ESSERE TRA LE LINGUE – Viaggio nell’Italia neodialettale #1: Carlo Falconi

Sono un setaccio che lascia

passare solo la passione

di stare al mondo

*

[Prima di partire per un lungo viaggio. Accade per la prima volta che su un sito di ampia visibilità, si ospiti una rubrica interamente dedicata alle scritture neodialettali, in cui appariranno autori e autrici di tutte le età, lingue, aree o orientamenti culturali: lirici e antilirici, epici e visionari, visivi e narrativi, mescidatori e sperimentali, puristi e meticci. All’occasione, segnaleremo altresì antologie, riviste, iniziative e studi relativi ai dialetti. A mo’ di augurio, apriamo con i versi di Carlo Falconi, classe 1975, già autore in lingua, ora esordiente con una plaquette di versi scritti nella parlata della vallata del Santerno. Un augurio per il suo libro d’esordio e pure per questo nuovo appuntamento: nel palinsesto della poesia, gli autori neodialettali ancora oggi e in vari ambiti, editoriali, accademici, sono trattati come abitanti delle riserve, guardati spesso con sospetto, quando non tollerati, accolti in talune antologie per una sorta di senso di colpa piuttosto che per un effettivo riconoscimento al merito o di merito, considerati antimoderni portatori di gusti o mondi un po’ retro. Nulla di più inesatto, come speriamo di avere modo di dimostrare, e nulla di più lontano dal corpo vivo delle lingue in atto. Chi scrive in dialetto oggi, lo fa con la consapevolezza di essere tra le lingue con gli strumenti necessari a una decodifica translinguistica dell’esperienza del mondo (1). Senza dimenticare di sottolineare il fatto che la stragrande maggioranza degli autori neodialettali siano sostanzialmente bilingue, che adottino abilmente l’italiano e la lingua madre, o zia, o, come in alcuni casi, pure trilingue (Michele Sovente scrive indistintamente in italiano, campano e latino; Luciano Cecchinel in italiano, veneto e inglese, Giovanni Nadiani in italiano, romagnolo in una lingua meticcia contaminata dalle allotrie, l’inglese, il tedesco), né dimenticando che siano in molti a praticare contemporaneamente scritture in versi, in prosa e saggistiche. Come un monito, amiamo ricordare una frase di Pier Vincenzo Mengaldo che, introducendo ‘Ad nota’ di Lello Baldini –Mondadori,1995- così scriveva: “Se non restasse ancora vivo il pregiudizio pigro per il quale un poeta in dialetto è un ‘minore’, anche quando è maggiore, Raffaello Baldini sarebbe considerato da tutti quello che è, uno dei tre o quattro poeti più importanti d’Italia”. Rapportando queste parole alla situazione attuale, in nulla volendo cedere a quel pregiudizio pigro, crediamo che molti tra gli autori dialettali non siano da meno dei loro colleghi in lingua: da Nadiani a Zuccato, da Franzin a Crico, da De Vita a Vit, da Bressan a Pagliuca, da Pennisi a Scalabrino, da Mastrangelo a Gabellini, da Bàino a Brindisi, dalla Zoppi alla Restivo, dalla Finiguerra alla Di Monte, dalla Vallerugo alla Grisoni, da Serrao a Loi di cui quest’anno si festeggeranno gli ottant’anni, e i molti giovanissimi: la Teodorani, la D’Agostino, Brancale, Cavasino, Tommasino, Ragazzini e quanti avremo modo di raggiungere, e da quanti avremo modo di essere raggiunti. Inizia dunque, con i versi di Carlo Falconi, una agile avventura on the road per le vie e per le lingue d’Italia, dalla Sicilia alla Sardegna,Dalla Romagna alla Campania, dalla Lombardia alla Lucania, dalla Puglia al Nord-Est! M.C.]

(1) Vedi Steven G. Kellman, The Translingual Imagination, University of Nebraska Press, 2000.

