Massimo Sannelli – Scuola di poesia

in questa scuola non c’è il decoro cattolico. il libro non insegna a scrivere, ma a vedere in grande [non insegna a vincere. per fortuna non c’è niente da vincere: nulla di nulla]. alla poesia manca l’intensità, di solito. che cosa è l’intensità? Giovanni Lindo Ferretti che canta *Fuochi nella notte* ad Alba, Emma Dante che dirige *Le pulle*, tre fate e cinque puttane, attori e attrici immensi, e immenso Ferretti

ma ce ne fossero, ce ne fosseroooo! – urla F. Guarda le sue amiche: occhio di lesbica, e tu ti scandalizzi, C.? e se ti scandalizzi, che cosa ci fai in un vicolo alle tre di notte? poi F. ha baciato anche me. la castità dovrebbe essere eccitante come il suo contrario: ci sei mai arrivato?

ce ne fossero. ho amato e odiato molto la poesia e i poeti: di solito sono uomini; molti uomini, molto potere. infatti consideravo la poesia molto meno umana – molto più sovrumana – della sua realtà. ma la poesia è umana. anche la movida e i clan sono umani. ma io ti chiedo se sei felice, Marco, dico a te. stai solo bene, mangi tre volte al giorno, parli con gli uomini. E così mi sono permesso la diversione che avresti disprezzato

«la poesia e lo spirito» è anche la casa di Chiara. donna avvisata e non salvata, «me ne vado, ti lascio nella sera», o non nella sera, ma devo lasciarti. ma tu mi hai lasciato molto di te, e io un po’ di spazio: grazie. devi avere una figlia bellissima e la solitudine giusta

a Fabrizio: il capitano è andato incontro alle ferite: grazie di aver creduto a questa scuola. e il lettore vede che divago e torno sempre sugli stessi punti. amore deriva da amo, amo di pescatore, secondo Andrea Capellano: sì, mi tolgo l’amo, ma il segno rimane, e non potrebbe essere altrimenti

grazie a Stella, che raccolse il primo file, poi distrutto e ricostruito dodici volte

ad Alessandro Seri e alle Licenze Poetiche

all’editore Rocco Marcozzi, Wizarts

grazie alle donne: ce ne fossero!

*

C’è ancora l’intelletto d’amore? Ci sono le donne gentili?

Dov’è una FESTA DEI SENSI? Niente è meno gioioso e meno trasgressivo – dunque: meno attuale – della nostra poesia. L’arco della trasgressione va da Grillo a Luttazzi, da Luxuria a Platinette, da Gilbert&George a Cattelan – ma non contiene la poesia, né come testo né come corpo-che-scrive.

Il Tiresia di Mesa denuncia stragi di adulti e di bambini, con la retorica della finta profezia, che annuncia cose già successe [ma silenziate dalla nostra cecità]. Ma nemmeno questa è trasgressione: Mesa mostra perché insegna. La trasgressione non c’è, perché Tiresia vede cose già dette e ridette (e poi rimosse) dai Telegiornali. La sua profezia post eventum è solo una seconda edizione delle vecchie parole. Walter Benjamin scrisse: «L’opera d’arte dei dadaisti divenne uno strumento balistico. Coglieva lo spettatore come una pallottola». Lettore, potresti dire la stessa cosa – di una nostra poesia? Quale poesia ti scandalizzerà o ti esalterà come Piss Christ di Serrano? Che cosa assomiglia, in poesia, ai cadaveri di Sue Fox?

GESTA DEI SENSI. La poesia non trasgredisce perché si mura, anche orgogliosamente; e perché la testa che la legge è già più evoluta dell’occhio che guarda il sangue di Serrano o la nudità di Abramović. L’occhio, in questo senso, è più infantile [tu, l’adulto, e il bambino vedete la stessa cicatrice, la stessa pelle bruciata, la stessa merda e lo stesso sputo bianco sopra; ma quando leggete, non potete leggere la stessa cosa: una questione di livelli, sempre].

*

La Scuola di poesia, apparsa a puntate su «La poesia e lo spirito», è ora un libro, edito da Wizarts (http://www.wizarts.it/)  , nella collana «Licenze poetiche».

49 pensieri su “Massimo Sannelli – Scuola di poesia

  1. Massimo,
    bentornato!! Ma non ti avevo mai perso:-) gli amici non si perdono, forse qualche volta la vita li porta lontano ma poi ci si ritrova ed è bello ritrovarti qui.

    Meravigliosa notizia, io quei file li conservo gelosamente, come tutte le cose che mi piacciono di LPELS e oltre.
    Una bellissima sorpresa, sul serio, mi sono commossa aprendo il blog e trovando il tuo nome come quello di Maria Grazia nel post prima, che torna a scrivere nonostante le fatiche di mamma:-) grandemente ricompensate da abbracci e sorrisi dei figli.

    ora non mi rimane che acquistare un file rivisto 12 volte:-)

    un abbraccio a te e tutta Lpels continuando con il boss:-)
    SM

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  2. bentrovato massimo, molto felice di rileggerti. ma dimmi, oltre alla pubblicazione cartacea, ricomincerai la scuola anche su lpels?

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  3. si, ci sono ancora le donne gentili…:-)
    e bentornato a chi, seppur nel delirio del dire, e che dire!, cattura ed ammalia
    con ogni singola parola.

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  4. grazie… e quanto alla scuola, riprenderla – per farlo bisognerebbe credere alla poesia come testo, come struttura, come percorso, tutte queste cose. a me interessava la felicità, non la forma

    cioè: mi interessava la forma se la forma poteva rendere felice qualcuno, in primo luogo me (egoismo puro, ma esiste anche un diritto alla felicità). e invece la forma è servita ad entrare in redazioni e gruppi, a farmi riconoscere -non c’è niente di male, ma non c’è niente di bello, e non sono stato felice. allora “mi sono permesso la diversione”, come dice Julian Beck, quando scrive a “Marco”, che è Marco Aurelio

    quando si lavora per l’intensità e per la felicità le forme sono meno importanti. e anche le pratiche: posso anche NON scrivere più poesia, posso filmarla recitarla pensarla, trasferirla nell’imbiancare un muro, nello scrivere una lettera e un diario, nel leggere la mano di E. (linea del cuore contorta, come la mia), nel mangiare pane secco con C. a Bologna – uno dei pochi momenti luminosi del 2009

    oggi è uscito il racconto di Maria Grazia: è evidentemente più BELLO di tutta la poesia che ha sempre scritto: una poesia grande ma ferocemente retorica [nel senso migliore] e come in uno scafandro, in luoghi irraggiungibili, poesia in lingua di poesia e in forma di poesia, letta con la voce media del poeta che legge – ma ora no, Maria Grazia cita il giornale, e cita se stessa. e tenendosi in vita, Maria Grazia tiene in vita molti – e questa si chiama in un solo modo: grandezza

    ma ieri anche Bossi è diventato poeta, per dire che Malpensa è più grande del papa. non è necessario scrivere versi per essere poeti. ormai penso questo: ciò che è di tutti non è di nessuno

    e appunto, credendo a queste cose – non avrei creduto di arrivare a dirlo – non sono più in grado di insegnare *poesia*, se *poesia* significa *espressione* e *forma*. la più grande poesia degli ultimi mesi l’ho *vista* – nelle Pulle di Emma Dante – e *sentita* (nella riscoperta di cose che avevo perso da ragazzo: i Disciplinatha, i CSI, gli Ustmamò). non l’ho *letta*

    e insomma siamo sempre lì: “ma io volevo baci lunghi”, parole di Tondelli, un cuore, un vero santo bevitore

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  5. Caro Massimo,
    sono felice di risentirti dopo lungo tempo.
    Vedo che hai rispolverato tutti i gruppi che facevano parte del CPI, casa discografica fiorentina in cui ho lavorato per quasi dieci anni.

    Hai ragione: “non è necessario scrivere versi per essere poeti”. Essere è vivere la poesia ogni giorno, nella quotidianità, nei piccoli gesti, nel fermarsi ad ascoltare la storia di qualche disperato… E’ una carezza, un abbraccio, un canto, il volo: possedere un cuore nell’indifferenza-decadenza dell’umano essere.

    Riuscirai a tendere la mano al Graal?***
    Ti abbraccio con affetto,
    Nina

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  6. Che piacere risentirti Massimo! Sebbene confrontarmi con i tuoi temi sia arduo, non riuscirò mai a rimanere indifferente a quanto scrivi 🙂

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  7. Nooo, Giovanni Lindo Ferretti nooo… quel venduto del diavolo… uomo del BIP… e quando ce vò ce vò… per colpa sua sono stato costretto a buttare tutti i dischi dei CCCP, dei CSI, dei PGR e di Ferretti… ma come ha fatto a bersi il cervello così tutto d’un botto?

