Una questione di stile (La conquista dello spazio 6)

La seconda stanza è occupata dalla critica stilistica. Intorno agli anni ‘80 si avvertiva una sorta di livore nei confronti del dilagare di criteri troppo esterni (sociologici e ideologici) o troppo interni (solo il testo con le sue strutture) nel’attività dello studioso. La tentazione era forte; lo strutturalismo forniva strumenti che promettevano risultati straordinari: il testo sacro della cattedra cui collaboravo era La struttura del testo poetico di Jurij Lotman, su cui spero di soffermarmi in seguito. Era un mondo nuovo che appariva all’orizzonte, capace di scoprire sensi inediti nei particolari più microscopici e nascosti, nelle pieghe dei fenomeni fonetici e linguistici. Sull’opposto versante c’era il deposito infinito dei riferimenti geografici, politici, sociali, che portava lontano in ogni senso, valorizzando o degradando il testo. La stilistica tentava di uscire dalla giungla delle ipotesi segnalando i confini tra la langue e le scelte dell’autore: le varianti rispetto alle consuetudini denotative erano ciò su cui si concentrava lo sguardo del critico, progressivamente più sensibile a ogni impercettibile movimento della forma. Lo stile come scarto dalla norma, la lingua come fine e non più come mezzo, la connotazione, la funzione poetica del linguaggio, la polisemia del testo divennero il pane quotidiano di noi studenti affamati di strumenti, ma a volte attraversati dallo stesso livore cui accennavo in apertura. Lo testimonia un’epigrafe campeggiante sulla porta della biblioteca: Vietato l’ingresso ai cani e ai ciellini. Una mano ignota aggiunse: E a Tommaso.

13 pensieri su “Una questione di stile (La conquista dello spazio 6)

  1. che bello condividere un passato come questo, qualunque cosa si possa oggi dire a ridimensionamento di quel passato! vietato l’ingresso ai ciellini (lasciamo stare i cani, creature di dio!) è un vero spettacolo! vorrei essere tutta epigrafe!

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  2. Era un mondo nuovo che appariva all’orizzonte, capace di scoprire sensi inediti nei particolari più microscopici e nascosti

    scoprire nuovi sensi è una scommessa che vale sempre la pena di tentare

    un abbraccio, fabry

    f&r

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  3. veramente Lotman non faceva propriamente critica stilistica ma dei luoghi letterari e dei topoi ad essi collegati (il famoso cronotopo)- la “vera” critica stilistica è quella di Spitzer o di Auerbach o di Gianfranco Contini…

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  4. Lucy e Fides, vi ringrazio: sì, è un piacere anche per me (non la cacciata dei ciellini…)
    Giuseppe, e chi ha detto che Lotman faceva critica stilistica? semmai semiologica.
    comunque domani ti metto in mezzo direttamente con l’articolo…

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  5. lo stile…
    “Lo stile come scarto dalla norma, il linguaggio come fine e non più come mezzo, la connotazione, la funzione poetica del linguaggio, la polisemia del testo divennero il pane quotidiano di noi studenti affamati di strumenti…”

    questo pezzo è decisamente condivisibile e vero…e meno male ancora in vigore, mi auguro!
    mai smettere di voler scoprire e perfezionarsi.

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  6. questa faccenda dei sensi nascosti nei particolari più minuti è così vera e bella che vale anche nella vita quotidiana; chi osserva con cura e pazienza vede in gesti e sguardi che durano un istante interi mondi.

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  7. Torno sul “Blog” dopo che l’ultima volta qualcuno(a) mi ha dato dell’eretico(naturalmente non me la sono presa…). Lo faccio per proporti una poesia. E per sapere cosa ne pensi del poeta in questione. C’entra poco con il tuo “prologo” ma io non bado troppo alle forme, vado alla sostanza.

    NON E’L’ORRENDO DRAGO

    Mio male non è l’orrendo drago
    che pure mi addenta e si avvinghia
    su per il corpo come
    il serpente sull’albero della vita.

    Mio male è sapermi impotente
    a dire il tuo dramma, mio Dio,
    di fronte allo stesso male:
    il tuo patire della nostra pena
    di saperci infelici.

