Consiglio di classe

La scuola. Ancora un De Profundis
di Michele Lupo

Filippo La Porta, nell’introduzione a un volumetto di scrittori-insegnanti sulla scuola, Consiglio di Classe, uscito da poco per Ediesse, scrive che “Non si ragiona abbastanza sul conflitto che si è formato tra la scuola e la società (come si è andato configurando nell’ultimo decennio)”.

Ora, la maggioranza dei critici (lo dico in senso lato, visto che un senso proprio oggi non si vede, includendovi nominalmente recensori, promoters di ex-terze pagine e via di seguito) è ben più distratta di La Porta, al quale succede di entrare spesso nel vivo delle discussioni culturali (e non do qui giudizi di merito), di recensire libri di editori non di primo piano, insomma di essere attento. Epperò La Porta non sa che invece quello da lui sottolineato è proprio il punto noto a tutti, a tutti coloro che – ancora non burnout, secondo la gentile espressione con cui si sta liquidando un’intera categoria agli occhi del mondo – nella scuola ci lavorano con lucidità, e a tutti quelli che non vi pensano solo quando incontrano in metropolitana un vecchio amico sfigato preoccupato di non arrivare in ritardo mentre la dirigente di turno aspetta di cazziarlo al cancello.

Lo scollamento, il conflitto come giustamente lo chiama La Porta, sono talmente clamorosi che bisogna davvero essere distratti per non accorgersene – e se la cultura italiana più che distratta è spensierata, il conflitto fra scuola e società data molto più di un decennio. Personalmente, se mi è consentito un riferimento autobiografico, ho visto la macchina dell’annientamento al lavoro nella sua versione strutturale dalla fine degli anni ottanta, lavorando in alcune scuole private, dove, prima del tracollo di Tangentopoli, l’aziendalismo straccione già dettava legge – esentasse, in totale allegria fiscale com’è ovvio – e mandava a puttane qualsiasi idea di alfabetizzazione, di formazione, di educazione civile. Secondo il principio che in questo paese viene considerato naturale: tu paghi e io ti promuovo.

Ho visto, negli stessi anni, sposare questo sistema anche nelle scuole cattoliche. Suore e signore timorate di dio pronte a puntare il dito contro l’alunna cui si proibiva di andare al bagno e sotto il broncio nascondeva il peccato di un’imprecazione immaginabilissima ma trattenuta a denti stretti. Ho visto le stesse suore promuovere la ragazzina al terzo magistrale nonostante non avesse fatto un tubo tutto l’anno – per puro menefreghismo e disinteresse, alimentato dalla pochezza culturale delle sue insegnanti e dalla stizza di fare solo quattro ore con il sottoscritto, imboscato e avventizio docente di italiano ivi finito per una serie non replicabile di accidenti. Il sottoscritto, lusingato dall’apprezzamento, non ne fu commosso fino al punto di votare per la sua promozione (e perciò stesso fu subito chiaro che la sua supplenza l’anno successivo non si sarebbe ripetuta). Si dava il caso infatti che la ragazza in questione fosse soltanto l’ultima di tre sorelle che un manager ancora ignaro di rimanere incastrato dentro i giri troppo stretti delle mazzette (piena Tangentopoli) aveva assicurato alle casse della madre superiora. Ho visto poco dopo – al netto di immediati interessi economici e per motivi diversi – confermata l’arrendevolezza di molti insegnanti, la faciloneria, in troppi casi l’ignoranza, il senso di disfatta e quello di colpa per non essere all’altezza di Marta de Filippi (o Maria, sarà uguale, no?)

Notavano fra gli altri alcuni anni fa Luc Boltanski o Serge Halimi che si era verificata una perversa coincidenza fra pensiero libertario e liberismo aziendale. Oggi, professori che ancora insistono sulle povere creature che non vanno mai bocciate, secondo un pensiero antiautoritario che non ha più senso, non si rendono conto che proseguono a scuola il dettato liberista (la cui versione italiana è la peggiore in circolazione) dell’assenza di regole. Non è quello il campo di battaglia contro le truppe che si nascondono dietro la Gelmini (che è solo una mascotte) – non sono più i tempi dello Starnone d’antan: onore ai suoi vecchi libretti, ma adesso è davvero tutta un’altra storia.

