L’amore dei lettori [4]

Fremo di piacere nel leggere la prima stroncatura del mio romanzo. Non se ne poteva di più di consensi e assensi. Il piacere di una lode non è paragonabile al brivido di scoprire che per qualcuno i tuoi personaggi risultano stereotipati, nelle azioni e nel linguaggio che li descrive.

Sono emozioni forti, non c’è che dire, peccato che durino un istante, come è istantaneo il giudizio del recensore. Tu vorresti prolungare questo piacere, vorresti che lo stroncatore spiegasse perché questi personaggi risultano stereotipati, che cosa intende lui per stereotipati, vorresti che girasse la lama nella ferita, che ti illuminasse su esempi di azioni e linguaggio stereotipati, e invece niente, devi accontentarti di questo giudizio fulminante, senz’altra spiegazione.

Pazienza, mi dico, in fondo i piaceri sono tanto più intensi quanto istantanei. Poi, rileggendo l’inizio della fulmistroncatura, mi assale un dubbio.

Perché il recensore scrive che il mio romanzo è ambientato in un grattacielo di Milano? La vicenda è tutta ambientata a Torino, salvo qualche capatina in provincia, però no, di grattacieli in Milano non c’è proprio traccia. Magari è un refuso, mi dico, solo che qualche riga più in là lo stroncatore ribadisce dai “cubicoli” di Chicago al “cubone”, il grattacielo di Milano sede della Elektracar, la società dei personaggi di Paolo Cacciolati.

Ma no! Ma come? Ma il cubone è alla periferia nord di Torino, nel romanzo è scritto più volte!

Ciliegina sulla torta:  lo stroncatore sbaglia pure il prezzo del libro. Riporta che costa € 16,50. Ma quando mai? Costa 12 euro, se lo compri su internet solo 10.

Non so più che pensare, mi assalgono i dubbi più atroci, tipo che il vero bersaglio della fulmistroncatura fosse un altro libro, e non il mio. Pensa che delusione.

20 pensieri su “L’amore dei lettori [4]

  1. eh eh eh! pensavo che questa potrebbe essere un’ottima tecnica per recensire, giocando di sponda, un romanzo altrui brutto o di uno scrittore antipatico.
    😀

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  2. Caro Paolo,
    a me recentemente è capitato di vedere il libro di un conoscente (libro che ho solo sfogliato, e quel poco intravisto non mi entusiasma) stroncato in malo modo per le situazioni inverosimili e per il linguaggio povero e irritante. Benissimo, ma ciò rispetto a che cosa? Vogliamo ricordarci che la critica deve chiedersi e dire almeno se il prodotto mostra d’avere un progetto, e in caso affermativo quale sia, e se infine sia più più o meno realizzato e perché?
    Altrimenti, il progetto in certe zucche può ridursi al posizionarsi in una determinata cordata, con un libro-saponetta che abbia un determinato incarto; e allora può ben capitare che cordate e incarti si mischino in lieta confusione.
    Riflessione positiva: in certi momenti si vede (di più)
    l’importanza di potersi appoggiare a una voce plurale e autorevole, per almeno non lasciare la disattenzione unica padrona del campo (sempre che in casi come il tuo non abbia avuto compagni peggiori).
    Un caro e sorridente saluto,
    Roberto

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  3. Guarda, io ho tagliato la testa al toro: non l’ho comperato né in libreria né su internet, né mi sono preoccupato di contattare qualche ufficio stampa. Pensa un po’ tu che stroncatura, praticamente perfetta. Da manuale.

    Non ti far grande per una stroncatura.
    Adesso la gente gode pure se gli dicono che non sa scrivere.
    Brutti tempi, sì.

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  4. Bè, io almeno ho confuso Mirko con Marco, tutto là… Ma il libro l’ho letto davvero! Non mi sognerei mai di recensire qualcosa che non ho letto. E se devo dirla tutta, le letture (preferisco chiamarle così invece di recensioni) che pubblico in rete sono solo di libri che mi sono piaciuti o che mi hanno dato spunti di discussione. Per qualcosa che proprio non mi piace, non mi ci metto neanche.

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  5. caro Paolo
    non ho letto la stroncatura, ma non fare tanto il ganzo, le stroncature fanno male e basta. Comunque mi pareva in qualche modo di averti preavvisato, e sicuramente la prima stroncatura l’ho scritta io, che rivendico, anche se nel modo che tu sai. Il problema è che sui libri si può dire tutto e il contrario di tutto, l’unico punto è il perché.
    Agli scrittori peraltro interessano solo i complimenti, e se no che scrivono a fare?
    ciao e stai sereno, se ti hanno fatto una stroncatura vuol dire che si parla di te.

    Alla signorina Ramona propongo un motto di Oscar Wilde “Non leggo mai i libri che debbo recensire. Non vorrei rimanerne influenzato”
    Ciao Francesco

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  6. Ma no, caro Francesco, la tua non era una stroncatura,semmai una lettura double-face, un brillante modo per dimostrare il tuo assunto:
    “Il problema è che sui libri si può dire tutto e il contrario di tutto, l’unico punto è il perché.”
    Non fosse che me l’hai inviata in privato, sarei tentato di pubblicarla qui nei commenti…

    Ciao
    paolo

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  7. vai libero, se ti fa piacere, ma è un’operazione un po’ nichilista, valuta se ti piace fare da cavia
    ciao
    Francesco

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  8. Caro Francesco, grazie mille per il signorina, mi fa sentire un po’ più giovane (a meno che tu non ti figuri una vecchia zitella semicentenaria, e allora no, non ci siamo…).
    Conoscevo questo (e altri) motto del sempre geniale Wilde, arguto anzicheno! Però personalmente resto del mio parere: io preferisco leggerli, i libri da recensire.
    Un caro saluto.

