Alla compassione di tutti

Milano, 16 giugno 1965: Lucia Galante, ventinove anni, si reca in Comune per richiedere il certificato di nascita della sua unica figlia, di mesi 8.

La donna è  moglie di un agricoltore molisano al quale sette anni prima è  stata data in sposa per esclusiva volontà dei genitori, che vollero con quel matrimonio unire proprietà confinanti, e da mesi è concubina del cinquantaseienne Giuseppe Di Pietro, a sua volta sposato e padre di cinque figli. Nell’Italia di quegli anni il divorzio non è previsto dalla legge e la donna è stata denunciata, con diritto, per adulterio dal marito, un uomo bello e violento che lei non è mai riuscita ad amare.

Roma, Villa Borghese, giovedì 24 giugno 1965, ore 15.30: il signor Ivo Micucci rinviene una neonata seduta tranquillamente su un piccolo plaid rosa accanto a una bambola di plastica in un prato tagliato dal viale che egli sta percorrendo, Viale Washington. Verrà ricostruito successivamente dall’uomo che, appena egli si sarà chinato per raccogliere la bimba, una figura femminile che sostava nei pressi si sarebbe allontanata in gran fretta. L’uomo porta la neonata nella caffetteria del proprio posto di lavoro, dove si stava in effetti recando: Villa Lubin, sede del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. La piccola viene intravista succhiare lieta da un improvvisato biberon da molti dei conferenzieri, tra i quali il deputato del Partito Comunista Italiano Giacomo Calandrone.

Venerdì  25 giugno, ore 10.00: alla redazione del giornale “L’Unità” arriva una busta spedita da Roma Ferrovia contenente il su detto certificato di nascita e questa lettera: “La bambina trovata a Villa Borghese si chiama Greco Maria Grazia, Nata a Milano il giorno 15 ottobre 1965 [sic!]. L’ho abbandonata in Roma Perché il mio amico non aveva possibilità finanziarie da sostenerla e mio marito cioè suo padre diceva che non era sua. Trovandomi in condizioni disperate, Non ho scelto altro che la strada di lasciare mia figlia alla compassione di tutti, ed io con il mio amico pagheremo ciò che abbiamo fatto, o, indovinato, o, sbagliato. Galante Lucia in Greco”.

La polizia viene allertata immediatamente, vengono diffusi fonogrammi in tutte le centrali per rintracciare la coppia, già ricercata per adulterio. Tutti i giornali strillano molto intorno alla vicenda.

La maestosa Mina è stata da poco riammessa in R.A.I. dopo l’espulsione che dovette subire per il fatto di avere concepito il suo primo bambino con un uomo sposato, Corrado Pani. Grande è stata la solidarietà del suo pubblico.

Lunedì  28 “L’Unità” titola ancora “Introvabile la madre della bimba abbandonata”.

Non era ancora giunta in redazione la notizia che domenica 27 giugno 1965 il lauto fiume romano, all’altezza del Lungotevere degli Inventori, avesse restituito il corpo di una donna senza documenti. Indossava un prendisole (comprendo senza alcuna ironia che, quandanche gli eventi spingano malauguratamente la donna a meditare il suicidio per acqua, pure in quella occasione ella abbia il dovere di non rinunciare al proprio decoro e dunque si abbigli per il suicidio indossando sotto gli abiti non già la sottilissima biancheria intima femminile, fonte certa di trasparenze equivoche e di involontari rimandi nella mente dei malcapitati scopritori a immagini da film softcore, bensì il ben più morigerato e onesto costume da bagno, che mantenga il già sconvolto pescatore nel cordoglio che merita la circostanza), la sottoveste avana, un vestitino marrone a fiori e la fede.

Lunedì  28 giugno vengono anche rimossi alcuni bagagli abbandonati in Piazza della Repubblica dal giovedì precedente: una valigia di vilpelle verde scuro contenente pochi abiti da uomo e da donna, una rete di nylon con pannolini e giocattoli, una borsa da uomo in pelle di foca colma di certificati di lavoro e documenti tra i quali la patente di Giuseppe Di Pietro e infine una borsetta a due manici in finta pelle nera contenente la carta d’identità di Lucia Galante, un borsellino con dentro 20 lire del 1958, un orologino, una collana, una spilla e due paia di orecchini d’oro – un paio dei quali con relativa scatola da gioielliere  –, una catenina da battesimo con crocefisso, un tubetto quasi intero di dentifricio Colgate, una confezione di collirio Stilla nella quale il collirio è stato cambiato dagli anni in una pietrolina ovoidale azzurra di circa due millimetri, il bugiardino ripiegato con cura del colluttorio Forhans, i guanti bianchi da sposa e una confezione rotonda di crema Nivea dove la stagnola riporta una leggera piegatura anomala e conservante a tutt’oggi l’impronta di un indice destro e la relativa strisciata a semicerchio sulla latta del fondo.