*

CARLO FALCONI, prefazione di Annalisa Teodorani, Tempo al Libro, Faenza, 2009

www.tempoallibro.it

L’insieme dei 33 testi della raccolta è composito e variamente articolato: si va da misure brevi o brevissime di quinari, settenari, in testi singoli di pochi versi (Carvaja, ad esempio con la bella similitudine con la pesca-anima dove il nocciolo si stacca dalla polpa) a componimenti articolati ipermetri, dove all’accensione lirica subentra una tonalità vicina al parlato, e alla prosa: accade in Invettiva culinaria di un nonno verso il nipote dentro un fast food, un testo decisivo in cui Falconi conduce la partita linguistica in spezzature dialogiche moderne che richiamano certe modalità di Baldini ( interrogative, esclamative, invettive, ironia) e centrano il punto nodale della crisi (linguistica) presente tra tradizione e innovazione (pure culinaria) : così il dialetto si fa carico di traghettare e accogliere, come nell’altro conterraneo Nadiani, le parole del nuovo che avanza assieme alla memoria del passato. Tutta la silloge vive sul doppio registro di tradizione e innovazione, nella percezione epocale di un cambiamento (E cambiamènt) che coglie smarriti: “il cambiamento arriva/ con il passo sgangherato/ di un vu’ cumprà carico/ di cianfrusaglie/ di diversità”, e nella necessità di salvaguardare i sogni, come nel testo Lumbrigh (Lombrichi): “I sogni sono/ quei lombrichi lunghi/ che restano dopo che è piovuto/in mezzo alla strada// Moriranno rinsecchiti/ sotto il solleone/ o schiacciati dalla modernità di un’auto;/ però mi sembrano felici/ e un po’ stupidi/ come i sogni// Così io li prendo/ in mano e li porto/ dall’altra parte”. A colpire inoltre è una percezione visivo-olfattiva che permea i versi che si muovono per le vie e le strade : è la vista-odore acre e umanissimo dell’urina: un elemento biologico che, oltre il comune senso di disgusto, riconnette gli uomini in un tessuto di rapporti sociali: dai gesti conviviali del mangiare e del bere, a quelli dell’urinare: versi concreti e vissuti che ricordano, per altre vie, certi testi di Amedeo Giacomini, delle bevute d’osteria, e delle vite ai margini. E’ sempre una responsabilità valutare un esordio: Carlo Falconi mostra particolare abilità a variare i propri registri, a far passare tra le parole la freschezza e l’entusiasmo, come i sapori e i colori del (suo) mondo.

Manuel Cohen

*

Poesie da Blëc


CARTULÈNI

E zél l’ è ‘na spòja

da tajé cun ‘na sprunëla

a fén di francból

cun int e’ mèz ‘na stëla

parchè i sógn

j è dal cartulèni

sèza l’ indiréz

da mandé vèja

l’ instéss

*

CARTOLINE

Il cielo è una sfoglia

da tagliare con la rondella

per farne francobolli

con in mezzo una stella

perché i sogni

sono delle cartoline

senza indirizzo

da spedire

comunque

*

PÓIVAR

e mè a t’ aspèt

cme la póivar l’ aspèta

un spraj ed sól

par fés nuté

*

POLVERE

e io ti aspetto

come la polvere aspetta

uno sprazzo di sole

per farsi notare

*

NUNARLI’

Int e’ camp dla tu vita

l’ è arivé e’ parghér

e incó ci tè

e’ códal d’arvulté

S’ l’ è e’ vera

ch’ la zênt bóna

la va int e’ zél,

ch’ tè t’ pòsa

arivé int una stëla

Róssa

At salut nunarlì

cun l’ abraz

d’ un camp ed grã’

al su rusêtt

*

NONNINO

Nel campo della tua vita

è arrivato l’aratro

e oggi sei te

la zolla da rivoltare

Se è vero

che le persone buone

vanno in cielo,

che tu possa

arrivare su una stella

Rossa

Ti saluto, nonnino

con l’abbraccio

di una campo di grano

ai suoi papaveri

*

BULÔGNA

U n’ gnè un cã’

sta nöt in zìr

par la vècja Bulôgna

A i sò sól mè

ch’ a fról insèm

al mi paróli

schivi

A sò un sdaz ch’ e lasa

pasé sól la pasiõ’

ed ster e’ mónd, ch’ e sènt

e’ prufõm dla péssa

di sôgn ed ‘sta póra zênt

rincaichéda int un cantõ’

ardupéda a e’ bur

sòtta l’abraz d’ un cartõ’

