Ennio Abate, Per Michele Ranchetti

Nel secondo anniversario della morte di Michele Ranchetti (Milano, 1925 – Firenze, 2 febbraio 2008), propongo una discussione sviluppatasi a partire da una vecchia intervista di Ennio Abate a Michele Ranchetti, che vede gli interventi di Fabio Milana e Costanzo Preve. Il tutto mi pare esemplifichi la vastità delle questioni poste dalla ricerca di Ranchetti. Ricordo che dello stesso è appena uscito il volume postumo Scritti diversi. Vol. 4: Ulteriori e ultimi (2000-2008), curato da Fabio Milana.

Ripensando a Non c’è più religione di Michele Ranchetti
di Ennio Abate

Nel 2005 andai a Firenze e feci una lunga intervista a Michele Ranchetti sul suo Non c’è più religione (Garzanti, Milano) 2003. La si può leggere sul n. zero (maggio 2005) di Poliscritture o sul sito http://www.poliscritture.it. Il filo conduttore delle mie domande partì da una istintiva reazione alla lettura del libro, che potrei così riassumere: bisognerebbe scrivere, a completamento, un Non c’è più comunismo altrettanto rigoroso e appassionato. Ho chiesto per il n. 6 della rivista dei brevi commenti ad alcuni interlocutori. Mi hanno risposto Fabio Milana e Costanzo Preve.

1. Nota di Ennio Abate alla sua intevista a Michele Ranchetti

Ho voluto cioè confrontarmi con questo libro e poi porre direttamente al suo autore una serie di domande legate strettamente ad esperienze che credo siano state comuni alla generazione cresciuta nell’immediato dopoguerra. Sono, infatti, uno dei tanti – suppongo – che, segnato nella sua infanzia e prima adolescenza dal cattolicesimo (certo con differenze di età, di ceto e di formazione di una certa rilevanza rispetto a Ranchetti, ma non tali da occultarmi la sostanziale continuità dell’ideologia e della pratica dell’Azione Cattolica dei suoi tempi con quelle a me riproposte tra anni Quaranta e Cinquanta, in parrocchia, a Salerno), se ne è staccato; e ha preso parte a esperienze di vita e poi di lotta sociale e politica non solo in contrasto con l’insegnamento cattolico, ma decisamente spostate in partibus infidelium e nutrite di idee illuministe e marxiane, circolate ampiamente da noi attorno al ’68 e per buona parte degli anni Settanta e tendenti ad oltrepassare il terreno religioso o a “materializzarlo” in senso più o meno blochiano.

La lettura di questo e di altri libri di Ranchetti mi ha dato, a distanza di tanti anni, la percezione dell’esistenza di una possibilità nella mia giovinezza del tutto insospettata: quella di una critica radicale al cattolicesimo restando cristiani. Nel mio ambiente e in quel periodo ogni ipotesi “protestante” o di dissidenza dall’interno fu per me inesistente. Adesso la ritrovo nell’esperienza di Ranchetti.

L’insofferenza per l’istituzione cattolica in lui si è fatta critica intellettuale e ha spinto me ad una rottura soprattutto fisica con quel mondo e a deviare o a trasformare quel «senso religioso della vita» in direzione più “estremiste” delle sue.

Questo mi permette di interrogare il suo percorso e il mio con uno sguardo che direi strabico, incalzandolo anche sui suoi “limiti”.

La mia insistenza su alcune domande invece di altre ha radici, dunque, in questo mio doppio percorso. Esse forse – come mi ha fatto notare lo stesso Ranchetti – non corrispondono alle sue domande. L’ipotesi, ad esempio, della relazione fra crisi del comunismo e crisi del cristianesimo non so quanto sia, in effetti, interessante dal punto di vista che ha caratterizzato per una vita la sua ricerca o alla luce dell’interrogativo di Illich che oggi l’assilla.

Non so neppure quanto possa suscitare interesse in altri. Tuttavia mi è piaciuto sondare il suo pensiero su questioni che fino a tempi recenti potevano essere considerate nostre, e cioè di una certa area culturale e politica di “sinistra” che quantomeno ha parlato o (in qualche sua residua componente) ancora parla di comunismo.

Ovviamente che la lettura di Non c’è più religione mi abbia suggerito la necessità di disporre di un Non c’è più comunismo dipende dal fatto che non credo che un libro del genere ci sia già.

Oltre il Novecento di Revelli si limita – credo – a esorcizzare la parte sanguinolenta di quel fantasma storico e Impero o Moltitudine di Hardt e Negri anticipano fin troppo, teleologicamente, un miraggio gioioso e moltitudinario di neocomunismo, sottovalutando la morsa presente di guerre, precariati permanenti, tsunami e altri disastri umani e ambientali.

Mi sono chiesto anche se forse non sia troppo paradossale pretendere che un libro lucido e spietato su «istituzione e verità nel cattolicesimo italiano del Novecento», argomenti che parrebbero rivolti esclusivamente a cattolici o a credenti nell’aldilà, debba interessare “a sinistra”.

Eppure, al di là delle stesse intenzioni di Ranchetti e contro obiezioni che ho messo in preventivo, affaccio alcune mie provvisorie convinzioni:

1) il tentativo di Ranchetti di «ripristinare un’interrogazione religiosa nel senso più ampio del termine», offrendo alla discussione una serie di tesi fin dal primo numero de L’ospite ingrato del 1998, mi pare possa andare incontro a quelli compiuti per tutto il Novecento da minoranze dissidenti dai Partiti comunisti e socialisti, che hanno anch’esse cercato di ripristinare un’interrogazione politica nel senso più ampio del termine;

2) il libro, pur restando dentro la dimensione religiosa cristiana, contesta coraggiosamente e con solidissime argomentazioni teologiche e storiche l’autorità della chiesa cattolica, la cui secolare struttura gerarchica è matrice della pur laica «forma partito»; e la separazione fra sacerdozio e laicato, su cui Ranchetti tanto insiste, è il modello profondo di ogni separazione fra Stato e società civile, fra intellettuali e classe, fra politici (e rivoluzionari) di professione e movimenti;

3) se non è peregrina l’analogia tra cristianesimo e comunismo (e poi tra tentativi di riforma religiosa e tentativi “antirevisionisti”) va considerata anche quella tra crisi del cristianesimo, divenuto nell’Ottocento come Ranchetti documenta istituzione “totalitaria”, e crisi del comunismo, tradottosi nel Novecento prima in stalinismo e poi imploso;

4) per contrastare lo sfacelo teorico e ideologico nell’ultimo trentennio che ha colpito tutte le aree della sinistra (“storica” o “nuova” si diceva una volta) può essere utile affrontare la centralità indiscussa del modello-chiesa, così come accanitamente e lucidamente ha fatto nei suoi studi Ranchetti, specie in questo momento in cui gran parte della sinistra – come ha ricordato Massimo Cappitti in una delle pochissime recensioni che Non c’è più religione abbia ricevuto (in L’ospite ingrato, 2, 2003) – sembra allinearsi ossequiosamente alla chiesa, fino a ritenerla l’«unica istanza etica universale capace di parlare autorevolmente al mondo “globalizzato”»;

