Vivalascuola. 8 marzo a scuola

Il nostro è un lavoro che consente, più di tanti altri, di conoscere donne in gamba. Da anni non sono più un’appassionata di 8 marzo, soprattutto da quando questa data – come tante altre – ha assunto una valenza esclusivamente mercantile, svuotandosi del significato che ha avuto nella storia del progresso umano. Questo articolo è dedicato a tutte le donne, tante, che – a volte con molta minore visibilità rispetto a Simonetta Salacone – hanno come lei il coraggio etico, politico, civile di continuare quotidianamente a difendere le proprie idee e la scuola della Costituzione. (Marina Boscaino)

A Simonetta Salacone e a tutte le donne
di Marina Boscaino

Sono belle le parole che Simonetta Salacone ha scritto sul Manifesto qualche giorno fa. Per i pochi che non lo sapessero, Simonetta è il dirigente scolastico della Iqbal Masih, scuola assurta all’onore delle cronache per l’impegno profuso lo scorso anno nel tentativo di ostacolare il taglieggiamento di qualità e risorse che il decreto Gelmini stava approntando per la primaria. In realtà quella scuola svolge da anni su un territorio non esattamente selezionatissimo dal punto di vista sociale – si trova a Centocelle, un quartiere della periferia est di Roma – una funzione trainante dal punto di vista della qualità dell’offerta formativa e della capacità di integrazione, costituendo un riferimento costante e solido per tutti coloro che vi gravitano intorno: ciò che una scuola dovrebbe essere.

Proprio il carattere non propriamente domabile di una donna energica e capace di catalizzare le forze buone della società civile – insegnanti, genitori, studenti –, di creare un vero e proprio movimento d’opinione – “Non rubateci il futuro” – ha rappresentato il sassolino (il macigno) nella scarpa di coloro che ci governano, che mal hanno digerito lo scorso anno il ruolo attivo di Salacone nella mobilitazione anti-Gelmini, figuriamoci il suo impegno diretto in politica (candidatura alle elezioni europee). Hanno atteso il cadavere del nemico con pazienza, forti della propria protervia, accecati da un’idea antidemocratica della partecipazione e della dimensione politica del nostro lavoro. Gelmini – del resto – si è esplicitamente pronunciata in proposito pochissimi mesi fa: “Se un insegnante vuol far politica deve uscire dalla scuola e farsi eleggere” (Also sprach Mary Star).

Parole perentorie, da padrona delle ferriere, che sanno di attentato alla libertà di insegnamento e al ruolo fondante che una dialettica critica deve avere nella tutela degli spazi di autonomia e di libertà inviolabili. Anche in quel caso le reazioni del mondo della politica – la nostra, cosiddetta, opposizione – sono state deboli: non si è ritenuto di individuare in quelle dichiarazioni così aggressive, violente, minacciose un vulnus alla democrazia che la scuola laica ha assicurato da decenni in questo Paese.

La determinazione con cui la parte più consapevole degli insegnanti è stata (mal)trattata da tempo non rappresenta motivo di preoccupazione per chi abbiamo delegato in Parlamento. Le mitologie e i deliri sull’eterno sessantottismo dei docenti italiani (da cui si può ulteriormente dedurre quanto coloro che ci governano conoscono la nostra scuola, ahimé) che proliferano nella mente dei più retrivi esponenti di questo Governo non sono state degne di rappresentare motivo di riflessione, tantomeno di difesa. Sia detto tra parentesi, quei potenziali terroristi, quegli sconsiderati sessantottini impegnati solo a fare proselitismo e – probabilmente – a fannulloneggiare sono proprio gli stessi che hanno limitato i danni – lavorando in collegialità e portando avanti una coraggiosa difesa delle proprie scuole – dei tagli sulla primaria, che sono riusciti a garantire compresenze, ad opporsi alla soppressione del tempo pieno. Lavorando per e con le famiglie.

