Vivalascuola. Elogio della Geografia

Appello in favore dell’insegnamento della Geografia. Fare geografia a scuola vuol dire formare cittadini italiani e del mondo consapevoli, autonomi, responsabili e critici, che sappiano convivere con il loro ambiente e sappiano modificarlo in modo creativo e sostenibile, guardando al futuro. Nei nuovi curricoli dei licei e degli istituti tecnici e professionali in via di definizione la geografia scompare del tutto o è fortemente penalizzata. I sottoscrittori di questo documento ritengono che privarsi degli strumenti di conoscenza propri della geografia, in una società sempre più globalizzata e quindi complessa, significa privare gli studenti di saperi irrinunciabili per affrontare le sfide del mondo contemporaneo.

Elogio della Geografia
di Rossella Kohler

La geografia ha un pessimo ufficio di relazioni pubbliche.
Durante una serata tranquilla, tra vecchi amici e nuove conoscenze, può capitare a un certo punto che qualcuno ti chieda “ma tu che lavoro fai?” e tu, ingenuamente, risponda “scrivo libri di geografia per la scuola”.

Qualsiasi altra cosa tu avessi detto avrebbe suscitato interesse o indifferenza, forse invidia, magari anche riprovazione. Ma nessun’altra risposta avrebbe dato la stura, dopo un secondo di silenzio, a una raffica di commenti quali “io di geografia non so proprio niente”, “a scuola era la materia che odiavo di più”, “guarda, non farmi domande sulle capitali…”

La seconda raffica prende il via quando i tuoi interlocutori realizzano che non solo mastichi di geografia o la insegni, ma addirittura ne scrivi e, se riesci, ci vivi. “Ma scusa, cosa c’è da scrivere di nuovo? Fiumi, laghi, monti sono sempre quelli…”

Naturalmente stiamo parlando di un gruppo di persone mediamente colte, con un buon livello di impegno sociale, che discutono piacevolmente di musica, cinema, letteratura, arte e cultura alternativa; individui che ben utilizzano il proprio diritto di protesta e di voto; gente che legge i quotidiani o almeno li sfoglia su Internet, che ha una sua opinione su molti degli argomenti correnti di politica locale, interna e internazionale.

Però la geografia no, non c’è verso di fargliela piacere. L’imprinting dato dal vecchio modo di concepire e insegnare la geografia, sopravvissuto per decenni e forse secoli, ha lasciato tracce indelebili a dispetto dell’evidenza.

In questi giorni, l’attacco della Gelmini e di tutto il governo alla scuola in generale e, per quanto qui ci riguarda, alla geografia in particolare (diminuzione di orario nei licei, cancellazione totale o parziale nei tecnici e nei professionali – anche nei nautici e aeronautici!) ha provocato proteste di intellettuali e giornalisti illuminati e forse qualcuno in più comincia a riflettere sull’importanza formativa di questa materia.

A costo di scrivere cose che appariranno scontate non solo ai pochi che apprezzano la geografia, ma anche, inspiegabilmente, a chi la considera inutile e noiosa, provo ad elencare alcune delle motivazioni che contribuiscono a dare un significato al mio lavoro. Attenzione, non sto parlando di quello che potrebbe diventare la geografia (in controtendenza, ritengo in effetti che potrebbe avere enormi potenzialità di sviluppo, soprattutto in una scuola caratterizzata dall’unitarietà del sapere, con forti accenti di interdisciplinarietà), ma i suoi punti di forza nella scuola e nella società attuali.

La geografia non è più quella di un tempo. Senza rimpianti. La geografia delle dimensioni di monti e fiumi, dell’elenco dei prodotti agricoli e minerari di un Paese da imparare a memoria, non esiste più ormai da anni nella grande maggioranza delle scuole, esattamente come la storia non è più un susseguirsi di date e grandi personaggi. Sopravvive forse nelle lezioni di qualche insegnante, di solito non geografo, che preferisce non imbarcarsi in messaggi che presuppongono, sempre, una presa di posizione. Soprattutto nelle superiori, infatti, per indagare il rapporto delle popolazioni con i loro territori si utilizzano gli indicatori sociali, ambientali ed economici, dati anche sofisticati, ma estremamente chiarificatori, che fanno riflettere i ragazzi sulla qualità della vita, sulla tutela dell’ambiente, sul consumo di energia, ecc.