5) chi viene dalla storia della sinistra comunista più radicale si potrebbe però chiedere, ad esempio, che senso abbia partire dalla critica della chiesa fatta da Ranchetti invece che dalle tante critiche anarchiche fatte fin dall’inizio del movimento operaio alla forma-partito (da Bakunin a Rosa Luxemburg alla rivoluzione culturale cinese). Mi sono risposto: a queste critiche, sovente troppo fiduciosamente illuministiche, è sfuggito quasi sempre la presa sull’immaginario dell’aspetto sacrale del potere. Ed è stata, invece, proprio la chiesa – come fa notare Ranchetti nella coda dell’intervista – che in lunghi secoli, sottraendo il suo e l’altrui potere ad ogni interrogazione e intromissione sia dei suoi laici sia dei cosiddetti “eretici”, ne ha monopolizzato aspetti fondamentali, riverberando sugli altri poteri con cui mano mano si è alleata – dagli imperatori ai fascismi – l’aura della sua sacralità;

6) forse, se c’interrogassimo seriamente sul perché la “chiesa comunista” sia crollata e quella cattolica invece mantenga una sua presenza pervasiva (sia pur pervertita), dove sa perdonarsi e assolversi dei propri “errori” o esibire in modi spettacolari e fascinosi i suoi capi carismatici e può presentarsi oggi come «l’unico soggetto monopolista della storia e della verità» (Cappitti), dovremmo rispondere che quel suo oculato monopolio del suo Sacro le ha permesso di mantenere storicamente rapporti privilegiati di connivenza e di adattamento con altri gestori di un sacro degradato (fascismo e nazismo); e oggi anche col Capitale finanziario trionfante, dalla chiesa criticato per i suoi “eccessi materialistici”, ma mai disconosciuto e tantomeno scomunicato, come capitò al comunismo da parte di Pio XII. Mentre il comunismo staliniano non seppe andare oltre un certo rozzo culto della personalità;

7) dovremmo poi chiederci anche perché sia stata possibile questa connivenza (quasi logica, come dimostra Ranchetti per i rapporti fra Chiesa cattolica e fascismo). O, altrimenti, perché sia sempre stata più facile l’«alleanza tra trono ed altare» e così ardua quella fra cristianesimo e comunismo;

8) sarebbe da reintrodurre poi, accanto alla critica di Ranchetti, quella al Capitale, il grande innominato del suo libro. (Marx, se non sbaglio, è citato una sola volta, a pag. 79, parlando del tentativo di interpretarlo da parte dei cattolici di sinistra e nell’intervista egli chiarisce anche le ragioni concrete di quest’assenza nel suo pensiero);

9) e, infine, mi chiederei come si potrà spezzare questo monopolio totalitario della Chiesa, se tutta la memoria del tentativo del comunismo novecentesco è diventata oggi tabù. (Giovanni Paolo II, oltre che «incarnazione di un “primato che non riconosce errore”» è stato anche il “vincitore del comunismo”, e cioè di un’esperienza storica nella quale si era affacciata l’ipotesi che forse un senso religioso alla vita poteva anche non essere più necessario).

* * *

2. Commento di Fabio Milana

Caro Ennio,
provo a scrivere le seguenti parole, però alla grossa, perché le questioni che sollevi necessiterebbero di ben altro impegno, in vista di una riflessione che, d’altra parte, io non sarei in grado di condurre sensatamente in porto. Vedi poi tu l’uso che se ne può fare.

1) Intanto sul punto di partenza, Michele Ranchetti. Ora, il libro in discussione mostra a sufficienza quanto interno sia l’Autore – almeno su un piano psicologico, che vuol dire insieme affettivo e ragionativo – a quella Chiesa che nel libro demolisce. Qualunque cosa ne dica e maledica, egli non può prescinderne. Ci sono molti motivi, anche storico-biografici, per questo; e molte osservazioni concomitanti andrebbero fatte. Ma a me interessa ora stare solo alla cosa: dall’interno non può essere che così o il contrario di così, e in fondo io invidio e ammiro la capacità di indignarsi e denunciare che Michele (praticamente unico) ha conservato fino al suo ultimo giorno di vita, e che gli deriva appunto da quella radicale appartenenza. Dal di fuori è molto più facile capire, quanto alla Chiesa, che le cose stanno proprio così e insieme al contrario di così. Ma appunto, questo può vedere solo una ecclesiologia non credente, su cui mi imbarazza molto soffermarmi. E però purtroppo devo farlo un po’, se voglio rispondere alle tue domande.

2) Perché, ti chiedi al punto 6, la “chiesa comunista” ecc…? Per tanti motivi, probabilmente, che sfuggono al confronto con la Chiesa cattolica. Ma restando all’interno di questo confronto: appunto perché non ha saputo essere complexio oppositorum. E quindi, non ha saputo tollerare, ascoltare, valorizzare la dissidenza interna. La stessa risposta si applica alle eterne, nobili e inutili minoranze. Perché sono rimaste tali, o peggio che tali? Perché non hanno saputo obbedire.

3) La potenza simbolica della Chiesa di Roma: a) intanto non va esagerata, come tutti sappiamo purtroppo bene; b) ha quel monopolio che dici solo perché nessun altro più glielo contende; c) ma certo è buona parte di quel poco che ancora sussiste contro lo stato di cose presenti, se le riguardiamo davvero per sommi capi; in ogni caso: d) dipende esattamente da quella dualità o doppiezza o antiteticità che Michele deplora perché si colloca dall’interno, dicevamo, della contraddizione stessa; ma dall’esterno tale dualità manifesta l’estrema potenza del suo dispositivo, quella che la tiene in pista, diciamo, da mille anni.

4) Da mille anni, perché il punto di svolta sta nella riforma gregoriana, che estrapola con violenza la Chiesa dal contesto politico, cioè dai poteri mondani, la autonomizza, la istituisce su un diverso piano. Possiamo deplorare le alleanze tra il Trono e l’Altare solo perché le due cose si sono a un tratto e in modo cruento separate, creando – caso credo unico – la laicità occidentale (si devono a Paolo Prodi i contributi più importanti in materia). Ciò significa che la Chiesa – ma anche nell’intervista lo dite – è e non è “di questo mondo”. Non per caso e ogni tanto, ma proprio per sua costituzione. Hai in mente quale infinita riserva simbolica dischiude una posizione del genere?

5) Parto da questo tratto per nominare, senza illustrarle, tutte le altre paradossie dello stesso soggetto: soggetto storico, ma insieme escatologico; struttura di potere e oppressione, e insieme di servizio, di carità, di misericordia infinita benché per lo più invisibile e apparentemente inutile; struttura giuridica e gerarchica, e insieme comunità dei santi; insomma, Grande Inquisitore e memoria di Gesù assieme. Qualcuno suggerirebbe che queste contraddizioni ci sono nella Chiesa, perché ci sono in Dio (giustizia e misericordia esemplarmente, a meno di non separarle in due distinti dei come voleva Marcione).

