Salvatore Giordano, Sizilianische Weltanschauungen

A Piazza Armerina, nella cornice conviviale del Red Coffee (a due passi dalla rotonda di Santa Croce), venerdì 29 gennaio 2010 alle 17,30 sarà presentato Sizilianische Weltanschauungen di Salvatore Giordano. Ad animare la discussione fra l’autore e il pubblico saranno lo scrittore Mauro Mirci e il critico Benedetto Trigona. Ne presento qualche brano per i lettori de lapoesiaelospirito.

Il terremoto

La governante aveva la voce di una qualunque perpetua e anche gli stessi modi spicci. Emanava un profumo che era, pressappoco, quello d’una cattedrale d’oriente nei giorni di festa: incenso, cera, garofano e chissà quante e quali altre spezie o fragranze. Ora che ci vado pensando, non mancavano il gelsomino, i petali di rosa e un vago sentore del fiore d’acacia bianca. Richiamava alle mie narici pure il profumo della pasqua e, persino, quello di certe calde giornate di maggio. Il misterioso effluvio odoroso intonava una sinfonia che accompagnava ogni movimento dell’enigmatica donna. Dall’abito — tutto svolazzi — di candido pizzo, l’avreste presa per una ballerina classica o, a conti fatti, per una smilza figurante di melodramma che con quella voce inamidata non poteva certo essere una cantante. «Magari non è la governante, ma per l’appunto, la sorella del prelato. Forse neanche la sorella. Chissà?», pensai nella brevissima successione di istanti che ebbi a disposizione.

Non feci, però, in tempo a cucirle addosso la parte più consona al suo aspetto che l’impalpabile figura femminile era già scomparsa: ne sentii risuonare la voce poco oltre la soglia del vestibolo. Una voce aggraziata, pur se lievemente stonata, di donna longilinea.
«Quello studente del terremoto», disse senza fermarsi e proseguendo per la sua rotta lungo il corridoio.

Immaginai il portamento della snella figura dissolversi dietro chissà quale altra porta, in direzione di una stanza calda e profumata dove si sarebbe arrestato il fruscio prodotto dall’ampia veste che indossava. Una veste che si stringeva sui fianchi, si allungava fino alle magre caviglie e si apriva con balze intorno al collo e con volant mobilissimi che si agitavano vicino ai polsi.

Nel contempo, la fisionomia austera del teologo attraversò l’antica vetrata della porta a doppio battente e si stagliò di fronte a me. Il nero del suo abito contrastava con la sciarpa che gli cingeva il collo: ancor più bianca della veste di pizzo appena scomparsa dalla mia vista. La faccia paonazza, tutta striata di venature scarlatte, era l’esatto opposto del colorito esangue che mi aveva impressionato nella tale che mi aveva aperto la porta. Chissà per quale arcana ragione mi curavo di quei particolari… Smisi, però, — e con immediatezza — di chiedermi se fosse peggio il pallore della prima apparizione o se un presagio ancor più sinistro si nascondesse dietro l’aspetto troppo rosso del prete, violaceo in viso come l’incenso a Quaresima.

Poggiando la pipa, senza spegnerla, sopra una mensola di legno scurissimo, don Italo mi accolse cerimonioso in casa sua nella tarda mattinata del lunedì. Benché mancasse poco a dicembre, i raggi del sole invadevano quella fredda sala di una luce calda che, riflessa su ogni angolo, ne ravvivava la prospettiva. Mi parve di buon auspicio. L’aspetto dello stanzone, tuttavia, rimaneva grigio lo stesso a causa del tetro colore degli arredi e per via dello sfavillio senz’anima riflesso dall’argenteria disseminata dappertutto: neanche a ferragosto il sole l’avrebbe spuntata su quell’atmosfera plumbea. Chi sarebbe mai riuscito nella disperata impresa di accendere un tocco di vitalità in quell’ambiente incorruttibile e inaccessibile all’allegria?

