Ricordo di Salinger

di Mauro Baldrati

La mia scoperta di Salinger risale agli anni Ottanta, durante una chiacchierata con Massimo Canalini, che all’epoca era il direttore editoriale di Transeuropa, prima della ri-fondazione degli anni Duemila. Stavo cercando – senza trovarlo – uno stile, che mi permettesse di liberarmi dalle imitazioni degli scrittori che amavo. Canalini mi disse che dovevo leggere alcuni autori il cui stile avrebbe contribuito a ripulire il mio dalle scorie di imitazione, e a scardinare, con la loro leggerezza e apparente semplicità, l’impianto di ridondanze di un brand non ancora personale. Disse: “Devi leggere Hemingway, i quarantanove racconti, è un testo perfetto. E’ l’opera insuperabile di Hemingway. E poi Salinger, Il giovane Holden. Questo è fondamentale. Non si può pretendere di scrivere senza avere letto Salinger.”

Così, dopo i quarantanove racconti, iniziai Il Giovane Holden. Fin dalle prime pagine mi resi conto che avevo tra le mani un’opera unica. Quasi non credevo ai miei occhi. Uno stile che coniugava con una perfezione assoluta la leggerezza, l’ironia e la profondità di uno jeune-homme rappresentato con una vivacità e un realismo paragonabili solo a Stendhal. Fu uno di quei libri rarissimi che ho letto con un sentimento continuo di meraviglia, di stupore. Un testo universale, perché capta dei codici profondi, che attraversa le culture, le nazionalità.

Forse è per questo che il suo è uno stile tra i più imitati della storia, tanto da creare imbarazzo, persino fastidio? Scrive Antonio Scurati sulla Stampa: “Salinger e il suo Holden appartengono a quella rara specie di animali volatili, aerei ed eterei, a quella rara genia di sublimi acrobati dell’inconsistenza che brilla per un istante di luce incerta tracciando una scia da cometa tossica. A noi, alle creature che rimangono a terra, passato l’istante, ci lasciano soli di fronte a un cielo se possibile ancora più vuoto. Detto altrimenti: non ho mai trovato molti motivi per appassionarmi al Giovane Holden ma ho, invece, avuto numerose occasioni di soffrirne gli eredi. Certo, l’epigonia è da tempo un problema universale, e non si può imputare agli archetipi i loro epigoni, ma con i maestri della levità il problema degli epigoni si fa particolarmente pesante.”

Io l’ho usato per cercare di liberarmi dalle imitazioni, ma forse sono a mia volta precipitato nella sindrome di imitazione di cui parla Scurati. Salinger ha generato i salingeriani, proprio come Proust generò i proustiani, Calvino i calviniani, Kafka i kafkiani e Rimbaud i rimbaldiani.

Credo che l’elemento di riflessione sia proprio quello del “maestro”, al quale in occidente non siamo del tutto abituati: maestro della levità, della drammaticità, dell’intrigo, di uno stile; il maestro che può donarci una luce per trovare la nostra strada, ma che tradiamo se cerchiamo di essere lui, diventando un epigono che lo imita. E così, restiamo fermi.

18 pensieri su “Ricordo di Salinger

  1. I Nove Racconti
    nove fulmini

    Franny e Zooey
    indimenticabile nuvola bianca
    sulla mia libreria

    Il giovane Holden
    bianco e lucente come la sua copertina

    Alzatae l’architrave, carpentieri
    E Seymour. Introduzione
    ormai sono amici queste persone di cui si parla

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  2. Non si può pretendere di scrivere senza avere letto Salinger.
    potrebbe averlo detto baricco.
    io per me non amo/non ho amato salinger, né holden né i suoi franny e zoey, le due cose che ho letto di lui. è stato in silenzio dalla metà degli anni sessanta alla morte. non me n’ero accorta, mentre mi sono accorta costantemente dall’adolescenza ad ora dei reiterati tentativi di impor(me)lo come una lettura basilare: per leggere (non puoi non aver letto il giovane holden!), per scrivere, più in generale, perché per scrivere uno fa un po’ quello che gli pare, salvo chiamarsi baricco. in ben due megaesami di letteratura nordamericana sul finire degli anni settanta holden non compariva tra i circa trenta cadauno libri da leggere. e la mia prof. di angloamericano di ca’ foscari non era propriamente una carciofa. sarà che mi danno noja i “maestri” di massa, universalmente riconosciuti, i guru…

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  3. Condivido, tuttavia credo che il successo de “Il giovane Holden”, dovuto in parte alla dimensione generazionale e arrabbiata del testo e della vicenda che narra, abbia fatto dimenticare opere più “universali” come i “Nove racconti” dove la pietà, l’intensità e il lirismo si identificano con personaggi che rimangono indelebili nella memoria. Come il reduce di “Un giorno perfetto per i pesci banana”. O il bambino “zen” dell’ultimo racconto. E’ morto un gradissimo scrittore, schivo, solitario che già da tempo aveva scelto il silenzio mediatico. Adesso però manca la “sua” voce.