Caro La Porta, mica è secondario che la scuola sia diventata una faccenda quasi solo di femmine, e non sempre delle migliori: la scuola non solo dà stipendi da fame; la scuola allo stato attuale, invece di assumere quel conflitto a schiena dritta tende a replicare il potere in forme edulcorate o rassegnate. La femminilizzazione della scuola comporta (o implica?) una sudditanza analoga a quella visibile fuori – “la Repubblica” perde la battaglia sulle Noemi e il risveglio del “dibattito” femminile che si era affacciato qua e là sembra già rientrato. Resta il vittimismo.

Se si è ancora convinti che il cambiamento passi dall’alfabetizzazione, se davvero vogliamo farcene carico per riaccendere un’idea di futuro (fateci caso, dopo anni che ci si è lamentati del contrario, adesso non possiamo nemmeno più ironizzare sulla demagogia elettorale che infilava i giovani nella bocca di qualsiasi stronzo smanioso di poltrone: i giovani sono spariti dal discorso pubblico – fine della storia), be’, smettiamola con il vittimismo – altrimenti ci saremo meritati il peggio. Se l’Italia delle persone colte, scrittori in primis (cittadini che dovrebbero fabbricare lingua prima di storie!, immaginario prima che colpi di scena!) non se ne rende conto, tutto è perduto.

Per queste ragioni, in Consiglio di Classe gli scritti più interessanti sono quelli che deviano dal linguaggio didattico-didascalico-pedagogistico. Come succede a Edoardo Albinati, per esempio, che riprende il racconto della sua esperienza in carcere del romanzo Maggio Selvaggio; è evidente che il modo in cui cerca il contatto con i detenuti studenti non può prescindere, anche se lui per pudore forse non lo direbbe, da un certo carisma. Bene, lasciando da parte il prestanome Gelmini (assunta al ruolo come si fa con le reclute della guardia di finanza – pescate in massa dai diplomifici) e con esso il massacro in atto a opera di Publitalia, Confindustria e Santa Romana Chiesa, volgiamo lo sguardo a sinistra. Non vedete nulla, d’accordo, però sappiate, non addetti ai lavori, che il suo ectoplasma in questi anni ha lavorato da perfetto collaborazionista: scelte concrete a parte, il carisma è stato guardato con sospetto, senza capire nemmeno l’essenziale, ossia che imparo solo se vengo sedotto: lì scatta l’emulazione, senza la cui spinta non c’è alcuna attività educativa. A forza di osteggiarne il principio stesso, alla fine si sono fatti sedurre dall’imbonitore per eccellenza. Un capolavoro.

Inoltre, il carisma, e anche un certo senso virile (nell’accezione leopardiana) della vita, imprescindibili oggi che la scuola viene attaccata da tutte parti, non si può imparare per decreto, né ricevere con un attestato in un corso tutta fuffa tenuto dal pedagogista ammanicato con i partiti. I Vertecchi e i Maragliano, molto vicini all’area diessina ulivista insomma al Partito Dolorante, non hanno fatto meno danni di Tremonti. I tre articoli del critico de “il manifesto”, Massimo Raffaeli, sebbene scritti una decina di anni fa, sono ancora utili per chi, fuori della scuola, volesse farsene un’idea (panaziendalismo, pseudomeritocrazia in salsa berlingueriana etc). E credo lo sappia bene il paesologo Franco Arminio che nel suo raccontino conia per sé una nuova definizione: il maestro sabotatore. Arminio rifiuta sanamente i triti e ritriti clichè pedagogistici degli ultimi infami decenni. Fategli sentire il verbo “interagire” e vedete come reagisce.

Va da sé che la scuola dovrebbe mostrare ben altra forza per uscire dall’angolo in cui l’hanno cacciata. Non la si dovrebbe lasciare a Mastrocola. Poiché invece i tempi sono questi, alla Mastrocola le si riconosce persino lo status di scrittrice. Se la scuola la raccontiamo ai cani secondo me c’è qualcosa che non va. Non bastano i libretti furbi alla Cotroneo sulle frescacce raccontate ai bambini?

