Parla un cuore

Ehi, mi senti? Lo senti che ti sto parlando? Sono il tuo cuore e sto cercando da tempo di comunicare con te. Cuore nel senso anatomico, non l’anima o la coscienza o quello che s’intende di solito con questa parola.
Sono io, e vorrei che tu ora finalmente mi ascoltassi. Credo di averne diritto, visto il modo in cui mi hai trattato.

Io e te non siamo nati insieme. Ci siamo incontrati per lo strano gioco del destino, quando il tuo vero cuore, malato e sfinito per i tuoi stravizi, stava per abbandonarti. Io invece ero giovane e sano. Forte. Fino a poco prima scandivo il tempo senza stancarmi nel petto di un ragazzo di qualche anno più giovane di te.
Ci volevamo bene, io e il ragazzo. Lui mi trattava con cura, pur senza pensarci troppo, semplicemente perché amava la vita. Mi teneva in forma perché gli piaceva fare sport: correre, nuotare, giocare a calcio. In questo modo lui si divertiva e al contempo regolava la mia salute e il mio battito, che non faceva mai capricci. Poi, certo, ci pensavano le ragazze a sconvolgere il mio ritmo tranquillo. Quando ne incontrava una che gli piaceva il suo cervello, al quale ero strettamente collegato con una serie di abbracci chimici e neuronali, mi mandava un certo segnale e alè!: iniziavo una danza matta che dava il via ad una serie di piacevolissime conseguenze a catena.

Che brividi, che scosse!! Colpa dell’adrenalina e di tutta una serie di ormoni dispettosi che stuzzicavano anche me. Ma che piacere, però… Poi, finita la tempesta tornavo alla mia cadenza naturale, fino al nuovo innamoramento: la ginnastica migliore che ci sia, credimi.
Conoscevo bene il ragazzo che mi ospitava, non parlo tanto per parlare. Ci eravamo formati insieme, giorno dopo giorno, in quei lunghi mesi immersi nel liquido buio, e credevamo di essere così indissolubili che pure insieme, il più tardi possibile, avremmo detto addio al mondo.
Vai a immaginarlo che non sarebbe stato così.

Conoscevo i suoi pensieri, tramite quel collegamento un po’ magico con il cervello e quel quid che nessuno sa ancora cos’è, ma che tutti chiamano anima. Qualcuno, come dicevo, confonde questa con me, e io stesso alle volte mi domando se non siamo davvero un’unica cosa. Ma questo è un altro discorso. Ciò che mi premeva spiegarti è che io conoscevo l’allegria e la voglia di vivere, la sensibilità e la generosità di quel giovane uomo. Io ero lui, capisci?

No, non so se mi capisci.
Tu un rapporto col tuo cuore non lo hai mai avuto. Se non per strapazzarlo fino a farlo morire.
Me lo ha detto lui, quando ci siamo incontrati, per un attimo solo, in sala operatoria. Era enorme, sfigurato e sfiancato da una vita senza regole all’impronta di ogni vizio: alcool, soprattutto, e fumo. E accidia. Non eri cattivo, mi disse disperato il tuo cuore prima di morire, eri fatto così. Ha cercato fino all’ultima sua contrazione di difendere te e la tua sconsideratezza, che è stata alla base, pur se con una buona dose di sfortuna, della malattia che lo ha lentamente distrutto. E mi disse anche: “Te lo affido, ora è tuo. Aiutalo tu.”

Così io non ho potuto nemmeno piangere il mio amico, il mio me stesso, perché già investito di una responsabilità enorme: far vivere te.
Lui non era già più mio. Io non ero già più lui.
Ora ero te.

Quella maledetta sera me la ricordo molto bene. Ricordo come ad un tratto mi sentii impazzire di paura e cominciai a martellare violentemente. Durò così poco, il tempo di un impatto mortale. Un’auto contro il mio giovane amico, praticamente sulla soglia di casa. Lui la vide arrivare e mi trasmise l’immagine assurda che provocò in me, in lui, quegli istanti di terrore, ma non ebbe il tempo di pensare a spostarsi che già stava volando, stavamo volando in due. E all’atterraggio non ebbi più la percezione del contatto con il cervello del mio amico. Spezzato in due.
Mi sembrò di percepire però la sua anima. Almeno credo, perché a questo punto i ricordi si accavallano e si confondono. Attimi convulsi, confusione, le cose che cambiavano così in fretta… Avvertivo un’eco lontana. Forse era lei: l’ultimo legame che mi teneva ancorato al mio amico, e che, lo sentivo, non voleva lasciare né lui né me.
È tutto così confuso e complicato da spiegarti. Lo so che non ti interessa nemmeno, ma io invece vorrei che tu conosca queste cose. Che tu capisca cos’è stato per me, mentre percepivo l’assenza del legame materiale con il mio amico, mentre il dolore era così grande che anche io volevo smettere di ritmare con tanta ostinazione per poter piangere la sua perdita, la nostra perdita, che tu capisca cos’è stato sentire invece la sua voce, la sua anima, incitarmi a resistere. Ancora un po’.
E poi di colpo mi hanno preso, reciso come un fiore in un prato, messo nel freddo e infine… ricucito dentro te. Nello stesso istante il cui il tuo cuore, reciso anch’esso, ma senza cura, ti ha affidato a me.