La geografia serve alla storia (e viceversa). Non è possibile pensare un insegnamento della storia che prescinda da conoscenze geografiche di base. Ovviamente è indispensabile saper collocare fatti e processi storici sul territorio, ma ancora più importante è conoscere le dinamiche geoeconomiche che hanno spinto a eventi epocali come, ad esempio, le colonizzazioni. Ci sono ambiti storici, infatti (ma forse tutti, mi viene da pensare), che sono strettamente e inscindibilmente legati alla geografia; senza di essa si impoverisce anche l’apprendimento della storia. Non si può trattare il tempo senza lo spazio: altrimenti la realtà storica non viene percepita nella sua complessità.

La geografia serve per capire il telegiornale. Non a caso, i mezzi di comunicazione, siano cartacei, in video oppure online, chiedono spesso aiuto a carte tematiche e a schede di approfondimento sulle realtà di cui parlano. Ma immagino come sia gratificante per ragazzi interessati rendersi conto di avere conoscenza di termini, luoghi e meccanismi geoeconomici, di possedere cioè le chiavi di lettura per capire ciò che avviene nel mondo. Tensioni e conflitti non si spiegano se non si inquadrano sulle risorse di un territorio. Gli attacchi all’ambiente, le strategie per contrastarli non si comprendono se non li si pongono in relazione con le scelte economiche.

La geografia stimola la curiosità. Quella buona, quella costruttiva, quella che ti porta a desiderare di conoscere come è la vita in altre parti del mondo: le città, le case, i mestieri, i cibi… Quella che ti porta a cercare il dialogo e l’empatia con chi arriva da lontano e vive accanto a te. Quella che ti impedisce di ripiegarti sul tuo particolare, non spingendo lo sguardo oltre il confine del tuo cortile. Quella che aiuta a costruire una società migliore, ricca degli apporti di più culture, siano saperi ancestrali o abitudini quotidiane.

La geografia fa venir voglia di viaggiare. Il turismo è un’attività che, a dispetto della crisi, si mantiene in continua crescita, in Italia e a livello mondiale. Ci sono aree nel nostro Paese che vivono solo di quello e sempre più numerosi sono gli operatori del settore. Trasporti più rapidi e costi più bassi fanno sì che sempre più italiani trascorrano all’estero le proprie vacanze, anche se si mantiene a un buon livello il turismo domestico. Tutto bene, quindi. Però, come si sa, c’è turismo e turismo. E la geografia può insegnare ai ragazzi, così importanti anche per influenzare i comportamenti delle famiglie, a praticare un turismo corretto, curioso e rispettoso delle diverse situazioni culturali e ambientali che si vanno a incontrare, viaggiando per l’Italia, per l’Europa, per il mondo. Usiamo pure il gps, ma non scordiamoci le carte (e magari impariamo a leggerle e interpretarle) e inquadriamo la località, la regione, il Paese che andiamo a visitare in un contesto geografico: capiremo di più e la vacanza non sarà solo l’occasione per spendere un po’ di tempo libero, ma una magnifica occasione di incontro e accrescimento personale.

La geografia serve per navigare in Internet. Le nuove (? – i ragazzi le hanno sorbite con il latte…) tecnologie sono uno dei motivi per cui sono felice di vivere in quest’epoca. La possibilità di accedere rapidamente a un sapere quasi infinito è uno straordinario regalo del nostro tempo. Nomi e dati (quasi) sempre corretti, mappe da satellite, info su qualsiasi parte del pianeta sono a disposizione di tutti. E lo studio della geografia in tutto questo si inserisce benissimo, aiutando a organizzare, a stabilire relazioni e connessioni, ad usare lo zoom della conoscenza dal generale al particolare e viceversa.

La geografia è una parte irrinunciabile del bagaglio culturale di ciascuno, anche per la sua caratteristica direi genetica di organizzare più saperi (storia, economia, statistica, scienze varie, demografia, urbanistica, ecc.) contribuendo a costruire una solida e unitaria cultura di base. Sarebbe bello che, alla prossima cena tra amici, scorgessi qualche traccia di vergogna, e non di spavalderia, in chi afferma di non sapere l’attuale assetto territoriale della ex-Jugoslavia (per citare un territorio che più vicino a noi non si può), quasi come si ammettesse di non sapere chi era Pietro il Grande o Charles De Gaulle.