Sono certo che mi mostrai impacciato, soprattutto nel momento che strinsi la mano al padrone di casa: avevo equivocato il suo gesto che indicava la poltrona con la mano tesa come se me la stesse porgendo.
Arrossii.
La sua faccia mi diceva senza sottintesi: «Tutti a me gli imbranati!».
Gli parlai deciso, privo di ogni balbettio. La sua espressione non cambiava e le spesse lenti — sorrette da massicci occhiali di tartaruga — ingigantivano lo sbigottimento che gli occhi esprimevano.
A dispetto di quel che potevo vedere, le mie orecchie sentivano una voce carezzevole che mi lusingava e mi ringraziava. L’Opera Universitaria, di cui don Italo era il direttore, avrebbe messo a mia disposizione ogni sorta di ben di dio perché con altri volontari, tutti studenti, portassi soccorso alle popolazioni terremotate…

* * *

Il ragazzo del terremoto

Me lo ritrovai in casa senza né come né che. Non appena la mia ragazza alla pari gli aveva aperto la porta, era corsa a chiamarmi: trovai lui, così, ancora a bocca aperta e con gli occhi spalancati. Sembrava stesse inseguendo con furtivo sguardo incantato la mia ospite che, per discrezione, si affrettava a ritirarsi nella sua stanza. Lo colsi sul fatto: ne annusava il profumo, quel particolare profumo orientale che tanto inebriava pure me, e mi sembrò che il ragazzo ascoltasse risuonare il fruscio caratteristico delle vesti svolazzanti anche dopo che la mia bella ospite si sottrasse alla nostra vista. Ebbi l’impressione che l’apparizione della donna sulla scena e il suo rapido passaggio avessero prodotto nell’intimo del nuovo venuto un’eco profonda, difficile da decifrare e, ancor più, incontenibile: mi sembrò, infatti, gli risultasse impossibile tenere a freno e debitamente nascosta la premura che lo pressava, come le convenienze — e, forse, le sue stesse intenzioni — gli suggerivano.
«Che sfrontato!».
Non saprei individuare quale fosse stata la precisa ragione, ma mi risentii per quell’atteggiamento che giudicai irriguardoso e oltremodo irritante.

Forse, però, si rese conto subito che mi ero seccato, se, non appena attraversai la vetrata istoriata della porta a doppio battente e mi parai di fronte a lui nel vestibolo, rimase impalato come un piccione infreddolito appena entrato in chiesa attraverso una falla del campanile. Era pallido da far paura, eppure aveva due guance in fiamme, non capivo se per il contrasto tra il freddo intenso della strada e l’improvviso calore della mia casa o per un motivo che potevo immaginare e che, pur immaginandolo, non potevo esprimere chiaro e tondo.
(Un motivo che giustificava, a buon diritto, la sua sensazione di percepirsi come un intruso.)
Ma, a stimare dal sole che penetrava attraverso la finestra, fuori non c’era poi un gran freddo…
Le gote del mio giovane ospite, allora, s’imporporavano di un rossore emotivo.
«Meglio timido che sfrontato!», mi dissi in cuor mio, risollevandomi, ma non ancora tanto rasserenato da pentirmi per averlo mal giudicato un istante prima.
Nondimeno, sospesi ogni giudizio e mi predisposi ad ascoltarlo.

Non mi muoveva il malanimo e non trovai un solo motivo per negargli la mia simpatia. Dopotutto non potevo scagliare la prima pietra, essendo soggetto io stesso alle debolezze umane che riscontravo nel giovane di fronte a me. Gli concessi, inoltre, l’attenuante della giovane età. Poggiai, allora, la pipa sopra la solita mensola di legno refrattario, ma mi dimenticai di spegnerla, e, alla buona, nella tarda mattinata del lunedì, accolsi in casa mia il ragazzo del terremoto.
A dispetto del calendario secondo il quale mancava poco a dicembre, i raggi del sole invadevano il salotto, solitamente freddo, della mia vetusta dimora di una luce calda che si diffondeva, senza sfarzo — era pur sempre un sole che stava per soccombere all’inverno! —, in ogni angolo e ne rallegrava la percezione.