*

BOLOGNA

Non c’è un cane

stanotte in giro

per la vecchia Bologna

Ci sono solo io

che frullo insieme

alle mie parole

schive

Sono un setaccio che lascia

passare solo la passione

di stare al mondo, che sente

il profumo del piscio

dei sogni di questa povera gente

rannicchiata in un angolo

nascosta al buio

sotto l’abbraccio di un cartone

*

E CAMBIAMÈNT

E cambiamènt e vèn ótra

cun e pas sgambarlé

d’ un vu’ cumprà cargh

ed zavaj e ‘d rubazéra,

ed diversité

E tè sté alè

a fé e’ sburõn

a ciapél pr e’ cul

cun la sicurèzza ch’ la t’ da

na chérta da zinquanta évro

int la bisaca avsèn al cév

ch’ agl’ avìra

Mó t’ ci smarì

cme un baiuchì

int ‘na bursètta d’ na sgnóra

*

IL CAMBIAMENTO

Il cambiamento arriva

con il passo sgangherato

di un vu’ cumprà carico

di cianfrusaglie

di diversità

E tu stai lì

a fare il gradasso

a prenderlo in giro

con la sicurezza che ti da

una carta da cinquanta euro

in tasca vicino alle chiavi

che aprono

ma sei smarrito

come una monetina

in una borsetta di una signora

*

Carlo Falconi, classe 1975, vive a Imola. In lingua ha pubblicato Albùmida (Libroitaliano World, 2002) e stampato autonomamente Il brillo parlante (2004). E’ del 2008 il suo primo libro di poesia in dialetto Blëc (Tempo al Libro, 2008) che è giunto alla sua seconda edizione ed è stato finalista nella sezione Opera Prima dedicata ad “Amedeo Giacomini” del Premio Lanciano 2008. Recentemente alcune sue poesie in vernacolo romagnolo sono state incluse nell’antologia Poeti romagnoli d’oggi e Federico Fellini a cura di Franco Pollini (Il Ponte Vecchio, 2009). Sue poesie e racconti sono stati inseriti su riviste, settimanali e siti internet quali “La piê”, “La Ludla”, “Periferie”, “Faranews” ecc.

E’ membro della Libera Accademia degli Evasi di Faenza, della Società del Passatore Ca’ d’ Jomla e dell’Associazione Friedrich Schurr per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio dialettale romagnolo.

*

L’immagine è un’opera di Enzo Cucchi, “Sotto Lingua” (1999-2000).

29 pensieri su “ESSERE TRA LE LINGUE – Viaggio nell’Italia neodialettale #1: Carlo Falconi

  1. Plaudo di cuore alla iniziativa varata da Manuel Cohen e da LPELS. Ritengo infatti che Manuel Cohen sia oggi, quanto ai Dialetti, tra coloro più genuinamente coinvolti e competenti e LPELS uno dei blog letterari più attenti alla qualità e perciò più seguiti. Questa avventura, pertanto, non potrà che essere proficua per tutte e tre le parti in causa: gli Autori che Manuel vorrà scegliere, Manuel stesso per l’opportunità che avrà di consolidare la conoscenza delle realtà dialettali, il sito LPELS che darà prova di acume culturale. Saluto dunque con gioia l’odierno primo numero della rubrica e accolgo con un abbraccio Carlo Falconi che apprezzo per le “misure brevissime”, per il “registro di tradizione e innovazione”, per i “ versi concreti e vissuti”. Un GRAZIE infine a Manuel per avermi generosamente posto al fianco degli Autori di tutto rilievo che ha citato. A tutti un cordiale saluto, Marco Scalabrino.