Questi pericolosi extraparlamentari sono coloro che assicurano integrazione e interrelazione nelle scuole delle grandi periferie urbane, nel paese delle impronte digitali ai bambini rom, della quota del 30%, della indecente proposta delle classi-ponte(ghetto). Sono coloro che partecipano alle feste nei campi rom, che vedono quei bambini italiani crescere – dalla scuola dell’infanzia alla media, in molti casi –, che talvolta riescono persino a coinvolgere le famiglie. Tutto ciò nonostante chiusure di campi, spostamenti in massa altrove; nonostante lo sradicamento di quei bambini dal luogo della continuità, della cura, della relazione educativa: le prodezze di cui leggiamo da parte di alcune illuminate amministrazioni locali, come quella del sindaco di Roma, Alemanno. Una delle scuole in cui, appunto, si lavora così è quella diretta da Simonetta Salacone.

Che Gelmini & C. avessero un conto in sospeso con Salacone si era capito: richiamo formale – all’epoca dell’ultima strage di soldati italiani in Afghanistan – per non aver fatto osservare il rituale minuto di silenzio, insieme alla collega Renata Puleo. Una nota ministeriale intitolata “Commemorazione dei sei soldati morti a Kabul” aggiungeva – all’informazione sul tragico evento del 17 settembre scorso, che tutti ricorderanno – un “invito” rivolto ai dirigenti a “promuovere nelle scuole occasioni di riflessione e di solidale partecipazione, osservando alle ore 12,00 di lunedì p.v., in concomitanza con i funerali solenni, un minuto di silenzio”. Un invito è un invito, si sa. Si può declinare, accettare. Non implica coercizione. Non prevede accoglimento necessario.

Simonetta Salacone e Renata Puleo ritennero di non rispondere all’invito – per una serie di motivi (vedi qui, qui, qui) che qui è inutile sottolineare e che, soprattutto, non aggiungono nulla al senso di questa riflessione, perché riguardano condivise convinzioni didattico-pedagogiche e non la mancanza di rispetto per i morti. A loro carico un procedimento disciplinare per aver declinato? ignorato? non accolto? non ricevuto in tempo? l’invito di Gelmini. In realtà, qualsiasi sia la risposta a quelle domande sospese, nel loro atteggiamento si configurano soprattutto due principi sanciti dalla nostra Costituzione: la libertà d’insegnamento dell’art. 33 e l’autonomia scolastica riconosciuta dal nuovo Titolo V (art. 117). Principi che evidentemente non sono da considerarsi elemento significativo per assumere o no un provvedimento contro le ‘”indisciplinate”.

Il non essere esecutori acritici del Berlusconi pensiero non va bene. E certe violazioni, a quanto pare, non ammettono perdono. Una triste storia – giocata tra reali violazioni ministeriali e patetica coercizione demagogica all’omologazione ad un rituale collettivo di pura forma (il minuto di silenzio), che nulla dice sull’effettiva partecipazione a un realissimo dramma determinato da un realissimo stato di guerra – ci racconta un’Italia in cui le vie per intimorire, stigmatizzare, mortificare sono infinite. E assumono, in modo sempre più preoccupante, l’obiettivo strategico della repressione degli ormai rari rigurgiti di scuola democratica, laica, autonoma, riflessiva.

Infatti, ecco l’atto secondo. Richiesta di Alemanno, del ministro Meloni e dell’assessore alle politiche educative del Comune di Roma – Marsilio – di rimozione di Salacone, per non aver ricordato le foibe. Interrogazione parlamentare, violenza verbale, promesse di conseguenze gravi. «Il Giorno della Memoria dedicato alla Shoah e la Giornata del Ricordo dedicata alla foibe servono ad esaminare storicamente la complessità dei due fenomeni e sono temi da trattare sicuramente alle scuole superiori» ha detto Salacone, che ha poi ribadito che il fatto di non celebrare la Giornata del Ricordo

non è una questione di negazionismo, in quanto le foibe sono state una cosa tremenda, ma solo una questione di maturazione storico-culturale che non è ancora radicata e non è ancora nella cultura comune. Come scuola elementare non arriviamo neppure alla storia contemporanea e la ciclicità ci impone di affrontare questi temi in terza media.

