Ricordo di Nadia Campana.

(Nadia Campana. Da “Poesia” novembre 1990)

Per Nadia Campana.
di Maria Pia Quintavalla

Visto l’ultimo film di Marina Spada su Antonia Pozzi, ho – inevitabilmente – pensato a Nadia. Al frammento che si usa, come forma artistica, quando si deve ri-costruire o riparare alla pochezza, in un gesto d’amore, della memoria. Sono delle ricercate, delle scomparse.
Ho trovato grande l’analogia creata nel film, fra l’immagine di Antonia Pozzi, che sbocconcella e poi sputa, di nascosto, nel palmo della mano, l’arancia, subito dopo un’immagine eco cardiaca, diastole e sistole: la timidezza di lei rivelata. Così bella, altrettanto, sempre nel film, la sacralità di rivisitarne lentamente i luoghi vissuti. Se questo rito è vero, dà salvezza, e noi dovremmo terminare quelle tappe di avvicinamento al luogo natale (e mortale), per lei, di Cesena.

Un anno fa, in visita alla rassegna ”Porto dei poeti”, sede nel porto di Cesenatico, scopro, con senso macabro, che nessuno, leggi Nessuno, nella sua città natale possedeva i suoi libri, né aveva mai indetto, in oltre venticinque anni, QUALCOSA DI LEI, o su di lei, né conosceva un suo verso. La Pozzi attende almeno cinquant’anni, per ottenere un’adeguata illuminazione, nonostante il meglio referenziato contesto di riferimento, (non appartenenza), da Montale a Sereni a Banfi, e settanta anni, invece, per una curatela critica adeguata, iniziata dagli “Archivi del ‘900”. Poco serve appoggiarla al palinsesto, nel film, dei giovani apprendisti poeti, che incollano sue immagini ai tram, in metafora di un visionario presente riscattato, per quello che la Dickinson prometteva, il paradiso dei poeti, la fama. La circonferenza, cui un ignoto cavaliere attaccherà il TUO nome, Antonia, o Nadia.

Pozzi come Nadia ascendeva e scalava le montagne.
Come lei pensava che solo la culla prosodica e lampeggiante dei significanti placava il dolore, il dettato interiore, anzi ne ricreasse un mondo nel mondo, di già noto. Anche là, un “culto della poesia”, come lo chiamerà Andrea Zanzotto, in un intervento a Radio Lugano Svizzera, del 1987 e 1989 scrivendo de “le confraternite ispirate dai più strenui ardori”, le ragazze cioè che aprirono il sentiero,divenuto un mare, mar rosso del movimento, e del pensiero femminile / femminista:
Valga per tutte, il nome di Nadia (scrive A.Z.), in cui tutte furono protagoniste”, di una “meglio crudeltà” queste giovani “impegnate in un’auto spendersi ritroso.
Un’auto spendersi, fino al rischio di caduta della linea, sempre A.Z. ne spiega, nella prefazione al mio Estranea (canzone), il peccato per superbia o voglia di Dio, (che) finisce nell’auto annullamento, dopo la carestia, a causa di essa; di confraternite ispirate ai più cupi ardori, e a un sotterraneo culto, della poesia. Amazzoni, vittime.

Non abbiamo saputo trattenerti, Nadia, non abbiamo saputo farlo e prevenirlo. Mentre sapevamo di te della tua fame, dagli occhi, dagli spigoli consunti del volto “che non trova pace” ( “Ultima notte”, in Milo De Angelis), la mente- corpo travagliata che detterà i versi raccolti poi in “Verso la mente”.

Chi entrava nel mondo degli anni ottanta, senza avere tagliato diagonalmente le (strettoie) scorsoie dei settanta, la cupa ingloria, la sepoltura di parole nell’agit prop, e tazebao permanente dell’oralità vociante, dove l’attuale divorava tutto, e non trovava sbocchi; se non dopo lo sbocciare di riviste di ri fondamenta, come Niebo, ma pure in antologie femminili- femministe, la neo nata, la prima della serie di “Donne in poesia”, o ne “La Parola innamorata”, si trovò, quel soggetto entrato con breve, e bellica memoria di fratelli maggiori, assai difficili in compagnia di Porta, Spatola, Vicinelli, Pagliarani, ecc, ad un c erto punto s o l a, ma speranzosa. Fosse lì la nuova patria delle lettere in attesa. Cosa di meglio che Milano, certo.
Dopo la laurea con Luciano Anceschi su Antonio Porta, dopo gli studi e prove di traduzione della Dickinson. Maturati nella traduzione definitiva che ci riconsegna, bellissima de “Le stanze di alabastro”, Feltrinelli 1985.
Trovasti invece lo sfondamento lento della linea di giovinezza, che andava via via sfociando per chiudersi, alle spalle.