Sono certa che altri colleghi geografi potrebbero allungare l’elenco di queste considerazioni e li invito a farlo. Forse per troppo tempo siamo stati disuniti e silenziosi, contribuendo inconsapevolmente alla cattiva reputazione (in Italia, perché quasi ovunque all’estero le cose sono molto differenti) della geografia.

Confesso che anch’io, a scuola, odiavo la geografia. Fino a quando, all’università, ho incontrato un indimenticabile docente che ha profondamente cambiato il mio modo di osservare il mondo: Lucio Gambi, grandissimo geografo e innovatore del pensiero, alla cui memoria va tutta la mia riconoscenza.

Ma, in ogni caso, non occorre aver incontrato Gambi nella propria vita per capire oggi quale pericolosa lacuna nella formazione dei ragazzi si sta delineando con la drastica riduzione dell’insegnamento della geografia.

* * *

Geografia geografia geografia chiamo
e da nessuna parte mi risponde…
di Lucia Tosi

Vorrei avere carte geografiche in tutte le classi e non ne ho. Fossero anche di quelle che erano già vecchie quando frequentavo le elementari dalle Dorotee, che ora sarebbero vetuste, arcaiche. I bordi giallognoli, avevano confini europei che oggi è una fatica ricordare e nomi di luoghi che forse rientrerebbero nel politically incorrect: Leucade, Lesina, Stampalia, ricordi di antiche dominazioni, tra cui quella della Serenissima, che mi pare la più bella dominazione che mai sia esistita, se una dominazione può avere una qualche bellezza.

Su quelle carte in terza elementare si imparavano le regioni italiane, divise tra nord, centro e sud. Si imparava a dire centro-nord e centro-sud perché qualche regione non era molto decisa da che parte stare. Come il Molise: imparai a declinare le città, i fiumi, le montagne, le bellezze artistiche dell’Abruzzo-Molise. Quando diventarono due regioni distinte? Il perché, non lo so, e perché mai le suore mi hanno insegnato una cosa sbagliata? Perché la loro, in quanto suore, era una carta ecclesiastica, forse. Una cosa che ci insegnarono era il nome delle Alpi da ovest a est, senza filastrocche, e i monti che caratterizzavano ciascun massiccio, le altezze e i fiumi che vi nascevano. Poi si passava alla pianura Padana: da Padum, bambine, il fiume Po, senza accento e senza apostrofo, mi raccomando!

Sapevamo tutti i nomi dei tributari del Po di destra e di sinistra, gli emissari e gli immissari dei laghi che macchiavano di azzurro tutto quello sterminato verde. Era, allora, una semplice pianura senza la i, coltivata a riso soprattutto in Piemonte, dove c’era la Fiat, con altri insediamenti industriali, soprattutto in Lombardia, ovunque popolata di viti, viti, viti, quanto vino, quanto! Dal Barbera al Soave, passando per il Grignolino, il Dolcetto, che non è dolce per niente, gli Oltrepo (chissà se qua ci va l’accento?), il Valpolicella, il Tocai, sssst che non si può più nominare, ma anche oltre, fino ai vini senza nome delle mie isole, che “forse” erano una volta un Raboso, altre un Merlot, ma ghe tra’ del Càberne(t).

Province e capoluoghi di provincia. Padova è una città antica, sede di una famosa università. Essa… sta’ zitta, che ci hai una zia lo dici dopo, va bene? E giù nomi di località di interesse storico e gite (uscite) di istruzione: Aquileia, Sirmione, Gardone (come si fa a far digerire a bambini di sette anni la casa del D’Annunzio, per forza che non lo sopporto!), Verona e Giulietta, e intanto imparavi a dire Scèkspir e a riconoscerlo sui libri, poi andavi sulle carte di quelle di quarta a caccia di Stratford-upon-Avon, su su, più su, è inglese, dove guardi?

Su quelle carte c’era scritto, verso est: Germania dell’Ovest, Germania dell’Est, Polonia e poi un pezzetto di Urss, che si studiava in quinta. In quinta la geografia era di colpo una materia sterminata, era il mondo. L’Africa… tu lo studi l’Egitto? Ma dai, che abbiamo studiato l’Egitto in terza con gli Egiziani, quando le ripetiamo la storia del Nilo e dei laghi Vittoria e Alberto, un po’ di cose sulle piramidi, e che la diga di Assuan che stanno costruendo porterà un gran bene alla nazione… che altro vuoi dire?

