Il piacere di leggere ovvero la scrittura impossibile. Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino

di Giovanni Inzerillo

 

Il piacere di leggere ovvero la scrittura impossibile. Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino.

 

Pubblicato nel 1979 e presto diventato un caso letterario internazionale, il testo di Calvino non può essere facilmente definito come un romanzo in senso stretto. Sebbene il Novecento ci abbia abituato alla frammentarietà -fu la Coscienza sveviana il primo vero romanzo moderno in netto contrasto con la tradizione-, alla metaletteratura, allo sperimentalismo e al citazionismo, questo testo sembra andare oltre.

Eppure Calvino non ha remore nella definizione del genere romanzo. L’esordio del primo capitolo e l’incipit del primo pseudo-romanzo inserito strategicamente all’interno della narrazione sono significativamente espliciti in tal senso:

«Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino»

e, di seguito,

«Il romanzo comincia in una stazione ferroviaria»

Sembra, d’altronde, chiaramente espressa sin da subito la volontà di stupire nel tentativo di creare qualcosa di diverso, di inconsueto:

«Ti prepari a riconoscere l’inconfondibile accento dell’autore. No. Non lo riconosci affatto. Ma, a pensarci bene, chi ha mai detto che questo autore ha un accento inconfondibile? […] Ma poi prosegui e t’accorgi che il libro si fa leggere comunque, indipendentemente da quel che t’aspettavi dall’autore, è il libro in sé che t’incuriosisce, anzi a pensarci bene preferisci che sia così, trovarti di fronte a qualcosa che ancora non sai bene cos’è».

La struttura del testo è abbastanza omogenea: dodici capitoli sono intervallati da dieci incipit di romanzi. La narrazione si rivolge direttamente (ma non sempre) in seconda persona ad un ipotetico “Lettore” che, dopo aver iniziato la lettura del libro dello stesso Calvino, si imbatte in un presunto errore tipografico. Recatosi in libreria per la sostituzione del libro difettoso incontra Ludmilla, “la Lettrice”, anche lei accortasi dell’errore.

I due protagonisti capiscono presto di avere una comunione di interessi e di intenti consapevoli, soprattutto, di leggere allo stesso modo. Dice Ludmilla:

«Il romanzo che più vorrei leggere in questo momento dovrebbe avere come forza motrice solo la voglia di raccontare, d’accumulare storie su storie, senza pretendere d’importi una visione del mondo, ma solo di farti assistere alla propria crescita, come una pianta, un aggrovigliarsi come di rami e di foglie…»

I protagonisti, pochi in fondo se si pensa al complesso garbuglio delle vicende narrate, sono accuratamente differenziati non tanto da diversi tratti psicologici quanto, piuttosto, dal loro modo, assolutamente antitetico, di affrontare la lettura e di concepire il libro stesso. Insieme al “Lettore” e alla “Lettrice”, compare Lotaria, sorella di Ludmilla, e “Lettrice” sui generis, poco attenta a indagare e a riflettere sulle parole ma più rapida e risoluta. I libri sono per lei la conferma delle sue ipotesi di partenza e mai la scoperta di nuovi contenuti. E non solo. Questi, a suo modo di intendere, vanno addirittura interpretati solo ed esclusivamente tramite la lettura delle parole, prima enumerate da una macchina, che ricorrono con maggiore e minore frequenza. Per Lotaria, e ne dà persino dimostrazione, basta contare le parole per avere chiaro il senso di un intero libro. E d’altronde, a lei ciò può bastare nell’ottica di una lettura che non sia scoperta ma conferma di ipotesi precostituite.

Un altro personaggio è Irnerio, il “non Lettore”, probabile amante di Ludmilla e artista che non legge libri ma che dei libri ha bisogno per creare le sue opere d’arte.

Come se Calvino non volesse mettere in dubbio l’utilità, estendibile a qualsiasi scopo, della pagina scritta.

Marana, inoltre, il “traduttore” prima impiegato presso la casa editrice in cui il “Lettore” va a chiedere spiegazioni del presunto errore tipografico, poi girovago per il mondo alla ricerca della vera storia. E’ lui, brillante e astuto falsificatore, l’artefice dell’inestricabile labirinto dei romanzi iniziati ma mai destinati a concludersi. Così scrive Marana in una lettera all’editore:

«Che importa il nome dell’autore in copertina? Trasportiamoci col pensiero di qui a tremila anni. Chissà quali libri della nostra epoca si saranno salvati, e di chissà quali autori si ricorderà ancora il nome. Ci saranno libri che resteranno famosi ma che saranno considerati opere anonime come per noi l’epopea di Ghilgamesh; ci saranno autori di cui sarà sempre famoso il nome ma di cui non resterà nessuna opera, come è successo a Socrate; o forse tutti i libri superstiti saranno attribuiti a un unico autore misterioso, come Omero».

Ultimo per ordine di apparizione ma non tale per importanza è Silas Flannery. Alter ego dello stesso Calvino, nelle pagine del suo diario, a cui è dedicato l’ottavo capitolo, è possibile rintracciare evidenti indizi di simbiosi con l’autore stesso. L’intento di scrivere una storia sulla lettura, il cosiddetto “scrivere dal vero” accomuna entrambi:

«Guardando la donna sulla sdraio m’era venuta la necessità di scrivere «dal vero», cioè scrivere non lei ma la sua lettura, scrivere qualsiasi cosa pensando che deve passare attraverso la sua lettura».

Lo scrittore, confrontandosi con la Lettrice, vive drammaticamente non soltanto l’incapacità di aver creato, sino ad ora, una storia sulla scrittura, ma persino l’impossibilità di godere del “piacere della lettura”:

«Da quanti anni non posso concedermi una lettura disinteressata? Da quanti anni non riesco ad abbandonarmi a un libro scritto da altri, senza nessun rapporto con ciò che devo scrivere io? Mi volto e vedo la scrivania che m’attende, la macchina col foglio sul rullo, il capitolo da incominciare. Da quando sono diventato un forzato dello scrivere, il piacere della lettura è finito per me».

D’altronde, come per Marana, anche per Flannery -cosa che sembra in parte motivare la sua pressante esigenza di scrivere sulla lettura, senza troppo badare ai contenuti- “la mistificazione della verità” sancisce più di ogni altro artificio espressivo la verità stessa:

«[…] secondo lui la letteratura vale per il suo potere di mistificazione, ha nella mistificazione la sua verità; dunque un falso, in quanto mistificazione di una mistificazione, equivale a una verità alla seconda potenza».

Marana, dunque, sembra essere l’artefice di uno scaltro e raffinato imbroglio per nulla ingiustificato. E’ lui che “in una rete di linee che s’allacciano e s’intrecciano” genera il concatenarsi dei romanzi che, nel testo di Calvino, interrompono la narrazione e, in un certo senso, la motivano. Il Lettore e la Lettrice sono volenterosi, d’altronde, di scoprire il mistero celato dietro a questo garbuglio -questa, se proprio la si deve cercare, sembra essere l’unica trama del romanzo.

Calvino è magistrale nel creare giochi e allusioni, nell’avvicendare fatti, luoghi, tempi e persone (anche verbali) differenti. Il tempo, specialmente. E’ proprio sulle basi dello scardinamento di questo che si sviluppa la narrativa moderna (basti pensare a Proust, Joyce e allo già citato Svevo).

Poiché, a detta di Ludmilla, “leggere è andare incontro a qualcosa che sta per essere e ancora nessuno sa cosa sarà”, la narrazione stessa non può seguire un tempo e una persona unitario. Insieme al “tu” del Lettore un romanzo, che per essere veramente tale ha bisogno (a detta e nella persona di Flannery) dell’impersonalità, di abbandonare la prima persona, necessita anche della terza persona della Lettrice:

«Come sei, Lettrice? E’ tempo che questo libro in seconda persona si rivolga non più soltanto a un generico tu maschile, forse fratello e sosia d’un io ipocrita, ma direttamente a te che sei entrata fin dal Secondo Capitolo come Terza Persona necessaria perché il romanzo sia un romanzo, perché tra quella Seconda Persona maschile e la Terza femminile qualcosa avvenga, prenda forma, s’affermi o si guasti seguendo le fasi delle vicende umane. […] Questo libro è stato attento finora a lasciare aperta al Lettore che legge la possibilità d’identificarsi col Lettore che è letto: per questo non gli è stato dato un nome che l’avrebbe automaticamente equiparato a una Terza Persona, a un personaggio (mentre a te, in quanto Terza Persona, è stato necessario attribuire un nome, Ludmilla) e lo si è mantenuto nell’esatta condizione dei pronomi, disponibile per ogni attributo e ogni azione».

Il mistero delle pagine perdute, per usare una reminescenza cinematografica qui efficace, non è certo destinato a risolversi. L’undicesimo e penultimo capitolo, lontano da voler offrire una soluzione, una unitaria chiave interpretativa, dà voce a sette Lettori che, in modi assai differenti tra loro, simboleggiano altrettanti modi di leggere e interpretare un testo.

La lettura sembra volersi così negare alla scrittura stessa rivendicando, per la prima volta in assoluto, un ruolo egemone di totale non condizionamento.

Azzardate, o meno, possano apparire le teorie espresse nel romanzo, Calvino ha saputo, come sempre, contaminare in maniera sapiente riflessione letteraria, autobiografismo e immaginazione.

104 pensieri su “Il piacere di leggere ovvero la scrittura impossibile. Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino

  1. franz krauspenhaar

    un pasticcio. un libro inutile, anche dannoso. quasi illeggibile. una truffa, che disintegra il patto tra autore e lettore. lo lessi in apnea, e alla fine lo scaraventai contro il muro.

    d’altronde, calvino è uno dei tanti sopravvalutati. certo, prima di questo “gran finale” aveva regalato degli ottimi libri.

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  2. lucy

    se una notte d’inverno… non è il gran finale.
    calvino sopravvalutato… :DDDDD
    a questo punto ritengo inutile discutere alcunché: dopo affermazioni perentorie in puro stile efkey, qualunque opinione, anche la più significativa, sembrerebbe una scalata sugli specchi.

    fabriziooooooooooo! materializzati, ti prego!