Nei primissimi istanti a contatto con te ero così frastornato, così indeciso, che sembravo morto anche io. Tolto dal contenitore freddo mi avevano reimpiantato in una culla familiare eppure estranea. Il torace di un uomo è, grosso modo, uguale da individuo a individuo, l’anatomia è quella. Però c’era differenza fra il tuo e quello del mio amico.
Io lo sentivo che non ero a casa. Il dolore mi annientava. Per qualche secondo mi sono rifiutato di rimettermi in marcia. Mi sentivo sguardi addosso, ansia e incitamento. Coraggio, vai!, mi dicevano. Ho ripensato al mio amico e al tuo cuore, morti entrambi, e allora ho sentito il tuo sangue fluire in me, e sono andato, per onorare entrambi, ho ripreso il mio lavoro di sempre, quella marcia che in fondo non cambiava, anche se tutto era cambiato.

Dopo qualche tempo di spaesamento mi sono adattato a te. Aspettavo di sentire la stessa sinergia che avevo col mio amico, aspettavo di avvertirla vibrare spontanea fra me, il tuo cervello e la tua anima. Ma non succedeva. Non c’era niente fra me e te.
Eppure ci avevano definiti compatibili.
Però sono stato un bravo soldatino. Svolgevo il mio lavoro con impegno ed energia. Pompavo sangue a pieno ritmo, un ritmo sano, ti restituivo la vita. Anzi, era stato il mio amico a regalartela, rinunciando, suo malgrado, alla sua, ad un futuro che in un attimo non è stato più.
È per questo suo sacrificio che mi sono fatto un puntiglio di andare avanti. E per la promessa strappatami dal tuo vecchio cuore in punto di morte.

C’eri tu, adesso, per me.
E c’ero io, in qualche modo, per te.
Ma non eravamo una squadra.

Non erano più lo sport o le ragazze a mantenermi allegramente in funzione, ma un sacco di medicine. E pazienza. Tu non eri così giovane e dovevi anche riguardarti di più. Trattarmi con i guanti bianchi, con la delicatezza che si usa per non sciupare i petali di una rosa. Ero un ospite di riguardo a tua disposizione, dovevamo solo cercare di andare d’accordo.

Sembrò funzionare. Tu eri rifiorito, in un’età ancora preziosa per un uomo, conoscevi una seconda nascita. Io mi davo da fare. E una parvenza di vita normale, per un po’, l’abbiamo avuta.

Cosa è successo, dopo?
No, non cercare di evitarmi, non puoi, io sono dentro di te, fino a che ti risuono in petto devi darmi retta. Non so quanto questo durerà, sono quasi alla fine. Tu mi stai uccidendo.

Hai smesso di prendere i farmaci, consapevole di cosa questo significasse. Hai ripreso la vita sregolata di prima, fregandotene di te, di me, di tutte le persone che ti sono state vicine, che ti hanno aiutato a vivere la tua seconda opportunità. Hai ripreso a ubriacarti, ad abbrutirti, hai cercato un paradiso artificiale senza accorgerti che eri già nel paradiso, scampando alla morte quando scampo non ne avevi.

Cosa è successo?
Sapevi bene che il tuo farti del male avrebbe fatto del male a me. Te lo hanno spiegato mille volte prima e dopo l’intervento.
La realtà è che tu volevi uccidermi. Con intenzione. Eri al corrente di cosa significava abbandonare le terapie, smettere i guanti bianchi. Significava morire, io e te.

Mi chiedo se questa idea del suicidio non fosse già latente in te quando hai scelto di mandare a fottersi tutte le regole che ti erano state raccomandate. Se è così, perché mi hai accettato?
E perché, semplicemente, se volevi farla finita, non hai scelto un modo più veloce e sicuro e senza sofferenza? Che so: buttarsi da un ponte, asfissiarsi col gas dell’auto, gettarsi sotto un treno… e tanti altri. Che senso ha aspettare consci una lunga e difficile, ma inevitabile fine? Quella che tu hai scelto rinunciando alle medicine e alla cura di te.