Il ragazzo, intanto, si guardava intorno, sempre più intimorito e di ritrovarsi in mia presenza e di trovarcisi in un ambiente che non avvertiva come accogliente.
Doveva fargli una certa impressione mostrarsi al cospetto di un teologo, e per di più autorevole, o era in allarme per il potere che rappresentavo all’interno dell’università?
Come se volesse sciogliere la tensione che lo attanagliava, si sbottonò l’eskimo verde oliva, ne abbassò la lunga cerniera allentando, così, la fodera interna di finta pelle d’agnello e si slacciò l’ampia sciarpa di lana color avana che mani amorevoli dovevano avergli intrecciato all’uncinetto.
Sembrava tendersi e distendersi nello sforzo di individuare parole che non trovava.
Ma quali sono mai le parole giuste?

Cercai — inutilmente — di metterlo a proprio agio e lo incoraggiai a rompere il ghiaccio, indicandogli la poltrona sulla quale accomodarsi. Equivocò il mio gesto e mi strinse la mano, diventando rosso — per il granchio che aveva preso — al pari, o forse più, di un peperoncino sulla pianta alla fine d’agosto. Nell’arrossire, le guance gli si erano sbiancate, ma ogni altra parte del volto, fronte, orecchie, mento, naso, si era arroventata: come nelle mani di un fabbro alla forgia, il ferro diventa bianco nel punto più caldo e si arrossa tutt’intorno, così sembrava stesse succedendo a ogni lembo visibile della pelle di quel ragazzo maldestro.

Continuava a fissarmi in faccia, silenzioso e senza nascondere un’incauta alterigia, come se avesse voluto ammonirmi senza tanti sottintesi: «Sono io che mi abbasso al tuo livello di borghese potente, ma — sappiatelo tu e tutti gli altri baroni tuoi pari — non lo faccio per me!». La sua espressione aveva il piglio dignitoso di chi combatte per una causa che giudica sacrosanta ed è disposto a sacrificarsi per essa.

Gli sorrisi, falsamente cordiale, rivolgendogli mellifluo un bel risolino da prete, uno di quei ghigni che possiedono la grande ambizione di spingere alla felicità e che si acquisiscono a contatto con le anime in pena: una pretesa che s’impara con un allenamento assiduo fin dagli anni del seminario.
Finalmente aprì bocca.
Non era la prima volta che la mia arte pretesca risolveva una questione. Quella che mi si prospettava era, però, ben più d’una schermaglia qualsiasi.
Dopo tanto tentennare, il ragazzo del terremoto parlò deciso, senza più il balbettio dell’incertezza che, tuttavia, continuava a soggiornare nell’esitazione dei suoi occhi. Contenni il mio sbigottimento e celai l’incredulità, rifugiandomi dietro le spesse lenti dei miei occhiali ben calcati sul naso, poi distolsi lo sguardo dal suo perché ebbi timore che, anzi, quelle mie lenti massicce ingigantissero il turbamento che i miei occhi esprimevano.

A dispetto di quel che pensavo del mio interlocutore, le mie parole sgorgarono ugualmente sincere e, con tono affettuoso e lusinghiero, gli offrii il mio sostegno e lo incitai a non perdersi d’animo.
Accolse la mia offerta di collaborazione alla stregua di una benedizione e ci ringraziammo a vicenda.
Si rassicurò, e si rallegrò, nell’apprendere che acconsentivo alle sue richieste: l’Opera Universitaria, di cui ero il direttore, gli avrebbe messo a disposizione ogni sorta di ben di dio perché con altri volontari, tutti studenti, portasse soccorso alle disgraziate popolazioni del terremoto.
«Che il nostro padre celeste ce la mandi buona!», esclamai alla ricerca di un suggello al nostro accordo.

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