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  3. carla

    Calvino ha saputo, come sempre, contaminare in maniera sapiente riflessione letteraria, autobiografismo e immaginazione.

    e come contraddirlo…

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  4. alex cartoni

    Mi piace molto Calvino, anzi per certi aspetti, anche se non si dice, ho adorato, i “nostri antenati” e “i racconti del corvo”, mi piace anche il suo illuministico ragionare da saggista, “Eremita a Parigi”, mi aveva fulminato. Devo dire però, che qualcosa mi ha sempre trattenuto dallo aprire “Se una notte…”, era come se non volessi rimanerne deluso, conservando quella idea di grande maestro, narratore di storie che per me continuava ad essere Calvino. Mi pare che nei vostri commenti si riproponga il problema. Se può servire, a sua formidabile difesa, c’è il fatto che è uno dei pochi autori (“antichi”…) che non rompe le palle agli studenti. Non mi pare poco. E poi “le lezioni americane” sono vitali no?

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  5. Roberto Plevano

    Poi, se vogliamo parlare del libro, dopo che tanto se n’è detto, ci ho trovato magari un che di affettato, un eccesso forse di costrutti simmetrici, intellettualismi, ripetuti registri e distacchi ironici, riprese di esperienze letterarie francesi, ma avercene, di libri così.

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  6. franz krauspenhaar

    mah. che calvino sia l’ultimo vero autore ecc. ecc. è tutto da dimostrare. diciamo che calvino è stato un pezzo da novanta del sistema editoriale e culturale italiano, come lo è stato moravia e siciliano. insomma, a quei tempi validi scrittori muovevano pedine et cetera.

    colei che si firma lucy, sempre pronta, con il ciglio alzato, sempre solerte, che adesso chiama fabrizio, che chiama le mie provocazioni, beh… lasci perdere. lasciate perdere, tutti. siete ancora in pieno 1950, peggio dello stornellatore minghi… siete avvinghiati nel canone, come se harold bloom vi avesse rapiti e soggiogati sessualmente, tutti. le cose cambiano, e cambierannno. se qui siamo indietro, se la critica porta avanti solo i propri sodali, se siamo nella periferia del mondo – così che un calvino viene “nominato” migliore del secondo novecento, meritiamo un sinisgalli di lucania (lucania italy, i suppose) che fece le pulci a un genio (o quasi) come lorenzo calogero… del quale quasi nessuno ancora sa niente, perchè siamo occupati con marcovaldo, e con lucy, e con l’amicone charlie brown, e in ultima analisi con i wu ming, gli artigiani del mobilificio ahia – zzone.

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  7. Roberto Plevano

    non mi interessa dimostrare un bel niente. Il punto è che la ricostruzione dai più accettata dei momenti, o movimenti, fai tu, della letteratura italiana del ‘900 si arresta proprio con Calvino. Certo che dopo si continua a scrivere, ma non troverai più un sostanziale accordo su quello che c’è da tenere e quello da buttare, cioè dei molti sopravvalutati. Calvino certamente è Einaudi, è anche politica culturale, ma non è Linder, non lo si considera per quanto ha promosso (e cestinato).

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  8. Roberto Plevano

    quoto Fabrizio, e non per una captatio. A prendere in mano uno qualsiasi dei testi di Calvino, non si può non stupire dell’esattezza della prosa, della precisione da orologiaio di ogni periodo. Se una notte d’inverno tradisce forse nel piano elaborato d’opera il lavoro di bulino che Calvino applicava alle parole nel loro elementare combinarsi.

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  9. Giovanni Inzerillo

    Condivido il commento di Roberto. Calvino è Einaudi, figlio di Vittorini e di una cultura non frutto dell’improvvisazione o del caso (come è adesso) ma di maturità ed esperienza. Come si può sottovalutare un autore di così tale spessore e di una creatività così fervida? Siamo onesti! La scrittura è un processo così raffinato e complesso, e al diavolo chi dice di scrivere per istinto. A parte le inaspettate (e quasi sempre immeritate)fortune editoriali (inclusi gli ultimi Strega), a cui l’Italia ci abitua, quale autore adesso è così bravo da poter entrare a pieno diritto nella storia della letteratura? Io attualmente salvo solo il nome di Sebastiano Vassalli. Scrivere sempre allo stesso modo, guidati da un puro meccanismo istintivo, è da incompettenti, non da veri scrittori. La ricerca di nuovi stili, di nuove forme, di nuovi linguaggi, questa è la firma della genialità. E ancora nel 79, dopo gli esordi Neorealisti del “Sentiero dei nidi…”, dopo il fantastico della “trilogia”, dopo i racconti e la saggistica, Calvino sembra acora non aver trovato pace. Scrive:

    “Come scriverei bene se non ci fossi! Se tra il foglio bianco e il ribollire delle parole e delle storie che predono forma e svaniscono senza che nessuno le scriva non si mettesse di mezzo quello scomodo diaframma che è la mia persona! Lo stile, il gusto, la filosofia personale, la soggettività, la formazione culturale, l’esperienza vissuta, la psicologia, il talento, i trucchi del mestiere: tutti gli elementi che fanno sì che ciò che scrivo sia riconoscibile come mio, mi sembrano una gabbia che limita le mie possibilità. Se fossi solo una mano, una mano mozza che impugna una penna e scrive…Chi muoverebbe questa mano? La folla anonima? Lo spirito dei tempi? L’inconscio collettivo! Non so. Non è per essere il portavoce di qualcosa di definibile che vorrei annullare me stesso. Solo per trasmettere lo scrivibile che attende di essere scritto, il narrabile che nessuno racconta”.

    E non è ancora contento! Sembra non riconoscersi ancora uno scrittore! A dir poco superbo…

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  10. lucy

    solerte giusto per calvino, FK, sempre meno di te che ti sei precipitato come un falco a sparare la tua boutade stronk, che non permette, lo ripeto, di discutere. fa’ pure la tua fiacca ironia su di me, non è la prima volta e non mi importa. sei un adolescente invecchiato e sempre acido con le donne. un po’ smemo, dato che sarà l’ottantesima volta che mi definisci “colei che si firma lucy”. nojoso fino alla morte. c’è chi ti apprezza e un po’ ti teme e definisce eufemisticamente le tue sparate “provocazioni”: che se le dicesse un altro se lo mangerebbero. siccome a me non importa un picchio di chi sei, che fai, che scrivi, prendo la sparata e la butto nel wc. si può dire wc? fabri, ti ho interpellato come esperto di calvino, né più né meno.
    un caro saluto.
    lucy, colei

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  11. dandy roll

    tuttavia, non per riesumare viete periodizzazioni, ma il calvino che affligge maggiormente è proprio quello lì, il dromòmane, quello dei viaggiatori e marcopòli o, al postutto, del leziocinio ‘mericano (qual non si fu nella prassi epperò non cessa – sulla carta – d’innamorare di sé legioni di docenti, che evidentemente vi scorgono il più sublime distillato di scientia narrativa).

    no, perché fino ai favolosi anni ’60 (cit.) calvino è anche narratore apprezzabile, non titanico certo, ma onesto, modicamente storicista, e igienista sì, forbito pure, per formazion reattiva e intrinseca grommosità di pagine e di giorni.
    ma poi concorre in francia, il calvino, ove bazzica qua una littérature potentielle, là una nouvelle critique, se ne intabacca, se ne infranciosa, ed è tutto un esantema di sémata e tarocchi, di viaggiator notturni e di città che non si vedono – né tampoco si leggono, in verità. scrittore, questo, tavolinesco e gracillimo, atto a compiacere tanto il lettor giovine e vago d’innocue fantasie, quanto il saputo narratologo ebbro di teorie ricezionali e double coding, non che pietra angolare d’infiniti corsi monografici in cui si consuma paciosa, appena appena malinconica, l’iniziazione dei discenti ai ghiotti misteri della letteratura.
    e giù operine diafane, ariose, pellucide di perni et ingranaggi e rotelline e arguti collimamenti, e trìcchete, e tràcchete – e colassù, infine, il motore immobile ma ubiquo dell’ironia, onde l’intero meccanismo non abbia a patire oltraggio di esegesi tignosa e ultimativa.

    eppure, eppure… non si dà iniziazione che non sia cruenta. questo viaggiatore d’inverno, per esempio, che vedo gettonato anche quest’anno in ateneo… ah sì, il “testo letterario”: smontare, rimontare, gli incipit, l’autore-autore, l’apocrifo, il lettore, la lettrice soprattutto… eh be’, certo. tampinarla dappresso. sposarsela pure! i pisquani ne saranno entusiasti. ma dategli una femminota! una iniziazione vera, da sbatterci il muso! ché per giocare coi lego c’è tutto il podagroso inverno del nostro (del loro) pensionamento. no, per dire.

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  12. fabrizio centofanti

    per capire che Calvino non giocava col lego basta leggere Un re in ascolto. Se poi nel tarocco del Bagatto sintetizzava le possibilità e i limiti di una letteratura combinatoria, in quello dell’Impiccato indicava la necessità di leggere sempre nel rovescio di ogni costruzione, che allo stesso tempo la metteva in crisi e la spingeva avanti: fino alle ricerche sottilissime di Collezione di sabbia, in cui il mondo appariva eroso da una domanda che si faceva sempre più stringente e inquietante…
    altro che lego…

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  13. lucypestifera

    dandy roll, per dissentire su calvino non è necessario scimmiottare manganelli.

    tutti a trovar da ridire su “se una notte”. calvino lì ha fatto con intelligenza semplicemente un’incursione in una tipologia metaromanzesca che altrove era stata praticata o si stava praticando (e lasciamo stare il solito ovvio oulipo). il ritardo italiano rispetto, ad esempio, alla new fiction nordamericana (barth, barthelme, vonnegut, pynchon, scott momaday…) è dovuto all’isolamento culturale scontato fin dal fascismo. sembra lo si sconti ancor oggi, detto per inciso. mario vargas llosa aveva scritto anch’egli nel ’77 un (meta)romanzo a cui penso spesso se devo considerare le manovre letterarie post-moderne nel loro complesso: la zia julia e lo scribacchino. il modo di procedere a capitoli alternati è già in questo romanzo: le storie poi si mescolano e si contaminano. calvino ha fatto qualcosa di simile, e tuttavia diverso. trovare “dannoso” se una notte… mi pare un giudizio vanamente classicista rispetto ad un autore che si è conservato limpido – e classico – lungo tutto l’arco della sua carriera, pur facendo quello che molti scrittori italiani non hanno fatto e non mostrano, più di tanto, di voler-saper fare nemmeno oggi. cercare cercare cercare e cambiare. dannoso per chi? anche se lo si studia a scuola (e magari!) se non altro è assicurato l’interesse degli studenti tenuto desto da una prosa fresca chiara elegante e da un intreccio inusitato. di sicuro leggendo calvino si impara un lessico vario, strutture lineari. ci si avvicina al brutto mostro della poesia senza accorgersene. basta qualche pagina di, proprio, appunto, ma guarda un po’, marcovaldo.
    con solerzia, e molto amore
    lucy

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  14. elio_c

    Io credo che la letteratura sia largamente ridondante rispetto alle cose della vita che si possono imparare, e quindi che gli autori rappresentino più spesso degli “eccipienti” – importanti anch’essi, ma più che altro in relazione al nostro personale processo di “assorbimento” – rispetto agli assai meno numerosi “principi attivi”, ovvero i concetti, le idee, le “verità”, che ci consentono di avvicinare. In fondo, che uno trovi l’eccipiente più adatto in Borges, piuttosto che in Calvino, penso non abbia questa capitale importanza. Di conseguenza, considero il commento 10. un’esternazione puramente affettiva: la pretesa, così comune, di proiettare i propri cortocircuiti interni sopra delle geometrie d’anima delle quali non possiamo, evidentemente, sapere alcunché.