Leggete invece ciò che scrive l’ex maestro di strada Mario Rossi Doria. Vedete con quale disincanto e presenza (avremo mica paura di un ossimoro?) prova a ricostruire quotidianamente un filo fra scuola e mondo, ben sapendo che è una sfida bellissima solo perché impossibile. Guardatelo mentre insegue le storie dei nuovi flaneur, barbari e paradossali, letteralmente schizzati rispetto al vagabondaggio culto di Baudelaire e Benjamin. Guardate quanta vita si annida lì dentro.

Così, è certo un’esperienza importante quella di Eraldo Affinati, impegnato nella “Città dei ragazzi”, scuola multietnica romana. Ma il suo breve scritto svolge considerazioni un po’ generiche d’impianto pedagogistico sull’”originalità indissolubile” di ogni studente e la necessità di valutarlo a partire da questo: e non capisce Affinati che ciò può andare bene in quel contesto, o nelle situazioni più difficili, ma oggi in Italia con ciò si rischia di rinunciare, secondo l’imperante dogma dell’opinione, a qualsiasi standard linguistico e formativo minimo, ossia a un vocabolario di conoscenze imprescindibili. La via da lui indicata, se presa come un assoluto, fa il gioco delle mille scuole diverse che atomizzano l’insegnamento in totale discrezionalità. A quel punto, piantiamola di parlare di Costituzione, di significati condivisi. Se in ballo, fra le altre cose, v’è anche la nuova dissonanza fra il mondo repubblicano, laico, liberal-democratico dell’occidente europeo e le culture degli immigrati, non bastano formule rassicuranti. Né fuori, né dentro la scuola. Altrimenti, aboliamola, sul serio. Chi ha più mezzi per vendere la sua idea di mondo – per venderti il suo mondo, sarà il padrone. Come sempre.

23 pensieri su “Consiglio di classe

  1. “Va da sé che la scuola dovrebbe mostrare ben altra forza per uscire dall’angolo in cui l’hanno cacciata. Non la si dovrebbe lasciare a Mastrocola. Poiché invece i tempi sono questi, alla Mastrocola le si riconosce persino lo status di scrittrice. Se la scuola la raccontiamo ai cani secondo me c’è qualcosa che non va. Non bastano i libretti furbi alla Cotroneo sulle frescacce raccontate ai bambini?”

    Sottoscrivo in pieno, da insegnante che si è solennemente adirata al leggere – sì, mi sono voluta fare del male – “La scuola raccontata al mio cane”, tutto un elenco di insulti a chi, nella scuola, voleva far funzionare una progettualità comune tra insegnanti e insegnanti, tra insegnanti e studenti. Non mi sono stupita affatto che poi l’autrice di quel libro fosse ricompensata con ruoli da ‘grande saggio’. Mi viene da ridere, se non ci fosse da piangere, ma rifuggo per natura e scelta professionale il vittimismo. Non tutti si piangono addosso, girano il sugo tra una lezione e l’altra, sono scollati dalla società nella scuola. Consiglio di leggere intanto questa lettera, qui:
    http://muttercourage.blog.espresso.repubblica.it/cronache_di_mutter_courag/2010/02/chi-vuol-fare-un-uso-ideologico-della-scuola.html

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  2. dite anche a me un po’ di parole chiave! alle prossime, giuro, voleranno schiaffi!
    condivisione, interazione (ho sentito una fitta di fraternità con arminio che non capisco mai), recupero individualizzato, progettazione (ma de che, ahò, che ti tolgono le fondamenta giorno per giorno), finalità, obiettivi.
    sto facendo in queste vacanze, peraltro da vera prof sfigata, come si conviene, per non tradire lo stereotipo, in malattia, una discesa agli inferi tra scuola e bertolaso e ritorno. ma ci vuole, per restare lucidi e non farsi abbindolare.
    sono insegnante femmina, non tutti sono perfetti, o lupe!
    però c’ho due…
    😀

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  3. Lucy, la frase riguardante Arminio “Fategli sentire il verbo “interagire” e vedete come reagisce” in realtà non l’ha scritta; è una cosa che immagino io a partire da quello che scrive, spero di non avergli fatto un torto. Per il resto, voglio rassicurarti: non sono Lenin a caccia di borghesi “in quanto tali”. Ma come per la faccenda dei cattolici di cui si discuteva ieri con Paola Renzetti, credo non sarebbe male affrontare le cose dall’interno – dalle insegnanti lucide e appassionate, mi par di capire, come te.