    E poi la Funambola che bacia tutti tranne me. Che tristezza. 😦

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  8. non so… non credo che a ‘destra’ siano così orgogliosi del voto di Ferretti – oltretutto la ‘destra’ ama pensarsi come partito di massa, non di singoli – [il singolo è eroico, e questa politica non tollera eroi e distinzione] – ammesso che Ferretti sia ancora di ‘destra’. ha solo detto: “sono tornato a casa”. “la linea non c’è”, e cantare a 56 anni, nel mondo di *ora*, che “voglio rifugiarmi sotto il patto di Varsavia” è – come dire? – come rimpiangere i combattimenti del colosseo

    se ferretti dicesse “gli immigrati devono morire tutti, le donne sono tutte troie” butterei anch’io i dischi [e farei male]; ma non mi pare che abbia detto una cosa simile

    portiamo le idee addosso come zaini, come la chimera di Baudelaire: crediamo – e in parte è vero – che quelle idee sono *noi*. così le idee diventano idoli – le serviamo invece di servircene – e passiamo una vita a difenderle e poi a negarle quando le scopriamo deboli o false

    ieri E. mi ha portato del cibo. non cibo di lusso, ma cibo da poveri, quello senza marca che in chiesa danno ai poveri, una volta al mese. lo ha recuperato da un bidone, intatto, perché ci sono anche poveri che scartano. lo ha portato a me, e io ho detto *grazie*. E. non ha avuto altra *idea* che “massimo potrebbe avere fame”; e massimo non ha avuto altra *idea* che il “grazie”. tutto qui. poca idea, molta azione, e nemmeno tanto sforzo – le cose sono belle così. e Nina (ciao! ti ho scritto tempo fa su progettoatem… la mia email è sempre massimo.sannelli@gmail.com) e le “donne gentili” capiscono questa lingua, io la imparo

    per questo non rinascerà la “scuola di poesia”, per lo meno non da me. una scuola deve insegnare nozioni, non sensazioni: altrimenti non è più una scuola. ora, le nozioni sono legate alle forme. ma di questo non mi importa più molto

    e non dico che le forme non contino, anzi. sono un po’ provocatorio verso “Marco”, che è Marco Giovenale. e lui lo sa. Marco è duramente orientato verso il rinnovamento – o lo svecchiamento – delle forme; ne fa anche una questione politica. in effetti l’Italia è in ritardo, ecc. Qui l’ho anche punzecchiato, un po’ volgarmente, sul mangiare “tre volte al giorno” e vedere gente. sono stato scortese, ma è proprio perché la prospettiva è cambiata: sulla sua figura di autore (grande) ora io proietto [anzi: si proietta da sola] la figura oggettiva del suo *corpo*, e delle relazioni che intreccia. per anni ho avuto quasi un marito e quasi una moglie: amando entrambi, riamato, io ho praticato inclusioni ed esclusioni: non parlare con Lorenzo, ridere della criptochecca, cose così. quell’amore era *idea*, anzi *ideologia*. ma io non ho bisogno di un’idea per includere ed escludere, a parte il fatto che le mie inclusioni ed esclusioni non contano *nulla*

    perché la prospettiva è cambiata? le forme non hanno nulla a che fare con il problema della felicità. mi interessano i corpi, perché sono carichi e pieni; anche di un sesso, certo, sono pieni anche di quello. castità eccitante, passione eccitante, tutto pieno. e non è che Marco sia scemo e io il furbo che ha capìto il gioco: è molto più probabile il contrario. non è che Mimmo Cangiano o Alessandro Broggi siano due falliti, anche se descrivono [ognuno da una posizione separata] una vita umana che secondo me è misera e ridotta. è più probabile che il fallito sia io

    così c’è un abisso tra Marco e Mimmo, tra Alessandro e – ad esempio – Matteo Fantuzzi. ma tutti hanno in comune hanno due cose: una fortissima preparazione critica, una fortissima volontà di essere poeti, cioè “migliori fabbri” di una lingua, di uno stile, ecc.

    il poeta F. ora mi disprezza: sono “meschino e irriconoscente”. gli ho detto solo: la tua poesia è perfetta, come quella di Valèry (e di Giovenale, ho aggiunto poi). è perfetta e lucida, sembra uno specchio, sembra alluminio, un metallo pulito e polito. detto questo, la tua poesia – dicevo – è su un piano che non mi tocca. ma il poeta F. aveva scritto sul poeta sannelli, e la parola di sannelli gli è sembrata “gratuitamente velenosa”: dunque io sono “un compendio di meschinità e di irriconoscenza”. il poeta F. ha ragione, dal punto di vista dei poeti, e giustamente rivendica la dignità di ciò che scrive. io ho letto la sua poesia COME SE NON FOSSE POESIA, cioè come se fosse un dialogo personale – non si parla sempre di dialoghi e “poesia come stretta di mano”, ecc.? faccio spesso di questi disastri, mi sono stancato di farli: anche qui idee idee idee

    molto di quello che scrivo tuttora, e che non è poesia-poesia, è in catene di settenari assonanzati, in strisce di prosa modellata sul decameròn o sul cinquecento o su carmen consoli: sì, è forma, ma non ha più importanza. userei le parole in libertà di marinetti, l’ode saffica e il sonetto petrarchesco *nello stesso giorno*, a seconda degli effetti da creare: in ogni caso, la voce che realizzerebbe il paroliberismo e la forma chiusa farebbe di *testa* sua, davanti al suo microfono

    se poesia deve essere, cioè lavoro formale, i docenti della scuola dovrebbero essere loro – e altri. se poesia è una disperata vitalità e intensità – e qui Ferretti c’entra benissimo – ognuno saprà come realizzarla. quanto alle idee, sono poca cosa, se sono buone; se sono cattive o razziste, sono già giudicate. e qui chiudo, per stasera, l’asino ricomincia il lavoro su Dante, ‘notte!

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  9. Quando qualcuno fa un po’ di luce, si crede di vedere e di poter procedere in qualche modo, anche al buio quasi totale.
    C’è sete di poesia, ma non tutto lo è e non bastano i frammenti,i soliti tentativi, bisognerebbe osare.
    Le questioni formali sono importanti, ma possono ingabbiare la poesia, se la si produce (come spesso accade nei risultati)finalizzata a quelle.
    La gente ha sete di poesia e di cultura poetica, ma non la trova. A parte i sostitutivi (validi a volte ma sempre sostitutivi), in cui si incorre per altre vie.
    La sete però rimane. Sete di poesia, di un’opera poetica per la gente, che possa parlare lungamente ai molti.
    Che racconti il nostro tempo e come uscirne. Che racconti anche la felicità, perchè nel mondo c’è.
    Bisogna osare (lo dico anche per me con poco coraggio e pochi mezzi – comunque la tensione vitale o artistica chiede di esprimersi), vincere la paura, dichiararsi. Forse le “prove” di Arminio, non sono altro che questo osare. Forse è quello che fa Massimo, quando ci dice del suo lavoro su Dante o racconta del regalo per i “poveri”, che un altro (E?) gli ha portato.
    C’è bisogno di scuola di poesia, per calmare questa sete, come c’è bisogno di poesia.
    Si continua a vivere, anche cercando e provando strade nuove. Che sia, quel fare poesia, il passaggio obbligato per scriverla?
    Buona domenica a Massimo e a tutti.

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  10. Era CCCP: punk, chiedeva a gran voce che gli si sputasse addosso. Spettacolo? Anche. Ma cantava cose che oggi non canterebbe più. Gli ha dato di volta il cervello. Da anticlericale a clericale sfegatato con tanto di abbraccio a Ratzinger etc. etc. Se questo non è abbracciare la destra, non so cos’altro! Ha detto di amare il pensiero di Ratzinger e le sue idee etc. etc. quindi non lo si puo’ considerare che di destra oggi. Non di una destra fascista ma poco ci siamo. Uno che sposa le idee di Ratzinger direi che è molto a destra… sti ca**i se lo è. Perciò per me Ferretti è morto. Ascolto Canali che è meglio.