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  15. Giovanni Inzerillo

    Calvino risponde così ai suoi oppositori, compresi quelli della nostra discussione:

    “I dibattiti li sanno fare quelli che hanno idee perentorie e sicure, non io che devo studiare per ogni cosa che dico la formula che tenga conto di tutti i dubbi possibili e di tutti i margini di errore…Non vorrei essere fautore di crisi. Vorrei stabilire una possibilità di vivere i termini reali di ogni crisi mantenendo una linea, qualcosa che venga dalla linea ma se ne arricchisca. Chissà se è possibile…La letteratura non è altro se non questo inventarsi delle regole e poi seguirle. nel linguaggio è lo stesso. La letteratura nasce dalla difficoltà di scrivere, non dalla facilità…Scava in quel punto, lavoraci, rosicchia il tuo osso con pazienza.”

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  16. Alfio Squillaci

    Potranno giovare al dibattito, credo, alcune paginette su Calvino ( “La leggerezza e l’iperromanzo” pp. 75-85) scritte dallo sfortunato (in termini di successo e di notorietà) Cesare De Marchi nel volume “Romanzi. Leggerli, scriverli”, Feltrinelli, 2007. Per parte mia mi giro e mi rigiro tra le mani la sua ultima narrazione “La vocazione” (Feltrinelli, 2010) e non so che pesci pigliare in termini critici, perché ho stimato il De Marchi de “Il talento” e non mi hanno convinto invece tutti gli altri che seguirono: “La crociera”, “Fuga a Sorrento”, “La furia del mondo”. Ma questi sono cavoli miei, che ho voluto tuttavia rivelare per far emergere la mia personale lotta con l’angelo della letteratura (e quindi ingigantirmi ai vostri occhi di iper-letterati, atteso che io mi sfango la vita in tutt’altro modo).

    Ad ogni modo in questa specie di “laboratorio critico” (tutti gli scrittori, diciamo seri, ossia che riflettono sulla propria arte, ne hanno uno, Gadda ebbe “I viaggi la morte”, Flaubert tutta la “Corrispondenza”) De Marchi prende di petto il nostro Calvino. In questi termini: Calvino fu scrittore “fantastico” perfino nel suo primo romanzo sulla resistenza partigiana. La lezione conclusiva “americana” sulla “leggerezza” riassumeva nei fatti, e dava un nome a, tutta una poetica in cui veniva esplicitamente elusa la “pesantezza” del mondo. Un romanzo, un poema epico, una novella per lui si riducono a ‘ un disegno ben definito e ben calcolato’, niente di più. Adottando una poetica sfumata, elusiva, che rinuncia alla concretezza drammatica di una situazione, la vivezza di un carattere, e imboccando invece la strada della leggerezza Calvino non fa che librarsi sopra il mondo, vincerlo con la vivezza della parola e con la linearità di una costruzione narrativa astratta, depurata da ogni contatto pericoloso con la realtà. Rileggendo “Se una notte ” De Marchi, eccependo sull’aspetto ludico-combinatorio (denominazione mia non sua) dei possibili narrativi si chiede se tutto ciò non sia una specie di “compiacimento del labirinto”. Non piace a De Marchi l’attenzione pressoché esclusiva, quasi isterica per le tecniche di scrittura. Gli sembra inoltre che “Con un atto di spericolata chirurgia letteraria molti romanzieri hanno voluto estirpare dalle loro narrazioni soggetto e punto di vista soggettivo, facendo dei personaggi (cui dovevano pur ricorrere) poco più di un grumo di nebbia attorno a un nome” seguendo in questo meno le neuroscienze dove il soggetto integratore delle informazioni è un dato di fatto da spiegare sì, ma in sé indubbio, che Foucalult per il quale il soggetto (che nel romanzo, ricordiamo, ha nome di personaggio) ha perso l’identità personale, chiara e cartesiana, e il suo posto sarà preso in un futuro imminente da strutture di relazioni, ‘epistemi’. È chiaro che per un romanziere l’adesione a un simile programma anti-umanistico sembra equivalere ad un suicidio deliberato. E conclude: “Di fronte ad esso la leggerezza di Calvino, a sua volta fortemente influenzato dallo strutturalismo, non fa argine, rischia di volatilizzarsi in leggerezza d’inconsistenza; e con la “pesantezza” del mondo minaccia di spegnersi, non solo l’impegno ‘etico-politico’, ma ogni profonda istanza umana”.

    Concludo io: ritorniamo al primo Calvino favolista e folklorista sommo. Se n’è accorto pure John Turturro col suo spettacolo “Italian Folktales”. E poi teniamoci stretto l’ultimissimo Calvino, il critico acutissimo del “Perché leggere i classici “. Bastano queste due cosette per tenerlo stabilmente nel nostro Pantheon nazionale.

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  17. franz krauspenhaar

    lucy, sono acido con chi non mi piace, anzi con chi, come te, mostra di conoscermi molto bene… certo le donne come te non m’interessano manco per niente, diverrei fantasticamente frocio piuttosto. nel wc buttati tu, entrando con la testa. ma chi cazzo sei? un’insegnante frustrata senza un cazzo da dire. fossi in te andrei a farmi benedire…

    fabrizio, per capire calvino occorre una mente lucida ecc. esatto. e lo si puo’ capire anche senza amarlo molto. non volevo sputtanarvi l’eroe, so bene che è stato un ottimo scrittore, anche se le sue “architetture” non incontrano il mio gusto forte; si puo’? a lui preferisco mille volte pasolini, e non solo per ragioni estetiche. che qui non si possa muovere una critica che tocchi il padrone di casa la dice lunga su come è diventato questo blog. e non aggiungo altro!

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  18. fabrizio centofanti

    è curioso, Franz: lo dici in un momento in cui mi sono parecchio ritirato per i soliti motivi e per la scrittura di un romanzo che spero di portare a termine.
    mi è stato chiesto semplicemente un parere da Lucy, che sarà vivace, ma non è certo un’insegnante che non ha un cazzo da dire. mi pare che ultimamente tu abbia deciso di menare fendenti a destra e a manca: è una scelta tua, anche se a me non sembra la migliore. comunque non sei obbligato a passare da queste parti.

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  19. franz krauspenhaar

    un’altra che scrive “usmare” – in dialetto lombardo – invece che odorare… siete ridotti proprio bene…. altro che incazzature cicliche, vi ci vorrebbe un restyling ai cervelli…

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  20. Giovanni Inzerillo

    Scrive Brancati in “I piaceri”:

    “In realtà nessuna cosa dispiace in Italia quanto una lucida intelligenza fornita di disgusto e ironia. Tutti sono pronti a insorgere contro un comico e un giudice severo del costume. In nome del cuore, della malignità, dell’energia vitale, dell’imparziale superiorità, del sentimento umano e dell’ottimismo costruttivo, è una vera moltitudine che si aderge contro il pericolo di venire illuminata da una luce di ironia. Si ha paura del comico come di un potere diabolico”

    Si può pure contestare Calvino ma senza ricorrere a insensate (e arroganti) iperboli come nel commento d’apertura.

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  21. fabrizio centofanti

    dunque, riepiloghiamo: fai una sparata su come è diventato il blog. ergo: suppongo che non lo apprezzi. ergo: dico che non sei costretto a passarci.
    ma se ci vuoi passare, puoi farlo benissimo, e non hai bisogno del mio consenso. l’unico consenso che cerco è quello del padreterno. a meno che tu non creda di esserlo.

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  22. franz krauspenhaar

    ma quali iperboli?

    il discorso è che non siete abituati a un contradditorio. avete sistemato calvino nella vostra teca di gesso e guai a chi ve lo tocca. adesso tirate fuori brancati – che con calvino c’entra come il cavolo nero a merenda da tiffany – per dire cose viete, davvero. oh sì, le moltitudini, in italia, non fanno che scagliarsi contro gli spiriti cristallini, è un continuo, non finirà mai… la verità è più semplice: “se una notte d’inverno…” è un tentativo abortito di non romanzo. in pratica, non è nulla. il fatto che sia stato scritto dal vostro eroe basta e avanza. come me la pensano in tanti… certo, su queste colonne non lo dice nessuno.

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  23. franz krauspenhaar

    io non apprezzo alcune cose – non di poco conto – di questo blog. cio’ succede anche con nazione indiana. negli ultimi mesi mi faccio vedere poco su entrambi i siti. certo, talvolta appaio. mi piace.

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  24. Giovanni Inzerillo

    Brancati non l’ho mica preso a esempio per difendere Calvino ma per contestare i tuoi modi. Un così attento e critico lettore come te può mai non averlo compreso?

    FK, i tuoi giudizi così perentori, e talvolta poco rispettosi, sono davvero nauseanti.