Tutte le donne prendono la crema per le mani con lo stesso gesto.

I giornali del martedì pubblicano la notizia del ritrovamento del corpo e dei bagagli con i documenti e insieme a queste notizie divulgano la foto di una donna molto bella e terribilmente franca. Si tratta con tutta evidenza di una irriducibile. Si tratta di una donna che ha certamente e senza alcuna fretta preparato se stessa così come ho voluto mettere in parentesi. Viene anzi da pensare che Lucia Galante abbia acquistato il costume per l’occasione, giacché pare improbabile che una contadina del montuoso entroterra molisano vantasse una pregressa confidenza con il mare.

Anche Giuseppe Di Pietro è un uomo bello, dal viso allungato e aperto, con la fronte ampia e i capelli mossi, un accenno di sorriso sereno sulla bocca e negli occhi, chiari. Sembra un uomo dolce e sicuro di sé.

<Nella stessa giornata di martedì 29, la Polizia Fluviale ripesca il corpo di un uomo anch’egli privo di documenti, al quale sono rimasti addosso solo un paio di pantaloni blu a righe e nella tasca destra conserva un fazzoletto e tre cravatte. A lei mancavano solamente le scarpe. “Sono uniti ora nelle celle frigorifere dell’obitorio”, viene scritto.

Ma i familiari di Giuseppe Di Pietro non riconosceranno in quel corpo Giuseppe Di Pietro.

Consideriamo, nell’apprendere questa notizia, il numero dei giorni di permanenza in acqua di quel corpo e le modifiche, imprevedibili per un occhio non allenato, che esso può avere subito.

Consideriamo l’attesa di un ritorno, che la moglie ha voluto serbarsi per tutta la vita.
Nient’altro sul corpo di lui. Nessun’altra notizia. Nessun ritrovamento. Né il ritorno, mai più.

Gli unici due parenti maschi di Lucia Galante, il padre e il fratello minore, quasi un ragazzino, convocati dalla Polizia, dopo avere riconosciuto il corpo della congiunta, ripartono diretti alle proprie colline colmi di disonore e di lutto e in compagnia della salma, ma senza aver voluto vedere la “figlia del peccato”. Sono uomini d’onore, cuori umani costretti nelle gabbie più che i falchi, e silenziosi molto più che i falchi. Intanto all’Istituto Provinciale per l’Assistenza all’Infanzia di Villa Pamphili arrivano telefonate, doni e lettere di aspiranti genitori da tutta Italia.

“Oggi” del 15 luglio successivo, a firma Stefano Giordani, titola con non trascurabile sensibilità: “Maria Grazia non sa che la sua mamma si è uccisa per lei” e prosegue: “Da quando è stata trovata abbandonata, Maria Grazia è al centro di una toccante gara di solidarietà umana. ‘È una bambina molto bella’ dice il professor Stefano Moschini, vicedirettore dell’Istituto, ‘sorride a tutti, non ha mai pianto, non ha rivelato traumi per il cambiamento d’ambiente al quale è stata bruscamente sottoposta. Prima ancora che la lettera della madre ci indicasse la sua data di nascita, avevamo già stabilito, da diversi fattori, che doveva avere intorno agli otto mesi; ma da un punto di vista psichico direi che dimostra dieci mesi – un anno. È vivace, intelligente. Denota di essere vissuta in un ambiente familiare sereno, si capisce che la madre ha fatto l’impossibile perché la bambina non fosse toccata dal dramma che stava sconvolgendo la sua vita e che avrebbe avuto la sua tragica conclusione con il suicidio nel Tevere. E c’è riuscita, per uno di quei miracoli che soltanto le madri sanno compiere. Nella lettera che la donna ha scritto prima di morire, c’è anche un accenno al fatto che né lei né il suo amico potevano più provvedere ai bisogni della bimba, ma fino all’ultimo alla piccola non è mancato niente: è in perfette condizioni di salute, sana e ben nutrita. È una bambina intorno alla quale c’è sempre stato un grande affetto, è stata coccolata, insomma: lo si comprende dal fatto che spesso vuole essere presa in braccio. Non lo fa per capriccio, ma per un desiderio divenuto naturale per l’abitudine’”.