Società di poesia
, e apertura della rivista “Poesia”, contaminazione nel letterario delle ultime fronde del fare politico (leggi Via Dogana), ma anche confraternite, delimitazioni del campo.
Prima dei cartelli e appartenenze; ( tradimenti, anche) defezioni.
Amiche che non lo capirono: io, per esempio. Amici che divinavano di te soltanto il volto, angelico di bellezza tagliente e seduttiva, ermafrodita la postura di un corpo che scolpiva viva la femminilità preclusa, bellissima inaccessa.

Nadia a Milano: andò alla conquista del mondo. Con audacia, impudente sguardo fiero dell’adolescente, come in “The dreamers”, e meglio. Ma, a mani nude.
Una foto di cui Cusatelli, amico di entrambe e parmigiano, commentava, ad ogni nostra straziante telefonata, nel dopo Nadia, la ritraeva sullo sfondo della “ lunga pianura immaginaria” del mare Adriatico, più volte ripercorsa col pensiero, come una linea di demarcazione e fuga.
.
TRA L’INFANZIA ABBANDONATA E GLORIOSA, dove ancora vivo era suo padre morto, e la morte desiderata, DOPO LA LUSSURIOSA CHIMERA nel volto degli anni ottanta di Milano. Quante diverse grandezze, e destini femminili, doveva poi conoscere, Nadia.
Parlava ammirata, di una lei così diversa, dell’astro nascente di Patrizia Valduga. Come di un come, e con chi, risalire la luce; di donne sole, risvegliate e spavalde ancora, immemori o da poco memori e coscienti, giovani amazzoni ( “i neri androgini” di cui scrivo in “Natalizia femminile” ), come di cavalieri moderni ecc. Divenute poi, chi libere papesse, chi dominae, imperatrici.

Le patrie lettere, gli amici. Le icone.
Quando la conobbi era il volto radioso della giovinezza stessa, ma nell’aprirsi più esposto più splendente, più feribile alla vita. Da tutto proveniva, a tutto era interessata, era sola: sotto il taglio (la scure) della poesia. Come E. D. insegna: “Se sento nella testa… qualcosa come una scure che mi colpisce secca, so che è poesia”. “Divento attenta solo quando ti allontani/ allora varo la registrazione fonografica/”. di competenza acceso/ ..e il fianco sarò infantile e leggero”.
Mi sta citando, si sta rammemorando di me, di noi, delle nostre conversazioni all’alba, febbrili, diuturne. Le sottolineature con cui mi consegnava suoi libri, in prestito, chiose che non furono inghiottite dalla sparizione successiva alla morte, nel trafugamento dei libri, tantissimi i “nostri”,“in comune”: erano graffi e strappi, lancinanti accuse come risposte alla provocazione della letteratura.

Io se avessi potuto avrei dato a ciascuna un po’ di tempo…”, mi rispondeva da “Riflessioni su Christa T.”, restituitomi, o della Gunderrode, o nelle deliziose cartoline (“sono il fratello minore di Majakovskij!”): ne ridevamo insieme, Nadia!
Le foto dei (nostri) viaggi: in Scozia, a Edimburgo, a Londra, nell’isola di Sky, che non ti tolgono al silenzio delle ore serotine in cui, claustrale, ti recludevi in camera, per lunghe epistole -abbandono, agli amati.

Mi venisti a trovare drappeggiata, di uno scialle lungo e nero sul volto, come una Maddalena di dolore, occhi cerchiati e mani bianche (eri in lutto). Neppure allora lo capii, sorda e cieca. Ma nei tarli degli armadi, di un inquietato week end, a Varenna, all’alba dei primi di giugno del millenovecentottancinque, sì l’ ho udito, come un pigolare insistito lieve. Svegliai Rubino, che con me dormiva.
Un colpo, come una voce che chiedeva aiuto.