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  2. Conosco solo alcuni dei poeti citati, purtroppo, per i quali concordo con il giudizio che si tratta di poeti tra i più significativi di oggi. Altri sarò lieto di conoscerli, come Carlo Falconi, qui ben presentato da Manuel Cohen.

    Bella iniziativa, Renata, grazie.

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  3. ringrazio LPLS per questa bellissima opportunità. e l’amica insostituibile Renata Morresi che si prende tutto l’onere di mettere on line i pezzi (si dice postare!).

    e ringrazio quanti mi scrivono messaggi privati, di sostegno e condivisione, e quanti come Marco Scalabrino, Annalisa e Giorgio hanno lasciato una significativa traccia del loro passaggio.

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  4. Grazie ai visitatori e ai commentatori, e grazie soprattutto a Manuel con cui è nata l’idea di questo appuntamento ricorrente con i poeti neodialettali (inutile aggiungere che è stato lui ad aprirmi gli occhi su questo vivissimo mondo poetico). Non vedo l’ora di leggerne tanti…

    Un saluto caro,

    r

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  5. Sono certo che questa rubrica servirà a far capire, innanzitutto, come diceva Marin, che in realtà non esiste poesia in dialetto o in lingua ma solo cattiva o buona poesia. Ognuno dev’essere libero di scrivere nella propria lingua madre, riconosciuta o meno dalle istituzioni, e quindi si scrive anche per ricordare che la poesia non ha confini e la voce, per sua natura, non si diffonde mai in un’unica direzione. Un caro saluto a Manuel e complimenti a chi gli ha offerto uno spazio per far conoscere questi autori. Ivan Crico

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  6. Che dire? Un grazie di vero cuore a Manuel, così attento e sensibile alla bellezza della poesia, dovunque si trovi e comunque venga espressa, a Renata Morresi , a tutti quanti concordino come fuori dalla logica sia un discrimine acritico fra poesia e poesia, poeta e poeta, poesia prima, poesia seconda… Un concetto, questo, che ho un’infinità di volte persino urlato, ma un luogo comune duro a morire.
    Adesso, con questa bella iniziativa avremo la possibilità di conoscere e conoscerci.
    Uno speciale ringraziamento a Manuel per avermi allocato veramente in buona compagnia e un augurio ad un giovane che dimostra grande maturità stilistica e varietà di fonti ispirative, nell’ordine di elevata qualità cui la poesia dialettale emiliano- romagnola ci ha abituati. Complimenti a Carlo Falconi e Annalisa Teodorani, sua prefatrice.
    Grazie ancora.
    Flora Restivo

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  7. Manuel Cohen ha il dono immenso della curiosità e della passione, doti non comuni che sembrano in via di estinzione nel campo della critica letteraria; in più ha proprio questo ulteriore merito, che è solo dei grandi, di non fare distinzioni fra l’idioma in cui un’opera è scritta (in ciò so che lui, con me, sottoscrive l’assunto mariniano qui riportato da Crico).
    Plaudo quindi con piacere, e sollievo, a questa sua neonata, benvenuta rubrica.
    Un plauso anche a Carlo Falconi, che non conoscevo, ma che, come ha detto Flora Restivo, continua, assieme alla Teodorani, nel solco della grande poesia emiliano-romagnola.
    Fabio Franzin

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  8. Iniziativa ammirevole, per la quale ringrazio Manuel e Renata. Concordo con gli interventi precedenti.
    Un caro saluto a tutti.
    Giovanni

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  9. Nella speranza che questa rubrica (ed i modelli che propone e sono certo continuerà a proporre) assista la poesia dialettale nell’affrancarsi, una volta per tutte, dagli stereotipi e dalle banalità che troppo spesso l’affliggono.

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  10. grazie per le loro parole di apprezzamento a Paolo Borghi,il mio grande amico Fabio Franzin, Giovanni Nuscis,Nestore, Marco Crestani, la cara e brava Flora Restivo e Ivan Crico: è vero, aveva ragione Marin, alla fine quello che conta non è la lingua, non sono gli steccati, le barriere, la poesia, la sua bellezza e la sua verità. Non contano neppure, ovviamente le mode del momento, nè le lingue dominanti!Grazie a tutti.