6) Poteva la “chiesa comunista” assumere questi tratti, così come ne aveva derivato il modello, del “rivoluzionario di professione”? Onestamente io non lo credo, perché penso che tempi, necessità, leggi della politica siano altra cosa. Però una riflessione, diciamo, “teologico-politica” si impone, per capire un po’ meglio e magari avvalersi di qualche insegnamento. Io non ne sono capace, e questa non è la sede, però

7) qualcosa posso ripetere da fonte autorevole. E allora: a) rendersi conto che la dialettica sacro/profano e laico/non laico è istitutiva della nostra civiltà, e va difesa continuamente dai due lati, non da uno solo, quale che sia, che sempre cerca – ma senza mai riuscirci fino in fondo, almeno finora – di mangiarsi l’altro; b) che in questo momento la parte in sofferenza qui in Europa è proprio il sacro – altro che “ritorno…”! – e che occorre lavorare per tenere distinti i piani, aperta la contraddizione tra l’ora-qui-così e l’altrimenti dall’ora-qui-così; c) questo lavoro è il lavoro della profezia, che “è politica”, ha scritto Tronti, esattamente nella sua capacità di aprire concretamente la diversa prospettiva; d) “critica della democrazia” è l’annuncio profetico per i nostri giorni. Perché la democrazia è proprio quell’appiattimento delle due dimensioni in una sola.

8) E poi non cospargiamoci inutilmente il capo di cenere… quella memoria sarà diventata un tabù, “qui e ora”. Ma sappiamo già in prospettiva che il tentativo che il secolo XX ha fatto (tutto, semplicemente tutto ne dipende nel bene come nel male) resterà indimenticato negli annali della ancora lunga e forse eterna lotta degli oppressi contro i loro oppressori.

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3. Commento-intervento di Costanzo Preve

Caro Ennio Abate,
rispondo volentieri alla tua richiesta di un breve intervento di commento alla tua intervista a Michele Ranchetti per la tua rivista Poliscritture dedicata al tema Politica-Etica-Religione. Risponderò per brevità in modo un po’ apodittico numerato, per maggiore chiarezza verso il lettore… Prima, però, farò tre osservazioni preliminari.

1. In primo luogo, non ho mai letto il libro di Ranchetti Non c’è più religione, e quindi non devi aspettarti l’informazione necessaria. Mi limiterò perciò a quanto posso capire dall’intervista e dal tuo commento. In generale la mia conoscenza della letteratura critica del cristianesimo inquieto italiano è minima. Don Milani e la scuola di Barbiana. Giulio Girardi e la sua impostazione sul rapporto fra marxismo e cristianesimo. Sergio Quinzio attraverso la mediazione di un mio vero amico, Luca Grecchi. Le encicliche di Ratzinger. Poco altro.

In secondo luogo, questa mia relativa ignoranza sulla saggistica cristiana, ufficiale, eretica o inquieta, è dovuta alla mia estraneità biografica ed autobiografica radicale al cattolicesimo. Mi interessa moltissimo il cristianesimo primitivo e la vita di Gesù, e ci ho addirittura scritto un libro con Massimo Bontempelli. Ma sono del tutto estraneo al cattolicesimo italiano, non mi aspetto nulla da questo, e quindi non posso neppure essere inquieto o deluso. Per me il cattolicesimo è un dato esterno al mio mondo spirituale, come l’islamismo, l’ebraismo ed il buddismo.

In terzo luogo, questa mia radicale estraneità, paradossalmente, mi mette in grado di giudicare (forse) il cattolicesimo italiano meglio dei suoi amici clericali e dei suoi nemici laici e laicisti. Ma questo merita una considerazione specifica.

2. Personalmente, il profilo teologico e filosofico di Ratzinger, che non è il mio papa e pertanto non mi concerne, perché non è il pastore di un gregge in cui sono inserito, ma un dato esterno come il Patriarca Ortodosso di Mosca o il Dalai Lama, mi è più vicino di quanto lo siano altre forme di cultura politica presenti in Italia. Il profilo più odioso per me è quello degli ex-sessantottini pentiti, che hanno trasformato la loro elaborazione del lutto per il loro precedente operaismo sociologico fanatico in adesione all’ideologia bombardatrice dei diritti umani, finendo con l’ interpretare il contingente crollo dissolutivo del comunismo storico novecentesco (da non confondere con il comunismo utopico-scientifico di Marx – l’ossimoro è ovviamente intenzionale) come una prova provata della permanenza illimitata del capitalismo. Come potrei prendermela con Ratzinger in presenza di simili mostri?

Subito dopo viene il profilo, ai miei occhi orrendo e mostruoso, del giornale-partito “Repubblica” di Scalfari. Come potrei prenderrmela con il Berlusca e la sua corte di sicofanti, puttane e tifosi in presenza di uno Scalfari, un senza dio che chiama “laicismo” l’odio per la religione organizzata, che si crede la reincarnazione di Voltaire e sostiene l’abbattimento di un signore regolarmente eletto (non da me certamente, non voto dal 1992) attraverso l’uso politico-scandalistico incrociato di tre nobili categorie non elette da nessuno, cioè giornalisti, magistrati e puttane?

Terzo ed ultimo, viene il profilo culturale del baffetto ghignante D’Alema e di tutto il personale metamorficotrasformistico
PCI-PDS-DS-PD, riciclato in tempo reale da apparato burocratico-pedagogico della via italiana al socialismo in apparato mercenario di gestione politica per conto dell’impero USA, del sionismo e delle multinazionali, apparato che si è “inventato” un (inesistente) genocidio nel Kosovo 1999 per permettere l’insediamento geopolitico USA nei Balcani (camp Bondsteel, eccetera).

È evidente che di fronte a questi tre mostruosi mutanti un signore che parla con accento tedesco, che io non considero il mio papa ma solo un mio collega filosofo, e che sostiene l’esistenza della verita e della natura umana (su cui autonomamente concordo, in base non al catechismo cattolico, ma in base al trio Aristotele, Hegel e Marx), trova la mia totale approvazione. Che poi ci sia l’evoluzione darwiniana o il disegno intelligente (io propendo per la prima, ma non mi dà nessun fastidio il secondo), è qualcosa che non deve diventare l’ultima frontiera fra la Ragione e l’1rrazionalismo. Il giorno che la Ragione sarà incarnata da Vattimo, Flores d’Arcais, eccetera, passerò immediatamente al culto sciamanico della tartaruga.