30 pensieri su “Alla compassione di tutti

  1. ciao Maria Grazia, finalmente. la REALTA’, oltre tutte le complicazioni poetiche e telefoniche. ero sparito quando mi hai detto “tu non puoi essere come ti rappresenti”. ma ora nessuna poesia, solo intensità e scorticamento ed esposizione – non c’è niente di più grande. questo è per te

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  2. Maria Grazia, che meraviglia! Uno scavo intelligente, calmo ed emozionato, nei propri più fondi — ma anche chiari — recessi, grazie infinite di questo.

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  3. Com_partecipe per caso. Bella quella bimba, come chi l’ha messa al mondo e poi al mondo l’ha affidata. Una storia figlia di un Italia che, per pura bigotteria, ha permesso che si consumassero decine di migliaia di vicende così dolorose e crudeli e che si consumassero vite nella vergogna e nel disprezzo. Storie dimenticate, i cui frutti hanno generato altre storie: da un paio di queste storie è stata toccata anche la mia.

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  4. e’ bellsiimo leggerti dopo un po’ di tempo. Ed è bellissimo leggere questo, senza parole per l’intensità.

    Bentornata dalle fatiche di mamma, come scritto altrove ricompensate da abbracci e sorrisi dei bimbi. Bentornata a scrivere e spero di leggerti ancora presto
    un bacio a ttua la famiglia
    SM

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  5. M: Annarella ha il cuore buono e si è commossa
    Sparz: quando il buio fa chiaro – grazie a te per avere capito che non c’è lamento
    Mariella: l’Italia è ancora lontana dall’essere composta da individui che si riconoscono l’uno dell’altro, molto lontana ahimé dall’empatia sociale (se hai voglia di dirmi come tu ne sia stata coinvolta, scrivimi su fb)
    Stella: le fatiche di mamma, lo sai, sono esponenziali – ma ci si abitua a tutto, di certo sai anche questo!

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  6. Nel mio weekend, dedicato tutto a te e alla tua poesia, esci con questo pezzo. Ne sono commossa, ci entro in risonanza. Lo considero un dono. E aspetto di incontrarti venerdì.

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  7. Cara Maria Grazia,
    questo scritto, maternamente cronachistico, rivela la tua storia primeva con coraggio e apertura. Hai reso pubblica “una questione privata” dura; l’hai accarezzata – sì – ma con estrema lucidità. Una lucidità, a dire il vero, che un po’ mi ha spaventato. Eppure il tuo dire – nello srotolarsi del testo – non è velario trasparente che filtra una luce di puro distacco. Si tratta della tua “memoria” e del suo riconoscimento: una vicenda, nell’Italia che si nutriva (e si nutre ancora) di cronaca quotidiana quanto l’abuso di cocaina – che raccontata nel poi ][ nel poi,la falla dolorosa dell’apprendimento ] te l’hanno riconsegnata integra, pura, con VOCE COMPASSIONEVOLE.
    Quella bimba, quella bimba vivace, al contempo ignara del dramma, è stata amata, cresciuta, nutrita, avvolta dall’affetto. Non ha conosciuto solitudine nonostante la scelta dei suoi genitori.
    E’ questa la figlia del peccato?
    E’ stata la figlia di un amore.

    Non è facile per me scrivere di questi argomenti. La bimba che sono stata era solo più grande, consapevole, memore di tutto ciò che le era stato fatto.
    L’abuso sessuale non si dimentica mai.
    Sai, una parte di “Animamadre” mi racconta: noi ci raccontiamo sempre attraverso la scrittura. Ripercorriamo, pur inconsapevoli, nascita-morte-rinascita. E già elaboriamo una forma di lutto mentre scriviamo.

    Le piccole bimbe senza colpa.
    Invece no… La colpa è agglutinata dentro, mio malgrado.
    Siamo salve, si può dire. La vita ci appartiene e ci contiene – nel vuoto e nel pieno. Tu – Madre – sai di non potere, né voler giudicare l’atto dei tuoi veri genitori.
    Questa è Compassione. Giustifica la generosità, la disponibilità, il saper ascoltare che ti contraddistinguono. Sei piena d’amore.
    Sei piena d’amore.
    Sei piena d’amore.