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  11. non so, mi viene il dubbio che anche per i dialetti che disconosco alla fine mi piaccia di più leggere le poesie in quella lingua che in italiano.
    complimenti all’autore e come no all’insuperabile Manuel!!

    un abbraccio

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  12. credo che la poesia dialettale abbia una marcia in più per la carica semantica che i singoli vocaboli e le forme nella sintassi portano con sé. vanno salvati i dialetti e la poesia in dialetto: ma in una direzione nettamente contraria a quella che potrebbe intendere, che ne so, pelosamente, la lega.
    non si tratta di poesia minore, è poesia o non è poesia, punto. di queste qui pubblicate, tutte belle, “pòivar” è notevolissima, struggente.
    grazie.

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  13. @ Alessandro Ghignoli

    caro Alessandro, come per ogni cultura, più ti avvicini e più ne sei irretito. pens che per te sia così con gli ispoanoamericani e gli spagnoli. grazie, ciao.

    @Lucypestifera:
    dici cose molto condivisibili. la pregnanza dellae lingue altre è enorme rispetto a questa lingua spesso ‘di plastica’ che è l’italiano d’uso.

    è vero, è da sottolineare, specie di questi tempi, che fare oaffrontare un discorso critico sui neodialettali è innanzitutto evitare certe strumentalizzazione di bassissima ‘lega’ .

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  14. Ringrazio di cuore Manuel e la redazione. Oltre a Giovanni Nadiani, che mi consigliò a suo tempo di spedirvi una copia del libro.
    Un abràz s-cèt
    carlo

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  15. Apprezzo questa ricerca sui poeti vernacolari, sul creare una rete di attenzione attorno a loro. Pur nelle diverse scuole e e di diverse generazioni, il dialetto è una lingua moderna, non sentimentale, concreta e sudata. Non ci sono tanti aggettivi in dialetto, si dà nome alle cose , ai sentimenti profondi, siano essi costruttivi che laceranti. Mi è capitato di recente di sentire un poeta dialettale ( anche bravo) affermare che si possono importare dall’italiano le parole dialettizzandole; io non sono una purista, ma mi pare che questa china possa portare a esiti catastrofici: se mancano in dialetto le parole per dirlo, dillo in italiano. Mi è anche capitato di leggere raccolte chiaramente pensate in italiano e poi tradotte in dialetto.
    Credo che in questi casi manchi onestà intellettuale: il dialetto va di moda, vende più dell’italiano, ecc.
    ùIl dialetto è una delle tante lingue attraverso le quali può passare una comunicazione poetica intensa evera. Un bravo poeta come Franzin sa utilizzare il dialetto per dire la modernità ( mi scuso per i tanti non nominati).
    Intendo dire che un poeta è tale qualunque lingua usi. I richiami padani non ci interessano. Io vivo nella regione che tanto ha dato e continua a dare alla poesia dialettale ( Baldini- Guerra- Fucci- Nadiani- Spadoni- Baldassarri …, la giovane Annalisa Teodorani e tutti gli altri: Gasperini, Miro Gori,..)
    Nessuna retorica, solo poesia.

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  16. @Carlo Falconi. Ben arrivato! e ancora in bocca al lupo.

    @ NARDA FATTORI:

    Gentile signora Narda, non ho avuto il piacere di conoscerla personalmente, ma conosco il suo nome, coinvolto in situazioni di Romagna.

    Lei è molto fortunata: vive in una delle terre a più alto tasso e spessore poetico, e so che anche lei scrive.
    I nomi che lei fa, sono a me molto cari, e molti sono amici personali, di cui mi sono già occupato in sede critica o di cui mi sto occupando. Una tradizione che passa per Pedretti e Zavattini, e risale fino a Guerrini e Spallicci.

    andare oltre le lingue e le leghe, certamente, e valutare la singolarità delle voci. tenendo comunque presente gli specifici linguistici.

    fa bene a non considerare il dialetto da un osservatorio purista: sarebbe preticamente impossibile: la storia linguistica ci insegna che influssi e contaminazioni ne sono origine e continuità.

    grazie per questa sua presenza significativa.