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  4. Lucy, quella fu, ovviamente, una battuta; diciamo che contiene un’opinione che potrebbe essere: non puoi scrivere senza avere studiato dei maestri, i tuoi maestri. Poi dipende chi sono i maestri, fatto salvo che ognuno può comunque fare ciò che vuole –

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  5. D’accordo anche con Lucy, però per me – per me, non per la letteratura – i nove racconti sono tra i racconti che amo di più.

    Il giovane Holden ha avuto fortune diverse, perchè il suo protagonista ha poi camminato con gambe proprie, oltre il libro e oltre la scrittura.

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  6. Salinger (che per “destino” letterario assomiglia a quello di Juan Rulfo) è uno scrittore pericoloso: il suo stile si appiccica addosso al lettore-scrittore in modo pernicioso. Se pesassimo stilisticamente i “giovani” romanzi italiani, la quantità stilistica salingeriana riscontrata in molti di essi sarebbe impressionante. Ma è pur vero che non si deve addossare ai maestri le colpe dei loro epigoni

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  7. sul corriere alessandro piperno indaga sul “mistero” del suo silenzio. io lo chiamerei “sindrome greta garbo” e darei una semplice risposta: che uno tace perché non ha più nulla da dire.
    safran foer, il ragazzo prodigio (vero!) lo dice erede di twain. dice però anche, confermando i miei sospetti, che crede “non sia molto studiato a livello universitario”. infatti è un autore buono per l’adolescenza. dopo di che, voglio essere obiettiva: vorrei avere dei salinger invece di certi autori adolescenziali di casa nostra che mi fanno venir voglia di sotterrarli “tre metri sotto terra”.

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  8. Devo confessare che anch’io amo i Nove racconti molto più del Giovane Holden.
    Non so, quando lo lessi, trovai Holden francamente antipatico. Ma forse è solo che lo lessi tardi, oppure che i miei modelli erano altri (l’eroe della mia adolescenza è stato Hans Castorp, figuriamoci).
    Oggi lo rivedo con occhi diversi: un libro che anticipava molte cose (l’insoddisfazione per la vita borghese, la contrapposizione tra generazioni, una certa rabbia indefinita) che all’epoca erano già nell’aria, ma ancora non avevano trovato espressione.

    Purtroppo sono d’accordo con Scurati (e con Mauro) circa i salingeriani…

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  9. I saligeriani (nel senso di “scrittori che imitano Salinger”) non fanno altro che mettersi alla prova sul terreno accidentato di una tecnica apparentemente imitabile. Leggendolo, sembra tutto così “facile” che non puoi credere di non poterlo fare anche tu. E invece quella facilità è tra le cose più difficili e inimitabili. Non c’è niente da fare: bisogna inchinarsi di fronte al gigante e restare alla propria altezza.

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  10. Non si tratta infatti del semplice lavoro “in togliere” che le scuole di scrittura evocano avvicinando Salinger e Carver, si tratta, mi pare di poter dire, di quella splendida semplicità che viene “dalle cose stesse” e che appunto per questo è inimitabile. C’è un alone in ogni parola, per quanto asciutta e scabra possa essere, che lancia bagliori in ogni dove, ed esprime proprio per questa sua ulteriorità, lo spessore del vero. Il contrario della “piattezza” facile degli imitatori…Ma detto così sembra una ricetta, me ne rendo conto. In fondo non c’è che da rileggerlo.

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  11. credo che adesso usciranno un po’ di libri di salinger. mentre era in silenzio pare non abbia mai smesso di scrviere. vedremo.

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  12. E se fosse un forziere pieno di un bel niente?
    Non mi stupirebbe. Sarebbe una cosa schifa, proprio da uno come Salinger.

    Nessuno sa che cosa contenga la cassaforte. E nessuno sa se c’è qualcosa dentro.

    Stando a Lathbury, il suo parere è che “i lavori che Salinger ha scritto nella sua casa di Cornish siano stati tutti conservati. Quei manoscritti fanno ora parte della sua successione e saranno dunque gestiti da chi è stato indicato nel testamento. Ma credo che nessuno sappia cosa c’è di preciso in quella cassaforte'”.