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  25. lucypestifera

    FK per dirti che sei un trombone non è necessario essere un nobel della letteratura. si può pensare qualunque cosa, anche la più strampalata su un autore: però, quando la si enuncia, senza darsi le arie che ti dai REGOLARMENTE tu, della serie “ocio che ‘rivo mi” – tanto per dirla nel mio dialetto – mortificando le idee degli altri come imbalsamate o frutto di piaggeria. invece di fare annunci e proclami esponi e ASCOLTA anche gli altri. ma credo sia quasi impossibile per te fare questa semplice cosa, preso come sei dall’attaccare chi non la pensa come te, affascinato dal tuo straripante ego. saresti anche simpatico. a volte. ma più spesso sei assolutamente odioso. per te, ovvio, questo è un complimento. come per me insegnante frustrata: poiché caschi proprio male.
    ave atque vale.
    illa.

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  26. lrcarrino

    se mi posso esprimere…

    su una cosa sono d’accordo: Calvino una grande responsabilità (insieme a qualcun altro, vedi alla voce gruppo ’63, Bo, Pavese,…) sugli autori di quegli anni che non abbiamo avuto il piacere/dispiacere di conoscere.

    una lobby precisa, determininata, certamente invidiosa.

    detto questo, a me calvino piace e anche parecchio. e pure pavese mi piace.
    in fondo, occorrerebbe distinguere (come già dovevamo fare, e come i destrutturalisti hanno poi ribadito qualche secolo fa…) l’Uomo da quello che scrive.

    se così non fosse, stiamo (ancora) ‘nguaiati.

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  27. franz krauspenhaar

    non ha senso discutere con gente così, gente che si sente attaccata se qualcuno la pensa diversamente. ripeto che non sono pochi coloro – tra gli addetti ai lavori – che sono d’accordo con me sulla sopravvalutazione di calvino. ma, invece di tentare una discussione, vi sentite in dovere di difendere i gusti del padrone di casa. certo, c’è anche l’accademico da difendere. come diceva flaiano, in italia lo sport più diffuso è saltare sul carro del vincitore. davvero, è ridicolo dover chiamare una donna presumibilmente adulta, un’insegnante addirittura (con quel che ne consegue per i poveri alunni) col nome di un'”eroina” di schulz. ma tant’è, la signora non vuole dare le sue generalità, forse perchè trova più comodo, diciamo così, insultare il prossimo con nome falso.

    quanto ad inzerillo, sei tu nauseante. tu nauseante con la tua sicumera, con il tuo brancati (che se potesse se la farebbe sotto dal ridere). non sei abituato a un contraddittorio, tutto qui, non rifugiarti nei “modi”. ebbene, io il contraddittorio lo sostengo. non è a causa di un ego ipertrofico, cara lucy (certo, lei l’ego ha scelto di metterselo sotto le ciabatte, ma capisco perchè)ma perchè, io credo, c’è qualcosa di sui discutere. ovvero, un romanzo-aborto, scritto da un grande scrittore (qui nessuno lo nega!) ma certamente non l’ultimo baluardo. siete inficcati a testa in giù nel 1950, ve lo ripeto. e questo andrebbe bene su raitre, alla voce “cent’anni prima”. ma c’è, miei cari reazionari, che siamo nel 2010. pare.

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  28. sparz

    Non capisco bene, Franz, “ti piace” farti vedere su siti che non apprezzi? Per far vedere che comunque ci puoi essere quando vuoi? Io starei attento, fossi in te. Lucypestifera, lo dice il suo nome, non le manda a dire, ma è difficile darle torto quando fai queste sparate tipiche tue, la tua parte peggiore, secondo me. Su Calvino abbiamo già battibeccato su NI una volta e non intendo ripetermi. Del resto, se non ti piace un romanzo puoi ben dirlo, senza necessariamente affermare che “non è nulla”. Ma per piacere.

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  29. franz krauspenhaar

    scusa sparz, cosa vuol dire “io starei attento”?

    e guarda che io non ho detto che non vi apprezzo al 100%, in tal caso sarei un cretino, o un pazzo, a venirci. ho scritto che a volte, o spesso, questi siti lasciano a desiderare. è consentito muovere una critica, anche se generica? o devo fare l’elenco?

    non mi piace la tua “raccomandazione” di stare attento. no che non mi piace. puzza.

    libero di dirmi qual’è secondo te la tua parte peggiore, va bene. meno libero di dirmi quello che devo fare, sia chiaro. sul romanzo calviniano non basta dire che non mi piace, caro sparzani: è che secondo me – e non solo, e non parlo di iannozzi qualsiasi – quello è un aborto. ma ripeto, sono in casa d’altri e fare delle critiche qui con un certo vigore “appare” come gridare da un megafono contro le vostre orecchie. diciamo che state amabilmente giocando a confondere le acque della discussione…

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  30. carla

    resta il fatto che Calvino è un Grande, al di la dei gerghi che liberamente ci va di usare in merito, usmare in fondo è più completo di odorare!;-)
    Calvino possedeva il dono dlla sintesi, ecc. ecc.
    Buona giornata

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  31. fabrizio centofanti

    Franz, grazie per aver movimentato la serata. vedo che su facebook gli amici fanno di tutto per rassicurare il padrone di casa – vabbe’, diciamo dell’account.
    tu, in aggiunta alle altre gentilezze, scrivi: la “discussione” continua. mi attaccano, ma si scontrano contro un muro…”. secondo me non può esserci discussione nel muro contro muro, per una questione logica. quindi, logicamente, dico che d’ora in avanti potrebbe trattarsi di una perdita di tempo. chi vuole, può tranquillamente continuare, nessuno gli impedirà di intrattenere gli eventuali astanti. chiunque può intervenire liberamente, perché i padroni di casa (non ce n’è solo uno) sanno accogliere anche i commentatori più polemici e vivaci.

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  32. francesco sasso

    Leggo solo ora (sono ospite a Milano e mi è difficile accedere a internet). A me pare evidente che il primo commento di FK sia un giudizio di gusto, quindi leggittimo. Da qui si doveva partire per una discussione “leggera” su Calvino.

    Mentre il secondo commento di Lucy è preconfezionato su misura per far incavolare FK: ” a questo punto ritengo inutile discutere alcunché: dopo affermazioni perentorie in puro stile efkey, qualunque opinione, anche la più significativa, sembrerebbe una scalata sugli specchi.”

    E da qui la caduta sul piano personale di molti commenti.

    Insomma, a me pare che Lucy, memore di ben altre battaglie, abbia imbracciato il mitra alla prima occasione e premuto il grilletto senza motivo. FK, di rimando, ha iniziato a sganciar bombe un po’ su tutti perché accerchiato.

    A che serve tutto ciò?

    ciao

    F.s.

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  33. lucy

    francesco sasso: perché commento “preconfezionato” il mio? apro, leggo, vedo calvino, l’autore mi interessa, vado all’unico commento e trovo una mitragliata e secondo te me ne sto zitta? ma l’avesse fatta una qualunque, con “l’ego sotto le ciabatte,ma capisco perché” (tanto per citare le elegantiae del soggetto: l’ego ce l’ho forse sul comodino, non porto ciabatte e non c’è niente da capire poiché non ho “niente da dire”: decidersi, delle due l’una), ma l’avesse sparata un lettore comune, non un addetto ai lavori, non uno della casta? buuuu, buuuu! eddài! FK accerchiato fa un po’ sorridere: cos’è il tuo, un ponte aereo, sgancerai pacchi di rifornimenti al povero assediato? che si assedia da sé, vuole, fortissimamente vuole, accerchiarsi, marcare il territorio, alzare muri, definire alla cieca chi non conosce e gli oppone quella resistenza che molti piaggioni qui spesso non fanno. io leggo e mi faccio un’idea. e non appartengo a consorterie, fratrìe, conventicole, sette e quant’altro. ritengo e ribadisco che si possa dire tutto quello che si pensa, sottraendo tuttavia alle proprie affermazioni quella iattanza che invece il caro, povero franz accerchiato, rincara, spegnendo gli animi. se io sono al 1950, lui è al 1908: stessa arroganza, stessa voglia di spaccare tutto per finire in un nulla di fatto: anzi, in un bel riconoscimento accademico, quello che per il K. stenta, oltre tutto, ad arrivare.

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  34. franz krauspenhaar

    eccola, l’imbecille. adesso parla di riconoscimento accadamico che stenta ad arrivare… ma che c’entra? io sono uno dei tanti, lo so pure io…

    fabrizio, sei messo bene con questa bella gente, complimenti. ma forse te la sei voluta, è la gente che ti serve, i baciapile.

    grazie francesco per aver detto una cosa che poteva essere detta da chiunque, e perciò vera. tu sei una persona pulita. altri meno. questa deficiente TOTALE viene e spara subito sul mio giudizio (non era proprio solo di gusto, diciamo; e allora? che diritto ha la “signora” di attaccare me per cose che lei pratica al “meglio”?) una cosa singolare. e poi si attacca al basso conticino, pensando a me come ad un accademico mancato… viene proprio da piangere, per la pochezza, per la banalità, per l’imbecillità in cattiva fede. ecco, la cattiva fede. e nessuno – a parte sasso – che provi a rimettere in piedi la discussione, anzi. centofanti fa il prete in barile, sparzani – affettuoso e rispettoso in privato – lancia bordate minacciose. e io farei ridere, pezzo di deficiente? ma gli alunni dovrebbero prenderti a secchiate d’acqua fredda… certo, FK è un violento… solo che dice quello che pensa, altro che ‘sti baciapile che hai al seguito, centofanti…

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  35. francesco sasso

    Lucy,

    “francesco sasso: perché commento “preconfezionato” il mio?”

    nel senso che, secondo me, hai commentato per punzecchiare FK.

    “apro, leggo, vedo calvino, l’autore mi interessa, vado all’unico commento e trovo una mitragliata e secondo te me ne sto zitta”

    Ma dài, non è una mitragliata.

    Scrivere: “un pasticcio. un libro inutile, anche dannoso. quasi illeggibile. una truffa, che disintegra il patto tra autore e lettore. lo lessi in apnea, e alla fine lo scaraventai contro il muro. d’altronde, calvino è uno dei tanti sopravvalutati. certo, prima di questo “gran finale” aveva regalato degli ottimi libri.”

    non è un commento scandaloso. E’ un giudizio personale.