Le stragi sono stragi, in nome di qualunque principio, interesse, religione o fede politica siano state compiute. E non è qui la sede adatta per entrare in polemiche sulla strumentalizzazione delle tragedie storiche. Sui silenzi, sulle rimozioni, sull’uso politico della storia, sulle verità nascoste saranno gli storici a incaricarsi di aiutarci a capire. È però da tempo invalsa l’usanza nel nostro Paese che dall’alto si decida ciò che si può o non si può dire. È pericoloso, è un’abitudine alla quale non dobbiamo piegarci per nessuno motivo. È un metodo che ricorda tempi passati ai quali – almeno noi – non guardiamo con nostalgia. È un modo sottile per penetrare le coscienze dei più giovani. È un modo grossolano per dirigere le scelte di chi insegna. È un tentativo subdolo di depotenziare il pluralismo della scuola pubblica e – con esso – quello della società. Ed è, infine, una maniera esplicita per ribadire, qualora ce ne fosse bisogno, ciò che una parte del mondo politico pensa della gran parte degli insegnanti: che sono inaffidabili comunisti. E che sia doveroso educarli, instradarli verso quel Bene di cui – lo sanno tutti – il Presidente del Consiglio è unico depositario.

A quei comunisti non è stato concesso mettere bocca in merito ad una riforma che, infatti, è lontana anni luce da un’idea di scuola vera, reale, della Costituzione. Una scuola che incarna – tra le altre cose – finalità opposte a quelle cui molti di noi hanno improntato il proprio modo di fare scuola: non lasciare indietro nessuno, rimuovere le condizioni di svantaggio sociale, promuovere la solidarietà, il pluralismo, la crescita civile. A quei comunisti non si accorda una capacità critica ed analitica, né l’onestà morale ed intellettuale di farsi portatori di valori di pluralismo. Né si riconosce loro la possibilità di provare rispetto per i morti, quando non sono “i propri”, in una sconcertante dicotomia ideologica.

Il nostro è un lavoro che consente, più di tanti altri, di conoscere donne in gamba. Da anni non sono più un’appassionata di 8 marzo, soprattutto da quando questa data – come tante altre – ha assunto una valenza esclusivamente mercantile, svuotandosi del significato che ha avuto nella storia del progresso umano. Questo articolo è dedicato a tutte le donne, tante, che – a volte con molta minore visibilità rispetto a Simonetta Salacone – hanno come lei il coraggio etico, politico, civile di continuare quotidianamente a difendere le proprie idee e la scuola della Costituzione.

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Ma lasciamo la mimosa sull’albero
di Lucia Tosi

La mimosa è un fiore delicato, profuma appena, brilla sull’albero con le sue fogliette composte di acacia e i suoi molli grappoli piumati, promettendo col suo giallo una primavera che spesso non giunge. Appena ne spicchi un rametto, le palline pelose timidamente ritraggono i loro peluzzi setosi e a poco a poco si trasformano in palline dure, compatte. Si avvizzisce. Vuole stare sull’albero, poverina, dopo che ha vinto la battaglia dell’inverno, che spesso è lungo e impietoso: lasciatemi un po’ godere questa famiglia verde e gialla, anch’io son donna, ho diritto alla festa, non che me la facciate, la festa!

La mimosa non ha chiesto di essere simbolo dell’8 marzo: nulla che la riguardi, né colore, né aspetto la destinarono a simbolo della festa della donna (data, peraltro, poco festosa, come ognun sa). Fu un incontro casuale tra il desiderio di segnare un momento importante per le donne nella storia italiana, e la stagione quasi primaverile in cui si colloca la fatidica data dell’8 marzo, tripudio per pizzerie e Centocelle nightmare (a rifamose l’occhi armeno oggi, rega’). Forse fu proprio la sua delicatezza ad imporla in un mondo di uomini che non devono chiedere mai a simbolo della neonata presenza femminile nel mondo politico. Chi lo sa?