    Ti voglio bene…
    Nina*

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  8. Lara: in reciproca attesa – grazie della partecipazione con la quale affronti il mio lavoro, non chiede altro
    Fabrizio: ! addirittura, Grande Capo…
    Nina cara, scrivevo proprio ieri, per un Cantiere Poesia che mi permetto di stralciare qui in minima parte:
    Hannah Arendt dovette scrivere un intero libro, appunto “La banalità del male”, per dar conto a se stessa e alla storia del fatto che Eichmann, il gerarca nazista, fosse un uomo comune: né psicopatico né particolarmente maligno.
    Tutta la psichiatria contemporanea, specie nelle disamine processuali, si basa su questo assunto, riportato in diretta da una donna che lo scopriva, scioccata, in un processo del 1961. […] Di fronte alla persona Eichmann – e non più al mero esito criminale della persona nei fatti – Arendt comprese come nella creatura “maligna” ci sia solo una triste incapacità di pensare, il vuoto della coscienza – e la inettitudine a riconoscersi nel dolore dell’altro […] Se io rifiuto la premessa – diremmo se rimuovo l’evidenza – che tu sia uguale a me, io non vengo raggiunto nemmeno dall’eco del tuo dolore, le tue grida mi risultano incomprensibili, in-compatibili. […]
    Spingiamoci dunque a dire che la compassione sia una doverosa scelta quotidiana.
    io vi abbraccio,

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  9. Doveva essere un grande amore, un grandissimo amore, quello che ha spinto due persone a sfidare l’ottusa e crudele società del tempo. Mettere al mondo una figlia era altro amore che si aggiunge. Quella bimba è nata nell’amore.

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  10. La grande Arendt! L’ho studiata a fondo: personaggio scomodo persino ad alcuni ebrei.
    Eichmann: processato a Gerusalemme e condannato all’impiccagione da un tribunale internazionale.
    Incredibile come siamo legate a certe tematiche storiche: non può essere diversamente, del resto.

    Un uomo come Eichmann rappresentava sì “la banalità del male”, ma non concordo sul fatto che non avesse “una coscienza”… Ho una folta documentazione dell’epoca, interviste, deposizioni, l’incessante refrain dell'”Obbedivo agli ordini” – quando gli ordini li impartiva personalmente.
    Aveva – l’inquilino della porta accanto – una coscienza per poter amare la sua famiglia; il figlio Nicolas, che rammentava suo padre moralmente integerrimo. Lo sostenne in un’intervista dolorosa: egli non aveva altri ricordi, quand’era bimbo, che il ritorno a casa di quel “padre” col succo di carota – “Ottimo per la crescita”, diceva; o qualche altro dono che faceva dell’attesa una piacevole ansia da imminente sorpresa!: “Cosa mi porterà oggi, papà?”.
    Nicolas lo difese sino in fondo. Nicolas era incredulo, incapace di pensarlo aguzzino, criminale, autore della scomparsa di milioni di persone.
    Per lui era solo suo padre.

    Ho scritto un’opera teatrale sul Processo ad Eichmann. E in base alle documentazioni minuziose svolte per due anni, con l’importante presenza di un giornalista dell’Europeo, ho fatto mio l’orrore.
    No. Non c’è Compassione in quest’uomo. La storia è ricca di questi terribili esempi…
    Perdona se ho citato, sia qui che nell’altro commento, alcuni miei scritti: erano un esempio per far capire quanto sono vicina al tema del tuo bellissimo post. Niente di più.

    La Compassione è una scelta, hai ragione. Doverosa, etica, esistenziale. Spesso non è contemplata, è un valore nullo.
    E’ dimenticanza, indifferenza, non-amore.
    Grazie per il tuo importante intervento.
    Un abbraccio a te…

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  11. PS: Eichmann fu riconosciuto capace di intendere e volere, secondo perizie psichiatriche sapeva riconoscere il bene dal male. Da qui “la coscienza” dei suoi atti.
    Però non sentì mai la colpa, né ebbe il minimo fremito nel mandare ai forni crematori i bambini di Vichy.

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  12. Carissima Maria Grazia,

    il lavoro del dolore, eccolo. Solido scuro come la terra, è una stanza negra nella quale ci spogliamo…fino al sopraggiungere dell’alba.
    “Albedo” direbbero gli alchimisti. Qui lo specchio chiaro è nella foto di Annina sovrapponibile alla tua. E’ non è poco. E’ tutto.