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  11. chi ha scritto e inciso Linea Gotica e Ko de Mondo, e cantato come canta nella Terra, La Guerra non ha bisogno della mia avvocatura. così, per istinto, non credo che GLF rimarrà molto sulla nuova linea. l’importante è che viva: è un uomo estremo, e senza *una* fede si aprirebbe il ventre, la sua testa finirebbe lontana dal corpo, come quella di Mishima Yukio: vedi ancora *morire* dei cccp

    non è una buona giornata, non sto bene. il cuore [il muscolo] fa fatica; e poi c’è tutto il resto, non muscolare. ma il cuore e il freddo non sono un problema. è che manca un lampo, il più caro. per esempio: dovrebbe venire Reginella dallo spazio e prendere la mia chitarra scordata, e io le direi: “cantami ancora *cuore spappolato*!…”. e lei direbbe: “oh, se tu fossi mio fratello, allattato dal seno di mia madre!”. Paperino e il cantico dei cantici! Paperino salvato dal cantico dei cantici! Paperino si arrampica sulla palma per i datteri! ma Martin Eden – marinaio come paperino – è troppo impegnato a rimpiangere la vecchia Ruth per “prendere con sé” la giovane Lizzie

    si batte anche la domenica mattina, in via di Francia, nella Città Barbara, il grande Laboratorio di Poesia Applicata. un bel corpo ormai si vende a venti euro, senza guanto, senza macchina, si va nel parcheggio coperto, se lo trovi troppo squallido si va tra i cespugli sotto il Matitone. quel corpo vale di più, è chiaro – chi vale sempre meno è il cliente, ormai si risparmia

    Stella, non ti risposto, lo faccio ora: grazie! e a tutte le Gentili

    e qui qualche frammento del libro, e che il sollievo arrivi con la sera

    11
    Un principio di crollo avviene a Milano: le «piccole cose» – dove sono? ci sono – si riverberano; più mancano e più tolgono, inevitabilmente. E: la discussione pro et contra Joyce (Joyce è un esempio pesante) forma una domanda: di che cosa è conservatore uno stile conservatore? recita in scala 1:1 il suo essere conservatore o indica qualcosa? e di che cosa è contestatore uno stile contestatore? si limita ad eseguire l’esecuzione di sé o crea il mondo (cioè il futuro)? vale la pena sperimentare per contestare una brutta poesia tradizionale? Il carattere personale è contro queste cose.

    17
    Ci siamo commossi sul «diritto alla morte» e sulla «morte contenta» che Blanchot5 trova in Kafka. Ma Kafka ebbe Brod. [e Kafka è morto felice?] toccherà anche a noi – alle nostre pagine – senza Brod. chi avrà cura dei nostri libri? Uomini e donne invisibili hanno scritto libri invisibili. Molta memoria si perderà, presto o tardi.
    La poesia deve essere studiata da professori o esaltata da un pubblico? Non si sa. Non ha fruitori precisi, quindi [nella nostra parte di mondo] non ha né un obiettivo né uno stile. Non ha faccia: non avendola, non può neanche perderla.

    27
    Mi è stato detto: noi dobbiamo essere scudi per i più deboli. Davvero? Davvero tu sei lo scudo di qualcuno? Ma la fornace è qui e ora, mi dicono. Per alcuni, il «popolo futuro» di cui parlo è una terribile astrazione o la morte del presente. Bene, i morti sono loro, nello stesso presente.

    30
    e se fosse VERAMENTE una religione? che cosa me ne faccio di una poesia che non è TUTTO?
    scriviamo solo per completare le possibilità di un genere letterario? ci trasformiamo in un sottobosco marginale per essere i clowns del linguaggio?
    ora non rispondo ad una persona precisa. tu dici che la poesia è un genere letterario, cioè (prosaicamente) un vestito da mettere e togliere. …………… ma se non puoi essere tutte e tre le cose, che si contrastano (il silenzio, il successo, il tentativo di comunicare, che conta più di tutto) – quale sceglieresti? sceglieresti di comunicare, comunque, che serva o meno. e questo vale anche per me, che per stanchezza ritrovo i miei problemi di parola, proprio ora che devo entrare in teatro. ma se posso trascenderli, perché non farlo? ecco, questo ha molto a che fare con la poesia (con la religione).

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  12. ferretti sbagliava prima e sbaglia adesso. non gli è bastato notare che abbracciando ciecamente ideologie poi si resta scottati? ieri non passava a stalingrado, oggi vuole passare dal vaticano. due facce di una stessa medaglia vuota. felice di vedere che la scuola è tornata. in fondo lo decide lei, la scuola, quando tornare. a me è sempre piaciuta perché è una scuola che non ha la pretesa di insegnare, ma genera e riceve dubbi. che altro potrebbe fare?

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  13. oh mummy dear, mummy dear, facciamolo continuare, in tutti i modi che gli pare…

    🙂

    un abbraccio caro,
    r

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  14. Una gioia immensa, incredibile fino ad ora, che torno: Massimo sei qui,ancora a scriverci a parlare la sua formidabile lingua (quella che ti ditta dentro)Noi non so se l’abbiamo l’intelletto d’amore, ma è certo per te, per poeti come te che lo sentiamo..
    La tua scuola..l’intensità che conta per noi oltre e prima delle forme in quanto tali.
    Prima ero a rileggere uno scritto appena uscito, su dedalus online: “La meglio crudeltà” si intitola,è mio (domani ne copierò il node o il testo, direttamente). E’ su Nadiella Campana, che di certo ricordi ( sono pochissimi ad averla letta, anche se edita Crocetti “Verso la mente”),morta da venticinque anni,e nessuno, capisci nessuno che la ricordi, ne parli.( A parte “La corsa dei mantelli”, di Mil D. suo curatore,e nella sua poesia, “Ultima notte” ). Ecco questi sono i paradossi-poesia. Capisci?Ecco perché Zanzotto scrisse “la meglio crudeltà”.. per parlare di lei, e Fortini su Il manifesto, elogiò le folgoranti poesia ultime, dickinsoniani, prima che scomparisse lei e i suoi versi…
    Con immenso affetto,e grazie, Massimo! Maria Pia

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  15. ciao Re… credo di avere ancora fede nell’Esposta – la poesia – e credo di avere ancora fede nelle pratiche: solo che non so più che cosa insegnare, rispetto alle *forme*. in realtà basterebbe insegnare due cose: il galateo e l’improvvisazione; per l’informazione c’è la Rete, se l’accademia non basta [e difficilmente basterà: il responsabile della biblioteca della fac. di lingue diceva: “questa è una copisteria”]

    [in youtube si può *scegliere* tra le versioni della Serenata per un satellite di Maderna; e youtube è *pieno* di opere di Giacinto Scelsi, e in qualche video lo spartito scorre sotto le note: *felicità raggiunta*!]

    ciao Maria Pia… sì, ricordo Nadia – il libro *verso la mente*. ne ho viste due sole copie in tutta la vita, tentai di rubarlo in libreria ma mi mancò il cuore… morire presto e nascere donne è una cosa che il mondo non perdona: perché non si parla di Anna Malfaiera, non si parla di Patrizia Vicinelli (salvo trovare *a, a, A* della lerici a 200 euro sul banco della libreria *antiquaria*), non si parla di Maria Rosaria Madonna (uscì il libro con pref. di Amelia Rosselli: poesie *anche* in latino – e *bellissime*). la sparizione del corpo è una buona scusa per fare come se quel corpo non ci fosse mai stato

    le donne finiscono spesso in prigioni senza gabbie, e spesso in tombe, già in vita: prigioni e tombe sono O luoghi O rapporti; oppure: sono luoghi E rapporti. il racconto della mamma di Maria Grazia non parla di altro. l’ho filmato nel corto fatto con Chiara De Luca, questa estate a Bologna: la casa rossa [angosciante] e sbarre – reali – ovunque; e poi ho filmato Chiara in una casa luminosa, che guarda la nonna [anche lei in prigione, ma diversa: solitudine assoluta]; e Chiara ai Giardini Margherita, finalmente, e onde di riccioli che si piegano sul ponte e guardano i *pesci* – liberazione e danze, camicie bianche solarizzate per sembrare tessuti angelici, “e chi davvero crede si smarrisce”

    oggi non è stata una giornata facile. ho ritrovato un po’ di forza solo tardi, sera inoltrata. il corpo è quello che è, il “corpo che non mente mai” secondo Agnes de Mille. mente così poco che è lui a dire: per favore, fermati, fermami, non ce la faccio più ad essere la tua vita, la tua *forma*

    ed ecco qualcosa del commento (!) a Dante. mancano tutti i corsivi (tanti). e una notte serena, davvero