Ma io non voglio assomigliare alla mimosa. A scuola, per esempio, rischio di diventare come la mimosa strappata dall’albero. Starei tanto bene tra il mio giallo e il mio verde, mi difendo e difendo i miei piccoli dal Generale Inverno. Mostro loro una possibile ventura primavera, brillo e profumo, spandendo intorno parole di bellezza, ma anche pungendo con le mie spine di vecchia acacia. Ho dei semi nascosti nei baccelli: se vogliono possono rubarmeli, io guarderò da un’altra parte e loro pianteranno le loro mimose. Ma lasciatemi sull’albero, vi prego, non fatemi fare la mimosa nel cellophane, col fiocco e tutto, che messa in un vaso, domani sarà tutta rinsecchita: delle vecchie palline dure, coriacee.

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Sull’8 marzo, un po’ di storia: vedi qui e qui.

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Le donne nella scuola

Un’idea di scuola come relazione è soprattutto di matrice femminile
di Milena Mencarelli

In questo quadro di grande incertezza e confusione che regna nel mondo della scuola, emergono però anche altri dati molto precisi. In particolare colpisce come – si potrebbe dire malgrado tutto – emerga, a livello di insegnanti, un elevato grado di soddisfazione per il proprio lavoro. La maggioranza del campione raggiunto indica quali fattori positivi la passione per l’insegnamento, la relazione con bambine/i e studenti, la creatività da dispiegare in questa relazione.

Sono soprattutto le donne e in particolare quelle che lavorano con le fasce d’età più basse (scuole dell’infanzia ed elementari) ad esprimere questa passione e questa soddisfazione.

Questo tipo di soddisfazioni, come risulta dai dati, sono espresse più dalle donne, che oggi sono la stragrande maggioranza, a conferma che un’idea di scuola relazionale, in cui la qualità e la soddisfazione si giocano in presenza, è soprattutto di matrice femminile.

Dunque, si può ritenere che l’insegnamento abbia aperto prospettive di realizzazione di sé al di fuori dei ruoli domestici e di affermazione sociale per le donne, che esprimono soddisfazione per questa scelta lavorativa. Infatti, sono più propense degli uomini a ripetere tale scelta, nonostante i segnali di insoddisfazione dovuti alla diffusa percezione di una diminuzione del prestigio professionale e all’elevato divario tra modello desiderato e condizione effettiva del proprio ruolo.

Sembra allontanarsi sempre più la vecchia idea di scuola come trasmissione unilaterale di conoscenze, in cui l’altro è concepito come un vaso vuoto da riempire, mentre si fa sempre più strada l’idea della scuola come ambiente di apprendimento, di relazioni, nel quale al centro del processo educativo sta la persona.
(continua qui)

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A scuola: accoglienza, relazione, ascolto
di Simonetta Salacone

Le costanti rimangono: l’attenzione alla relazione, che è centrale, l’ascolto, cosa che non sempre avviene, l’accoglienza, e l’accoglienza molto spesso è anche contenimento, contenimento delle ansie, delle tensioni, deve rimanere una costante la costruzione di un percorso a partire dai singoli bambini dalle singole bambine e insieme integrandosi con le altre figure che ruotano intorno ai giovani.

Deve rimanere una fortissima attenzione all’organizzazione, perché poi anche se tutto sembra molto improvvisato è tutto molto programmato, nelle cose che avete detto, l’attenzione agli spazi, l’attenzione ai tempi, al modo di usare la voce, al modo di osservarsi mentre si lavora per apprendere.

Non è un caso che ci siano i maestri, il professore professa un’attenzione ad una disciplina, il maestro è quello chhttp://www.lomb.cgil.it/8marzo/donne-home.htme ha l’arte, e l’arte la si costruisce, è una cosa che si apprende giorno per giorno, si apprende facendo, si apprende alla bottega artigiana. Rimane una costante fortissima la responsabilità rispetto ai risultati.
(continua qui)

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Alcuni dati

Personale della scuola statale per sesso

Scuola materna Scuola elementare Scuola media Istituti superiori ATA dirigenti scolastici Totale
Docenti uomini 368 11.888 43.803 96.853 76.445 5.772 235.128
0,5% 4,8% 25,2% 41,4% 39,0% 61,8% 25,0%
Docenti donne 79.625 234.742 129.880 137.034 119.565 3.561 704.408
99,5% 95,2% 74,8% 58,6% 61,0% 38,2% 75,0%
Totale 79.993 246.630 173.683 233.887 196.010 9.333 939.536
100% 100% 100% 100% 100% 100% 100%