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  4. cara mutter anna maria, ho letto proprio questa mattina l’articolo sul tuo blog su suggerimento di cristina bove. grazie a entrambe per il riferimento. sono vieppiù incazzeta, anzi, ormai è una condizione permanente, nonchè sfibrante. spero di tenere duro. certo è che siamo messi molto ma molto male: su tutti i fronti. le cose tra loro si combinano e si amplificano. è un gioco di scatole cinesi e temo che il giocoliere illusionista non sia il solito nano, né qualcuno del suo circo, della sua corte dei miracoli, ma qualcuno di un po’ più in là.

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  5. Molta carne al fuoco. Insegnanti “laureati”, fatevi-ci capire, altrimenti, chi sta fuori, continua a starci!
    Trovo che sia interessante questa cosa del “conflitto” con la società. Mi sembra evidente: la scuola semina contraddizione, perchè all’interno si vive in comunità miste (cerco di fare sintesi). Quando s’impara, per forza di cose, si cambia, ci si confronta. Imparare (quasiasi cosa) dà anche piacere, come pure insegnare. Quale de profundis? La scuola è antica come il mondo.

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  6. la scuola nasce per mantenere immutato l’ordine sociale, ma nell’idea stessa di insegnare-imparare, c’è quella del superamento di ciò che è già dato, dell’esistente. è inevitabile.
    Bocciature: solo se servono veramente, solo se non anticipano la dispersione scolastica.

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  7. O.k. Lucy, fondamentale. c’è distacco tra scuola e società, perchè a scuola si vivono ancora dei valori comunitari, mentre fuori è sempre più difficile. Non si può essere troppo buoni però, altrimenti quando poi i ragazzi escono, cosa trovano là fuori? Bisogna dotarli di strumenti e poi lasciarli andare, perchè ce la faranno, nonostante noi!
    Forza e courage!

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  8. Non sono i primi De Profundis che si recitano alla scuola pubblica italiana, né saranno gli ultimi. Quando insegnavo, di De Profundis ce n’erano un anno sì e l’altro pure. E allora non c’era al governo la combriccola Berluska. Per fortuna, la scuola pubblica ha, grazie alla minoranza dei suoi insegnanti alla Lucy & C., un’ottima spina dorsale. Certo, il buonismo (in quota alla “””sinistra”””) di danni ne ha fatti, togliendo le castagne dal fuoco allo Stato (inefficiente, o solo risparmiatore) e rammendando gli strappi con un vitalismo degno di miglior causa. Invece la scuola privata, di solito in Italia di patron cattolico, non da oggi riceve la manina che continuamente la tira fuori dal baratro in cui sprofonderebbe se lasciata a se stessa. Un esempio (vergognoso)? Milano e la regione lombardia, in quota al tandem Buttiglione-Formigoni e a CL.

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  9. Impareggiabile analisi Giorgio.
    Mi permetto di sottolineare un punto a me caro: che gli scrittori costruiscano lingua e non storie!
    Io ai miei studenti faccio “ancora” leggere Moravia, Calvino, Cassola, Fenoglio, Pratolini e loro mi dicono “prof, ma è scritto strano” e fanno il liceo.
    Sul pedagogismo, l’interazione, lo studente che è al centro dell’azione didattica, la prospettiva costruttivista: ho sempre pensato che siano posizioni-limite, e trasferite a scuola e impiastricciate sulle labbra di chi non è capace di insegnare, di chi non sa essere docente, o perchè non conosce ciò che insegna, o perchè non ha carisma per ammaestrare le masse (visto le classi che c’ha regalato la MaryStar).

    Nella tua analisi citi un istituto magistrale cattolico: beh, io in un magistrale ci lavoro, e non è cattolico, è pubblico, e la prassi rimane la medesima, puro parcheggio per ragazzine docili e tranquille, spesso prive di adeguati “prerequisiti” per stare in un liceo, ma troppo delicate per stare in un professionale. Di qui ne deriva l’ampia promozione, perchè “sennò che facciamo, mandiamo via tutte?”

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  10. accidenti francesco, ma allora lo psico-pedagogico, sottobanco chiamato psycho (da me personalmente, irrispettosamente, da venexiana sanguigna “scuola-de-caca-e-pissìn”) ha ovunque quel connotato! preciso preciso. io non ci insegno, ma è un indirizzo recente e molto fiorente nel mio liceo. ci finirò, lo sento, perché la riforma uterana ammazza tutti gli indirizzi tosti. e allora finirò sui ventoli, che devo fare? o sui giornali, o in galera. o vinco il superenalotto e smetto. sempre se mi metto a giocare. mala tempora currunt et pejora current!