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  9. Dunque Francesco Recami tempo fa mi scrisse:
    “ti mando una recensione positiva e una negativa. Non pensare che una delle due sia quella vera.”

    Eccole

    ESALTAZIONE

    Ecco un romanzo di un esordiente che lascerà il segno: si intitola Digestione del personale (Tea, 2009), che ha già avuto un ottimo riscontro di critica e di pubblico, e si capisce anche perché.
    Siamo nell’interland torinese, fra palazzi che assomigliano a “cuboni”, industriali selvaggi e venditori superficiali e succubi: in questo mondo il nostro protagonista Mirco, consulente aziendale, ci sguazza, offrendo corsi di motivazione all’entusiasmo, lezioni di immedesimazione nel venditore ideale, relazioni amorose “interessate” e altre truffe. Ma la vita del nostro non è così semplice: in lui forse ci sarebbe il desiderio di uscire da questo meccanismo, ma il meccanismo è lui stesso, e il suo successo.
    La tragedia finale, inevitabile e catartica, annunciata fin dalle prime pagine e sapientemente gestita fino all’epilogo, rompe e distrugge tutti gli equilibri, equilibri inesistenti peraltro, come un castello di carte che crolla improvvisamente e necessariamente.
    Cacciolati mostra un grandissimo controllo di vari registri, ci racconta senza pietà le paradossali situazioni di un modernissimo consulente aziendale, che inganna i suoi clienti industriali con il miraggio dei fondi europei, in realtà non è che uno strumento per licenziare, cioè “digerire” il personale. Ma quello di Cacciolati non è un blog, è un romanzo, che ci sorprende di pagina in pagina, che non incorre in facili stereotipi, non ci propina il solito finale tragicomico, ci avvince ma ci fa riflettere. È una buona alchimia quella di Cacciolati.
    Gli diamo il benvenuto, benvenuto fra i più promettenti scrittori italiani.

    STRONCATURA

    Ecco un romanzo di un esordiente, un romanzo che secondo noi non lascerà il segno: si intitola Digestione del personale (Tea, 2009), uno di quei romanzi (parola grossa) che vengono pubblicati sull’onda di qualche trend a noi incomprensibile, in questo caso la figura di un consulente aziendale del nuovo millennio.
    Siamo nell’interland torinese, fra palazzi che assomigliano a “cuboni”, industriali selvaggi e venditori superficiali e succubi: in questo mondo il nostro protagonista Mirco, consulente aziendale, ci sguazza, offrendo corsi di motivazione all’entusiasmo, lezioni di immedesimazione nel venditore ideale, relazioni amorose “interessate” e altre truffe. Ma la vita del nostro non è così semplice: in lui forse, paventa il Cacciolati, ci sarebbe il desiderio di uscire da questo meccanismo, ma il meccanismo è lui stesso, e il suo successo.
    Il libro è una sequenza di scenette tipo blog, probabilmente derivate dall’esperienza di lavoro dell’autore, come ormai è uso in Italia, con i risultati letterari che sono sotto gli occhi di tutti.
    Cacciolati abbina queste scenette a una trama che dovrebbe provocare “tensione” che sembra appiccicata alle vicende dei nostri venditori e consulenti. Un morto che non c’entra niente, e poi altri due morti nel finale (non svelo niente, si sa fin dall’inizio), perché ormai se non c’è una pseudo trama noir, oggi come oggi, non si va da nessuna parte. E che dire dell’inevitabile tormentone (le lestrigoni, che il Cacciolati abbia fatto il classico?), tutti ingredienti da scuola di scrittura creativa, vale a dire conformismo e poco altro.

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  10. Mi pare semplicemente che le due “recensioni” di Recami non riguardino tanto Paolo e il suo libro, quanto evidenzino le prassi sofistiche di certi settori della società.
    Ciao,
    Roberto

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  11. Interessante questo gioco delle due recensioni di Recami, con un plot predefinito, si cambiano alcune parole e si dicono cose contrapposte. Un ottimo esercizio. Comunque sembra di capire che quella autentica – cioè sentita – è la prima, quella positiva.

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  12. godere di una stroncatura mi pare uno scherzo, o una provocazione a denti stretti. non mi sembra una posizione sincera, ecco. le stroncature fanno male. poi, certo, questa sembra più una burla. altre possono fare arrabbiare, altre ancora possono far crescere.

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  13. Con tutta la simpatia per Paolo, e senza nulla di personale, butto lì un’osservazione estetica su cui vorrei il vostro parere. Mi pare sempre e comunque di cattivo gusto per uno scrittore parlare degli applausi o dei fischi che si sono ricevuti. Non so, sta male… Also sprach la marchesa L.B.

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  14. Touchè, cara Anna, ammetto di amare le cose di cattivo gusto, per dirla con Gozzano:

    Loreto impagliato e il busto d’Alfieri, di Napoleone,
    i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto!)

    il caminetto un po’ tetro, le scatole senza confetti,
    i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro….

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