    Il mio omaggio:

    http://biogiannozzi.splinder.com/post/22151092/Holden+%28Salinger%29

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  13. Non ho mai considerato Salinger come scrittore, ho letto “il giovane Holden che avevo pressapoco la sua età e per me quel libro rimase il suo protagonista, che somigliava fastidiosamente a me.
    Sono infinitamente grato all’autore, sono felice di aver incontrato un libro che mi ha fatto conoscere un amico, un fratello, che mi ha permesso di condividere con lui le lunghe camminate, la solitudine sconcertante, l’insofferenza, che è stato così bravo da lasciarmi questo e non il ricordo di una grande scrittura.
    Lessi Franny e Zoey molto più tardi, e ritrovai una sorella, condivisi, e tutt’ora proseguo, la sua immersione nell’esicasmo, sorvolai sul ripensamento finale, così letterario in fondo, non mi piacque che lei smettesse, anche se credo che nel cuore di Salinger aveva scavato un posto fondamentale, cocciuto come un asino e troppo intelligente per la sua età, o per la sua era, si ritirò senza compromessi, e anche se è perchè non aveva più nulla da dire, è comunque ammirevole, facessero così tutti quelli che si trovano in quella condizione si stamperebbe ben poca carta.
    Ho letto qualche coccodrillo qua e là, e li ho trovati tutti piuttosto deludenti, come le domande che si fanno ad un ragazzo prodigio, mi hanno annoiato, il desiderio di seppellire uno scrittore scomodo, idolatrato e non amato, trapela comunque, ovunque, solo una citazione mi ha colpito, perchè mi ci sono di nuovo rispecchiato:

    “L’8 dicembre 1980, Chapman si appostò davanti all’entrata della residenza di Lennon, il palazzo The Dakota in Central Park a Manhattan (New York City). Quando il musicista uscì di casa, Chapman gli strinse la mano e si fece fare un autografo sulla copertina dell’ultimo album di Lennon, Double Fantasy.
    Quindi, Chapman rimase sul posto per altre 4 ore in attesa. Alle 22:50, vedendo Lennon che rientrava insieme alla moglie Yoko Ono, Chapman lo chiamò, disse «Mr. Lennon!» e poi gli esplose contro cinque colpi di pistola. Quattro dei proiettili colpirono Lennon e uno di questi trapassò l’aorta; Lennon fece in tempo a fare ancora qualche passo mormorando «Mi hanno sparato» prima di stramazzare al suolo.
    Al momento dell’omicidio, Chapman aveva con sé una copia de Il giovane Holden. Dopo aver sparato, rimase impassibile sulla scena del crimine, tirò fuori la sua copia del libro e si mise a leggere fino all’arrivo della polizia.
    Chapman venne arrestato senza opporre resistenza. Tre ore dopo il suo arresto, Chapman affermò: «Sono sicuro che una grossa parte di me sia Holden Caulfield…».*”

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  14. L’ho sempre considerato un buon libro e non un grande libro, però il discorso sugli epigoni che fa Scurati è giusto, e allora mi domando se l’HOLDEN non sia davvero un capolavoro. Il problema infatti non è avere tanti imitatori, ma tanti imitatori che non riescono a imitarti: quello è segno certo d’una tua originalità possente e inafferrabile.

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  15. Inevitabilmente, a tutti quelli che gli chiedevano perchè non scrivesse più dopo quel portentoso “Pedro Pàramo”, Juan Rulfo rispondeva laconicamente: ” Purtroppo è morto zio Celerino, quello che mi raccontava le storie”. Non sappiamo se anche J.D. Salinger ( inutile qui elencare le opere stracitate nelle paginate dei ‘coccodrilli’ mediatici o aggiungere che chi scrive preferiva senz’altro i racconti al romanzo) avesse anche lui uno zio che gli raccontava le storie, magari prematuramente scomparso, come quello di Rulfo. Sappiamo però la data di pubblicazione dei suoi ultimi testi sul settimanale “New Yorker”, il 19 giugno 1965. Da quel momento, un silenzio claustrale lo ha avvolto, riempito vanamente dagli assordanti e sterili rumours di chi non si rassegnava al fatto che, in un mondo di pubblicatori che non sanno scrivere, ci fosse qualcuno che volesse scrivere senza pubblicare: “Non pubblicare mi dà una meravigliosa tranquillità…Mi piace scrivere. Amo scrivere. Ma scrivo solo per me stesso e per mio piacere.” Perchè in fondo c’è una grande differenza fra essere nel mondo ed essere del mondo. Lo sapevano bene le sue matite rosse e blu, quelle con le quali sembra annotasse gli scritti pronti per l’uscita nel mondo e quelli destinati all’oblio. .

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