La carta dell’Africa presentava paesi con nomi che nel frattempo erano cambiati, c’era il Congo belga, il Congo francese, il primo si chiamava Zaire, poi di nuovo Congo: le suore risparmiavano con le carte geografiche ed erano in anticipo sui tempi. Per tutti questi abitanti ci facevano pregare tutti i giorni, fare i fioretti. A volte ci facevano vedere immagini che venivano dalle missioni delle loro consorelle e la domanda di noi tutte era perché questi bambini hanno tutti quelle pancione gonfie? Credo ci abbiano risposto qualcosa, allora, oppure ne so perché, nel frattempo, altro si è stratificato in quello scaffale della memoria alle parole bambini, Biafra, Africa.

Poi, ah, che sospirone di sollievo! Arrivate agli Stati Uniti ci sentivamo rinfrancate. Città grandi da una costa all’altra, milioni di abitanti, Dallas e il temino su JFK, tutti i climi, tutte le materie prime, coltivazioni sterminate, i tornado, i coccodrilli nel Mississippi, ma non sono coccodrilli! Sono alligatori, non li vedi i cartoni animati dell’orso Yoghi?

Negli anni Sessanta i cartoni si chiamavano cartonianimati e nessuno abbreviava. Stati Uniti: ricchi, giusti, democratici, gloriosi! Fanno la guerra nel Vietnam: e dov’è? Dall’altra parte: gira, gira. E perché fanno la guerra qui, così lontano da dove abitano loro? Eh, bambine, qui ci sono i comunisti! I co-munistiiii? Studiando la Cina avevamo insistito sulla Muraglia, il fiume Giallo, la coltivazione del riso, Marco Polo: due parole su Mao-zè-tùn, e via. Però in tutto questo sorvolare e sottacere studiavamo monti e fiumi e laghi e città e civiltà antiche, prodotti locali, coltivazioni, industrie, lingue, razze e religioni. Nessun imbarazzo a dire razza, nessuno a dire nero, forse scappava negri, qualche volta, ma senza disprezzo, senza noi e loro.

A casa gareggiavo con mio fratello che sapeva i nomi anche delle località minori, del più piccolo fiumiciattolo. Giocavamo a tempo a nomi di città di isole di fiumi di laghi di personaggi di tutto il mondo per lettera alfabetica scelta a caso. Vinceva sempre lui, ovvio. Così imparavo Reichiavic, ma non si scrive così, sémpia! Pensavo barasse con tutti quegli strani nomi: Ob, Jenissei, Lena: ma tirava fuori l’Atlante, a zittirmi.

Alla medie si ricominciava da capo. Avevo un libro, anche due per ogni singola materia! Un libro intero per la sola geografia dell’Italia, con un eserciziario con delle cartine mute su carta tipo cartadaforno domopak, per verificare solo dopo se sapevi individuare i luoghi.

Ricordo molto bene quello che studiai in seconda e terza media: rispettivamente a Torino e a Roma. Due insegnanti bravissime e pignole. Quella di Roma, mi sa che era di destra, era fissata con Israele. Era di destra perché l’anno del golpe Borghese era sempre un po’ allusiva, eccitata. Questo lo capii col senno di poi. Ma insomma: aveva la fissa dei progressi agricoli di Israele, dei kibbutz, che poi già allora mi pareva una contraddizione, mentre ancora adesso non me la spiego, oppure si vede che era una revisionista col senso di colpa ante-litteram. I Palestinesi erano per lei un dettaglio, erano riassunti da quel tale con quel canovaccio a quadretti in capo, ma che ci fa con quella strassa? Grandi peana sulla guerra dei sei giorni e il Sinai e le alture di Golan che mi pareva di essere sempre davanti al telegiornale. Fino ad allora Sinai aveva voluto dire Mosè e grandi film a lui ispirati.

Con quella prof. apprezzai gli effetti dell’insegnamento pluridisciplinare, in un’epoca in cui ogni materia era normalmente un hortus conclusus. I risultati furono che alla prima occasione andai dal solito fratellone, grande ammiratore del Che, a farmi spiegare la faccenda di quello con il canovaccio e di quello con la benda all’occhio e di Golda Meir che scambiavo con Indira Gandhi (ma è figlia di Gandhi, sì o no?), che avevano tutte e due quei vestiti avvoltolati addosso e i capelli con il ciuffo bianco. Sì, ma tu non glielo dire alla professoressa dei palestinesi, che mi sa che quella…

Al ginnasio, altro giro, altra corsa! Prof. maschio, bruttino assai, povera creatura, intelligente, colto. Due anni di ri-geografia. Qualche sprazzo di geografia umana, qualche brandello di considerazioni geopolitiche e più semplicemente politiche. Khmer rossi, Tupamaros, questione palestinese, rivoluzione culturale, apartheid, riserva indiana, ETA, Ulster, favela fecero irruzione nel mio vocabolario, quasi una rieducazione.