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  11. Nel pezzo di Michele Lupo è soprattutto l’indifferenza della cultura verso la scuola il punto che emerge maggiormente. Trovo che sia abbastanza vero.

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  12. indifferenza che si percepisce anche dai blog letterari, che pur si dedicano ad altre questioni sociali. succede anche qui.
    come se la scuola fosse stata una malattia esantematica, che si doveva prendere prima o poi e passare in fretta, come se ciascuno avesse appreso gran parte di quello che sa chissà dove, bevendo infusi, tisane, fumando… e soprattutto come se non dovessimo alla scuola la nostra capacità di apprendere ad apprendere. miti romantici di cattivi studenti! balle!

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  13. Chi ha coniato il termine “buonismo”? Qualche sospetto … La radice comunque è bella.
    L’istituto magistrale ha formato gli insegnati elementari (Riforma Gentile). Un fossile? Probabilmente. Ma non erano meglio certi professionali, dove c’era altrettanta concentrazione femminile.
    Dove ci sono vuoti o carenze da colmare ci sono sempre donne. Anche oggi, certe scuole senza le donne chiuderebbero i battenti. Si fa per dire.

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  14. brividi – come quelli che sento quando le mie studentesse (di *Scienze* della *Formazione*) mi chiedono chiarimenti sull’esame (di letteratura): quali finalità, quali obiettivi, quali prerequisiti, quale programma, quali moduli, quali parziali, quali attività di supporto, quali corsi propedeutici, quali modalità didattiche, quali metodi di valutazione, ecc.ecc. quali e quante scatole vuote saprò far roteare intorno alla testa, insomma…

    non solo: anche qui siamo arrivati alla rigenderizzazione della *formazione* (quasi tutte studentesse, molte del Sud, molte trentenni e quarantenni alla seconda o terza laurea alla disperata ricerca dei punticini per ‘entrare’), nonché alla ricerca della *morale* (sì, ha rifatto la sua comparsa *anche* nelle tesine universitarie: “la morale di questo racconto è…”) – il che mi ricorda che su uno dei manuali del perfetto qualunquista distribuiti in edicola un sensibile scrittore contemporaneo pochi giorni fa trovava Il giovane Holden il libro “più brutto” che avesse mai letto, poihé pare, manca di una bella *morale* finale…
    eh bè, io direi che oltre a costruire la lingua, certamente, c’è da rifare le storie, rifare le scuole, rifarci la faccia, e fermare questo delirio, naturellement.

    grazie per la recensione, un libro importante di cui farò tesoro.

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  15. Sembra che la scuola faccia una gran fatica a guardarsi. O meglio sono tante le immagini insopportabili che arrivano dall’una o dall’altra esperienza, dall’una o dall’altra sensibilità. Buttare a mare tutta la pedagogia? Buttarci a mare? Recuperiamo un po’ di lucidità, magari con un buon sonno. Siamo un grande carrozzone alla deriva? Che la cultura o l’università (altra faccia della scuola), smettano di disprezzare l’ignoranza in tutte le sue forme. Dove c’è cultura non ci può essere rassegnazione.
    Io sono out. Buona notte!

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  16. Scusandomi dell’assenza dal video per qualche giorno, ringrazio gli intervenuti e soprattutto Michele Lupo per la sua bella recensione. Ma non solo: sono lieto dell’interesse per le tematiche della scuola, che, come dice Michele, richiederebbero maggiore – e corretta! – attenzione da parte dei media e della cultura, il cui silenzio su questo tema fondamentale è davvero desolante.

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  17. “I Vertecchi e i Maragliano, molto vicini all’area diessina ulivista insomma al Partito Dolorante, non hanno fatto meno danni di Tremonti”
    Lupo ha detto quello che andava detto. Grazie Michele
    Dicevano i dissidenti dei gulag
    NON CREDERE
    NON AVERE PAURA
    NON CHIEDERE NULLA
    Ogni tanto di mattina mi fiondo in qualche aula e lo lascio scritto sulla lavagna, prima che arrivino “loro”

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