    ***

    Adriano V. Dante si inginocchia, onorandone la “dignitate”. Ma il papa lo fa alzare, lo chiama frate – una parola-chiave del Purgatorio, in bocca ad Oderisi, Sapìa, Marco Lombardo, Forese, Bonagiunta, Matelda, per rivolgersi a Dante – e si dichiara conservo di Dante, collega di servitù. Non solo: cita il Vangelo (Mt., 22, 29-30; Mc., 12, 18-27, Lc., 20, 27-40), in cui Cristo afferma che la moglie di sette mariti non avrà marito in resurrectione, perché gli uomini saranno «come angeli nel cielo». Quindi: chi fu papa in terra e in vita non è papa nell’aldilà, perché i rapporti, ingenui o forti, e le dignità umane sono aboliti [per lo stesso motivo, Catone si dichiara sciolto dall’amore per Marzia, che non lo riguarda più]. Nessuna rivoluzione è maggiore di questa abolizione dei rapporti, che Gesù insegna nello «stesso giorno» in cui ha spiegato ai farisei e agli erodiani di «rendere a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Ed è chiaro che la scena di Adriano – che in terra sarebbe stato uno dei due soli, assieme al sole-Cesare – serve anche ad imporre il nuovo esempio e il galateo della vita eterna: cioè un altro copiosissime delirare, rispetto alla norma del mondo cieco.
    In realtà Dante si esalta, quando può dirsi sottoposto a dignità invisibili e sovrumane, che sono duchi per la sua missione: o il dio Amore della vita poetica (che gli ordina di «benedicere lo dì» dell’innamoramento, come una cosa sacra: Vita nova, 15, 2) o il vero Dio (che è l’Amore cosmico dell’ultima visione).
    Sulla terra dei vivi, Dante avrebbe dovuto «rendere al Papa quello che è del Papa»; nel Purgatorio dei morti, non è più tenuto a farlo. Il fatto è che la stessa Comedìa può esistere grazie allo scioglimento di tutti i rapporti, dopo il quale la poesia può fondersi con la prosa, la lirica con il romanzo, il fiorentino con il latino di Adriano e il provenzale di Arnaut. In ogni caso, la fusione è sempre sotto una regìa concreta e assoluta. Quindi: l’esilio è una tragedia, ma anche una liberazione dai vincoli comuni [e comunali, e dalle ambizioni del servo di partito dentro Fiorenza]: è una specie di morte in vita, un sogno all’interno di un sonno vigile. Così l’esilio dell’intellettuale, con tutte le nuove difficoltà materiali – non certo il sale nel pane e le scale ripide del Nord –, semplifica la condizione della vita: Dante è come un’anima disincarnata, senza famiglia e senza rapporti. Non resta altro che fare un buon uso dell’esilio dai ruoli primitivi e dalle amicizie, anche poetiche: quindi l’esilio comporta anche il ripensamento o il ridimensionamento della funzione pratica di Cavalcanti, il «primo amico» [nella Comedìa l’assenza – apparente – di Guido inaugura una funzione superiore dell’amicizia]. Da un lato, la «folgorazione mistica della Comedìa» (Padoan) è legata a delusioni umane e a viltà subumane, di cui il veltro farà giustizia. Ma c’è di più: il poeta moderno è degno di Virgilio e dei poeti del Limbo, il papa e il poeta moderno sono degni l’uno dell’altro. L’uomo lega le vanità, Cristo e la morte le sciolgono.

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  16. Oh Massimo! Chi non si improvvisa si rilegge! Capirai perché non mi commuovo come le tue tante lettrici…

    Potresti evitarti queste stronzate? So che l’abito del Frate Misero ti garba parecchio – ma non chiamarmi in causa scrivendo minchiate, sei troppo intelligente per certe cadute di stile. Massimo, non negherò MAI quanto ti devo e se sono nelle †patrie lettere† lo devo a te. Non ho mai omesso di dire quanto ti devo. Lo ribadisco in ogni articolo, ma risparmiami le minchiate. Ci conosciamo troppo bene. Hai scelto – Massimo. Hai scelto di dirmi †degna† di LPELS e suggerirmi a Fabrizio. Hai scelto. Di essermi Maestro. Pure: non mi hai trovata †in mezzo a una strada†. Per cui: risparmiati la buona novella del †donna avvisata e non salvata†. Credimi, non scrivessi, sarei comunque su un fottuto palco.

    Troppo comodo, Massimo. Non so un cazzo di Poesia [e m’inchino a Te], ma non rugarmi l’Anima! Ti ringrazio per ciò che è stato, ma se tu non fossi esistito – avrei continuato il mio Tetro e il mio Metallo. E io non ti insegno a scrivere, ma prima che tu possa insegnare a me come †si tiene un palco† e come †si canta† – ne passano di Kurt e di Lemmy sotto i ponti.

    Tu mi †hai lasciata† per cazzi tuoi. Non ti degni ti mandarmi un messaggio o suonarmi il campanello quando, praticamente, siamo vicini di casa – e mi citi in LPELS? Perdona, non lo accetto. Mi hai dato spazio? Massimo – NESSUNO – ti hai mai negato la tua supremazia in ambito poetico, ma TI ASSICURO: non solo giochiamo in campi diversi, ma in UNIVERSI DISTANTI anni luce. E lo sai. Vuoi parlare di me in pubblico? Sono pronta, ma siamo vecchi abbastanza per evitarci cazzate. †Devi avere una figlia bellissima e la solitudine giusta†, ma che cazzo ti dicono i neuroni? E lo scrivi pubblicamente? Lo sai, vero, che bevo grazie al mio aborto? Lo sai che anche tu mi hai lasciato sola? Quando stavo per morire, dove cazzo eri, Massimo? C’erano le anime di LPELS [e lo devo a te] vicino a me! Ma tu, dove minchia eri? [A improvvisarti regista, dimenticavo…]. Non me ne può fottere di meno delle †questioni poetiche†. Io ero in ospedale e quello che si disse †mio fratello† non c’era. C’erano le persone che tu mi hai fatto conoscere – ma non tu. Per cui: fatti e fammi un favore – cresci! Sei stograncazzo della Poesia, ma parliamo del lato umano? Ma come cazzo ti permetti di scrivere †devi avere†. Saprò cosa devo o non devo a trent’anni? Con questo commento metto in piazza quello che tu hai messo da sempre [senza che nessuno se ne accorgesse]: la vita. Quella vera. Mandi affareinculo tutto e poi torni, chiamandomi in causa, come †pecorella† a cui hai concesso allori e spazio? Massimo, scendi dal pero. E, tanto per incominciare, mettiti d’accordo con te stesso. Vuoi chiamarmi in pubblico? Eccomi! Non dimentico quello che hai fatto per me, NESSUNO mette in dubbio il tuo valore POETICO, ma tu hai scelto. Hai rotto il cazzo col †non essere/non apparire† e poi scrivi †posso anche NON scrivere più poesia, posso filmarla recitarla pensarla, trasferirla nell’imbiancare un muro†? – Certo, ragazzo, come in ogni buon telefilm americano: TU PUOI TUTTO. La differenza, Massimo, è che se tu mi dicevi †non funziona† – nello scritto, io ti ascoltavo. E cercavo: migliorarmi. Quando tu hai sfanculato tutti i giri poetici per darti al Teatro, col cazzo che hai frequentato un’Accademia. E se io non sono degna [e sai quanto me ne fotte, ah già – il turpiloquio mi è rimasto: vivo nel 2010] di dire †scrivo† – vogliamo parlare della tua †filmografia†?
    È troppo, Massimo. Il mio nome, sputato lì, dopo un rapporto di Amicizia – non lo tollero. Tu e le tue verità cacate dalle tasche – mi avete rotto. Farti compatire – che è la cosa che ti riesce meglio. Prima di scrivere stronzate circa cosa debba/non debba io – fatti un bell’esame di coscienza! Mi sciacquo le palle nel rhum di averti perso come Maestro. Ho perso un Amico, un Fratello. E non scrivere che l’hai fatto †per me†, perché hai letto/editato La Merca: †per il mio bene† mi hanno fatta a merda. E se la Poesia la devo a Te, se permetti, il METALLO e il TEATRO – no! E ancora: dal momento che NESSUNO ha le palle di andare †contro Sannelli†, lo faccio io. Dal preciso momento in cui tu, Massimo, te ne sei andato dicendo †chi è troppo in rete non esiste†. Per poi tornare, in rete, per promuovere un tuo libro. Scelte. E io scelgo di scrivere quello che penso [la prossima volta, se scrivi di me, scrivi della Daino. Tu, Chiara, l’hai abbandonata perché non era come volevi e perché si fotteva maschi che a te non andavano! Tiriamole fuori – TUTTE – le verità! Mi hai chiamata in pubblico? Smetti l’abito del Santo, Massimo. Ti stimo, ma non ti amo. Parafrasi dell’Autore che non ti devo indicare]. E con questo: chiudo.