Elaborazione Tuttoscuola su dati MIUR 2002

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Alcune considerazioni sul lavoro femminile nella scuola
di Carla Pagliero

In sostanza le donne si rivolgono all’insegnamento in quanto questa attività è più facilmente conciliabile con gli impegni familiari, come si evince dal rapporto ISFOL (Istituto per lo sviluppo della Formazione dei Lavoratori) pubblicato nel 2007, dove si legge che il 67% delle donne intervistate ritiene il proprio orario di lavoro “troppo lungo” per essere conciliabile con gli impegni familiari, che 1 donna su 9 esce dal mercato emerso del lavoro per maternità e che l’80% dei lavoratori part-time sono donne.

D’altra parte l’Italia paga ancora molto una situazione sociale arretrata dove le donne hanno impiegato anni per liberarsi da vincoli e luoghi comuni e dove il lavoro, e la conseguente indipendenza economica che ne dovrebbe conseguire, rappresenta solo una parte – sicuramente non secondaria – del processo di emancipazione. Tant’è che nel 2006 la percentuale di donne impiegate nel nostro paese era il 46% della popolazione femminile, di queste il 22% ricopre nel suo settore lavorativo un ruolo dirigenziale, contro il 38,5% degli uomini.

Altro discorso abbastanza noto ma che vale la pena riprendere in questo contesto è la differenza retributiva: i salari delle lavoratrici sono generalmente inferiori rispetto a quello dei colleghi maschi e il rapporto ISFOL sopracitato, ci dice che il differenziale retributivo medio è pari al 15,8% a parità di contratto e di livello di inquadramento (a onor del vero si dice anche che il dato è migliorato rispetto al 1998 quando la percentuale era del 18,5%).

Da questo punto di vista i salari del personale laureato e diplomato della scuola, ma anche l’immagine che viene proposta dei lavoratori, prevalentemente donne, delle scuole non fanno altro che riproporre un paradigma che le donne conoscono bene, sia in famiglia che fuori, quello di svolgere un lavoro sottostimato, oscuro, sottopagato (anzi quello familiare decisamente gratuito).

Appare strumentale il tentativo di leggere questi dati per affermare che nella scuola entra personale dequalificato che si accontenterebbe di salari bassi perché non trova di meglio sul mercato del lavoro, sembra più plausibile pensare che entra nella scuola chi non ha un capitale di partenza da investire, lavoratori che provengono da strati sociali che hanno già investito buona parte delle loro sostanze per dare ai figli una qualifica e un titolo di studio sperando in una emancipazione sociale. (E’ sicuramente ancora valida, soprattutto per il personale un po’ datato della scuola italiana odierna, la canzone di Pietrangeli che ribadiva che “anche l’operaio oggi vuole il figlio dottore”, anche se, va notato, la canzone non ci dice se l’operaio in questione avrebbe rivendicato la stessa opportunità per una figlia).

Troviamo poi anche personale che proviene dal meridione con un titolo di studio qualificato che non riesce a spendere nel suo paese, e, quindi, una gran parte delle donne lavoratrici laureate.

A tale proposito, sempre il rapporto ISFOL, sottolinea come in Italia le donne, che a scuola ottengono risultati generalmente migliori dei loro colleghi maschi, sono poi penalizzate nel momento in cui si immettono nel mercato del lavoro.

A questo proposito i dati forniti sono illuminanti: il 78,7 % delle ragazze che si diploma si iscrive all’università contro il 72,5% dei colleghi maschi. I laureati nel 2006 sono stati 161.445, di questi il 57,3% è rappresentato da donne. Il 22,4% di questi sono usciti complessivamente dall’indirizzo linguistico, letterario, psicopedagogico e qui il dato femminile è impressionante: dei 35.000 laureati provenienti dal settore umanistico l’80% è rappresentato da donne! Le ragazze hanno fatto quindi, già in partenza, una scelta universitaria che le porterà quasi sicuramente ad uno sbocco professionale legato all’insegnamento.