    Con grande affetto

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  13. Nina: come dicevo certo che – io Eichmann – so distinguere tra bene e male e so amare la mia donna e la mia prole ma se penso che tu ebreo sia un “pezzo” (definizione nazista degli ebrei) o un tronco d’albero cade la mia empatia con il tuo male, non ho proprio la “coscienza” di arrecarti del male – è la pseudospeciazione lorenziana (Lorenz l’etologo, sì) – ne parleremo
    Letizia: la gioiosa figlia femmina fa il gioioso miracolo di compiere con la sua stessa esistenza gioiose indagini matrilineari! io ho solo trascritto…
    Pamela: sì, Amore
    Manuel: a te,

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  14. Cara Maria Grazia, la compassione è giunta a destinazione, con tutto il dolore che l’ha generata, con questa tua scrittura che è fatta di unghie e fierezza, di amore e memoria; questo scavo sull’origene scava nel ventre di ognuno di noi, ma credo che le “lettere”, sempre più abbiano bisogno di chi non retrocede, di chi sa fare i conti con se stesso fino in fondo. In quella confezione di Nivea c’è l’impronta rabbiosa di un vuoto culturale, quello che da allora continua a propagarsi, quello che dobbiamo, un po’ tutti, piegare.
    Un grande abbraccio Maria Grazia. Fabio

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  15. “per uno di quei miracoli che soltanto le madri sanno compiere”

    questo è un pezzo di alta letteratura, questo è un pezzo radicale

    pezzo di sé, pezzo d’Italia, pezzo del bene e del male, anzi, di quello che sta in mezzo, con le altre (molte) cose fatte-indovinate-sbagliate che stanno lì in mezzo e non si possono più suddividere

    la lingua non è solo cronaca, con le sue date, i suoi numeri, le citazioni dai giornali, la lingua qui è un tempo, di quel periodo, quel paese, quella storia, e di noi che li guardiamo (notate quelle congiunzioni, “quandanche”, “giacché”, vengono dallo stesso mondo della scatola blu della Nivea – e noi a osservare con tenerezza, con compassione, con orgoglio come tutto cercava di tenersi assieme, di tenersi intero, in quei gesti fragili, pieni di dignità, di intelligenza quotidiana, di necessità – era il modo con cui la generazione di quei genitori cercava di far fronte alla Storia, alle Storie – perché anche queste avevano la maiuscola)

    un mio amico oggi mi faceva notare: “ma ti pare il caso, per un pezzo del genere, mettersi a pensare alla lingua?!” – non voglio naturalmente pensare all’oggetto lingua, ma al discorso quello sì; da quando ho letto questo pezzo non faccio che pensare “perché l’ha scritto così? perché proprio in questo posto così? cosa voleva dirci esattamente?”

    gli altri mi perdoneranno, non ho pensato a questo testo come a un lavoro di scavo: lo scavo forse c’è stato prima, qui ne rimane il distillato, l’oggetto archeologico portato alla luce ed esposto, esposto, sì, ma opaco, che aspetta per sempre il suo compimento nella nostra abbacinata, incredula, monca visione – tutto questo è accaduto, tutto quanto è accaduto ed è lì, ma come potremo mai dirlo?

    non sarà un caso se nei commenti di Nina e Maria Grazie sia venuto fuori proprio Eichmann…Levi diceva che il vero testimone dei campi è quello che non è riuscito a uscirne, il vero testimone è affondato nel buco nero di corpi creato dai campi, il vero testimone non potrà parlare – e noi dobbiamo farlo per lui, per lei

    sarà un caso, ma due settimane fa ero a un convegno su Auschwitz, a parlare di poesia sulla Shoah e della modalità della “testimonianza per procura”, quella dei testimoni indiretti – e i due nomi di autrici italiane che ho fatto sono proprio quelli di Maria Grazia Calandrone e di Nina Maroccolo

    la storia è opaca – la storia delle donne ancora di più, una grande filosofa contemporanea dice che la storia delle donne è costruita attorno a “grumi di silenzio” – se vogliamo scriverla, dovremo accettarli, anzi, registrarli e accettare che non sapremo mai veramente tutto, “veramente” e “tutto”