    Daino.

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  17. quando si chiamano *maschi* e si *fottono*, vedi: non è che *sannelli* disapprovi. sannelli non fotte più, grazie a Dio. è che non dovrebbe essere così

    non mi interessa con chi fotte Chiara. già la parola *fottere* toglie importanza. ne facevo una questione di stile (non di peccato: perché anche uccidere una formica è peccato. non se ne ha diritto, e dal p. di vista del peccato siamo tutti *mostruosi*: TUTTI). soprattutto quando la scopata riguarda l’ambiente letterario: tutto qui. si crea un brutto aversi in pugno a vicenda – tutto qui. io dico solo: potendo evitarlo, perché non evitarlo? non sei una troia, ma una suora [te l’ho detto molte volte, e non è una battuta]. e PERCHE’ una suora deve cedere?

    la sparizione non dipende dalle scopate. dipende dalle *cose*, che io NON ho. nel momento dell’emergenza, hai bisogno della realtà: non di me, io NON ho nulla. sì, le parole, un sms, una salita in cima alla salita – ma non è niente. l’ho capito due anni fa, e l’irrealtà se n’è andata, a poco a poco. per mesi e mesi ti ho detto: vedrai che addio… e tu dicevi “non puoi!”. non è che possa o non possa – devo

    di Metallo non so nulla. ascolto Sciarrino e Bach, e Scelsi, e poi altro. in teatro gioco, perché no? l’avevi scritto tu: “quasi quasi ci butto anche te su un palco”: Animaelegentes

    quanto alla rete: questo post è un regalo di Fabrizio. la scuola NON riprende [infatti sei *tu* che la riprenderai], in facebook non ci sono, ecc.

    quanto all’andare contro sannelli… come se sannelli fosse qualcosa o qualcuno, come se ci fosse qualcosa contro cui andare. e ci vogliono anche le *palle* per andarmi contro? non sono un potente, altrimenti non vivrei in una casa senza riscaldamento, non vivrei come *sai* che vivo [e Lombardini che mi trasfigura in un potente editor che *finge* di non mangiare “salame di cinghiale”!! in questo stesso sito – invece qui si mangia sempre meno, e sempre più con schifo: e carne non se ne mangia da due anni]

    INFINE: nel 2009 ho dedicato 30 giorni di vita ad un film. gli altri sono serviti a sopravvivere e a stare con Michela. perché Michela stava morendo. dove minchia ero? all’ospedale, accanto a una persona che non aveva molti con sé – quasi nessuno.

    e quindi, ripeto: solitudine giusta. e anche *lei*

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  18. le seguenti affermazioni di Daino nel bello sfogo qui sopra sono false – a meno che “NESSUNO” non venga usato come nome proprio o nome collettivo:

    “NESSUNO mette in dubbio il tuo valore POETICO” (C. Daino)

    “NESSUNO ha le palle di andare †contro Sannelli†” (C. Daino)

    [ma non vi ricordate che sul “Sannelli lapidato” (su Absolute), anni fa, voleste alzare entrambi un certo polverone?]

    inoltre, alla domanda retorica di Sannelli qui sopra:

    “Walter Benjamin scrisse: ‘L’opera d’arte dei dadaisti divenne uno strumento balistico. Coglieva lo spettatore come una pallottola’. Lettore, potresti dire la stessa cosa – di una nostra poesia?”

    vorrei rispondere enfaticamente: – Sì! (a meno che “nostra” non significhi “di chi scrive”).

    altrimenti perché bazzicare la poesia contemporanea? Dante e Dickinson son sempre lì che ci aspettano a casa, fuor di blog.

    scherzi a parte, Massimo: per rendere più efficace il tuo richiamo alla vita al corpo e alla felicità contro la forma l’idea e la socialità coatta dei poeti (un richiamo che può essere sempre salutare) forse sarebbe interessante se tu spiegassi *come* e *perché* a un certo punto ti sei accorto che tutti i tuoi amici di un tempo erano brutti e squallidi nel corpo e così nelle “relazioni che intrecciano”. non voglio forzarti ad essere ciò che non sei (un filosofo) e se mi dici “l’essemplo basti”, ti posso pure capire.

    ciao,
    Lorenzo (quello con cui ti vietavano di parlare (??!!))

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  19. ciao Lorenzo… intanto direi che la “pallottola” di questa prosa ha preso te – e io aspetto sempre di morire [e di esprimermi] per lo “scoppio del cuore” che mi hai profetizzato [dunque morirò per “motivi passionali”! ma diranno che era un *complotto*]

    infatti non “bazzico” più. sul mio tavolo ci sono: alcuni saggi su Dante, la Bibbia in italiano, La Vulgata, la Vita nova, la Comedìa, i Racconti aztechi della conquista, il De amore di Andrea Capellano, lo Srimad Bhagavatham, il diario di Julian Beck, poi Dallapiccola, Beethoven, Takemitsu. Dickinson è sull’altro tavolo, davanti al divano su cui hai dormito

    *come* e *perché*? non so che dirti. la felicità ha *ragioni*? ma una delle cause è stata proprio questa scuola: più la scrivevo e più me ne andavo via. ripeto: i rapporti non sono il diavolo, ci mancherebbe altro. non sono neanche squallidi, di per sé. è squallido il *coabitare senza amore*, in un’antologia o in un fast food. ma tu mi dirai: “però prima coabitavi… sembrava pure amore… e una bina di qua, un gammm di là, una dickinson in mezzo…”. sì, certo, è verissimo. e poi? una prosa di Sbarbaro dice che l’amore gli cadde dal corpo come un vestito, da un giorno all’altro. forse mi sono sentito troppo *sposato*, ma con un matrimonio vano: troppo vincolato a rapporti che NON sarebbero mai diventati una casa – “bisogna fermare una donna e parlarle, e convincerla a vivere insieme” – una famiglia un figlio un grande libro

    l’essemplo basti. e NON detto l’ho perché doler ti debbia!

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  20. massimo, grazie per la tua risposta. anche per le tue prose infatti risponderei enfaticamente “Sì!”. e bene così, allora. so che i tuoi sono eccessi con funzione retorica ma mi preme di moderarli di tanto in tanto. sapevo che l’essemplo doveva bastare, per te che non vuoi esprimere ragioni, ma ricerchi altre forme di efficacia. prendi il mio come un invito a una parte di coloro che ti leggono a chiedersi anche “come?” e “perché?”, per chiarire le (proprie) “ragioni del cuore” e poi determinare i “doveri dei cuori” (come direbbe bahja ibn paquda ih ih ih). la tua prosa va benissimo così, senza ragioni. sans “quoi” ni “moi”. ma con un roi (Roi) una loi un toit (celeste?) etc. etc. etc.

    “Dickinson è sull’altro tavolo, davanti al divano su cui hai dormito”

    a casa tua ho dormito per terra.

    lorenzo

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  21. No, Sannelli.

    Daino fotte. E fotte come un animale [cfr. W.A.S.P.] – punto primo.
    E a capo: detesto i vittimismi. È troppo ammettere che tu non abbia il diritto di dirmi – pubblicamente – cosa †debba o non debba fare†? Ti dirò che tutti abbiamo parenti che soffrono, tutti soffriamo [sconvolgente, vero?]. Ti dirò che tutti facciamo i salti mortali per pagare le bollette. Ti dirò: non era questo il punto – e lo sai bene. Non offendo la tua intelligenza, non offendere la mia. Grazie.
    E ancora: io la mano te l’ho tesa [†prima o poi butto anche te su un palco†] – tu ci hai sputato sopra. Non è un problema mio la tua carriera attoriale. E riesco a sopravvivere nonostante la tua assenza [pensa te!]. Che tu ti [tra]vesta da santone †de noantri† – può impressionarmi quanto le ultime dichiarazioni della velina di turno. Ora cerca di leggere attentamente – quanto segue – perché non lo riscriverò: non gradisco essere citata in pubblico associata a mie presunte o doverose †bambine e solitudini†. Ti è abbastanza chiaro? Giocati la carta della Vittima [per Eccellenza] con qualcun altro, qualcun’altra. Se calzo le borchie e il chiodo e NON l’abito religioso – credimi – c’è un motivo. Non sono una suora [non offendiamo le suore su questo sito, di grazia!] che ti piaccia o meno.