Il mondo diventava un luogo piccolo, i grandi fiumi insignificanti, l’Himalaya insipido e così la terrorizzante fossa delle Marianne, banali le statue dell’isola di Pasqua, Stonehenge, e tutti i massi druidici sparsi in Gallia, delle specie di parco giochi, Liechtenstein e Andorra, così comodi durante il gioco di fiumi monti città, dei luoghi odiosi, da cancellare, nonostante i monti e i castelli.

Mi interessava come vivevano gli uomini che abitavano un certo territorio, volevo sapere dei Bamileke del Camerun, dei Bororo del Mato Grosso, dei tristi tropici e di quello che i bianchi vi avevano portato e portato via. Per incuriosirmi bastava dire un nome di popolo e un luogo: il luogo sapevo già dov’era, lo trovavo in un attimo sulle carte, dopo tanti anni passati alla maniera di De Rossi che sciorinava fervoroso la sua geografia sull’attenti, davanti alla carta geografica, idolatrato dal maestro e da Enrico Bottini, quel pidocchio! Studio precoce, mnemonico, arido in apparenza, ma trasformato in una gara: se so il nome di un fiume della Padània lo devo alle suorine terrorizzanti della mia infanzia, se amo gli uomini di questo mondo lo devo ancora a loro. Senza il dove, mai avrei appreso il perché.

Mia figlia, in nome della ”consapevolezza delle proprie origini e del territorio”, ha studiato per tre anni, tra il 1996 e il 1998, la laguna di Venezia. Non sa niente di geografia, e neanche della laguna.

* * *

Ma davvero la Geografia non è stata eliminata? Tutte balle.
Eliminata la Geografia dalle scuole. Articoli sui giornali (ad es. vedi qui, qui, qui, qui, qui). Servizi televisivi (ad es. vedi qui e qui). Immediate adesioni a un appello-petizione promosso da tutte le associazioni geografiche italiane. Dopo qualche giorno la ministra dichiara trionfalmente che la Geografia è stata reinserita: al momento quello che si sa è che nei Licei anziché 2 ore di Storia e 3 ore di Geografia (come è adesso) avremo 3 ore di Storia e Geografia (diventate un’unica materia!).

* * *

Una società di persone etero-dirette
di Ilvo Diamanti

Siamo orfani dei confini che, tuttavia, non riconosciamo. E non conosciamo più. Come il territorio. Rimozione singolare, visto che mai come in quest’epoca le identità ruotano intorno ai riferimenti geografici. L’Oriente e l’Occidente. Che, dopo la caduta del muro di Berlino, non sappiamo più come e dove delimitare. In Italia, il Nord e il Sud. La Lega Nord e il Partito del Sud. Si rimuove la geografia mentre la geografia si muove. Insieme ai confini. Centinaia di comuni vorrebbero cambiare provincia. Oppure regione. E molte province si spezzano; mentre, parallelamente, ne nascono altre di nuove. E se guardiamo oltre i nostri confini abbiamo bisogno di aggiornare le mappe. Un anno dopo l’altro. Per de-finire i paesi (ri)sorti in seguito al crollo degli imperi geopolitici. Per “nominare” contesti senza nome oppure ignoti, un attimo prima, il cui nome è rivendicato da popoli che ambiscono all’indipendenza. Da minoranze che vorrebbero venire riconosciute e da maggioranze che ne reprimono le pulsioni. Così, scopriamo, all’improvviso, dell’esistenza di Cecenia, Abkhazia, Ossezia, Timor Est. Mentre Cekia e Slovacchia sono, da tempo, felicemente divise. Ma molti non lo sanno e continuano a “nominare” la Cecoslovacchia.