Eri tu. Da “Radio Popolare” il giorno dopo appresi.
Cominciai col percuotere e gettare all’aria tutte le sedie, l’urlo nero.
Per settimane, l’amico e pittore Rubino scioglieva tavor nella mia minestra, che prendevo a sera. E nei rifugi alpini verso i tremila ti sentii tornare a me, nel volto, N.
Scrissi le “Lettere giovani” per contenere, quelle e troppe epistole. Da “Con un’amica”, in poi, a “Ecce fiume”.

Anni dopo Antonio Porta, che ti amava e che lavorò con te alla revisione della traduzione dickinsoniana, mi chiese come avevo potuto trattare della morte così, mentre accadeva.
Non lo avevo fatto.
Furono scritte nell’84, l’anno che precedeva, e dal presagio, “Con una nave niente più bianco e nero/ né morte, solo dio piccolo / piccolo e diffuso“. Un amen.

Nota: Questo articolo è apparso in precedenza sulla rete Dedalus.

Qui un post dove si possono leggere anche alcune poesie di Maria Pia Quintavalla dedicate a Nadia Campana.

28 pensieri su “Ricordo di Nadia Campana.

  1. Gran ricordo, Maria Pia, di un poeta e di un’epoca, e bel modo di parlare di amici poeti, e delle relazioni tra poeti: cosa che in Italia un po’ manca. Grazie a te e a Nadia.

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  2. Ricordo di un poeta e di un’epoca si, una testimonianza rara.
    Qui riporto una poesia di Nadia Campana trovata nel web.

    Nadia Campana
    Verso la mente

    Il buio come bene

    Tutte le dolcezze sono alle dita
    di rosa l’abito tinge
    lungo l’azzurro pieno, come ti chiamavo
    a cancellarmi, quaggiù, ti prego.
    Per te, io ti, io te sono
    che mi contiene nel tremante ricorso
    del tuo silenzio vienimi incontro
    orizzonte e allarga esso.
    Come rami contro il cielo entrai in lui
    una specie eletta dal suo cuore
    come mondi sognati da miriadi di sogni
    sradicati al centro quasi affondando
    diciamo.

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  3. punta tenera di un dardo
    ora io esisto ancora
    sfinita dal correre è vero,
    mi porti sulle ossa
    finchè la notte non mi contrari più
    madre ogni minima cosa

    (da Verso la mente)

    Grazie per questa toccante testimonianza, e necessaria.

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  4. E’ più dolce, è possibile oggi, pur nel disastroso ritardo, riparlare di lei, rileggerne i versi; il primo qui citato dove compare il padre, in filigrana, che riappare più volte nelle sue liriche(un padre perso prestissimo),e ancora …i saluti di chi amiamo, cui era abituata… Appena rientrata ne posterò anch’io,anche dalle sue splendide traduzioni di Emily Dickinson, una fucina di grandezza per lei. Il resto, è affidato ora a questi frames, quasi provvisori, in campitura, del racconto.
    Ringrazio intanto gli amici e Nadia Agustoni per la accoglienza.
    Maria Pia Q

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  5. non ho pudore nel dirti, maria pia, che il tuo scritto mi ha fatto piangere.

    elio

    (un tempo, non so più dove, vidi una foto di nadia – possibile rintracciarne almeno una da far vedere a chi nadia l’ha solo immaginata?)

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  6. Ritrato cosi sensibile da creare l’illusione di vedere
    un volto scomparso in una luce maggiore.
    La poesia non trova mai pace, è nella vita.
    Il miracolo di incantare un’assenza, di creare una amicizia,
    un affetto, per il lettore che prende il tempo di leggere, di incontrare, di toccare l’invisibile.

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  7. Parole straordinariamente commoventi, Mariapia, entrano dentro come una striscia dolorosa che fonde quasi due persone in una. Nel segno della poesia, ma di più: del senso forte di una identità poetica comune.
    Ci sarebbe da interrogarsi molto sul troppo che domina certi passaggi terreni e sul poco che la vita ingiustamente riserva a questi rapidissimi transiti.
    Cristina.