    “cosa voleva dirci esattamente?” – una poeta che nella sua poesia parla con una lingua così profetica, così oracolare, così metaforica, così ecc., ecc., cosa vuole dirci ora, in questo modo qui? ripartendo da una data precisa, dall’ora precisa, da un posto esatto, dai nomi propri? da questo discorso asciutto, rigoroso, clemente, alto e tenerissimo? che tu ci porti queste domande, Maria Grazia, è veramente grazia

    un abbraccio caro

    renata

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  16. Renata…
    non so dirti che sì
    e per me ti risponda ancora la mia vita: ho 45 anni e due figli – i lavori di scavo sono stati compiuti da un pezzo: su ogni reperto c’è il nome
    fai bene a interrogarti sul perché “questo” sia stato detto “così”: qualche cosa si compie nella compassione degli altri
    anche questa è a suo modo una testimonianza per procura – rispondevo a Letizia “io ho solo trascritto”: non è falso!
    profondamente grazie anche ad Anna: è appunto quello che succede nel cuore degli altri che ci “serve”, perché
    questo scritto, permettetemi di aggiungere con Fabio ed Enrico, è anche politico: stiamo attenti che l’Italia di oggi non ritorni questa

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  17. cara Maria Grazia, dispiacendomi molto del ritardo, ma importante è arrivare..Ho letto con attenzione lucida,come dentro la tua che regali, commossa, come quando un velo che cade su segreti, accomunati, cessano per un pò di interrogarci o ferici.. Mi viene a mente la diversità di soluzioni adottate in passato sui segreti in-dicibili.
    Viviane Lamarque, scelse di nominarli, da subito, in quasi ogni poesia, anche se traslati, poi, ne “Il signore d’oro” ma in seguito fioccarono i “J’accuse” più crudi.. Tu, Maria Grazia, hai fatto l’opposto: hai tenuto e tenuto, mentre scrivevi, poi un giorno,ri-scindendola, hai esposto, prima la tua vita, per ricomporla subito dopo in te,nella scrittura, catartica, auguro.(Anche ) questo è dono, il tuo più grande, dopo la vita ricevuta – per amore, e ritrovata credo – per amore (dei figli della poesia etc). Pensa, io ho consegnato solo due mesi fa il romanzo in versi sulla vita di mia madre,trattenuto da una vita, e da un decennio dalla sua morte,…cui segue l’ altro,più metaforizzato sul padre. Una vita mi ci è voluta, e ancora non posso, lo so che non tutto è possibile, dire di più: con esplicitezza, proprio perché figlia resa partecipe di pesanti segreti, che me la avvicinarono, struggente(grazie al movimento delle donne, noi volevamo “salvarle”, le madri), ma per riperderla subito dopo.
    Quello che, per amore, chiamiamo la banalità del male, la proiezione, per salvarci dalla scissione interna troppo dolorosa fra il buono e il cattivo volto (vedi la Klein, magistrale a spiegarlo), è davvero cecità della mente, catena non più significante, ma mortifera, per cui una vittima può davvero essere sommersa o salvata, può proseguire la sua carriera tornando ..dentro al carnefice che vedeva nella prima relazione eccetera. Lode sia alla scrittura, medicamenta e promessa di narrazioni interne, balsamo-stazione, Ti bacio tanto, e son certa, ci vedremo presto a Roma!Anche con CHINA (é Lei,mia madre, inchiostro e nome, ripida e esotica “sentimento del mondo, sua dizione”)Grazie, sopra tutto –
    Maria Pia Q

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  18. Il testo è bello e ben scritto – ci sono dei passaggi veramente notevoli.
    La reductio ad Auschwitz, la trovo impoverente e stancante, senza per questo voler sminuire il lavoro di nessuno che non conosco e perciò non voglio giudicare. Questo comunque è molto secondario.

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  19. Questo pezzo dimostra che si può “fare” letteratura con qualsiasi “materiale”. Anche una vicenda personale, se narrata nel modo giusto, si trasfigura in forma d’arte. È un inno alla vita, questo, la storia di una tragedia che però non ha perso la speranza, perché quella bimba è stata “lasciata” al mondo in buone mani, affinché vivesse lo stesso… grazie