    O di non cantarecon degni canti
    la festa che fai quando
    un bimbo è felice
    e un disperato torna a sperare…

    David Maria Turoldo

    Ciao, Francesco.

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  8. O.T.vedi, francesco, io sono un po’ una tigna: nessuno, non io per lo meno, ma potrei testimoniare anche per x,y,z, ti ha dato l’ultima volta dell’eretico: che dal mio punto di vista sarebbe un complimento. forse tu hai ecceduto, al contrario, con un tono da inquisitore. gli eretici sono quelli che escono dal solco tracciato: leggendo feltrinelli, dal tuo punto di vista, per esempio. tu sei felice così, ma un po’ troppo orgoglioso e sicuro. io invece molto incerta e traballante: ma non sono le letture variegate a farmi traballare. queste mi dicono, mi cantano ogni volta, anche dove dio in apparenza non c’è per niente, che, in qualche forma, egli si manifesta. credo che padre turoldo, per essere stato così poeta, avesse presente molti temi, e non tutti sacri.

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  9. “Un giorno – racconta parlando si sé padre Efrem- entrando nella propria cella nota sul tavolo un romanzo di Paul de Coque. Padre Efrem suppone che qualcuno dei monaci gli abbia messo lì quel libro per burla. In quel mentre sopraggiunge padre Isidoro e viene fuori, con non poco stupore di padre Efrem, che era stato lo stesso padre Isidoro a fargli trovare lì il libro.
    – Ma sapete che razza di libro è mai questo? Dove l’avete preso? – chiede allo starec il padrone della cella sbalordito. Padre Isidoro spiega allora che gli era stato portato probabilmente per scherzo, da uno dei fratelli.
    – Tu sei, in fondo, uno studioso – così si rivolge il batjuska a padre Efrem – e io lo cedo a te.
    – Ma è un libro indecente.
    – Non fa niente, leggilo lo stesso. Quanto riterrai cattivo, spazzalo via dalla mente; quanto riterrai invece buono, riponilo nel tuo cuore- replica lo starec.”
    Ecco in che modo era libero di spirito l’abba Isidoro. Faceva tutto con naturalezza, senza sforzo, come per gioco. E in ogni libero moto dell’animo suo si avvertiva una tale energia, più grande davvero di tutti i tentativi e gli sforzi messi insieme da tante persone. E in modo analogo si comportava di fronte a chiunque. E che cosa facesse quando restava da solo a quattr’occhi con Dio, chi può saperlo, chi è in grado di capirlo, se non il suo Interlocutore?

    (Pavel A. Florenskij, Il sale della terra, vita dello starec Isidoro,p.70, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose)

    un abbraccio, fabry

    f&r

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  10. Cara Lucy, se per te darmi dell’eretico “sarebbe un complimento” io l’accetto volentieri. Perchè, infondo, chi
    propone Turolodo è di per sé un po’ eretico. Ma solo quel tanto che necessita per avvicinarsi alla verità. Io ti invito fraternamente a visitare i siti delle tante associazioni sorte intorno al nome di Turoldo e ti ricordo come i suoi funerali furono celebrati dal Cardinale Carlo Maria Martini di cui si ricorda la profonda elegia del defunto. Saluti cari e una tiratina d’orecchi per il tono
    che sa di un’animosità un po’troppo spinta. Senza rancore.

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  11. Questa faccenda di “Tommaso” mi fa venire in mente un dialogo di un film di Godard (La Chinoise? boh) in cui uno dice, pressapoco: “L’organizzazione ha deciso di far fuori i revisionisti e i barbieri”. E l’altro, stupito: “Perché i barbieri?”.
    Lunga vita a Lotman! Oggi teorici di quella stazza bisogna andarli a cercare col lanternino. Oh temporamores!

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  12. vi ringrazio.
    Francesco, penso che l’apertura mentale sia il minimo richiesto nel nostro villaggio globale.
    ritengo che Gesù avrebbe avuto interessi molto vasti se fosse nato a Roma di questi tempi.
    un abbraccio a voi
    fabry

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  13. grazie Francesco.
    penso che Dio non intervenga nel mondo nel modo antropomorfico sostenuto da molti.
    qui sono in gioco parecchi temi, tra cui quello dell’imperfezione del creato e dell’evoluzione.
    un abbraccio
    fabrizio

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