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  8. Ringrazio gli intervenuti, Elio, Veronique, Cristina, Rossella e Giorgio. Lpels rimane a disposizione per un fututo post con poesie di Nadia Campana. Penso che in molti siano interessati a leggerne i versi. Auspicabile sarebbe una ristampa del suo libro. Anche per la pubblicazione di una sua fotografia rimando ad altro post non essendo stato possibile trovare sue immagini in internet. Ringrazio infine Maria Pia per questa sua testimonianza.

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  9. Maria Pia è rientrata a casa, si sa che il sabato, nei campi di lavoro lumbard, ..si sente male!!
    @ Elio: se ti ha toccato una sola di queste parole vuole dire che le volevi bene, e questo mi basta, oggi;
    @ Cristina, che conosce molto bene me, e la poesia – essendo una grande, e non so se Nadia conoscevi – confermo che sì, c’è una sproporzione immensa e nociva a noi tutti, sulla sovraesposizione di certuni “passaggi”, e la quasi nulla di altri/e, e perché?occorre liberarsi da molte schiavitù, già noi, dall’intimo di noi stessi?;
    @ Véronique, che ringrazio perché riesce ad essere in ascolto sempre, su parole cruciali, e anche ora lo fai, con una scommessa: questi ami servano a qualcosa,a farla amare ad es;
    @ a Nadia A.infine, cui ho promesso che, se troverò le sue foto (dei ns. viaggi), o di lei ragazza, incantevole sempre, le posterò:per ora so che sono, ad ogni trasloco, rimosse in angoli più nascosti, per paura il vento me le porti via.
    In un altro pezzo dirò meglio di lei: delle sue ultime poesie, amatissime da Fortini, e poi, scomparse..di come essa ci sfidasse tutti, nel sedurci, per poi celarsi del tutto.
    “Divento attenta quando ti allontani..” incipit di una poesia che mi dedica, tra altre..
    Maria Pia Q

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  10. Il link postato da Giorgio, apparso però dopo i nostri commenti, non è la foto di Nadia Campana, un caso di omonimia.
    Per evitare equivoci lo tolgo. Un saluto.

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  11. ho scannerizzato una foto di Nadia Campana, tratta da “Poesia” del novembre 1990.
    Ho chiesto a Milo e a Emy ma neppure loro hanno foto.
    Se vuoi, Nadia, posso inviartela. Dimmi a quale mail. La mia è elio.g@tin.it

    Sì, bisogna stare attenti, esiste una Nadia Campana molto nota che fa l’archeologa. Un granchio del genere è successo anche su facebook lo scorso anno.

    Saluti cari a tutti,
    elio

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  12. Bravo Elio,
    che hai avuto l’intuito giusto, cercando il numero della rivista POESIA: mi accorgo che per me, nella montagna di depositi memoria, dove vivo, e reduce da doppio trasloco, (da PR e da MI),è titanico ora individuarne altre..ma so che ci sono.Una sera le vidi accanto ai resti di altre dei mieie genitori,che avevo salvato, anche loro -dal naufragio.. stava lì accanto, nella mia famiglia del cuore.
    Oggi ho trovato poi, la sorpresa di Elio anche nel suo f.b.
    Un garzie anche, e specie, a chi non la conobbe, come Anna, perché soltanto da questi minuscoli tam tam si propaga quella mite giustizia, fatta in realtà dall’amore, da gesti minimi che poi la riporteranno fra noi, più ufficialmente, cioé con le sue poesie.Un abbraccio di cuore agli amici intervenuti( e a Nadia A.)da
    Maria Pia

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  13. Bologna 10/7/78
    Caro Antonio Porta
    (…)
    Le tue “rivelazioni” sono state per me molto utili (…)
    Scrivere, non scrivo, perchè non mi viene fuori un solo verso ma è il mio sogno segreto
    (…)

    Rimini 13/8/78
    Caro Porta,
    (…) Io, per conto mio, mi cimento nelle mie prove di scrittura, qua nelle solitudini plagali di Rimini, entusiasmandomi puntualmente ogni mattina per la POESIA in generale.
    E tu sei felice?
    Ciao Nadiella
    —-
    Era incredibilmente aperta ad applicare i consigli, bisognosa solo di alcune indicazioni.
    Che vuoto ha lasciato in Antonio e Luciano Anceschi che spesso tornavano a parlar di Nadiella, un vuoto che ha intensificato la necessità di ascoltare, parlare con i giovanissimi poeti e rispondere alle loro mille domande…

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  14. Dopo la lettura del post di Maria Pia Quintavalla ho proposto nella mailin list del Laboratorio MOLTINPOESIA di Milano una poesia tratta da Verso la mente.
    Quasi in tardivo omaggio, la riporto qui sotto con i commenti finora pervenuti.
    Un caro saluto
    E.A.