    Inoltre, non conosco personalmente FK. Dico ciò perché tu alludi a non so bene cosa…

    francesco

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  36. francesco sasso

    Ad onore della cronaca: ho scritto il commento 54 prima di leggere quello di f.k n.53.

    Vi prego di non cadere nell’insulto personale. Sono a Milano, lontano da casa (Puglia). Quindi non ho la possibilità di seguire in tempo reale i commenti del post da me pubblicato. E’ un favore che vi chiedo.

    francesco

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  37. fabrizio centofanti

    la discussione si fa interessante ed equilibrata: Franz ha un difensore tra i baciapile – che però è “pulito”: quindi qualche non-baciapile c’è. il pretazzo cerca baciapile (facebook) e invece trova un non-baciapile che difende Franz. Lucy (baciapile?), tira fuori il mitra (teologia della liberazione?), quindi costituisce uno scarto dalla norma dei baciapile classici…
    vediamo come va a finire…

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  38. lucy

    ecco, vedi, franz: la differenza tra te e tutti gli altri (ne ricordo solo un altro paio, qui, con cui potresti fare un beautiful trio) è che tu offendi. imbecille sarai te e tu’ sorella o tu’ zia se ce n’hai una. se io ce l’avessi con te non ti avrei mai fatto dei complimenti: eppure all’occasione l’ho fatto, perché se una cosa è buona lo è anche se esce dalle mani del peggior nemico. tu non sei un nemico, sei solo un orgoglioso saputello alquanto prevedibile e noioso. ti si vorrebbe solo un tantino elastico e tollerante, meno genietto sregolato, meno rompiballe costi quel che costi, sempre attento a distinguersi dal popolo bue, ingessato, imbalsamato etc. etc. perchè ti devi far sempre riconoscere?

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  39. New Writing Factory

    Porca miseria, il processo di Biscardi vi fa un baffo!… Calvino. Lo ammetto, del nostro ho letto un solo libro: Marcovaldo, e non mi è dispiaciuto. Certo, se mi chiedessero di citare che so, i cinque più grandi scrittori italiani del Novecento mi verrebbero in mente Gadda, Primo Levi, Silone, Pasolini e… Giorgio Faletti. Va beh, scherzo. Non me ne voglia Giorgio, è anche mio friend su Facebook ma il fatto è che non mi veniva in mente il quinto nome. Chi ci metto: Moravia? Mah! Ho riletto dopo molti anni il suo “capolavoro” – Gli indifferenti – sperando di poterne cogliere finalmente lo spessore… Che dire? Se Calvino è sopravvalutato costui dovrebbe sparire perfino dagli scaffali più riposti e polverosi delle librerie, dove ancora si possono trovare i suoi libri… Poi però se pensiamo agli autori che ci sbattono in faccia oggi nelle vetrine… Va beh, lasciamo perdere… Il fatto è che non è facile stilare delle classifiche quando si parla di letteratura. Inevitabilmente si entra nel soggettivo, subentrano mille fattori che poco o niente hanno a che fare con la qualità letteraria dell’autore. Inevitabilmente subentra il periodo storico in cui l’autore si è affermato e il ruolo che ha giocato nell’ambito della società non solo letteraria in cui ha avuto la ventura di operare. Chissà, fosse nato cinquant’anni dopo, Calvino, magari non avrebbe pubblicato neanche un libro… Sarebbe rimasto un autore di nicchia, bravo, apprezzato dai suoi venticinque lettori ma di nicchia. E soprattutto non ci sarebbe passata neanche per l’anticamera del cervello l’idea di accendere un dibattito arroventato come questo, di scannarci gli uni con gli altri per difendere la nostra opinione sulla grandezza di Calvino. Onestamente non capisco il motivo di tanto accanimento. Ma di cosa stiamo parlando?… Se devo dirla tutta, per quanto mi riguarda ho un concetto ben diverso della grandezza degli uomini. Per me “grande” è quel padre di famiglia che si fa il mazzo tutto il giorno per mantenere moglie e figli con mille euro al mese e, come se non bastasse, da un momento all’altro rischia di perdere il posto di lavoro a calci in culo… Ecco, per me costui è un grande. Anzi: un eroe. E non datemi del comunista, non lo sono mai stato. Sono un realista. Forse per questo non sono pazzo di Calvino.

    Pasquale Giannino

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  40. paolocacciolati

    Tanto per rendere il dibattito ulteriormente interessante, Lucy scrive a proposito di Franz:
    “ne ricordo solo un altro paio, qui, con cui potresti fare un beautiful trio..”
    Cosa scritta capo ha, Lucy,ormai devi comunicarci gli altri due nomi (“qui”)del tuo trio delle meraviglie…dai, dai.

    p.

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  41. lucypestifera

    paolo: e tu sempre vuoi sapere i nomi! se li faccio quelli si fiondano e poi arriviamo a “n” commenti!
    è da un po’ che stanno buonini…sssssst! non svegliare il can che dorme! oltrettutto the beautiful trio se la prende sempre con me, perché sono così stupida da perdermi dietro a dei ragazzini (deformazione professionale) non cresciuti. acquetta, fuochino…provaci.

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  42. franz krauspenhaar

    ecco, ci voleva il savoiardo cacciolati che vuole i nomi… uno sarà iannozzi, certo.

    ora, credo che in questo sito certe “voci” abbiano troppa protezione. la commentatrice avvelena sul nascere la discussione, come ha commentato sasso, e nessuno mostra di essersene accorto, tantomeno il buon curato. il professore è sparito, forse s’è accorto di averla sparata grossa.

    vede lucy, fino a poco fa io mandavo dei pezzi al curato – quasi mai miei- per essere pubblicati qui, perchè ritenevo giusto farlo. ricordo di aver contribuito molto, 3 anni fa, alla fondazione di questo sito. lei cosa ha fatto? lei non ha fatto nulla, se non criticare e dare patenti a questo e quello. lei è una imbecille in malafede, senza i coglioni per firmarsi col suo nome. questa è la verità. poi ci sono i cacciolati, sempre dietro l’angolo, che fregandosi le mani aspettano lo sfascio totale. ma quella è un’altra razza.

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  43. lucypestifera

    i coglioni non ce li ho, e per fortuna. comunque io qui scrivo dei pezzi, non eccezionali, ma che danno qualche piccolo contributo. una parte della redazione sa chi sono, inoltre sono perfettamente rintracciabile. chi avvelena le discussioni è lei, FK, e torniamo al lei, anche al voi, eventualmente che forse è più in tono.
    veramente la patente di imbecille me la sta dando lei e per la seconda volta, coglione, che fa rima con trombone e cafone.
    sì, i cacciolati sono di un’altra razza: e meno male.

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  44. lucypestifera

    guardi FK, i miei studenti vengono a leggere LPELS su mio invito perché ritengo che ci sia del buono. non so se commentano, perché sono forse troppo timidi. io non ho facce vere e facce finte. lei ne ha una, un bel faccione di chiulo.
    e comunque le ho già detto per lo stesso problema annoso il mio nome svariate volte. a rinko: sveja!

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  45. fabrizio centofanti

    krauspenhaar s’invola sulla sinistra, marcato stretto da lucy comecazzosichiama, i due si spintonano, nel frattempo krauspenhaar dà una gomitata al curato, tanto sa che risponderà benedicendo, s’imbatte in una pila (è un campo parrocchiale), è indeciso se baciarla o meno – non ricorda se sia ancora membro dell’associazione benefica (ne è entrato e uscito più volte); nell’incertezza estrae da una tasca la pila personale e raduna i fans di facebook, pronti a baciarla, che in effetti si affrettano al rito, riprende la corsa, vede sparz che gli si para davanti, gli sferra una terribile pedata al basso ventre, ma sparz ha un congegno da laboratorio che lo protegge e ne esce indenne; l’arbitro mostra a krauspenhaar un cardellino giallo; sì, un cardellino, e gli dice: guardi l’uccellino, magari le passa l’attacco…

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  46. franz krauspenhaar

    scusi eh? ma lei crede che io possa ricordare le stronzate scritte da una come lei, che nemmeno si firma? una bella pretesa.

    io fossi un suo studente le piazzerei una bella bomba carta sotto il culo. qui lei è protetta dal gestore/curato, che ora se non sbaglio è diventato pure radiocronista. perlomeno lui l’ironia la sa usare.

    i suoi studenti sono dei poveracci. se seguono lei, sono dei poveracci, delle anime perse. chi è stato suo studente non puo’ divenire un protagonista, salvo osteggiare. io, e ne sono fiero, ho sempre osteggiato quelle carogne dei miei professori. sono diventato un uomo libero, non uno con il palo nel culo, come lei e chi le tiene bordone. lei scrive contributi? su cosa, sui cessi della scuola? che cazzo puoi scrivere tu, testa di cazzo. se ti trovo per strada ti sputo in faccia.

    (e dei tuoi “complimenti” mi ci pulisco grandemente il culo. meglio i tuoi morsi di vipera, stronza di mmerda.)

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  47. lucypestifera

    fantastico! ma che ti parlo a fa’, fascistello sfigato. se ti trovo per strada mi sa che le prendi e de brutto, mica ho giuocato e dormito io, davanti a tipacci comm’a tte. non ti conviene incontrarmi, perché te sdereno che te vengono a raccatta’ cor raschietto, testina!

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  48. Giovanni Inzerillo

    Basta con le polemiche e i toni eccessivi. Le parole stanno cadendo davvero in basso. Ognuno rimane della propria opinione, il personale qui non dovrebbe entrarci.
    Lucy e Fk, probabilmente Calvino vi avrebbe fatto personaggi di un suo romanzo e vi avrebbe fatto pure sposare, perché no!
    Non immaginavo che la letteratura riuscisse ancora a infervorare gli animi a tal punto. Un ideale letterario sembra essere alla stregua di un ideale patriottico e religioso. E’ comunque una cosa bella ma se non si arrivasse agli eccessi sarebbe meglio.

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  49. lucypestifera

    scusa giovanni, soprattutto perché la tua proposta è sfumata coi fumi dell’ira. ira: se fa pe ddì. a me sembrava di aver messo su una pièce teatrale da teatro dell’assurdo frammisto a grottesco, con finale da grand guignol, se continua un altro po’.