Non ti sei mai voluto bene.
Non saprei dire perché. Ho visto solo gente che aveva tanta voglia di aiutarti, che ha fatto di tutto per garantirti affetto

Il libero arbitrio di un uomo consiste anche nello scegliere come vivere e, potendo, perfino come morire. Non contesto questo, sebbene devo per forza pensare che il mio amico non ha avuto la stessa possibilità di scelta. Né metto in discussione il modo in cui hai vissuto prima di me.
Ma ora… ora ti parlo per la mia stessa sopravvivenza, che di per sé è poca cosa, ma non riguarda solo me e te. C’è di mezzo il ricordo di una giovane vita spezzata, un atto estremo di generosità che meriterebbe più rispetto e riconoscenza di quanto tu dimostri. So che sono possibili, l’ho visto in storie simili alla nostra.
Guardami ora, se puoi, attraverso tutti gli esami clinici che ci hanno fatto arrivati a questo punto. Non sono più lo stesso. Somiglio così tanto, ormai al tuo vecchio cuore. Presto sarò inutile e inutilizzabile. Non ce la faccio più.
Era questo che volevi, lo so. Tu non mi hai mai accettato, non ci hai nemmeno provato. La tua passività rispecchia il buio della tua mente, l’inconsapevolezza del grande dono che il mio amico ti ha fatto.
Sei riuscito a rendere inutile la sua morte, la tua seconda vita, il mio volenteroso lavoro, l’affetto e le attenzioni di decine di persone.
Anche questo fa parte del tuo libero arbitrio. Ma quanta tristezza causa la tua scelta.
Non durerò a lungo.
Volevi uccidermi e ci stai riuscendo.
Volevi ucciderti, senza neppure capirlo, e ci stai riuscendo nel modo peggiore.
Io non potrò più essere utile a nessuno. Tutto è stato vano.

Chissà se quando tutto sarà finito, quando, come dicono, i corpi ritorneranno, io ritroverò il torace, il cervello e l’anima del mio giovane amico.
Lo spero tanto.

4 pensieri su “Parla un cuore

  1. “hai cercato un paradiso artificiale senza accorgerti che eri già nel paradiso, scampando alla morte quando scampo non ne avevi.”

    Cara Ramona,
    forse il punto è che, malgrado le illusioni degli uni e la buona fede e la generosità degli altri, almeno in generale la soluzione non può essere questa.
    Grazie comunque e un saluto,
    Roberto

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  2. Ciao Roberto. Intendi dire che forse sarebbe meglio evitare di scampare alla morte mediante l’utilizzo della parte di un altro essere come noi? E accettare la nostra fine quando arriva?
    Non so che dirti.
    L’argomento trapianto, per me che vivo nella sanità, è molto complesso e dilaniante. Ovviamente parlo per me stessa, non per tutto l’ambiente.

    Si può discutere, come sempre, sulle possibilità che la scienza offre per prolungare o “migliorare” la nostra esistenza, se sia lecito o no usare certi mezzi. Può darsi che l’evoluzione della scienza e della tecnologia sia inevitabile come l’evoluzione della stessa razza umana, e in ultima potrebbe essere intesa come dono di Dio.
    Non lo so.

    Al momento abbiamo questa arma del trapianto per combattere malattie mortali, in attesa che studi e ricerche ci offrano qualcosa di meglio del sacrificio umano per sconfiggerle.
    Credo che sia difficilissimo sia accettare di donare che accettare di ricevere. Io stessa non ho mai saputo prendere una decisione in merito, né per me né per i miei cari, a causa della mia componente razionale e di quella morale, così spesso in conflitto fra loro. E anche io dubito molto che questa sia la soluzione ideale. Ma questa abbiamo, per ora.

    In questo resoconto, comunque, siamo già al di là di una decisione, presa con estrema consapevolezza di tutti. Quello che volevo sottolineare è che sì siamo liberi di scegliere, ma che una volta scelto, abbiamo il dovere morale di seguire una certa condotta. Perchè quello che ci viene regalato non è che si trovi su una bancarella, è il prezzo di una vita, e se non siamo pronti ad accettarlo, potremmo passarlo ad altri.
    Ripeto, solo perchè al momento è questo che abbiamo e con questo dobbiamo fare i conti.
    Quando ci regaleranno un cuore artificiale prodotto in serie, il monologo di questo cuore maltrattato non avrà più ragione di essere, in quanto avrà seguito il suo primo, giovane amico nella sua precoce fine.

    Ti abbraccio e grazie per la riflessione.
    Speravo che l’argomento interessasse più persone, ma forse si ha ancora paura di ragionarci. Come è per me.
    Ciao, buona giornata.

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  3. Cara Ramona,
    grazie della tua risposta, che condivido in parte. Certo i limiti della nostra etica non devono coincidere con quelli della nostra tecnologia (semmai, ma per qualcuno sarà eccessivo, potrebbe valere il contrario).
    E soprattutto non sono convinto che scampare alla morte quando scampo non si ha, significhi automaticamente essere già in paradiso; anche se esprimo questa opinione a freddo, senza esperienza diretta, e so bene che un domani mi potrebbe accadere di smentirmi anche su questo.
    Ciao, buona giornata anche a te,
    Roberto

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  4. Caro Roberto, capisco cosa vuoi dire.
    In effetti ho parlato di paradiso un po’ a sproposito, ma quello che volevo far capire era che se questa vita è un dono, e ci viene regalata due volte, dovremmo considerare lei ben più che una fortuna, e noi come facenti parte di un ristretto paradiso di eletti, rispetto a chi questa opportunità non ce l’ha.
    Rimangono poi tutte le considerazioni etiche a cui abbiamo solo accennato.

    Grazie del confronto.
    Alla prossima!

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