3. Non vorrei essere scambiato per un teo-dem o un neo-con (nel significato francese del termine). Proprio al contrario. Mi fanno ridere anzi i teologi da salotto alla Vito Mancuso per cui il cristianesimo è à la carte e la fede si riduce a dare un senso esistenzialistico al mondo. Piuttosto di questi pasticci alla Massimo Cacciari preferisco le madonne che piangono, padre Pio e Bassolino che bacia la teca di San Gennaro. Se il cattolicesimo è ancora in piedi, lo è soltanto per la religiosità barocca dei semplici. Il modo più stupido di affrontare la secolarizzazione è l’auto-secolarizzazione. Anche se Ratzinger avesse capito una sola cosa, e cioè questa, avrebbe già il suo posto nella storia. Il fatto poi che scelga come interlocutori la fanatica anti-islamica Fallaci, il neoconvertito Magdi Allam, l’accademico confusionario Habermas, seppellitore dei francofortesi tanto migliori di lui, il dilettante Pera, eccetera, riguarda i limiti terribili dell’eurocentrismo carolingio-bavarese. Personalmente, non mi riguarda. Ho deciso da circa un ventennio che il laicismo nichilistico e relativistico alla Scalfari è quanto di peggio esiste nel panorama culturale, e non saranno certamente le minorenni e le puttane del sessuomane Berlusca a farmi cambiare idea.

4. Passando a qualcosa di più serio, affermo solennemente che non sono affatto d’accordo con il mantra di don Benedetto Croce, per cui non potremmo non dirci cristiani. Questa per me è un’opportunistica sciocchezza. A mio avviso, invece, possiamo tranquillamente dirci non cristiani. Mi spiace di mettermi così in compagnia dei positivisti atei Odifreddi e Turchetto (direttrice del giornale L’Ateo), e segnalo subito contro ogni possibile equivoco di preferire la metafisica platonico-aristotelica di Ratzinger al loro ridicolo neopositivismo scientistico, che per me è una superstizione simile al culto del maialetto sacro nelle Nuova Guinea (superstizione forse meno razionale, ma anche meno presuntuosa e supponente).

Se Croce intende dire che la nostra civiltà è intrisa da una lunga durata di elementi monoteistici cristiani, e quindi in una certa misura ci siamo tutti dentro, allora ha ovviamente ragione. Ma si tratta di una ovvia banalità. Il cristianesimo è qualcosa di molto specifico. Non tocca a me dire in poche righe quale sia l’essenza del cristianesimo, anche e soprattutto perché non mi considero cristiano io stesso (anche se sono stato battezzato cristiano, e preferirò certamente un rito funerario cristiano a dichiarazioni laico-massoniche o a cortei dalemiani con le bandiere rosse ed altri orrori ideologici del genere). Considero del tutto normale che, a fianco di documenti “ufficiali” cattolici, ortodossi e protestanti (in proposito, segnalo una mia moderata preferenza per l’ortodossia: niente papa occidentalistico, preti che si sposano, messi così al riparo dalla pedofilia, difesa delle comunità nazionali contro il multiculturalismo astratto USA), ogni cristiano scelga lui quale debba essere il cuore del cristianesimo. Se per gioco dovessi dire quello che lo sarebbe per me, se fossi credente, risponderei così: non credo a quella impossibilità fisica che è l’immortalità dell’anima e tantomeno alla resurrezione paolina dei corpi: non credo che il profeta ebraico rivoluzionario Gesù sia fisicamente uscito dal suo sepolcro; credo che la base teologica del cristianesimo sia la Trinità, che personalmente interpreto dialetticamente alla Hegel; credo che la sua base umana profonda sia la carità, per cui, anche ove mancasse la fede e la speranza, in fondo basterebbe la carità.

Non mi interessa fare il piccolo teologo dilettante fai-da-te, ma mi interessa che il lettore capisca il mio punto di vista. Rispetto le discussioni sulla creazione, l’incarnazione, il disegno intelligente, eccetera, ma il mio rispetto per la religione si basa soprattutto sulla carità basata sulla verità.

5. Non ho letto Ranchetti, ma mi sembra di capire che il suo cruccio ed il suo assillo sia stato tipico e comune a quello di molti cristiani inquieti: una chiesa presuntuosa, che si vuole docente ma non accetta di essere discente, che separa nettamente il sacerdozio dai semplici fedeli non sacerdoti; una chiesa che da Costantino in poi si è fatta potere politico, o almeno alleata ideologica del potere politico; una chiesa che non accetta il quadro laico del mondo moderno (per me laico è una buona parola, mentre laicista è una parola quasi peggiore di ”fascista”, che pure resta per me una cattiva parola), eccetera.

Si tratta di un punto di vista rispettabile, che però mi è estraneo come la letteratura birmana medioevale. Personalmente, credo che se il cristianesimo non si fosse precocemente organizzato con un sacerdozio, sarebbe sparito non in pochi secoli, ma in pochi decenni. Il politeismo greco non aveva bisogno di un sacerdozio organizzato e stabile, perché si basava su di una mitologia naturalistica, e non su libri sacri basati su di una rivelazione religiosa monoteistica. Volere il monoteismo trascendentale, e poi non volere un’organizzazione che ne garantisce la memoria storica del passato e l’interpretazione del presente, mi sembra une contraddizione in termini.

Su questo punto sono un seguace di Weber, e non di Marx. L’ateismo non mi interessa, in quanto oggi è ridotto ad una arroganza scientistica, che semplicemente sostituisce la geofisica e la paleontologia ai contenuti spirituali veicolati dalla religione. Non nascondo il mio orrore per Ruini, ma fra lui e Scalfari sceglierò sempre Ruini come male minore. E tuttavia Max Weber ha ragione: se una religione si ferma al suo momento iniziale messianico-escatologico-apocalittico, è destinata a sparire ed a rifluire in pochi decenni, per il semplice fatto che non esiste un Dio che possa fare da garanzia trascendente per la sua realizzazione storica e sociale; ma se una religione diventa una forma di razionalizzazione simbolica della vita quotidiana e della riproduzione comunitaria, allora può sopravvivere e continuare.

6. Personalmente non intendo lasciare equivoci. Sono un anticapitalista radicale e quindi un comunista nel senso di Marx. Capisco molto bene chi è cristiano indipendentemente dai dettami dellla burocrazia ecclesiastica. Chi è veramente cristiano lo è del tutto indipendentemente dalle eventuali porcate di pretoni, vescovoni, eccetera (uso il doppio linguaggio di Umberto Bossi e di Dario Fo). Eppure vi è una differenza radicale: il comunismo marxiano non è una fede, ma il risultato di un convincimento filosofico razionale (in breve: una teoria strutturalistica dei modi di produzione inserita in una filosofia idealistica ed universalistica della storia); il suo indubbio crollo dissolutivo, più endogeno che esogeno, fa sì che ogni sua “rifondazione” non può avvenire sulla base identitaria di una nicchia militante di antiberlusconiani che si credono marxiani, ma sulla base di una rifondazione globale di tutto il problema. Ne siamo lontanissimo. Per il momento, tutto è in mano di politicanti semianalfabeti e soprattutto di intellettuali postmoderni scemi.

Fra gli intellettuali di sinistra ed i preti non ho dubbi. Se paragono Asor Rosa (per cui il Berlusca è peggio del fascismo) e Ratzinger devo dire che non c’è partita.

7. Termino passando dal tema della religione al tema degli intellettuali, che ti so essere caro, in quanto il Franco Fortini da te amato e studiato (e da me personalmente ben conosciuto) è stato uno dei maggiori intellettuali italiani della seconda metà del Novecento (ma in fondo anche il tuo Ranchetti lo è stato). Mi consentirai di ”andare giù con l’accetta”, nel senso di semplificare, ma lo spazio è quelIo che è.