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  50. franz krauspenhaar

    sì, basta con le polemiche, si fa per dire.

    saluto inzerillo, che ha usato – lui – parole civili, e il prete bello per l’ironia, da me sempre apprezzata. credo che vi lascerò perdere. questo sito è in mano agli iazzozzi, alle prof. senzanome, agli accademici mancati… grazie di tutto, davvero.

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  51. Giovanni Inzerillo

    Ricambio il saluto, Franz.
    Mi dispiace che tu e Lucy non vi lasciate in buoni rapporti. Sarà amore, chissà. Sdrammatizzo, ovviamente. Non ve la prendete anche con me, vi supplico! Ad ogni modo, finché si discute vuol dire che si hanno cose da dire, e questo è un bene. Ma credo anche che si possono sempre far valere le proprie ragioni senza usare parole forti. Tutto qui.
    Franz, tu mi hai apprezzato Ruffilli e distrutto Calvino! La partita si azzera. Devo ricominciare, uff.. 🙂
    Un saluto anche a Lucy che con la sua vivacità mi ha regalato sorrisi.

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  52. sparz

    al professore, che nulla di grosso ha sparato, quando vede su quali infimi piani scende lo scrittore, in altre occasioni invece così educato, viene il verme giallo e non ritiene più che sia utile e ragionevole rispondere; a ciascuno il brodetto suo.

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  53. ilburchiello

    Leggere la sequela di insulti presenti in queste pagine non incoraggia certo a postare un commento, né a riprendere, o meglio cominciare, la discussione.
    In tutta la mia umile posizione di commentatore ultimo arrivato non posso fare a meno di comunicare il mio disagio e dire che almeno gli insulti andrebbero risparmiati a chi apre il post, anche a prezzo di cancellare i commenti. E’ un peccato per un sito come questo.

    Io credo che prima di attaccare il “canone accademico” attraverso Calvino bisognerebbe considerare che si tratta di uno dei pochissimi autori letti da un pubblico vasto, eterogeno e persino straniero, e già solo per questo meriterebbe giudizi di stroncatura più articolati e meno gratuiti di quelli che si leggono qui, e che invece non mancarono proprio da parte della critica “accademica”. Peraltro proprio l’ambiente universitario ne esce a pezzi dal “Viaggiatore”, e lo stesso dicasi per quello editoriale, quindi forse bisognerebbe leggerli anche un po’ meglio i libri prima di criticarli (è semplicemente ridicolo dover leggere insinuazioni su un Calvino complottista/censore di libri).

    Se “Il viaggiatore” dà qualche problema (e li dà a molti, ma non preoccupatevi, è un buon segno, è salutare!) forse bisognerebbe interrogarsi un attimo di più sul perché. Una cosa che in verità andrebbe fatta con qualunque libro (per non dire davanti a qualunque cosa) che non ci piace, onde essere sicuri di dove sono i limiti del libro e dove quelli nostri di lettore, e che, vista la colata di inchiostro e cellulosa che ci piomba tra capo e collo, potremmo concedere almeno a Calvino, se non altro in ringraziamento del fatto che qualche libro che ci è piaciuto prima di questo lo ha scritto.

    Detto ciò, il primo commento di FK mi pare in verità inappuntabile (nella sua prima metà), e spiego il perché. FK descrive esattamente ciò che prova il lettore di questo libro, lo descrive così bene che si ritrova a compiere il gesto del Lettore nel secondo capitolo: “Ma che razza di libro t’hanno venduto? […] non c’è una pagina buona in tutto il libro. Scagli il libro contro il pavimento, lo lanceresti fuori dalla finestra chiusa, attraverso le lame delle persiane avvolgibili, che triturino i suoi incongrui quinterni […] attraverso il muro, che il libro si sbricioli in molecole e atomi […]” e la descrizione va avanti per una buona pagina.
    Calvino può avere avuto diversi difetti, ma non era di certo uno sprovveduto: il commento di FK descrive esattamente ciò che Calvino vuole fare provare al lettore di questo libro. Ciò vuol dire che se il suo commento è consapevole di ciò e per così dire ‘cita’ il libro, allora il suo commento è valido e interessante; se invece non ne è consapevole temo debba riconoscere di essere caduto nella trappola tesagli con precisione da Calvino.

    Mi sto già dilungando di parecchio più del previsto, non è mia intenzione stare a spiegare il valore di questo libro, ma considerate che trovandoci nel 2010, come qualcuno giustamente ci ricorda (e il libro è del ’79) non ha senso chiudere gli occhi e fare finta di trovarci, non dico nel 1950 ma addirittura nell’800, come se frattanto non fosse già stato scritto tutto il possibile e l’impossibile e tra questo ad esempio l’Ulisse di Joyce.
    Ricordo un’intervista a Carmelo Bene (i cui toni polemici, peraltro, non vanno scimmiottatti alla Sgarbi, ma sudati col sangue), in cui diceva che non era possibile scrivere dopo Joyce (http://www.youtube.com/watch?v=831235Pe3PE). Ecco, Calvino non ignora di trovarsi nell’epoca letteraria in cui si trova, e fa il suo tentativo, originalissimo, non solo di ricondurre l’operazione di scrittura a quella di lettura (ma alcuni lettori non sono all’altezza del compito) ma soprattutto quello di ricondurli entrambi al mondo non scritto, alla vita che c’è dietro la pagina scritta.

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  54. Giovanni Inzerillo

    Ciao “Ti con zen”, ti ho riconosciuto dal blog. Ci accomunano università, dottorato, prof. e poesia. Che piacere ritrovarti. Mi riconosci spero… Avrei voluto scriverti in privato ma non trovo, certamente per mia cronica inettitudine, un tuo contatto mail nel blog.

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  55. ilburchiello

    Caspita, questa sì che è una sorpresa…
    Certo che mi ricordo di te, e anche a me fa piacere ritrovarti.
    Ma forse possiamo risparmiare la discesa nel personale agli altri (credo che questo post abbia già superato il limite di sopportabilità al riguardo) e, lungi da me infierire su una tua “cronica inettitudine”, ma il contatto email sta lì… c’è scritto “scrivimi” grande così… cacchio, e dire che ho aggiustato la widget proprio ieri l’altro…. lavoro inutile! 😦

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  56. dandy roll

    @ fabrizio
    fabrizio, ti sarai mica offeso?!

    le “ricerche sottilissime” vanno bene, ma che bisogno c’è di volgerle in prosa narrativa, mettendole financo a tema? lo scrittore iperintellettualista si trova così nell’equivoca posizione del padrone hegeliano, che deve rischiare una vita che non può assolutamente permettersi di perdere – e che dunque, in fin dei conti, deve rischiare solo *per finta*. calvino s’ingegna di ricercare la formula cautelativa, ben sapendo che ogni riuscita artistica dipende proprio dall’insuccesso della sua impresa; e allora mette tutto a tema, che è un modo – assai timido, letterariamente parlando – per aggiudicarsi comunque la posta.
    non nutro alcun dubbio sull’autenticità del suo rovello, ma a me pare che il calvino *semiologo* non osi farne effettiva esperienza di scrittura (giocare a rimpiattino col lettore è già una maniera di sottrarsi), contentandosi di cifrarlo sulla pagina in forme più o meno didascaliche e addomesticate.

    @ lucy
    c’è dissenso e dissenso. calvino non è uno speculatore edilizio, ergo su di lui dissento – affettuosamente – en pastiche. sullo speculatore, o pestifera lucy, tenderei a dissentire in altro modo. non necessariamente verbale.

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  57. dandy roll

    @ giovanni

    “I dibattiti li sanno fare quelli che hanno idee perentorie e sicure”

    giovanni, credimi, i dibattiti (compresi quelli webbici) a me sono estranei ancor più che a calvino.
    anzi, penso in tutta onestà che, se il web è il regno delle relazioni immaginarie, il cosiddetto “dibattito”, a conti fatti, non sia quasi mai discorso sull’oggetto, sibbene occasione di protesta identitaria – in funzione della quale l’oggetto si dà quindi non come oggetto, nella sua irriducibile alterità, ma, al contrario, come estensione rappresentativa di se stessi e protesi narcisistica.
    è perfino incongruo che si invochino “argomentazioni” sempre più onerose proprio all’interno di dinamiche che tendono per loro natura a escluderle. sarebbe come pretendere che paola si disamori di mario, se le dimostro che mario è un imbecille. succede? no, non succede. l’investimento personale produce sempre resistenze, e dunque risposte emotive, come tali refrattarie a qualunque argomento razionale. che è poi la ragione per cui di solito, anche dopo tonnellate di interventi, ciascuno rimane sostanzialmente della propria idea. il massimo che può accadere è che a un certo punto alcuni non trovino più nulla da ribattere e si ritirino nella frustrazione o nel risentimento, mentre i *vincitori* vedono aumentati i propri livelli di testosterone. o forse producono più endorfine, non so. cioè si passa a dinamiche squisitamente etologiche.
    oppure si può anche pervenire a un patteggiamento, se accetto di tutelare l’investimento narcisistico del mio interlocutore e riconosco, per esempio, che calvino è un gigante, addebitando le mie riserve a un’innocua idiosincrasia personale. non mi pare abbia molto senso. il rapporto con un certo libro o con un certo autore, se è autentico, avviene su piani che non contemplano affatto le relazioni intersoggettive. ma siccome ogni dibattito privilegia necessariamente le relazioni intersoggettive, lo considero un limite strutturale del dibattito stesso, quando si parla di letteratura. un limite di cui bisognerebbe tener conto.

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  58. fabrizio centofanti

    caro Dandy – ma lo pseudonimo (è uno pseudonimo?) non è una forma di fuga, un artificio per fingere di partecipare e compromettersi? – ho passato , metaforicamente, molti anni con Calvino: dalle letture giovanili, alla tesi di laurea, al libro che ho scritto successivamente (distinto dalla tesi). di lui ho letto non solo libri, ma anche articoli, biglietti, note editoriali, e ne ho seguito le vicende esistenziali. posso dire che il gioco, e i percorsi semiotici, come risulta chiaro dal Castello, sono un modo per scardinare i meccanismi della vita, che resistono al cambiamento in chi li mette solo apparentemente in discussione, agitando la bandiera di un autenticità che, spesso, non è che perpetua e sterile ripetizione del vissuto.
    ps
    ovviamente non mi sono offeso…

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  59. robertorossitesta

    “posso dire che il gioco, e i percorsi semiotici, come risulta chiaro dal Castello, sono un modo per scardinare i meccanismi della vita, che resistono al cambiamento in chi li mette solo apparentemente in discussione, agitando la bandiera di un autenticità che, spesso, non è che perpetua e sterile ripetizione del vissuto.”