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  20. In apertura di “Alla compassione di tutti” Maria Grazia Calandrone scrive: “Milano, 16 giugno 1965: Lucia Galante, ventinove anni, si reca in Comune per richiedere il certificato di nascita della sua unica figlia, di mesi 8.” È molto importante questo inizio. Ma qui vorrei soffermarmi solo sulla lettera che proprio Lucia spedisce da Roma Ferrovia alL’unità. Scrive Lucia: “La bambina trovata a Villa Borghese si chiama Greco Maria Grazia, Nata a Milano il giorno 15 ottobre 1965 [sic!]. L’ho abbandonata in Roma Perché il mio amico non aveva possibilità finanziarie da sostenerla e mio marito cioè suo padre diceva che non era sua.” Ci sono tre figure in questo passaggio, oltre Lucia Galante: l’amico, il marito, il padre. Il marito sta in mezzo, fra l’amico e il padre. In mille modi questa donna meravigliosa avrebbe potuto scrivere questa frase, ma l’ha scritta al modo che l’ha scritta. Poi Lucia Galante prosegue: “Trovandomi in condizioni disperate, Non ho scelto altro che la strada di lasciare mia figlia alla compassione di tutti,” Solo “la compassione di tutti” può risolvere questa situazione, e deve farlo perché lei e il suo amico non possono fare altro che “pagare”. A quel punto la madre firma. Non so se secondo l’uso dell’epoca si firmava con prima il nome e poi il cognome o viceversa, ma lei si firma iniziando con il suo cognome ‘da ragazza’ come si diceva allora: Galante Lucia in Greco. Qui le cose da dire sarebbero non poche. Ma tutte queste cose provo a dirle in una sola che è questa: “Gli unici due parenti maschi di Lucia Galante, il padre e il fratello minore, quasi un ragazzino, convocati dalla Polizia, dopo avere riconosciuto il corpo della congiunta, ripartono diretti alle proprie colline colmi di disonore e di lutto e in compagnia della salma, ma senza aver voluto vedere la “figlia del peccato”. “Ripartono colmi di disonore e di lutto” quel padre e quel fratello ‘maschi’.
    E allora Maria Grazia Calandrone (che ha, come è giusto, come è onesto, compassione anche per quel padre e per quel fratello, proprio perché ‘colmi di lutto’) con questa Testimonianza, resa pubblica su “La poesia e lo spirito”, ridà infinito merito a una donna meravigliosa, sua madre: Lucia Galante.

    Un grande abbraccio
    Grazie di questa Testimonianza
    Dobbiamo farne tutti tesoro

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  21. Pingback: Kataweb.it - Blog - erlebnisblog » Blog Archive » buono cosa? Cattivo cosa? Sull’arte come scala a pioli.

  22. Lo trovo un brano scritto benissimo, con un senso della misura eccezionale, senza autocompiacimenti. Insomma, approdandoci con un clic dal blog di zauberei che lo cita a proposito di un altro discorso, io ho davvero dovuto leggerlo nei commenti che l’autrice e la bambina di cui si parla sono la stessa persona in due momenti molto lontani da loro.

    E questo vuol dire una cosa sola, che quando una è scrittrice, sa fondamentalmente scrivere, indipendentemente dall’ oggetto della narrazione. Ma quando l’oggetto della narrazione parte da sé per finire molto lontano, ecco, quella a mio avviso è la scrittura che si fa eterna. Grazie per questo scritto che esca dalla pancia per entrare nella nostra di pancia, e farla risuonare per un attimo con quella di chiunque abbia voluto aprirsi a quello che stai raccontando.

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  23. Leggo solo adesso, Maria Grazia, a più di un anno da questa pubblicazione.
    La forza e l’intensità mi lasciano senza parole. Hai spinto oltre l’inverosimile, hai osato, hai dato a tutti noi una grande lezione di vita. Non posso, non voglio dilungarmi perchè manco dell’opportuna confidenza con te.
    Ti ringrazio per ciò che mi hai fatto provare.
    Marco Sicurezza

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  24. Maria Grazia carissima,
    anch’io leggo solo adesso, stabilendo un nuovo record. e dunque grazie per avere aperto anche al sottoscritto, nella cruda vicenda biografica, un terribile squarcio dell’Italia che allora faceva la storia. Quello strappo violento intorno a cui iniziasti subito a formare il tuo cuore e la tua persona. Ma così sarai anche rimasta figlia di desideri maggiori. Figlia e poi madre, donna due volte. Il coraggio di parlarne, la cifra della tua scrittura sono stati un felice parto, un rinnovato atto d’amore autentico per la verità, per la vita, per il dolore da cui nasce, una mano tesa alla medesima compassione. Un abbraccio. Marco

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