Se per “intellettuali” si intende in senso largo il gruppo di tutti coloro che si specializzano in attività simboliche, allora lo sono lo scriba egizio del Libro dei Morti, Socrate, Seneca, Agostino, Isidoro di Siviglia, il venerabile Beda, Dante Alighieri, Giordano Bruno, Voltaire, Marx, eccetera. Ma questa è la tipica hegeliana notte in cui tutte le vacche sono nere. Un concetto inutilizzabile per la sua stolida e tautologica genericità. Preferisco un concetto più limitato. Per me gli intellettuali, intesi come gruppo sociale specifico, non esistono prima dell’affare Dreyfus in Francia e non esistono (per ora) più dopo il triennio 1989-1991, fine del comunismo storico novecentesco. Comunismo che è finito a Mosca e Pechino, e non certamente nei salotti in cui il signor Magri parlava con la signora Rossanda, in cui non poteva finire, perché non era mai esistito. Personalmente, non sono un intellettuale, e considero uno spiacevole equivoco il sentirmelo dire. Non sono “organico” a nessuno, al di fuori di me stesso, e quindi non faccio parte di un gruppo specifico, come quello dei diabetici di cui faccio purtroppo parte). Oggi per intellettuali si intende esclusivamente un gruppo di Tuttologi Consentiti. Che significa tuttologi consentiti? Significa tuttologi con accesso ai mezzi di comunicazione di massa. Ma se possono avere accesso ai mezzi di comunicazione di massa, significa ipso facto che si tratta di giullari poco pericolosi, in quanto in caso contrario non vi avrebbero accesso.

Non si creda che si tratti di una concezione invidiosa (io infatti non ho personalmente accesso ai mezzi di comunicazione di massa, di centro, di destra, di sinistra, in alto, in basso, di lato, eccetera) o paranoica (la manipolazione ci circonda, aiuto, aiuto, è la fine del mondo, eccetera). Non si tratta di questo. Si tratta di una situazione oggettiva, in quanto gli intellettuali come gruppo sociale (e non esistono intellettuali al di fuori di una committenza sociale; al di fuori esistono persone colte, ricercatori, studiosi, eccetera) non possono più esistere in un quadro di falsa eternità del capitalismo. Può darsi che la situazione sia solo provvisoria. Ma per ora è così.

Ed ora, visto che si è parlato di religione, vi benedico caramente.

10 pensieri su “Ennio Abate, Per Michele Ranchetti

  1. Ho letto con interesse le riflessioni di Ennio Abate e i due interventi successivi. Penso che il “Non c’è più comunismo” lo abbia formulato a suo tempo Adorno, soprattuto con la “Dialettica negativa”, anche se il suo è stato un tentativo letteralmente radicale, non volto tanto a smitizzare il comunismo storico (smascherato con Horkheimer anche nella “Dialettica dell’illuminismo”), ma il potere identificante del pensiero in quanto tale. La postura critica di Adorno, come quella di Ranchetti, era del tutto interna all’oggetto in esame, e metteva capo a un paradossale tentativo di pensare contro il pensiero (parallelo al ranchettiano stare nella Chiesa contro la Chiesa). Questo è stato ciò a cui è giunto il marxismo critico, e concordo con Preve allorchè egli dice che Habermas si è affrettato a seppellire la contraddittorietà dialettica e critica del suo maestro. D’altra parte, nel momento in cui si giunge a criticare la propria mai dismessa appartenenza, poichè è essa nonostante tutto a fornirci gli strumenti e le motivazioni di una critica autentica, lo spettro del vivolo cieco, della strada sbarrata, diviene tangibile, reale, forse persino inevitabile. Adorno e Ranchetti ci hanno fatto vedere la necessità e insieme l’erroneità, se non il pervertimento (Illich) delle due chiese: quella cristiana e quella dell’illuminismo sotteso al progetto marxista. Probabilmente occorre davvero, come scrive Milana riprendendo Tronti, assumere un atteggiamento postumo rispetto al Novecento appena trascroso, e innestare sull’irrisolta dialettica degli opposti lo sguardo della profezia. L’unico sguardo ancora capace di aprire una prospettiva, con una consapevolezza, tuttavia, di cui solo l’esercizio della critica può dotarci.

    Andrea.

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  2. Riprenderò nei prossimi giorni il commento di Andrea.
    Per ora solo un appunto. E’strano o me lo dovevo aspettare che in un sito come LA POESIA E LO SPIRITO quasi nessuno si precipiti a dire un qualcosa su un poeta e uno che di spirito se ne intendeva come Ranchetti?
    Ahimé,Andrea, prima dei profeti, ci vogliono dei provocatori…

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  3. Ennio, Michele Ranchetti è poeta (a mio parere)grande e assai caro a me e ai redattori de LPELS, come credo testimoni il post dedicatogli nel 2008.
    Leggerò con la dovuta attenzione il tuo intervento. L’assenza dei commenti non attesta necessariamente una mancanza di interesse, ma la tirannia del tempo, specie in alcuni periodi, o la difficoltà di aggiungere/esprimere qualcosa di utile al/sul testo pubblicato.
    Giovanni

    https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/01/19/michele-ranchetti-poesie/

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  4. Ennio grazie per questa intervista ho apprezzato lo scritto in questo blog che offre spesso rari momenti di riflessione ,a proposito della ctritica tra poco metteranno il bavaglio anche ad internet e non so cosa riserverà questo futuro. Stasera forse sono pessimista… Un saluto

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  5. Caro Ennio, finalmente il sabato di riposo! E la possibilità di scrivere non troppo affrettatamente. Innanzitutto grazie. Sono lieto di aver proposto il tuo testo, che ha fornito l’occasione per ricordare l’anniversario della morte di Michele Ranchetti, molto amato dai redattori de lapoesiaelospirito, come ricordava Giovanni; e per riproporre alcune delle tematiche da lui affrontate in qualità di studioso delle religioni.

    Anche io conosco soprattutto il Ranchetti poeta e poco lo studioso di storia delle religioni e mi reputo inadeguato a intervenire nelle questioni da te sollevate. Posso dire però di aver trovato il tuo testo denso e ricco di spunti nel confronto ravvicinato comunismo-cristianesimo.

    Immagino che la critica di Ranchetti alla religione in “Non c’è più religione” rispecchi quanto egli dice in “Praevalebunt”, che invece ho letto. La critica di Ranchetti nel “Praevalebunt” è rivolta alla chiesa come apparato e potere mondano, sostenuto dal dogma dell’infallibilità. La stessa critica si può rivolgere al comunismo come partito-chiesa e stato totalitario: ambedue a difesa di una totalità che sacrifica l’individuo che in teoria si sarebbe voluto liberare. Proprio quando il comunismo si presenta come una religione e un sistema totalitario, smette di essere comunismo. Forse è il problema che sta alla base sia di tanti detrattori sia di tanto pensiero “comunista”.

    L’idea di socialismo è invece un’idea perenne, millenaria.