    Carlucci
    Avrei volentieri evitato †lo sfogo† se Sannelli avesse avuto la decenza di non fare †lo splendido† e tirarmi in mezzo – in pubblica piazza. La Letteratura è cosa altra. E NON si stava scrivendo di quello [lo sa Sannelli lo sa Daino]. Con permesso, ora, Vi lascio ai Vostri confronti e alla Letteratura.

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  22. guarda chiara daino che il tuo sfogo era giustificato e ho scritto pure “bello”. a massimo sannelli una strigliata non fa mica male. è coerente con l’asininità.

    bye
    lorenzo

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  23. credo che tra la casa e la piazza, nel caso di Massimo, ci sia poca differenza, per una sorta di inguaribile candore.
    ma anche tu, Chiara, non scherzi.
    vi vogliamo bene (anche) per questo.
    (ho poca simpatia per le suore, ma è per esperienze personali, so che non devo generalizzare).

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  24. Sarebbe stato un modo migliore di morire, invece così Ferretti è morto ma morto di brutto, di dentro. Venduto di brutto. Non posso giurarlo, ma mi dicono che dove sta lui, per arrivarci è pieno di scritti che gli dicono venduto e peggio. Credo bene: che si aspettava, un’ovazione forse? Lui adesso si fa Ratzinger quindi se Ratzinger è contro le coppie di fatto, per forza di cose deve esserlo anche Ferretti: ha o non ha dichiarato il suo amore incondizionato a Ratzinger e a Giuliano Ferrara? Vero, non è uno che si è semplicemente venduto. E’ peggio. E qui taccio per mia bontà.

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  25. Condivido almeno in parte l’esperienza di Daino, nel senso che Sannelli mi ha indicato alcuni riferimenti nella poesia e ha fatto l’editing a una mia raccolta. Ho letto praticamente tutta l’opera di Sannelli e un certo suo gusto estetico per la lingua mi ha richiamato un libro di una psicanalista francese (lascio qui un estratto della recensione de L’Indice), in cui l’estetismo è definito come un tentativo estremo della persona artista di coprire il materiale fecale (cose di cui ci vergognamo e per cui abbiamo enormi sensi di colpa, ecc.) con la sottile pellicola aurea del gusto estetico per le cose “belle”. Quindi i vari topoi di Sannelli, quali la spersonalizzazione nella poesia, la ricerca della semplicità e dell’umiltà nella vita, non rappresentano altro che, forse, questa lieve pellicola d’oro che copre la materia “vera” con cui forse S. ha un rapporto problematico, vale a dire, secondo me, un ego eccessivo per una persona che si definisce “Frate asino”, da qui la frizione quasi schizofrenica.

    “Creatività e perversione” di Chasseguet Smirgel Janine

    recensione di Roccato, P., L’Indice 1988, n. 5

    Va detto subito che l’interesse di questo libro non risiede soltanto sul piano clinico, affascinante e molto istruttivo anche per gli addetti ai lavori, cui prevalentemente il libro si rivolge. L’interesse, forse ancora maggiore, per i lettori non psicoanalisti è per l’acuta riflessione e, soprattutto, per la grande quantità di stimoli che l’autrice suscita sui terreni che vanno al pensiero, al significato dell’emergere del culturale dalla natura, alla creatività ed alla creazione artistica e scientifica. Le citazioni spaziano dal cinema alla letteratura al teatro alla scienza, con una piacevolezza ed un rigore esemplari.
    Come il ‘fin de siècle’ poteva apparire l’epoca dell’isteria, così la nostra appare come l’epoca della perversione, ancor più se non ci si limita a considerare soltanto il comportamento manifesto, ma se si considera anche la strutturazione della mente. In effetti, la patologia prevalente che gli psicoanalisti osservano è quella propria di persone con una struttura o di tipo ‘border-line’ (che si situa al confine, cioè, fra nevrosi e psicosi), o di tipo perverso.
    Il nocciolo della perversione, di ogni perversione del comportamento (le perversioni propriamente dette: feticismo, sadomasochismo, voyerismo, ecc.), così come di ogni strutturazione perversa della mente e del pensiero (la struttura perversa della personalità), è, in definitiva, il tentativo di misconoscere o di negare la differenza fra i sessi e la correlata differenza fra le generazioni, nel tentativo di sottrarsi all’angoscia del percepirsi, da un lato, incompleto (soltanto maschio o soltanto femmina) e, dall’altro lato, incompiuto (soltanto bambino e non anche già adulto). Angoscia narcisistica correlata all’angoscia relazionale di sentirsi escluso dal rapporto amoroso, complementare, che lega i genitori.
    E questo viene attuato utilizzando le modalità anali di funzionamento della mente: triturare, omogenizzare e amalgamare ogni contenuto mentale (rappresentazioni e affetti), misconoscendone natura e forma, per dargli attivamente una nuova natura ed una nuova forma, così come il tubo gastroenterico fa con gli alimenti.
    Il nucleo perverso, presente in ognuno di noi, allora, ha due risvolti: l’uno – creativo – è la tendenza a rendere possibile l’impossibile, tentazione comune all’umanità, l’altro – regressivo – è quello che, tendendo ad evitare il dolore del crescere e, quindi, dell’accettazione dei limiti, porta alla falsificazione.
    Ma ogni aspetto del nucleo perverso presenta le due facce, creativa e regressiva: il tendere a superare la realtà dei limiti è ciò che condusse, ad esempio, fin dai tempi più remoti, alla creazione di manufatti, all’invenzione dell’agricoltura e dell’allevamento del bestiame, alla cura delle malattie, all’esplorazione di terre sconosciute e inospitali, alla conquista del mare e del cielo, alla creazione dei grandi sistemi religiosi e scientifici, alla creazione ed alla fruizione dell’arte: in una parola, alla civiltà. Ma essa è anche quella che conduce, e in varie epoche in modo disastroso, alla disgregazione delle coordinate spazio temporali, etiche e razionali, al sovvertimento della legge del padre, alla perdita del senso della storia, al disfacimento dei valori: del vero, del giusto, del fecondo, del bello; al qualunquismo filosofico, etico, politico, culturale; alla degradazione dell’umano.
    Va precisato, però, che le due modalità, creativa e perversa, che pur derivano entrambe dal nucleo perverso latente, non sono due facce della stessa medaglia, ma differiscono sostanzialmente fra loro, giacché se nella prima il tentativo di superamento del limite passa attraverso il riconoscimento, il rispetto e la valorizzazione del limite, nella seconda, sia pure in modi straordinariamente e mirabilmente ingegnosi, passa attraverso il misconoscimento, la negazione, il tentativo di sconfessione del limite, risultando, così, almeno alla lunga, controproducente e fallimentare, perché correlata più col desiderio che non con la realtà. Si può, allora, distinguere una creatività autentica da una pseudocreatività falsificante. In quest’ultima ha da essere mimetizzata sotto luccicanti stagnole ed orpelli la natura “fecale” del prodotto, che viene, così, presentato sotto forma estetizzante, retorica e falsa (Detto tra parentesi: chissà se qualcuno, negli studi per l’anniversario di D’Annunzio, partendo da posizioni diverse da quelle psicoanalitiche, arriverà a conclusioni analoghe? L’occasione sembra propizia per una verifica). E così pure l’opera scientifica sarà più un’esibizione che un contributo effettivo alla ricerca.
    Le considerazioni sul nucleo perverso latente, proprio perché molto suggestive e convincenti, possono risultare piuttosto inquietanti. La perversione non è vista e riconosciuta soltanto come mostruosità, ma in essa si ravvisa anche un tentativo, sia pure abortito ed aberrante, di sistematizzazione creativa di sé, del mondo relazionale e della realtà. Nella densissima “Prefazione all’edizione italiana”, Pier Mario Masciangelo, si domanda se il nucleo perverso, presente in ognuno di noi, “non abbia a che fare con le origini stesse del funzionamento psichico”, dato che “il rappresentare, cioè il pensare, dispone di matrici comuni – riprodotte sul piano etimologico – con il fingere. La rappresentazione psichica è una finzione, un artefatto condiviso fra gli uomini in funzione del loro pensare e comunicare per simboli… L’allucinazione primitiva, l’atto magico di soddisfazione del desiderio, non costituisce forse… la prima ‘bugia’ che l’essere umano si racconta e insieme il primo passo verso la pensabilità della cosa e (verso) la fantasia?” (p. XVI).
    Pur fondando la propria ricerca sulle teorie freudiane, l’autrice si discosta da alcuni assunti di Freud, argomentando in modo convincente i propri dissensi, come, ad esempio, fa contro la teoria freudiana del monismo fallico, secondo cui nella mente dei bambini, sia maschi sia femmine, sarebbe esistita la sola rappresentazione degli organi sessuali maschili.
    Così, interessante è il modo di vedere l’idealizzazione, che occupa un posto fondamentale nelle perversioni: non solo mirata a proteggere dall’aggressività, ma anche, e soprattutto, a proteggere sé (e non l’oggetto!) dal disprezzo. Come a dirsi: “Se mi circondo di cose squisitamente luccicanti, posso mimetizzare il fatto che mi sto occupando in attività escrementizie sterili e inerti anziché in attività vive e feconde”.