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  17. @ Nadia Fattori
    Piena sintonia a proposito della dialettizzazione indiscriminata di parole mutuate dall’italiano, senza tuttavia trascurare che anche i dialetti (ed io, in quanto romagnolo, mi riferisco particolarmente al mio) sono lingue e, come tali, indotte ad evolversi, sempre che, pur senza snaturarsi, intendano tener dietro ai tempi. Per quanto mi riguarda (e a dispetto degli anni) respingo con decisione quel genere di poesia dialettale bucolicheggiante e dedita alla continua replica di se stessa, al servizio esclusivo di una nostalgia e di un ricordo che hanno ormai fatto il loro tempo. Quella, insomma, che si potrebbe serenamente qualificare (sempre dal mio punto di vista, è ovvio) roba “di bassa lega”.
    Agli interessati, per integrare i punti di sospensione che seguono il nominativo dell’ottimo Miro Gori, mi permetto di suggerire la visita ad un mazzo di poeti romagnoli poco o affatto conosciuti, che meriterebbero forse qualcosa di più:
    http://www.argaza.it/Poeti%20romagnoli/Poeti%20Ludla/poetidialettalidiromagna3bis.htm &
    http://www.argaza.it/Poeti%20romagnoli/Poeti%20Ludla/poetidialettalidiromagna4.htm

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  18. la settimana scorsa ho seguito casualmente su radio tre una bella e istruttiva intervista con franco loi sulla poesia in genere e sul suo modo di fare poesia in dialetto. non so se è recuperabile in podcast, ma meriterebbe di essere sentita. mi ha colpita perché mi occupo poco di poesia in dialetto anche se, o forse proprio perché, mi sono laureata, io veneziana, su salvatore di giacomo. però mi avete fatto tornare la voglia di occuparmene, soprattutto di questi nostri (in qualche caso giovani sconosciuti) contemporanei. grazie per lo stimolo.

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  19. Lucypestifera, bella la scelta di una veneziana di laurearsi con una tesi su di un napoletano!Se rinascerà l’interesse per l’espressione in dialetto sarà ancora più bello. Io, ahimè, non posso certo connotarmi come “giovane”, ma sono sempre lieta di sapere che ci sono giovani decisi a portare avanti i loro dialetti.
    Per quanto riguarda Franco Loi, è sempre un piacere sentirlo. Non so se ti è capitato di leggere quello che ha detto a me, in una lunga chiacchierata, pubblicata proprio “costì”, qualche mese addietro.
    Semmai volessi riprendere ad interessarti di dialetto, sarei lieta di inviarti i miei modesti lavori, sperando che la voglia non te la facciano passare!
    Un saluto.
    Flora Restivo.

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  20. Un’ottima iniziativa. La seguirò con costanza e curiosità.
    Nel frattempo, avendo manifestato il proposito di occuparsi di tutto ciò che ruota intorno alla poesia neodialettale, segnalo a Manuel che nell’ultimo numero di ARGO, OSCENITÀ, abbiamo dedicato l’intera sezione poesia ai neodialettali: Rino Cavasino, Marco Scalabrino, Edoardo Zuccato, Maurizio Mattiuzza, Christian Sinicco, Fabio Franzin, Annalisa Teodorani, Fabio Maria Serpilli, Domenico Brancale.

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  21. @Lucypestifera: cara Lucy, ti informo che anche a Venezia c’è qualche bravo neodialettale.

    @Valerio: ti ringrazio per l’attenzione e più per l’informazione. sarà utile a tutti gli interessati ai neodialettali. andrò sicuramente a curiosare, ciao.

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  22. e si è mantenuto vero poeta, Carlo Falconi, visto un paio di giorni fa alla presentazione del suo nuovo libro di poesie in dialetto della vallata del Santerno “è crusèri”

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