    E’ comune fare confusione tra Marx e marxismo come ideologia, tra il “socialismo scientifico”, le forme di socialismo realizzate e l’idea perenne di socialismo. Tanti equivoci sorgono insomma dal fare del marxismo un’ideologia, uno schema da anteporre ai fatti. A ciò hanno contribuito in modo determinante lo stalinismo e il modello di partito leninista: sono stati essi a scatenare sia la crisi del socialismo-religione sia la crisi del partito-chiesa. Non a caso, ambedue, chiusi a difesa di un nuovo potere.

    Invece Marx per me è stato un maestro di apertura. Mi ha portato a ripudiare gli assoluti in nome dell’individualità e delle differenze, a ripudiare l’ideologia come “falsa coscienza”, come egli la definisce, e a considerare il “socialismo scientifico” uno strumento di analisi della società. E per una critica della società mi pare ancora oggi imprescindibile il riferimento a Marx, ma non un marxismo assunto come ideologia e religione. Perché ciò non avvenga è necessario che la critica della società sia continuamente rinnovata.

    Come accennavo prima, forse è proprio la critica al “socialismo reale” ad aver indotto a parlare di “non c’è più comunismo”, e anche la difficoltà a effettuare un’analisi forte della società attuale. Ma questo appartiene alla sfera dei fatti, che via via si vanno facendo. Ed è un’opera molto difficile, non garantita da una tradizione rassicurante, da una rivelazione data una volta per tutte, dallo statuto di una religione.

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  6. Prima di scomparire dal TOP POST, secondo le regole da ghigliottina dei blog, provo a dire due o tre cose ad Andrea, ringraziandolo di essersi misurato filosoficamente almeno con un punto decisivo della mia riflessione su Ranchetti: il pervertimento «delle due chiese» (la cattolica e la comunista). Brevemente:

    1) Ranchetti è stato un grande storico. Preferirei perciò scavare di più sui mille fecondi spunti storici presenti nei suoi scritti; e anzi ritengo che la sua radicalità filosofica, e non ultima la sua poesia, non solo non siano separabili dal suo mestiere di storico, ma se ne alimentarono e ne vennero rafforzate;

    2) La prospettiva profetica ha una sua antica nobiltà (a me resta vagamente in mente il profetismo biblico), ma i tempi moderni hanno visto i profeti (o le guide religiose o politiche indicate ancora con questo termine) avviarsi sempre, sia pur generosamente, al fallimento pratico; il profetismo mi pare ancorato a un mondo e a rapporti sociali scomparsi e, dunque, insufficiente, incapace da solo di imporsi a un mondo che nega alti valori. Per me uno sguardo profetico, che non s’appoggi su una conoscenza anche scientifica, può finire in un delirio. (Ammetto però che i deliri colpiscono anche gli scienziati).

    3) Altrettanto consumata – lo dico a scanso di equivoci – è la tradizione materialistica, illuminista e marxista, ma per ragioni in parte diverse, che qui non posso precisare.

    4) Direi che noi ci troviamo di fronte a due tradizioni di pensiero distinte e contrapposte (il marxismo critico, il cattolicesimo critico) ormai esaurite, malgrado certe apparenze. Ci restano, di sicuro, le loro rovine. Da usare bene, come suggeriva Fortini. Ma sono rovine.

    5) Giustamente Andrea vede in Adorno e Ranchetti dei pensatori che, dall’interno di tali tradizioni, ne hanno mostrato i limiti rispettivi. Dovremmo tener conto della loro lezione e recuperare, evitando superbie da scolastici o nostalgie da reduci, alcune rovine o alcune reliquie. Ma sapendole insufficienti ad affrontare il presente globalizzato e oscuro in cui siamo (malamente) finiti. Il mio “non c’è più religione/non c’è più comunismo” è la presa d’atto di questa sfida. Non possiamo aggrapparci a rassicuranti continuità col passato.

    6) Non so onestamente quanto l’analogia cristianesimo-comunismo potesse interessare Ranchetti. Lui mi dichiarò la sua estraneità ai temi posti da Marx e dal marxismo. E ha pronunciato il suo drastico e forse disperato “non c’è più religione” da religioso, quale era stato e rimase fino alla morte. Non so neppure quanto questa analogia possa essere presa in considerazione da Andrea o dallo stesso Milana o da Tronti, da lui citati.

    A Giorgio.

    1) “Praevalebunt” può bastare per farsi almeno un’idea di quanto fosse radicale e vissuta dall’interno la critica di Ranchetti al cattolicesimo sul piano storico e su quello della dottrina. E, infatti, è stato uno scritto ignorato dai gestori dell’opinione pubblica cattolica. Come del resto “Non c’è più religione”.

    2) Tu sembri seguirmi sul terreno dell’analogia cristianesimo-comunismo. Ma stiamo attenti. Un’analogia non è mai totale somiglianza. Cristianesimo e comunismo non combaciano del tutto. Il comunismo non è stato solo o soprattutto religione. Non è riducibile a religione. Esso era contro la religione o per il superamento o inveramento della religione (almeno in Ernst Bloch). Si è visto pure che non si è riuscito a staccare del tutto dalla religione. Ma fu ai tempi di Stalin (non con Lenin) che vennero alimentate forme di religiosità pseudo laica (culto della personalità) e le burocrazie ricopiarono pose chiesastiche. (Fondamentali i lavori dello storico Moshe Lewin). Ed è aperto il problema se il comunismo staliniano vada considerato un non comunismo o un pervertimento burocratico del comunismo. Problema non dissimile della trasformazione del cristianesimo primitivo in chiesa. E in proposito le obiezioni weberiane del caustico Preve non sono da prendere sottogamba.

    3) Ci sono stati poi vari cristianesimi e vari comunismi (È uscita da poco la “Storia del comunismo” di Luigi Cortesi, una lettura forse fuori moda, ma necessaria se non vogliamo usare a vanvera un termine diventato negli ultimi decenni impronunciabile e vuoto di contenuti umani). Anche qui l’indagine storica permette di distinguere e capire meglio. A patto che il plurale non serva ad autoconsolarsi. E, anche contro l’uso invalso ( e che tu adotti) del concetto pigliatutto di totalitarismo, va detto che vari sono stati anche i totalitarismi (Vedere Todorov).

    4)Non condivido che l’idea di socialismo (e perché no di anche quella di comunismo) sia “un’idea perenne, millenaria”. Il socialismo o il comunismo, discusso, teorizzato, messo bene e male in pratica tra Ottocento e Novecento in alcune parti del mondo, ha avuto caratteristiche storiche precise, legate alla produzione capitalistica, alle varie rivoluzioni industriali, ai rapporti sociali possibili solo in società produttrici di «merci espresse in denaro» (La Grassa).