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  26. sì, Lorenzo, mi sono sbagliato: sul divano ha dormito Jacopo Ricciardi, che era venuto con te. per terra dormo spesso anch’io: non per crisi mistica, càpita così, semplicemente.

    se non Solitudine – sia Silenzio.

    ma prima:

    a Domenico: anche Ettore B. – nella stessa città bassa da cui veniamo – insisteva su questo nascondere… coprire… stilizzare per nascondere… voleva sentirsi dire che sono omosessuale, che estetizzavo per vergogna…. e magari dire e dare qualcosa in più. avrei dovuto dire: sì, sì, lo ammetto, prendimi! ma: non fotto come un animale. non fotto proprio. non mi faccio fottere. anch’io [vi] lascio ai [vostri] confronti e alla [vostra] letteratura. per tutto il resto, per tutto e tutti: habent sua fata libelli.

    a Chiara, in ultimo: ti è richiesta la Grandezza.

    non da me.

    ti è richiesta E BASTA. “sa Chiara, deve”: questo versetto, nelle mie continue riscritture, non è stato cancellato.

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  27. La Grandezza non si può chiedere, perchè non si può imparare/acquisire: o si nasce con quel dono, o si muore senza [che sia su di un duro pavimento o un morboso materasso]…

    …e dunque: Sia Silenzio. Ma quanti brutti ricordi in quell’acronimo.

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  28. D. Lombardini

    lungo e interessante, da rivedere con calma e tempo (sempre mai abbastanza)
    sa un po’ di determinismo, ma rende l’idea, se mai ce ne fosse bisogno (addio aura poetica e allori!)
    Ridimensionare, ridimensionare, sempre una buona medicina.
    Ciao

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  29. Mi sono sentito decisamente un voyeur leggendo questo emozionante scambio, ma d’altra parte esso espone un intreccio doloroso di poesia, arte e vita in maniera talmente diretta che sembra impossibile non provare a rifletterci sopra in termini generali, che evitino qualsiasi giudizio su cose che non si possono certo desumere da uno scambio. Così, mi è tornato alla memoria il vecchio branco adolescenziale: quando qualche coppia, al nostro interno o ai margini del gruppo, si esibiva in amplessi scenografici, c’era sempre qualcuno che finiva per pronunciare, con un sorriso di ironica tenerezza, “e semein chei veers” (sembrano quelli veri). Senza conoscere Girard, si riconosceva l’azione paradossale dei modelli offerti dalla tv e dai film (e, soltanto per pochi, dai romanzi) così che i più “veri” sembravano essere proprio coloro che più sfacciatamente li emulavano, evadendo da una sottocultura che era allora piuttosta parca in fatto di effusioni (mentre adesso siamo più o meno come tutti). Allo stesso modo mi ha fatto un po’ sorridere riconoscere l’impressione di assistere ad uno “scontro fra titani”: so che Sannelli considera essere assai pochi i (veri) poeti di un secolo, e d’altronde i due si riconoscono reciprocamente grandezza artistica e finanche una certezza di “permanenza”, cioè sopravvivenza al tempo attraverso le opere. Di questo forse dovrebbero essere più consci i (necessariamente pseudo-)poeti che si accostano speranzosi e plaudenti alla scuola. Bisogna davvero farsi umili e “diversamente intelligenti” come delle “donne gentili”: rinunciare all’abominevole intelletto per poter attingere a questa sorta di religione poetica, la cui autenticità è testimoniata dal preoccupante stato di consunzione del suo profeta. Di fronte alla sua sofferenza, alla grandezza delle sue visioni, ci si sente irrimediabilmente dei “maiali soddisfatti”: nessun senso di colpa nel calpestare una formica, nessun senso di peccato nel godere di quanto i sensi ci regalano entro una finestra temporale di cui si vede benissimo l’inizio e la fine, e soprattutto le proporzioni. Le visioni di Sannelli sono fisiognomiche: egli vede fisionomie nell’immane intreccio della storia, e ce le indica. E questo è probabilmente tutto quanto può fare il poeta: osservare le vivide immagini che si formano nel proprio animo ed esprimerle, attraverso le piccole alchimie delle parole, attraverso “le carte segnate del baro”. Queste immagini talvolta attecchiscono prodigiosamente, il più delle volte sfumano gradualmente come i cerchi della pioggia, con la graduale scomparsa dei sostenitori maggiormente interessati. La consunzione del poeta sembra allora un ricatto ed un riprovero verso l’intera società.

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  30. Elio… è stato un voyeurismo sano, perché è stato una “pallottola”, come le buone poesie e le buone prose

    non sono del tutto nemico dell’intelligenza. sono sempre un allievo di Edoardo Sanguineti, sono un filologo latino (e qui ho imparato dai Giganti: Leonardi, Dronke, Tilliette, Orlandi). non l’ho dimenticato. e il mio lavoro *ufficiale* è ancora questo: non in accademia, ma per case editrici. alla poesia sono arrivato tardi, nel 1999, dopo pubblicazioni accademiche ed edizioni e tutto ciò che doveva formare – e NON ha formato – un professore. Meglio così: il continuo pane-girico (giro del pane) ti fa vedere meglio, l’abitudine al “millennio medievale” di Leonardi ti abitua ai *tempi lunghi* [ti rende un po’ cieco sui tempi brevi, e allora ti capita di dire “j’ai aimé un porc”, come Rimbaud prima di mollare la presa]

    all’intelligenza ho dato la sua parte. sulla moneta c’è la faccia di Cesare, ma poi basta: basta spenderla, e Cesare è già in altre mani. ma l’arte è un’altra cosa.

    la poesia sprofonda [non è una metafora], se viene legata ad un “ludicrous, unheroic life”: quello che non una donna qualunque, ma IRMA BRANDEIS, rimproverò ad un uomo non qualunque, EUGENIO MONTALE, un Montale più o meno quarantenne. “non posso sopportare questa vita ridicola e antieroica”, dice Clizia: mi ami, ma hai la donna, non la lasci, non mi lasci, hai paura che lei si uccida, non vieni con me in America. quaranta anni dopo, lui le scrive: “you are still my goddess, quando, dove ci rivedremo?”

    poi Montale ingrossa, invecchia, si ammala; mentre tutto questo accade, la sua poesia *decade*. e Montale *vuole* che decada: “insieme a me sta franando un’era”. allora diventa il “pachiderma gelatinoso” che Aldo Busi descrive nel Seminario sulla gioventù. Aldo è giovane ed è la prosa; è povero e sano; “fotte come un animale” anche lui, ma ha qualcosa di casto, nello stesso tempo (e nei nuovi libri Aldo appare come un eremita gioiosa, senza sesso); Eugenio è vecchio ed è la poesia; è ricco e malato, è *grasso*. Aldo manda a quel paese Eugenio – è scritto – ma prima lo porta un po’ giro, gli dà il braccio (anche alla consegna del Nobel – scrive Giulio Nascimbeni – Eugenio deve essere accompagnato). la poesia diventa vecchia e la prosa giovane divorzia dalla poesia.

    ora: Aldo non ha raccontato solo una storia vera. ha raccontato una “provocazione in forma di apologo”. e da buon Pesce (25 febbraio 1948) ha lavorato su un piano reale e su un piano *altro* (a Suo vantaggio: perché Busi è lo Scrittore, l’unico: e i libri sono una buona prova).

    seminario sulla gioventù: cioè seminario su di Me, Aldo, seminario sulla Prosa, che è giovane, raccolta di Semi per il lavoro futuro (“io scrivo per avere dei classici da leggere quando sarò vecchio”); e spargimento di Seme. “a me la chiedonoooo!”, urlò Aldo alla femminista, “non come a te che te la tirano dieeeetro”. Aldo ha detto una cosa simile a Montale, indirettamente: a me chiedono la mia prosa, a te nessuno chiede la tua poesia