Questa società: non ha più bisogno di mappe, bussole, atlanti, carte geografiche… La società del Gps è popolata di persone etero-dirette, che si muovono senza un disegno, né un progetto. Non sanno dove andare e neppure dove sono. Questa società – questa scuola – non ha bisogno di geografia, né di geografi. Ma neppure della storia: visto che la geografia spiega la storia e viceversa. Questa società – questa scuola – questo paese: dove il tempo si è fermato e il territorio è scomparso. Dove le persone stanno ferme. Nello stesso punto e nello stesso istante. In attesa che il Gps parli. E ci indichi la strada.
(continua qui)

Assurdo eliminare la Geografia
di Sergio Luzzatto

Nell’età della globalizzazione, penalizzare l’insegnamento della geografia sarebbe assurdo. E avrebbe effetti tanto più disastrosi in quanto, nella pratica quotidiana del lavoro scolastico, le ore di geografia non si riducono affatto a un esercizio di vacuo nozionismo, reso oggi più che mai superato dall’uso del Gps o dalle meraviglie di Google Earth. Esattamente come la storia non si esaurisce nelle “date”, così la geografia non si esaurisce nei “numeri”: la superficie del Portogallo in chilometri quadrati o l’altezza del monte Bianco sul livello del mare. Nel concreto della didattica, le ore di geografia rappresentano spesso l’unica occasione in cui i professori discutono con gli alunni di faccende cruciali.

Se la geografia verrà ridimensionata nella scuola secondaria superiore, chi insegnerà ai nostri ragazzi la geopolitica del mondo contemporaneo? La posizione relativa dell’Italia e dell’Europa, le prospettive di crescita (o di egemonia) della Cina e dell’India, il ruolo dell’Onu e delle organizzazioni sovranazionali? Chi insegnerà le cause e le conseguenze dei movimenti di popolazione, lo svuotamento progressivo delle campagne, la crescita incontrollata delle megalopoli? E chi insegnerà loro qualcosa come un’educazione civica globale, la capacità di situare in uno spaziotempo planetario la questione dei diritti umani, o degli indici di sviluppo, o delle diseguaglianze fra Nord e Sud del mondo?
(continua qui)

* * *

Altri articoli in rete: Maria Novella De Luca, Maurizio Tiriticco, Nerina Vretenar, Fabio Luppino, Piero Gagliardo, Andrea Satta, Marco Lodoli.

* * *

Siti di associazioni geografiche in Italia: Associazione Italiana Insegnanti Geografia, Luogo e spazio, Società Geografica Italiana, Centro Italiano per gli Studi Storico-Geografici, Associazione Italiana Cartografia, Associazione dei Geografi Italiani.

* * *

Cosa si perde con la “riforma”?
La ministra annuncia una “riforma epocale”. Sì, epocali sono i tagli. Si perde l’insegnamento della Geografia. Si perde l’insegnamento della Musica, tranne nel Liceo Musicale. Si perde l’insegnamento di Diritto nei Licei in cui era presente, tranne che nel Liceo delle Scienze umane e nell’opzione economico-sociale del Liceo delle Scienze umane. Si perde il Liceo Scientifico-Tecnologico, trasformato in uno snaturato Liceo delle Scienze Applicate con attività di laboratorio dimezzate. Si perdono insegnanti. Si perde un anno di obbligo scolastico. Nella carriera scolastica dalle Elementari alle Superiori si perdono ore di lezione che assommano a 2 anni di scuola.

* * *

Ecco la “riforma” negli spazi del Ministero: vedi qui e qui.

Un appello di docenti per la scuola pubblica.

Guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Una guida normativa per l’anno scolastico 2009-20010 qui e qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas.

Spazi in rete sulla scuola qui.

16 pensieri su “Vivalascuola. Elogio della Geografia

  1. sono arrivata ad un punto tale di rottura che la scuola non la farei più come UN ABBLIGO ma come una responsabilità civile e penale relativamente a qualunque scelta inquini o deteriori il futuro. ferni

    Mi piace

  2. Ho l’impressione che si tratti di una colossale “tabula rasa”…
    A questo punto l’esigenza di economicità passerebbe in secondo piano. Si tratterebbe in definitiva di “dis-orientare” l’educando in nome della sua “centralizzazione” poltico territoriale. Che è anche, ovvio, una deprivazione politico-culturale. Se il primo dei valori dell’Illuminismo è il cosmopolitismo, questo governo lo cancella in nome di localismo primitivo e “biologico”. E’ la chiamata alle armi della terra e del sangue. Spiegatemi che non è così, per favore!
    Ottimi interventi tutti. Quello di Lucy mi ha fatto pensare a Salgari. Si viaggiava con la geografia altroché…

    Mi piace

  3. sono contenta di averti fatto pensare al veneto salgari, alex! un tempo lontano, quando la geografia era insegnata in modo un po’ spento, anziché spinto, si percepiva dai confini di regione un senso di appartenenza.
    da qui in poi né spento,
    né spinto, forse spanto,
    senza offrir di riflessiòn
    mai più alcuno spunto.