    5) Chiudo dichiarandoti un certo disagio. L’avevo già un po’ anticipato, stupito per l’assenza di commenti su questo sito a un post su Michele Ranchetti. Non credo che essa sia derivata solo da tirannia del tempo o dal fatto che su certi temi i commenti non si possono improvvisare. (Non si possono o devono improvvisare, ma perché certi temi sono passati di moda). Frequentando saltuariamente ma da tempo il sito LA POESIA E LO SPIRITO, mi permetto un’altra ipotesi: credo che gran parte dei frequentatori di questo sito siano in prevalenza poeti e letterati che, come tu, Giorgio, candidamente dichiari, hanno ripudiato «gli assoluti in nome dell’individualità» e sentono “puzza d’ideologia” appena si avvia un ragionamento storico, sociologico, politico, scientifico. Forse perché si sono convinti che la poesia, la narrazione, il saggismo vengano da altrove. Lo prova il linguaggio stesso dei tanti post pubblicati: da conversazione leggera, gradevole, ispirata, confidenziale, amicale, mai squilibrata politicamente. Che poi questa sia ideologia (postmoderna per me) o che sia un’altra forma velata di Assoluto o che occulti altre strade alla poesia, alla narrazione, al saggismo, è problema che qui non posso affrontare. Ma che di sicuro era presente a un Ranchetti che non esitò a parlare di letteratura
    come “alibi”.

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  7. Caro Ennio, mi pare necessario qualche chiarimento.

    1. Anche a me sarebbe piaciuto che ci fosse stata maggiore discussione sulle tue riflessioni, da me proposte. Nei blog però è così: c’è chi non legge tutto, chi legge e commenta, chi legge e non commenta, chi commenta senza leggere (giuro! ho le prove, succede anche questo). Io mi situo tra quelli che quando non leggono tutto non rispondono e, le volte che leggo, per lo più non commento.

    Il numero dei commenti non è un indice dell’interesse del post. Ci sono post molto letti con pochi commenti. Ci sono post letti solo dalle stesse poche persone, che però continuano a scambiarsi battute e sono un successo di commenti.

    Io ho fatto un post quasi per caso, per scherzo, eppure mi pare sia tra i più letti e tra i più commentati del blog, questo:

    https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/05/08/sandro-bondi-perdonare-dio/

    Ho fatto invece con molto amore un post che avevo deciso di fare il momento in cui appresi la notizia della morte di un caro amico, che ha avuto pochissime letture e nemmeno un commento, questo:

    https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2010/01/20/ugo-ronfani-storia-di-un-clarinetto/

    Insomma, per i post come per i libri: è difficile prevedere quale sarà un best seller.

    2. Sulla letteratura come “alibi”. Naturalmente la definizione non può essere presa in senso assoluto, altrimenti direi che Ranchetti sbaglia. Per qualcuno può essere un alibi, per qualche accademico o qualche cicisbeo. Così come può essere un alibi l’attività di qualche saggista o “intellettuale”, che non è certo con i suoi saggi che cambia il mondo.

    Io sono uno che conduce quotidianamente la sua lotta per la sopravvivenza e quando posso scrivo. Credo nel “primum vivere” e amo una scrittura che nasca dalla vita e dall’esperienza, che sia strettamente intrecciata con esse e che perciò è essa stessa un’esperienza importante. Scrivo per dire e fare più mia la mia esperienza della vita e del mondo, completare me stesso e dare qualcosa agli altri. Scrivo quindi perché per me la letteratura è il mio modo, oggi, di partecipare al mio tempo, con una parola pubblica, a partire da quello che io sono. E per me può essere anch’essa efficace, non meno della saggistica.

    Ma soprattutto scrivere per me è un’attività costitutiva dell’identità personale. Lo diceva anche Marx: “Il Milton produsse il ‘Paradiso perduto’ per lo stesso motivo per cui un baco da seta produce seta. Era una manifestazione della sua natura” (con tutte le differenze tra me e Milton!).

    3. Ho detto che la lettura di Marx anni fa mi ha portato a ripudiare gli assoluti in nome dell’individualità e delle differenze, a ripudiare l’ideologia come “falsa coscienza”, come egli la definisce, e a considerare il “socialismo scientifico” uno strumento di analisi della società.

    Confermo che per me l’opera di Marx è rivolta alla liberazione dell’uomo dalla servitù economica e politica, dall’alienazione, dall’espropriazione, affinché la sua attività sia costitutiva della sua identità, dalle ideologie con cui chi domina giustifica il suo potere. Può essere una visione ingenua, ma per me è così.

    4. Sulla varietà di comunismi, cristianesimo e totalitarismi: sono d’accordo.

    5. Sul socialismo perenne. Proprio in nome delle differenze dei comunismi, faccio presente che esiste anche questo. Esistono differenze anche all’interno della storia del socialismo, addirittura anche all’interno dello stesso marxismo.

    C’è una tendenza, come dicevo nel mio primo intervento, soprattutto da parte dei suoi detrattori, a identificare il comunismo con un solo tipo di comunismo, il cosiddetto “socialismo reale”. Se così fosse, addio speranze! E’ questo il comunismo che non c’è più, per fortuna, più che purtroppo. E se quello fosse l’unico comunismo possibile, saremmo condannati a essere servi fino alla fine dei nostri giorni, e non solo noi, ma l’umanità tutta che verrà dopo di noi.

    Io penso invece che bisogna avere uno sguardo più ampio. Il comunismo esisteva molto prima di Marx, c’era nelle lotte dei contadini in Germania al tempo della riforma protestante, nei diggers al tempo della rivoluzione inglese, nella comune di Parigi, ecc. Penso perciò che ci sarà, a partire dalla storia passata, anche nel futuro, perché risiede nelle condizioni di vita degli uomini.

    Ecco… ho approfittato della domenica per scrivere queste cose.

    Ancora grazie per i testi, con un caro saluto e l’augurio di una buona domenica.

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  8. mi hanno appena diagnosticato un mal di testa dovuto a dissidenza latente nei confronti di politiche ecclesiastiche, eppure continuo a pensare che la chiesa sia qualcosa di più delle rovine di cui si parla. al di là di contraddizioni anche drammatiche – o ridicole – come quelle cui stiamo assistendo in questi giorni, i valori antropologici che la cultura cristiana trasmette sono gli unici che sembrano condurre, oggi, a una possibile solidarietà umana. inutile dire che i risultati tangibili sono là dove il messaggio di Cristo si invera con più fedeltà e trasparenza. ma la comunità cristiana resta, a mio parere, nella sua globalità, quella più coerentemente impegnata sui fronti più scomodi, e a volte francamente pericolosi, che gli scenari quotidiani ci propongono. ho appena ricevuto l’ennesima richiesta di aiuto da parte di una persona che versa in condizioni tragiche: il primo impulso è stato quello del rifiuto, per saturazione. ma la chiesa non può esimersi dal rimanere l’unico spiraglio di speranza per i disperati. al di là della filosofia e dei commenti accademici, per me è questo ciò che conta.