    Caro Fabrizio,
    sarò forse ingenuo o incongruo, ma fra coloro che in omaggio alla moda possiamo chiamare tutti in mazzo “decostruttori” penso che ce ne sia almeno qualcuno che smonti e rimonti il giocattolo, per verificare che comunque una forma esiste e resiste; che sbucci la cipolla fino all’ultimo velo per sentirsi comunque fra le dita qualcosa, anche se i suoi occhi non riescono più a vederla; che accende falò di libri e di esistenze nella speranza di percepire liberarsi e levarsi da in mezzo alle fiamme un canto inestinguibile.
    Non parlo, è chiaro, di Calvino. Questo pensiero, questa speranza, coincidono con la mia vita. E non è un atteggiamento scientifico, lo so bene.
    Un abbraccio,
    Roberto

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  60. sergiogarufi

    La dimostrazione che in questo paese non esiste un editor, un critico o qualcuno che capisca davvero di letteratura, è dandy roll. Sono 10 anni che bazzico newsgroup letterari, lit-blog e quant’altro, e in tutto questo tempo ho letto diverse cose interessanti, in mezzo naturalmente a un oceano di minchiate, ma mai niente di così schiettamente geniale come ciò che scrive dandy roll. Gli proposi di raccomandarlo a qualche caporedattore affinché scrivesse su un giornale, avevo ed ho pochi contatti ma mi avrebbero dato retta, e lui rifiutò. Credo che l’unico modo per convincerlo a fare quel passo sia pagarlo e lautamente, perché come tutti i geni è un bastardo venale e della gloria se ne sbatte altamente. Non trovando nessuno disposto a pagare mi sono ridotto a studiarlo, imitarlo o copiarlo integralmente affinché non tutto andasse perso. Se fossi ricco lo pagherei di tasca mia per scrivere recensioni e racconti, ma purtroppo sono un poveraccio. Le rarissime volte che si desta dalla sua proverbiale pigrizia e interviene su un qualsiasi argomento in discussione (Calvino, i reality show, una partita di calcio), riesce dire le parole illuminanti e risolutive che a nessun altro erano venute in mente. Io lo adoro e lo odio, come Salieri con Mozart.

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  61. sergiogarufi

    E aggiungo u dettaglio, perché mi si potrebbe obiettare che il suo talento è stato troppo nascosto, e quindi non lo si è valorizzato perché non lo si è visto. Dopo suppliche e minacce riuscii a convincerlo a pubblicare due pezzi per Nazione Indiana, di cui ero diventato reattore. So per esperienza che NI è letta e seguita da quasi tutti gli operatori del settore: editor, critici ecc. Lui mi concesse di pubblicare due cose che aveva già scritto altrove. Erano due pezzi fulminanti, densissimi e originalissimi. Non se li filò nessuno, ebbero pochi commenti. C’era chi non aveva capito niente e non mancò pure un commentatore seriale, dagli altri redattori molto apprezzato, che tentò addirittura di sfotterlo. Il vero talento è così, dispersivo e menefreghista, perché non gli costa alcuna fatica; e le reazioni quando si manifesta sono sempre le stesse: di indifferenza oppure ostilità.

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  62. ilburchiello

    Non è che personalmente sia molto fiducioso sui dibattiti, tuttavia non esiste solo il legame passionale, viscerale con un libro o con un autore.
    Questo tipo di approccio alla letteratura, ereditato dalla cultura romantica, è proprio l’oggetto di discussione e di critica del “Viaggiatore”, non tanto per la sua irrazionalità, quanto per il fatto che è il più diffuso e comune, che tende ad assolutizzarsi, e soprattutto perché è il tipo di approccio che permette un perfetto crogiolamento dell’ego del lettore in se stesso (a proposito di narcisismi). E’ per questo che tanti lettori sono disturbati dal “Viaggiatore”, soprattutto vorrebbero continuare a leggere i romanzi interrotti, sapere come va a finire, per dare soddisfazione ai sentimenti che hanno investito nell’immedesimazione col protagonista.
    Non è che sia un modo sbagliato (anzi, Calvino crede molto nel raccontare storie, non si dimentica di essere stato uno scrittore di fiabe, come si vede nella parte finale del libro), c’è semplicemente che non è né l’unico né il migliore, solo quello più facile, quello antropologicamente elementare.

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  63. Giovanni Inzerillo

    A Dandy Roll

    Ho compreso molto bene le tue parole.
    Sento, col cuore più che con la ragione, che non è poi così tanto immediato come sembra distinguere, con assoluta disinvoltura, ciò che è bello da ciò che è brutto. “Le idee perentorie e sicure” sono proprie di chi non vuole vedere o ascoltare. La letteratura è forse un male oscuro che ci tormenta, in modi e misure diverse, un po’ tutti. Il coinvolgimento personale, emotivo di cui parli, e come conferma ilburchiello dei post, è il grande miracolo della letteratura. Ogni libro ha, in maniera diversa in relazione a chi lo legge, un suo indiscusso valore.
    “Il senso della letteratura è la ricerca di un senso”, così mi hanno sempre insegnato. Frase ad effeto, certamente, a cui ho sempre creduto. La letteratura stessa mi ha insegnato però che un senso contraddice l’altro. E se un senso, come in questo romanzo di Calvino, sembra venire a mancare, ci urtiamo o meravigliamo, quasi delusi. Dalla letteratura e da un libro tutti pretendiamo qualcosa, inutile prenderci in giro. Perché perderemmo il nostro tempo, altrimenti, a leggere cose scritte da altri piuttosto che dilettarci in altre attività?
    L’errore più grande che involontariamente finiamo col fare tutti è di cercare nella letteratura non un senso nuovo, che non possediamo ma il senso che già ci appartiene. A nostro modo siamo stati o siamo un po’ tutti la Lotaria di Calvino.

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  64. dandy roll

    @ sergio
    sergio, così mi metti in una posizione che non risponde ai miei intendimenti. ho solo postato un intervento su calvino.

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  65. dandy roll

    @ burchiello @ giovanni

    l’immedesimazione col protagonista non è l’unico “crogiolamento dell’ego”. ce n’è un altro, ancora più infìdo e crogiolatorio: l’immedesimazione con l’autore.
    questo lettore ambizioso, sottratto al ruolo dell’ingenuo e gratificato dall’ammissione al ricco desco degli artifizi testuali orditi dal padrone di casa a spese di quell’altro, promosso insomma a specchiamenti narcisisticamente più ghiotti e rarefatti, gode perfino di un titolo: si chiama “lettore critico”.
    se l’artista è un piccolo dio nella sua opera ma può esserne anche il serpente, allora l’invito a identificarvisi condividendone pensieri e strategie discorsive è davvero l’ultima tentazione, nonché il tranello fondamentale – quello vero (burchiello, altro che il lettore che scaglia il libro contro il pavimento! giovanni, altro che la lettrice lotaria!).
    non che le tentazioni mi dispiacciano, beninteso. ma questa mi corre l’obbligo di respingerla, e proprio perché ne possiedo già il senso: a offrirmelo è infatti lo stesso calvino. e non importa se ciò avviene secondo formule vaghe e ragionevolmente dubitative: se una poetica – qualunque poetica – colonizza l’opera, quell’opera non funziona. almeno per il mio modo di intendere la letteratura.

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  66. marino magliani

    A fine gennaio mi trovavo a Sanremo, ci sono rimasto quattro giorni. La mattina uscivo assai presto, sciarpa e giaccone e salivo verso la strada di San Giovanni. Sanremo è una città strana, nel giro di 5 minuti a piedi, dal Casinò ti ritrovi in
    aperta campagna. Villa Calvino è in cima all’erta, tra i limoni e gli affasciati, di fronte a una spalliera mezza costruita, con autostrade volanti e altre cose.
    Mi venivano in mente le parole di Libereso Guglielmi, il giardiniere di Calvino padre, che ogni tanto incontro. Lì era il confine, la strada di san Giovanni che i padri liguri vogliono far percorrere ai figli, e la discesa verso i cinema di sanremo che Italo impoccava più volentieri. La visione dell’incontrario se vivi da quelle parti, ce l’hai naturalmente ogni giorno. L’aprico e l’opaco, il concavo e il convesso, il pericolo è quando ti attorcigli talmente attorno alle stesse cose, che non racconti più le cose, ma il movimento meccanico della corda
    del telefono o del mouse che lo fai pendere per farlo gira dieci volte su se stesso. Quel movimento diventa meccanico ed è sempre lo stesso.
    Calvino quel movimento ce lo mostra compiaciuto un po’ troppo,
    camuffandolo. Certo resta, almeno per me che ho dentro le frontiere dell’aprico e dell’opaco, un bel meccanismo.

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  67. fabrizio centofanti

    La città è esplosa in fiamme e in grida. La notte è esplosa, rovesciata dentro se stessa. Buio e silenzio precipitano dentro se stessi e gettano fuori il loro rovescio di fuoco e d’urla. La città s’accartoccia come un foglio ardente. Corri, senza corona, senza scettro, nessuno può capire che sei il re. Non c’è notte più buia di una notte d’incendi. Non c’è uomo più solo di chi corre in una folla urlante […]
    Anche tu c’eri, prima. E adesso? Non sapresti rispondere. Non sai quale di questi respiri è il tuo respiro. Non sai più ascoltare. Non c’è più nessuno che ascolti nessuno. solo la notte ascolta se stessa.

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  68. ilburchiello

    @ dandy roll

    Ciò che dici su identificazione tra scrittore e lettore non potrebbe essere più vero per quanto riguarda il “Viaggiatore”.