    Ennio Abate ha scritto:

    [Me ne parlò anni fa un amico. Mi diede la sua raccolta di poesie. Ma solo oggi – e su uno stimolo casuale – ho letto velocemente il suo libretto, stupendomi, da vecchio, della forza giovanile e tragica dei suoi versi. Qui ne propongo una che mi è piaciuta. E.]

    Guardiamo dalla cima del monte
    il filo di calma che è nato
    del mio petto tu conti ogni grano
    e ogni cuore si prende di colpo
    il suo tempo: un amore
    è tornato e si è accorto
    il suo disco ci copre.
    Adesso tu devi guardarmi
    per quella collana di si
    nella mia pelle che apre
    la piana la strada
    e i fondi della notte
    i centesimi della sete.

    (Nadia Campana, Verso la mente, Crocetti, Milano 1990)

    Notizia
    Nadia Campana è nata a Cesena nel 1954 ed è morta sui¬cida a Milano nel 1985. Ha tradotto Emily Dickinson (Le stanze di alabastro, Feltrinelli 1983). Una raccolta di brevi saggi e riflessioni sulla letteratura è in corso di pubblica¬zione dalla Editrice Polena di Milano.

    Lucio Mayoor Tosi ha scritto:

    Grazie. Mi piace quando i versi riescono a reggersi ciascuno per conto proprio, quasi senza il bisogno di motivarsi l’un l’altro. Eppure riuscendoci. Io lo chiamo tessuto poetico. Mi garba questo modo di scrivere perché sfugge alle regole della prosa che, in poesia, è oggi fin troppo praticata, a mio avviso. Credo vada letta con lentezza, altrimenti quel “disco” rischia di passare inosservato. E invece è una sapiente stravaganza. Che poi porta alla “collana di sì”. Andrò a leggermene delle altre.

    Marcella Corsi ha scritto:

    Ennio, capisco che ti sia piaciuta: mi sembra molto bella. quel che fa rabbia è che le persone così debbano morire suicide. Grazie per avercela mandata

    Ennio Abate ha scritto:

    Mah, forse una certa poesia ha legami sotterranei con il suicidio, è un suicidio rallentato, dilazionato, che sfugge alla chiacchiera.
    Immagina che pensiero generoso ci vorrebbe per impedire o almeno rallentare di più l’incedere della morte (in questi versi e in altri). Stavo proprio leggendo altre poesie di questa ragazza a me ignota…
    Ciao
    Ennio

    Marcella Corsi ha scritto:

    Forse è anche questo “pensiero generoso” quello a cui dobbiamo tendere nel cercare di fare poesia.
    Credo che tu abbia ragione su certa poesia: suicidio dilazionato, che sfugge alla chiacchiera (per Paola Febbraro fu, credo, così, anche se clinicamente morì di cancro).
    Come possiamo leggere qualche altra cosa di lei, di Nadia?

    Donato Salzarulo ha scritto:

    Caro Ennio, grazie per i versi di Nadia. Anch’io volentieri leggerei altri suoi testi. Di seguito, un breve commento al testo che ci hai proposto, una poesia davvero di notevole bellezza.
    Ciao
    Donato

    Donato Salzarulo ha scritto:

    Dov’è il suicidio in questi versi? Dove mostrando si cela il gesto successivo, la scelta che avrebbe spinto Nadia a togliersi la vita? E’ possibile cogliere – e fino a che punto – nel “corpo di un testo” il “corpo vivente” che l’ha espresso o dal quale, come una pera matura, si è staccato? “Guardiamo dalla cima del monte / il filo di calma che è nato”. Dovrebbe, quindi, andar tutto bene per chi scrive. Ma non è così. Perché “il filo di calma” è a distanza, forse è nella piana successiva. Mentre quel noi che guarda è sulla “cima del monte” e chissà che aria c’è lì, se c’è vento, nuvole, instabilità atmosferica…Il guardare “il filo di calma” è in ogni caso desiderio di calma. Il “corpo del testo” brucia ansia, inquietudine, e “il filo di calma” è appena un filo, un soffio. Alla fine dei primi due versi dovrebbe esserci un punto, una pausa, qualcosa che fa tutt’uno con quel filo di calma conquistato dallo sguardo. Non è così. La punteggiatura salta, scompare. C’è, ma si nasconde. “del mio petto tu conti ogni grano”. Ci siamo. Lo sguardo fuso del noi cede alla distinzione dell’Io e del Tu. Desiderio o gesto reale? Davvero quel Tu conta “ogni grano” del petto di quell’Io che pronuncia il pensiero? Ma come fa? Davvero quell’Io vorrebbe essere “contato” (discriminato, individuato, analizzato, compreso…) in ogni suo elemento o si sta esprimendo soltanto un desiderio-timore?…”e ogni cuore si prende di colpo / il suo tempo:” Ancora uno spostamento del soggetto. E’ il cuore di quell’Io e di quel Tu in dialogo-apprensione? “Ogni cuore” è ogni cuore dei due o è ogni cuore dei tutti? E il tempo che si prende di colpo quale tempo è? E’ quello della morte o quello dell’amore suggerito dai due punti esplicativi e dalla rima: “un amore / è tornato e si è accorto”. Il problema è accorgersene, scoprire, capire. E’ il problema dell’amore e di “un amore”. Avvertire l’altro, percepirlo, avvedersene, intuirlo…”il suo disco ci copre”. Di chi è questo disco? Dell’amore? Forse la musica di questo sentimento può trasformarsi a volte in copertura di ciò che davvero gli amanti, volenti o nolenti, consapevoli o meno, celano tra di loro? Fidarsi o non fidarsi dell’amore? Mi pare fosse Benjamin – un altro suicida illustre – a sostenere che “una persona la conosce solo colui che l’ama senza speranza”. Quanti elementi precipitano in sette versi! Quanta legna mentale si brucia! Inquietudine e calma, comprensione e incomprensione, trasparenza e se greto, copertura e scopertura, tempo del cuore e bersagli d’amore…I versi colpiscono per questo loro concentrarsi, per questo bruciare immagini e pensieri, per questo far apparentemente sparire le pause.
    “Adesso tu devi guardarmi” Più che un invito, un ordine rivolto al Tu. Ancora lo sguardo, il desiderio di aprirsi, di mostrarsi. Un dovere richiesto al Tu in nome di “quella collana di si” (affermazioni positive quindi…tanti Si che nascondono un grande No!), una collana che fa tutt’uno con la “pelle” dell’Io, il confine del corpo, la parte visibile “che apre / la piana la strada / e i fondi della notte / i centesimi della sete”. Non so quanta di questa “pelle” coincide col corpo di questo testo. Probabilmente è solo intersezione, più o meno ampia. Ma questa poesia che, aprendo “la piana la strada” potrebbe rappresentare una specie di via d’uscita dalla “cima del monte” in cui l’Io si trova, nello stesso tempo evoca “i fondi della notte” in cui versa e “centesimi della sete” che l’assetano. O forse la piana e la strada è quella dove la notte si raggiunge fino in fondo e della sete di vita rimangono centesimi. Poesia come insidia, lunga insidia.
    Ovviamente non riesco a dare risposte alle domande iniziali. E il “corpo del testo” nei suoi movimenti concentrati e suggestivi ostenta un segreto che rimane tale fino alla fine.

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  15. Un amico della redazione mi segnala che “Verso la mente” di Nadia Campana è disponibile, ancora in varie copie, presso questa libreria online. Lo segnalo ai lettori interessati.

    http://www.deastore.com

    Un saluto

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  16. ti abbraccio, rosemary, pubblicamente, se non ci fossi tu a ricordarci la “vera storia”… anche per nadiella, antonio, luciano…
    -elio