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  9. Ho letto l’intervista a Michele Ranchetti e gli interventi di Milana e Preve.
    L’analisi attenta di crisi e dissoluzioni di “chiese” e ideologie è necessaria e imprescindibile ma non basta, a mio parere; si deve andare oltre, e concordo con Preve quando dice a proposito del comunismo marxiano, “che ogni sua “rifondazione” non può avvenire sulla base identitaria di una nicchia militante di antiberlusconiani che si credono marxiani, ma sulla base di una rifondazione globale di tutto il problema. Ne siamo lontanissimi”. Mentre però la Chiesa non lesina uno sguardo profondo e onnicomprensivo sul mondo e il nostro tempo, vedi l’ultima enciclica con le soluzioni proposte, condivisibili o meno, da altre parti non si riesce ancora a vedere ideologie o modelli di società radicati su valori, idee e sentimenti largamente condivisi. Chi ha competenze e passione, in tal senso, li tiri fuori con coraggio.
    Dissento in merito all’affermazione che “i frequentatori di questo sito siano in prevalenza poeti e letterati che, […] hanno ripudiato «gli assoluti in nome dell’individualità» e sentono “puzza d’ideologia” appena si avvia un ragionamento storico, sociologico, politico, scientifico. Forse perché si sono convinti che la poesia, la narrazione, il saggismo vengano da altrove.” Inviterei a leggere il saggio “La funzione sociale della poesia” di T. S Eliot, in merito alle finalità della poesia e al ruolo “sociale” del poeta.
    Giovanni Nuscis

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  10. Ringrazio Giorgio per aver riproposto una discussione su temi impegnativi, ma assai rilevanti, cosa che forse può aver limitato la partecipazione dei frequentatori di questo blog.
    L’intervista a Ranchetti in Poliscritture em fa rivela una statura intellettuale che oltrepassa la sua considerazione di storico, poeta e traduttore. Due cose mi hanno colpito nel suo atteggiamento:
    1. la grande modestia, con cui egli discute, con apparente semplicità, quelli che considera i suoi limiti intellettuali (riguardo al sodalizio Rodano-Napoleoni-Balbo nei primi anni ’60 e al tentativo interrotto di rinnovare i linguaggi della politica, dell’economia e della filosofia, Ranchetti dice “non ero in grado di sviluppare tale prospettiva”; più volte sottolinea la sua scarsa conoscenza di Marx);
    2. la consapevolezza di essere estraneo a qualsiasi raggruppamento, che fosse di natura politica, ideologica, religiosa, di interessi, ecc. (“non ho nulla da eccepire al finire diseredati dalla tradizione, respinti da un vivere civile o da un vivere cosiddetto comunitariamente religioso. Ranchetti racconta di non aver fatto il partigiano, di essersi adoperato, lui antifascista, per salvare un fascista incolpato, forse ingiustamente, di crimini, di essersi scontrato con Antonio Banfi, non nasconde il disagio che sente verso tutti coloro pronti a saltare sul carro del vincitore di turno.
    Questi due tratti ne fanno un po’ una rara avis tra gli intellettuali italiani del 900. Salvaguardano però l’autenticità, l’originalità della sua ricerca, che mi pare accompagnata da un’acuta sofferenza personale nel vedere, come lui dice, la perversione del cristianesimo a opera della Chiesa.
    L’intervistatore suggerisce analogie tra l’attività mondana della struttura gerarchica della Chiesa, quell’attività che nulla ha a che fare con alcun “nessun bisogno e nessuna vera motivazione religiosa”, con la cura animarum e con qualsiasi prospettiva escatologica, e la crisi dei movimenti politici che dalla fine dell’800 ponevano un’esigenza di emancipazione sociale, il movimento comunista in primis. Ranchetti però non dimostra interesse per temi direttamente politici. Per lui l’angoscioso interrogativo rimane quello di stabire se ci sia “nella vita e nella dottrina del cristianesimo qualcosa che imponga il suo pervertimento”. Una domanda che tocca i confini del vivere umano stesso, e del credere, e del morire. Una domanda che può essere affrontata da molteplici punti di vista, privilegiando via via la dialettica del sacro e del profano, del movimento e dell’istituzione, dell’eresia e dell’ortodossia, della trascendenza e del vivere nel mondo (e nel nostro piccolo del confessionalismo e della laicità). Cruciale per lui è la definizione di Chiesa, lasciata incerta nel corso dei secoli:
    Cambiano i secoli, ma non è stata mai riconosciuta una definizione unica. Definendo una cosa devi dire anche ciò che non è. Però tra le definizioni correnti, che non sono definitive, non autenticate da nulla, c’è quella della chiesa docente e della chiesa discente, c’è quella della chiesa come società perfetta e quella della chiesa come popolo di Dio. E poi c’è la chiesa non visibile, che è l’appartenenza di tutti a un mondo che è qui sulla terra ma che ha anche la sua prosecuzione nel cielo. Non c’è nulla di morto nella chiesa. I morti non esistono, sono risorti. Quindi c’è una presenza di cose non visibili che costituisce l’essere della chiesa anche nella visibilità. Questo fa sì che la sfera della chiesa non è fissabile entro il traguardo terreno, ma va anche oltre. E il potere della chiesa deriva dalla disponibilità di questo oltre sul qui. La sfera politica ha sempre una prosecuzione non visibile che è di competenza della chiesa.
    Questi sono temi che a trattarli fan tremare i polsi. Sappiamo bene che i valori “elementari” del messaggio cristiano, l’amore, il volersi bene, la giustizia, la verità soprattutto, sono da intendersi come strategie interpretative di una volontà di potenza, e nel caso della chiesa “storica” la volontà di potenza si è mostrata spesso nella sua totale nudità. E però un valore come quello di “verità” per lo stesso Nietzsche, mi pare, è altamente desiderabile. Il cristianesimo è un insegnamento singolare in questo, nel suo continuo riferirsi alla verità, alla verità umana, propria (anche interna, della coscienza, ma non solo), di tutti coloro ai quali l’insegnamento è rivolto. Sta poi a chi ascolta dare un corpo alla verità, nelle azioni quotidiane, nei suoi pensieri, che siano onesti. Non di Verità dei filosofi si tratta.
    L’unicità del cristianesimo rispetto alle religioni rivelate ha preparato, nel corso dei secoli, un grande spazio di discussione sui fondamenti razionali della fede e delle dottrine religiose. Spazio sorvegliato dalla gerarchia, ma non controllabile, per principio e in pratica: la distinzione tra sfera pubblica della discussione e dogma si approfondisce nelle università medievali, nelle facoltà di teologia: il mondo islamico, le civiltà orientali non hanno visto nulla di simile. In questo concordo pianemente coll’osservazione che la dialettica sacro/profano e laico/non laico è istitutiva della nostra civiltà, e va difesa continuamente dai due lati, non da uno solo, quale che sia.
    Per tornare alla domanda angosciosa di Ranchetti, io non credo che si possa individuare una “necessità” strutturale di pervertimento del messaggio religioso, per la ragione sottolineata da Ranchetti stesso che la Chiesa è multiforme, è tante cose, è attività di tutti gli uomini di buona volontà (qualsiasi cosa voglia dire, sia pure compiacimento narcisistico), e quindi non può essere determinato. Il messaggio religioso è stato pervertito, tante volte, e continuerà ad esserlo: c’è da stupirsi? Ma rimane vivo nel foro interiore: di questo chiunque può accertarsi.
    Tante cose ci sarebbero da dire, davvero.

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