologia, paleogenetica nel comportamento umano, che tutto fosse possibile. ora, benignamente penso ancora la stessa cosa: di tutti, fuorché degli italiani, compresi gli italiani evoluti, che sono attualmente i più ignavi, pressapochisti, ombelicali *intellettuali* del pianeta. i più snob, i più vanverosi citazionisti, i più settari, i più codini. gli altri, vanno in piazza con gli studenti e bruciano gli autobus, per dire.

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  7. Pingback: La giornata delle memorie « La dimora del tempo sospeso

  8. Grazie a Michele per la dritta e a Giorgio che ha costruito questa efficace sintesi.
    Anche a Lucy che spezza lo stereotipo degli Italiani “brava gente”…

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  9. Grazie Giorgio!

    “Non possiamo più guardare al razzismo diffuso come a un residuo, e al razzismo istituzionale come a un evento trascorso. Siamo costretti a guardare il razzismo istituzionale e diffuso come qualcosa che ci sta di nuovo venendo incontro. Come è noto, il successo della destra, in Europa e in Italia, si basa ampiamente su un’agitazione xenofoba che trascolora facilmente nel razzismo.”
    Nel giorno della memoria occorre guardare al razzismo odierno, indagare sull’origine del sentimento razzista sempre in agguato. Quant’è vero che gli aggressori si fanno vittime….

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  10. L’ignoranza è il primo ostacolo da superare, per contrastare il razzismo di oggi.
    Grazie a Giorgio per la pubblicazione del regio decreto sulla “difesa della razza italiana”: ha il sapore antico, ancora sconosciuto e genuino delle cose di casa nostra.
    L’altro ostacolo è il non voler vedere, non accettare:
    rimuovere una realtà cruda, per privilegiarne una più accomodante e falsata.

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