    Aldo vive la Solitudine perfetta. gli mancano i Bambini: vedi la scena delle due piccole rom che incontra, e lui sogna di prenderle con sé, di portarle a scuola

    credere che “il poeta è un prete” (Ginsberg) è retorico. la “solitudine” di cui parlavo è quella di Marina Cvetaeva, per dire – quella di Zarathustra, o di chi “lotta col demone” [magnifico e superbo libro di Stefan Zweig]; di Aldo (sì, lo so: va all’isola dei famosi. e allora? lui può, la storia c’è, tutta). è la solitudine *grande* che assomiglia al *successo*. è un successo interiore, senza pubblico, e ricreandosi in altri. ma ridurre tutto ad una pellicola d’oro sopra la merda fa pena

    [intanto Domenico non scopre la merda ma tocca la pellicola aurea. e ha affinato lo stile, anzi l’ha cambiato del tutto, e ora ritma come nelle poesie che ha letto: la pellicola è servita a qualcosa, e tanto basta]

    così si vivacchia. Mishima e Pound, Cvetaeva e Rosselli sono il Passato, alla larga. “il tuo Pasolini”, scrisse Marco. “il tuo Pasolini mangiava!”: non lo so… non credo… l’Italia è ossessionata dal cibo: mangiare è salute e conservarsi, un’arte alla John Coltrane non ti conserva

    “Mi piacciono le scelte radicali /
    la morte consapevole che si autoimpose Socrate /
    e la scomparsa misteriosa e unica di Majorana /
    la vita cinica ed interessante di Landolfi /
    opposto ma vicino a un monaco birmano /
    o la misantropia celeste in Benedetti Michelangeli”

    intanto la poesia *vive* sempre, alla grande: come potrebbe non vivere? ma non vive del tutto su pagine scritte [e ritorniamo alle Pulle]. quello di cui parlo è quello di cui vivo e non vivo. ma quello di cui parlo non entra nella filologia amata e non si traduce. siamo nel campo della *fede*? taccio davvero, adesso. per tutto il resto: 349 5874986, chi vuole. coraggio, sempre,
    massimo

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  31. vedi Massimo, quello che dici è vero, su di me intendo, sul fatto che “ho affinato lo stile”.
    leggendo e toccando la pellicola aurea (volevi rivendicare a te questa piccola cosa?), però, a differenza tua, sono passato prima dalla merda che c’è, è sempre lì quella,
    mica possiamo non vederla (scotoma psicologico: come quando tu dici “non fotto”, “non mi
    faccio fottere” come una bestia… in realtà, fottere e farsi fottere non
    sono nulla di animalesco, per te sono diventati merda (e violenza? vedi l’ultimo PPP), eccotela lì! – e in realtà, forse, non vedi la merda vera, che non è fottere-farsi-fottere, ma la tua Superbia, quella
    non la vedi – scotoma). ma non è superbia forse la tua, è una strenua e innata difesa, affinché tu rimanga sempre uguale a te stesso, sostanzialmente inconscio e inconsapevole. Per me, invece, la poesia dovrebbe essere
    uno strumento per stanarla la verità e non per occultarla o, peggio ancora, farne una versione posticcia con un prodotto feticistico che si definisce poi surrettizialmente poesia (un altro corpo, un’altra biografia, un pupazzo). In definitiva: per me la tua poesia non contiene elementi di verità (ie descrive una persona che non sei), pur apprezzandone la qualità (la pellicola aurea). ciao

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  32. Però Chiara ha pienamente ragione ad incazzarsi e il suo commento sincero, senza ombre del sole, allo zenit, val più di un post bislacco sulla scuola di poesia in formato cartaceo.

    Inserire in un testo promozionale richiami [occulti ai più] sulla vita privata di altri (Marco, Chiara ecc) è vergognoso [ingrossa l’ego di chi scrive].

    Scrisse un poeta dopo 17 anni di carcere e una vita in esilio: “La vita non è uno scherzo./ Prendila sul serio/”.

    Ma sul serio la vita di tutti, non solo la propria (vedi “devi avere una figlia bellissima e la solitudine giusta” è una porcata)

    Francesco

    Francesco

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  33. Condivido pienamente il commento di Francesco le cui parole vanno a rompere un preoccupante silenzio redazionale stranamente formatosi sugli aspetti particolarmente sgradevoli di quest’articolo.

    Sembrano profilarsi iniqui/inquietanti scenari di “intoccabilità”…

    Un silenzio assordante.

    Guglielmo

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  34. questa è bella: Massimo Sannelli intoccabile, dopo che gli hanno spalmato tutti merda in faccia.
    Chiara e Massimo sono persone a me carissime.
    possono sbagliare come tutti.
    e come tutti vanno perdonati.

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  35. A me fa un certo effetto sentire accusare Sannelli di avere un “ego eccessivo”, come se il tasso di “verità” ed il diametro (supponiamolo sferico, dato che il toro è già stato arruolato per l’inconscio) del suo ego possano venire misurati – e giudicati non “corretti” – attraverso un insieme di sintomi ed insinuazioni. Mi voglio decisamente distanziare, ora e sempre, da una simile pretesa. Per me Massimo incarna un punto di vista unico, irriducibile al mio e (forse proprio per questo) sommamente interessante: per quanto mi riguarda i problemi che ho sollevato (più o meno comprensibilmente) sono sempre stati RELATIVI all’adattamento delle sue “visioni” alle mie convenienze, che rimangono peraltro in buona parte oscure anche a me stesso: un libero fraintendimento insomma. Mi premeva esplicitare questo relativismo. Detto questo, ringrazio Massimo per gli ulteriori elementi, sempre suggestivi, che ci ha fornito. Il mio interesse per quanto egli pone alla pubblica attenzione è problematico ma rispettoso.

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  36. “A me fa un certo effetto sentire accusare Sannelli di avere un “ego eccessivo”, come se il tasso di “verità” ed il diametro (supponiamolo sferico, dato che il toro è già stato arruolato per l’inconscio) del suo ego possano venire misurati – e giudicati non “corretti” – attraverso un insieme di sintomi ed insinuazioni. Mi voglio decisamente distanziare, ora e sempre, da una simile pretesa. ”

    Elio c.

    Scusami, non fai prima a dire che, secondo te, ho detto una sciocchezza?

    Francesco

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  37. No Francesco, le parole di cui sopra me le ero appuntate già stamattina, ma poi le avevo considerate superflue e tenute per me. Stasera però, vedendo attaccare Massimo con violenza secondo me eccessiva (anche da te, trovo peraltro Chiara si fosse “difesa” benissimo da sola) ho pensato ritornassero opportune, perché anche le mie elucubrazioni potevano sembrare persecutorie su di un piano personale, circostanza che vorrei in ogni modo evitare.

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  38. ancora una volta “gli amanti sono nudi sulla piazza del mercato” – ma ci vi credete di essere: George Sand e Alfred de Musset o Dino Campana e Sibilla Aleramo?:-)

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  39. Merda in faccia?

    Devo essermi perso qualche passaggio topico:
    – “Bentornato!! Ma non ti avevo mai perso:-) gli amici non si perdono.”
    – “Bentrovato massimo, molto felice di rileggerti.”
    – “Bentornato a chi, seppur nel delirio del dire, e che dire!, cattura ed ammalia.”
    – “Ti bacio.”
    – “Sono felice di risentirti dopo lungo tempo.”
    – “Che piacere risentirti Massimo!”
    – “Felice di ritrovarti Massimo, in questa sera.”
    – “Una gioia immensa, incredibile fino ad ora, che torno: Massimo sei qui.”

    Se questa è la merda in faccia, dev’essere pieno di buoni samaritani che si pulisono il “volto” a vicenda.

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  40. no, la “conclusione in bellezza” non la vedo proprio, e l’equidistanza non segna sempre un’impennata di stile. Mi sembra evidente, come sembra a Francesco e ad altri, che Massimo, al di là del contenuto del post, abbia maltrattato Chiara, che ben si è giustamente difesa, ma che comunque non meritava questo in un post aperto in rete, ed è questo che molto mi dispiace. Spero davvero non si ripeta.

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  41. naturalmente parlavo della merda che ho visto gettare in faccia a Sannelli in questi anni, non (solo, ma anche) in questo post.
    per il resto, mio dovere è tentare di riconciliare, non di aizzare l’uno contro l’altra.
    ma è bene chiudere qui.

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