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  17. Che cosa si riesce a dire, dopo le citazioni dalle lettere di Nadiella, portate da Rosemary, e il diario di lettura, bellissimo, condotto da Ennio Abate (di cui non sapevo)ne I molti in poesia(presso la casa della Poesia di Milano),con le puntualizzazioni dei suoi lettori?
    Che Nadia, da ragazza studente modello, oserei dire, fu molto felice di studiare con Anceschi e frequentarlo, come di studiare Antonio Porta,che i legami, i soli della sua terra accettati erano con la Poesia, come lei ci spiega, non con i suoi parenti;con Rosita Copioli anche… che la sua sete di relazione poneva sempre al centro, quella che Zanzotto chiamerà, un nuovo ” culto della poesia”,di cui accennavo nel pezzo.
    Oggi è giorno che sembra non terminare mai, in cui ho chiesto sia dedicata a lei una giornata all’Umanitaria, possibilmente nel giugno in cui spuntano le mirabelle, come ne scrisse Milo D.A.nella bellissima “Ultima notte”.
    Grazie a voi tutti, così pieni di amore. A Nadia A. per la notizia sugli acquisti online,di VERSO LA MENTE, che anche presso l’editore Crocetti,è possibile fare.
    Quando Emy Rabuffetti, della editrice Polena avrà pronte le sue prose critiche, io vi leggerò, credo, anche la bellissima postfazione che scrisse per il mio primo libro, “Il cantare” ristampato da Campanotto, dopo le edizioni Tam Tam 1984, con il suo autografo che ancora campeggia in stampa…
    Maria Pia Quintavalla

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  18. scusate, ma la notizia del libretto di prose per l’editrice la polena è assolutamente obsoleta, risale a non so quanti anni fa. e a dire il vero non so nemmeno se questo volume sia mai uscito… emy non si occupa della polena da una vita…
    a meno che non sia io a prendere un granchio (ma sento emy regolarmente e non ne so nulla) l’equivoco nasce dal fatto che la nota è stata presa di peso da documenti dell’epoca…

    in ogni modo, mi informo.
    elio

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  19. Come pensavo infatti, emi rabuffetti mi dice che il libro di saggi per la polena non è mai uscito né mai uscirà, la polena non esiste più da almeno 10 anni…
    elio

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  20. e a chi bisogna rivolgersi per avere una copia degli scritti e poi trovare un editore per pubblicarlo davvero?
    Ovvero chi gestisce i diritti di Nadiella? A chi rivolgersi?

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  21. Grande, forte poeta, vitale e dolente,che meriterebbe un saggio vero, ampio,come è stato scritto per Silvia Plath, Dickinson,, Annesexton, la Cvetaeva.. I poeti suicidi non sono tali per malinconia, debolezza, ma per forza vitale, saudade, intensità emotiva, forza vitale, carattere, scontro violento con una vita mediocre e di chiacchiere meschine. Si uccidono per eccesso di vita , per ardore e amore di vita intensa. Ne scrive Borgna, Ne L’arcpelago delle emozioni. E, per dirla con Majakovskij: ?la barca dell’amore s’è infranta contro la vita’. Su questo bisognerebbe riflettere molto, scrivere, se è ancora tempo di poesia, per non ripetere le solite banalità . Si tratta di una poeti/e forti, duri, che non cercano facili conforti, banali vissuti sentimentali. Cerano pathos, trasformazione ,, rinnovamento del sè. E questa non è una affermazione teorica, ma una considerazione che nasce dalla lettura dei loro versi.,dal nodo che ti afferra violentemente alla gola. E dal fatto che resistono ancora al tempo, alle riletture. C’è in loro un eccesso di vita.

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  22. Ho conosciuto Nadia quando si uccise e un amico Giovanni, amico suo e di Milo, venne di furia a casa mia portandomi le sue poesie e alcune della Dickinson perché le leggessi con altri artisti, in commemorazione di Nadia a Cesena. Era estate. Mi è rimasta per anni addosso la sensazione di sconforto e un forte scuotimento per quel giorno a Cesena e per le letture delle sue poesie. E’ vero, quasi ogni verso si brucia in sé. Io allora, poi, vedevo la sua opera solo attraverso il taglio che il suicidio aveva lasciato sulla sua vita giovane e poi..quel viso bellissimo. Era amata dagli amici e anche in me trovò un posto che non è mai più stato cancellato. La ricordo soprattutto per la mia preferita che è “Punta tenera di un dardo” quando dice “…madre ogni minima cosa” a conclusione di una angoscia che incalza, salvazione all’ultimo istante.. Ermetica come sapeva essere, fui grata di trovare un’espressione che io, nella mia piccolezza, riuscii a penetrare e a trovare in me. Le ho voluto bene, senza conoscerla in vita.

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