    Mi piace

  4. Credo stiano usando la teoria di Ivan Illich col la descolarizzare della società. Se continua in questo modo presto ci rusciranno.

    Mi piace

  5. Grazie a Ferni, Alex, Lucy (per l’articolo sulla Geo e per l’improvvisazione poetica) e a Gena.

    Come sapete, il 3 febbraio questo era l’annuncio della ministra riportato dai giormali: torna la Geografia nei tecnici:

    http://www.repubblica.it/scuola/2010/02/03/news/riforma_geografia-2179680/

    Sono usciti i quadri orari dei Tecnici, andiamo a guardare:

    Geografia è presente solo in 2 indirizzi: “Turismo” e “Amministrazione, Finanza e Marketing”, è assente negli altri 9!

    I quadri orari sono qui:

    http://nuovitecnici.indire.it/content/index.php?action=lettura&id_m=8089&id_cnt=9224

    Mi piace

  6. quadri orari dello scientifico sono sparsi ovunque, a scuola, in questi giorni. sul bel tavolo nuovo della nuova aula insegnanti sono ben allineati e ci impediscono di usarlo. sto al computer e li sento alle spalle come presenze inquietanti. sento un continuo parlare attorno ai cambiamenti orrendi che ci aspettano. ho la nausea.

    Mi piace

  7. Purtroppo, Lucy, bisognerà ancora guardare bene tutte le pieghe di questa “riforma”, per rendersi conto di quanti disastri vi si nascondono, al di là degli spot pubblicitari.

    Una cosa volevo segnalare: la puntata di “Presadiretta” (di Riccardo Iacona e di Francesca Barzini e Domenico Iannacone), di Domenica 14 febbraio, ore 21.30, sarà dedicata alla scuola:

    http://www.retescuole.net/stampabile?id=20100209001240

    Volevo inoltre ricordare che, poiché la prossima settimana molte scuole sono chiuse per le feste di carnevale, vivalascuola tornerà lunedì 22 febbraio.

    Mi piace

  8. Davvero non so come i docenti riescano ancora a porsi con gli allievi in maniera coerente, se tutto il sistema scolastico lascia tanto a desiderare.
    Mi pare di aver capito, in questo caso viene tirata in ballo la geofrafia, che un pò tutto il ventaglio delle materie di studio sia in flessione, e che le carenze riguardino non solo la ricerca, ma anche l’insegnamento basilare.
    Beh, per me gli insegnanti che si impegnano e ancora credono alla bontà di un pensiero elevato da comunicare, sono eroici.
    Molto accurato ed esaustivo l’articolo di Lucia Tosi.

    Mi piace

  9. Quando ho cominciato a insegnare, nei lontani anni Settanta, i testi di geografia non erano quelli di ora e cercavo di sopperire alla mancanza di notizie aiutandomi con le mie ricerche e con l’atlante, strumento indispensabile sotto tutti i punti di vista. Quando ho lasciato l’insegnamento i testi erano una vera manna di sapere; a studiarli bene, ti davano la possibilità di spaziare su tutti gli argomenti, dandoti una visione d’insieme che, corroborata e stimolata dall’uso quotidiano dei mass media, con le notizie dei telegiornali che ti portano dappertutto, appassionavano gli alunni senza dubbio in maniera pienamente soddisfacente per il docente. Non credo che oggi si possa prescindere dall’insegnamento della geografia, in questo momento in cui il mondo è sempre più a portata di mano e le notizie che ci arrivano ci portano da Haiti a Bagdad o a Las Vegas in men che non si dica, illustrandoci le varie problematiche politiche e sociali, nonché i bisogni dei cittadini dei nostri giorni. Credo che la manovra sia oltremodo azzardata e miri (ma vorrei sbagliarmi) a mantenere o addirittura a incrementare lo stato di ignoranza dilagante nel quale versiamo. Oggi i problemi della scuola sono tanti e non è certo eliminando lo studio della geografia che si risolvono. Possibile che le riforme scolastiche non riescano mai a colmare i propri deficit? Si parla tanto di integrazione e di apertura. Ma se non conosciamo i problemi, come possiamo essere in grado di capire le persone che ospitiamo e che ci chiedono aiuto? Come possiamo sensibilizzare i nostri allievi se non diamo loro la capacità di spaziare nel tempo e nello spazio? Forse ci vogliono impastocchiare solo con le lordure che ci circondano, Mah!!!