    Calvino non gioca con il mondo scritto, ma con quello non scritto, quello vero. Attraverso la pagina arriva a colpire il lettore direttamente nella sua vita quotidiana, nell’atto della lettura, e non nell’inganno della fiction.
    Non c’è contemplazione narcisistica (che si può dire è il ‘Pericolo’ di cui Calvino parla sempre, non esiste pagina di Calvino che non tenga conto di questo pericolo), perché lo specchio della pagina dove il lettore si deve contemplare è vuoto, un vuoto posto tra il mondo scritto e quello non-scritto, un vetro attraverso cui la vita vede la vita, e non il soggetto se stesso (l’idealismo romantico è preciso oggetto di discussione in “In una rete di linee che si intersecano”).

    Nel momento in cui il vuoto della lettura riconosce il vuoto della scrittura, il margine della pagina-specchio è già superato, non c’è compiacenza, solo il libro chiuso.

    Tutto ciò è molto bello ma ha un suo prezzo. Non è un’operazione che può funzionare senza la collaborazione del lettore, o meglio senza la sua rinuncia a collaborare. Non si tratta di lettore “critico” si tratta di lettore “vuoto”, una razza ben più rara. Se il lettore non è disposto a sua volta a vuotarsi, se lui ri-empie il già vuotato, il vetro si opacizza e torna a ri-flettere. Speculare.

    Ma non è che Calvino non avverti per tempo il suo lettore di cosa sta per andare in contro:

    Ecco dunque ora sei pronto ad attaccare le prime righe della prima pagina. Ti prepari a riconoscere l’inconfondibile accento dell’autore. No. Non lo riconosci affatto. Ma, a pensarci bene, chi ha mai detto che questo autore ha un accento inconfondibile? Anzi, si sa che è un autore che cambia molto da libro a libro. E proprio in questi cambiamenti si riconosce che è lui. Qui però sembra che non c’entri proprio niente con tutto il resto che ha scritto, almeno a quanto tu ricordi. È una delusione? Vediamo. Magari in principio provi un po’ di disorientamento, come quando ti si presenta una persona che dal nome tu identificavi con una certa faccia, e cerchi di far collimare i lineamenti che vedi con quelli che ricordi, e non va. Ma poi prosegui e t’accorgi che il libro si fa leggere comunque, indipendentemente da quel che t’aspettavi dall’autore, è il libro in sé che t’incuriosisce, anzi a pensarci bene preferisci che sia così, trovarti di fronte a qualcosa che ancora non sai bene cos’è

    Siamo alla fine del capitolo primo: è il momento, doloroso ma inevitabile, della selezione. Come si vede, prima di cominciare il Lettore è pieno di pregiudizi, aspettative, in una parola di ‘intenzione’. Il lettore reale potrà essere il Lettore protagonista solo a patto di mettere da parte l’‘intenzione’. Al contrario, quello che non lo farà finirà deluso: Calvino non mira al piacere della lettura del suo romanzo (per quello abbiamo migliaia e migliaia di altri libri già scritti e riscritti), ma al piacere della Lettura, dell’atto lettura che io compio e potrei benissimo non compiere.

    Il tranello fondamentale, l’ultima tentazione del Lettore che ritorna lettore qual è? Chiudere il libro e fare qualcos’altro. Possibilmente trombare, come mi suggerisce l’immagine finale.

    Come può esserci narcisismo in questo, se non contrabbandato dal lettore?

    Credere che da questo libro ne esca fuori l’ego dello scrittore (uno degli scrittori più umili che si siano mai visti, continuamente alla ricerca dell’erosione del soggetto) o quello del lettore è semplicemente frutto non di un equivoco, ma di un atteggiamento che non contempla l’equivoco.

    Mi scuso per la prolissità.

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  69. dandy roll

    “uno degli scrittori più umili che si siano mai visti, continuamente alla ricerca dell’erosione del soggetto”

    ho mai parlato del signor italo calvino? residente in via tal dei tali al numero tot? persona umilissima, per quel che mi riguarda. scrittore serio – l’ho già detto – ma timido (burc, *narcisismo* è il vizio relazionale di un soggetto che per paura di non sussistere si delega incessantemente a un’immagine, non wanda osiris che scende le scale ancheggiando, con sopra il balloon “ma quanto son figa!”).
    non è qui in discussione il signor calvino o il suo sentimento tragico della vita.
    il solo smacco, per chi impugna una penna, è mancare l’esperienza della propria mancanza, che lo riconsegni in fragile forma alfabetica al trauma immedicabile della propria nullità, della propria irrimediabile superfluità, della propria esclusione – affinché, dato che non possiamo revocarlo, si provi almeno a viverlo non più da vittime ma da uomini. che è poi l’unico passo per cui vale forse la pena di scrivere.

    e il calvino travestito da monaco zen, che conduce il suo lettore in visita guidata per tutte le 260 pagine del romanzo, apre e chiude cerchi, percorre angoli di 360 gradi, rifiuta d’essere parlato dalle voci che lo abitano a sua insaputa, preferendo produrre da sé – in piena coscienza, per così dire – le formule magiche che gli consentano di serbare comunque un controllo sui propri enunciati, è uno scrittore che – di fatto – rilutta a patire l’oltraggio di questo radicale spossessamento. “erosione del soggetto” è solo una locuzione. ma poi, come disse joe/eastwood a ramón/volonté, “vediamo se è vero”.
    certo, burchiello, che c’è un fuori. c’era anche prima. il libro è finito, tu sei ricondotto alla tua vita, lo scrittore italo calvino non c’è più. ma non è morto: s’è dissolto. è dileguato, infine, dopo aver chiuso sul proprio nome anche l’ultimo cerchio che ti riporta al principio. in altre parole: si è suicidato. che è precisamente un modo – assai kirilloviano – per non morire. mi suicido, dunque non muoio. anticipo, anticipo tutto. cioè non lo vivo. sparisco, sì, ma a pagina tot. di mia iniziativa. sono davvero il piccolo dio della mia opera. “spegni anche tu.” no: “ancora un momento”. ecco, ora puoi chiudere il libro. ora puoi trombare.

    la facilità con cui si estraggono da questi tomi concetti che inclinano alla massima sapienziale, o la tenace e quasi ovvia propensione a puntellare il discorso attraverso la stessa precettistica calviniana, dovrebbero forse far riflettere. se affermo che identificarsi con calvino è la più insidiosa delle tentazioni, mi si risponde proprio con le parole di calvino, che francamente è il massimo. siamo al limite del ventriloquio. “il mondo si legge all’incontrario.” bene. fabrizio, che vuoi che ti dica? grazie dell’informazione. mo’ me lo segno, aggiungerebbe troisi. certo, potrei anche rilanciare con confucio. ma forse – per rispettare il copione fino in fondo – farei meglio ad andarmene a trombare. sì, è un’idea.

    grazie comunque dell’ospitalità.

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  70. fabrizio centofanti

    prego Dandy, grazie a te.
    io non posso neanche andare a trombare, ma non mi lamento né mi suicido.
    ho un’immagine da contemplare e le do significati sempre nuovi, convinto che siano inesauribili.
    ho scritto un libro che parla della trascendenza mancata di Calvino: nonostante il suo (eventuale) fallimento, continua a farci scavare, cercando il punto in cui la perfezione della fortezza disegnata non coincide con la fortezza reale.

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  71. ilburchiello

    sono contento che l´idea ti sia piaciuta, ma non volevo così sottrarmi (-ti) alla discussione.

    mi sembrava ovvio che parlassimo del “primo personaggio” non della persona fisica di Italo Calvino, e intendevo dunque che l´umiltà è quella della scrittura, ma vedo che dissentiamo al riguardo, come anche sulla definizione di narcisismo.

    il vuoto della vita, la mancanza, non credo debba necessariamente corrispondere, in letteratura, a un vuoto strutturale, se la struttura sa indicare quel vuoto ´reale´, cercando di fare i conti con esso, senza sfuggirlo o ignorarlo. non mi pare che Calvino si illuda di controllarlo attraverso il castello della letteratura, è invece un segno di non pacifica accettazione, di sfida, tutt´altro che consolatorio.

    il suo amato Ariosto, per voler fare un´altro esempio, parla di questo vuoto incontrollabile con una forma esatta e cristallina.

    se poi si crede che della ragione non bisogna farne assolutamente alcun uso, neanche quando essa discute e mette in luce i propri limiti, e che i conti con questo vuoto vadano fatti in altro modo (ipotesi certamente percorribile) o non vadano fatti proprio (ma il rischio in quest´ultimo caso è quello sì di un´accettazione consolatoria) allora certo è meglio leggere qualcos´altro. nessuno, o almeno io, ha mai inteso escludere altri percorsi letterari.

    spero che così ci si è intesi meglio.

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  72. filippo

    @ Sergio Garufi
    è ancora possibile leggere su N.I. i due pezzi di Dandy Roll?
    e se sì in quale mese e in quale anno cercare?
    grazie

    "Mi piace"

  73. la funambola

    la dedico a fabrizio 🙂

    cuccuruccucùuuuuuupalooooooooomarrrrrr 🙂

    Dicen que por las noches
    No má¡s se le iba en puro llorar
    Dicen que no comia
    No mas se le iba en puro tomar
    Juran que el mismo cielo
    Se extremecia al oir su llanto
    Como sufria por ella
    Que hasta en su muerte la fue llamando

    Ay, ay, ay, ay, ay
    Cantaba
    Ay, ay, ay, ay, ay
    Gemia
    Ay, ay, ay, ay, ay
    Cantaba
    De pasion mortal Moria

    Que una paloma triste
    Muy de maá±ana le va a cantar
    A la casita sola
    Con las puertitas de par en par
    Juran que esa paloma
    No es otra cosa mas que su alma
    Que todavia la espera
    A que regrese la desdichada
    Cucurrucucu
    Palomar
    Cucurrucucu
    No llores
    Las piedras jamá¡s
    Paloma
    Que van a saber
    De amores
    (caetano veloso nè )
    molti baci 🙂
    la funambola

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  74. franz krauspenhaar

    rimango dell’idea che il provocatore non sono io. peccato che il professor sparzani sia cieco di fronte all’evidenza. peccato perchè lo stimo, e ho del sincero affetto per lui, come egli sa bene.

    un’occasione perduta per spiegare chiaramente alcune cose. ma finchè certa gente sarà libera – nel senso che non avrà nemmeno un cenno di stop – di provocare indegnamente, le occasioni perdute si moltiplicheranno.

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