    Mi piace

  10. Grazie delle riflessioni, Graziamaria, e un caro saluto. Purtroppo sono stati resi noti i Regolamenti della “riforma”, che confermano quanto già si sapeva… Epperò… i regolamenti devono ancora essere vaglìati della Corte dei Conti, firmati del Presidente della Repubblica, essere pubblicati dalla Gazzetta Ufficiale…

    Mi piace

  11. Sono usciti i profili e gli obiettivi di apprendimento per i licei. Per quanto riguarda la Geografia, che si vede eliminata dalla maggior parte degli Istituti Tecnici e ridotta a 1 ora aggregata a Storia nei Licei, presento un commento di Rossella Kohler:

    “Tristemente, si conferma in ogni punto il basso profilo e la povertà di contenuti che il ministero vuole fare inesorabilmente acquisire alla scuola pubblica.

    In ogni caso, alcune note sulla mia materia, la Geografia, che, come si sa, viene accorpata, nelle tre ore settimanali complessive, alla Storia.

    – L’esistenza della Geografia viene solo vista in funzione dell’apprendimento della Storia, senza autonomia né, purtroppo, dignità. Non vengono evidenziati il suo grande valore formativo, la sua visione d’insieme sui processi del mondo attuale, la sua funzione di sintesi tra discipline scientifiche e discipline umane: niente di tutto questo. La Geografia serve solo per capire meglio la Storia e tutto quanto non è funzionale a questo va tralasciato.

    – Soprattutto non si fa cenno alla sua capacità (e direi al suo dovere) di sistematizzare e organizzare fatti e fenomeni passati e presenti al fine di comprendere la realtà attuale, e magari anche intervenire su di essa. Non si parla di chiavi di lettura per capire il mondo, né di strumenti di decodifica dei media. Non si prevede l’incontro con culture diverse, né la comprensione di tensioni e conflitti. Tutto vien sempre visto soltanto ‘in prospettiva geostorica’.

    – In generale viene accantonato il valore teorico della Geografia, dando esplicitamente indicazioni di privilegiare ‘le tecniche della disciplina, la pratica’. Non si vuole certo negare il valore di esercitazioni e attività di laboratorio, anzi, ma è necessario affermare che esse non hanno alcun valore didattico metodologico se non sono supportate da un accurato lavoro sui contenuti.

    – E’ assente ogni accenno ai processi economici: viene dato spazio alla demografia e agli indicatori statistici che la definiscono, ma ritmi di crescita, migrazioni, povertà, salute, ecc. vengono presentati avulsi da contesti di sviluppo economico, al massimo collegati con elementi naturali’: clima, ambienti, disponibilità di acqua e di energia tutto naturale: e certo, ci sono popoli fortunati e altri meno…!)

    – Le indicazioni incorrono anche in assurdità temporali, quando suggeriscono di proporre nel primo biennio alcuni argomenti ‘da sviluppare poi nell’arco dell’intero quinquennio come strumento per lo studio della Storia, con particolare riferimento al quinto anno’. Chi può seriamente pensare che temi trattati durante i primi due anni del liceo possano essere gelosamente conservati nelle menti degli studenti per dare i loro frutti durante l’esame di maturità?

    – Comunque, tranquilli, le indicazioni si concludono con una nota eternamente rassicurante: last but not least, come obiettivo specifico di apprendimento si propone la buona vecchia individuazione di dati geografici su una carta muta’….”

    Mi piace

  12. Leggo solo ora la nota di Graziamaria. Ti ringrazio tanto sia per le riflessioni sull’importanza formativa della geografia, sia per l’apprezzamento sui testi degli ultimi anni. Come autrice di geografia da quasi venti anni, sono contenta che l’appassionato lavoro mio e di molti colleghi abbia raggiunto questi risultati. Ma quello che ci si chiede ora è preoccupante: testi magari sempre più colorati e accattivanti, ma dai contenuti sempre più poveri…

    Mi piace

  13. Pingback: Vivalascuola. Ciao Lucy pestifera | La poesia e lo spirito

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...