Vorrei aggiungere che nel volume Donne e scienza 2008. L’Italia e il contesto internazionale si va a sfatare un altro dei luoghi comuni che vede le donne versate soprattutto per le materie umanistiche rispetto a quelle scientifiche. Dal 1998 ad oggi, si legge nella ricerca, le donne in Italia hanno fatto registrare uno dei tassi di crescita media più alti fra quelli europei, collocandosi nel 2008 al 46% rispetto al totale degli iscritti alle facoltà scientifiche andando a costituire comunque più del 50% di impiegati nel settore scientifico fra ricercatori e insegnanti.

Molto diverso però è il ruolo che le donne svolgono nel settore di impiego: solo il 12% delle donne in Italia ha un ruolo di rilevo, contro il 33% in Inghilterra e il 50% in Norvegia, con conseguenti ricadute stipendiali e di soddisfazione personale.

Il discorso potrebbe andare avanti e queste vogliono essere semplicemente alcune note a margine. L’invito è a riflettere insieme su quanto abbia pesato questa stragrande presenza femminile nel settore formativo. Non è un ragionamento nuovo ma è sicuramente una componente che non si può ignorare nel valutare il ruolo che l’insegnante ha nella nostra società dove la donna svolge e ricopre comunque ruoli marginali e secondari.
(continua qui)

In rete anche qui, qui, qui.

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Ultime dalla scuola
La Corte Costituzionale ha ritenuto incostituzionale la norma che metteva limiti al numero degli insegnati di sostegno, qui.

Licei Musicale e Coreutico: saranno solo 11 anziché 50, cade di fatto un pezzo della riforma proprio nella sua più vantata novità, qui.

Il governo non sblocca i fondi (773 milioni di euro) per la messa in sicurezza dell’edilizia scolastica, qui.

E’ di oltre un miliardo il debito del governo con le scuole, qui.

Rapporto Legambiente sulla qualità dell’edilizia scolastica: nel 2010 peggiora ancora rispetto al 2009, qui.

Segnalazioni
12 marzo: sciopero generale CGIL, in piazza per ‘Lavoro, Fisco e Cittadinanza’, qui e sciopero nazionale della scuola indetto dai COBAS, qui e qui.

Mobilitazioni a Milano, Roma, Padova, Vicenzain tutta Italia il 12 e il 13 marzo.

Una nuova forma di protesta: la scuola va a rotoli.

* * *

Tutti i materiali sulla “riforma” delle Superioriqui.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Un appello di docenti per la scuola pubblica.

Guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Una guida normativa per l’anno scolastico 2009-20010 qui e qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas.

Spazi in rete sulla scuola qui.

7 pensieri su “Vivalascuola. 8 marzo a scuola

  1. Grazie, Giorgio, per questo bel post!
    Ho avuto la fortuna di lavorare con Simonetta Salacone 20 anni fa,
    quando lei, coraggiosamente, introdusse il tedesco in una terza elementare della scuola che allora si chiamava semplicemente 126° circolo, via Ferraironi.
    Desidero ricordare qui la bravissima insegnante, Anna, che si dedicò per un anno a quei bambini. Ricordo con piacere la gioia di vedermi riconosciuta dai bambini stessi, il giorno del loro saggio di fine anno nel maggio 1990. Mi avevano riconosciuta dalla voce, che avevano sentito cantare in tedesco su una cassetta che avevo preparato su richiesta della collega. I bambini di Centocelle avevano insegnato ai fratelli e alle sorelle più piccoli, oltre alle poesie e ai “Tierverse” di Brecht, anche l’Inno alla gioia. Le mamme lo raccontavano giustamente orgogliose. Erano i tempi che precedevano e non sospettavano il desolante monolinguismo (oh yes!) che avrebbe, come è avvenuto puntualmente, impoverito le aule scolastiche e non solo.

    Una voce femminile e plurilingue, quella di Marica Bodrožić, scrittrice e traduttrice nata in Dalmazia e residente a Berlino, è quella che anima i versi di “Un colibrì giunse immutato” che riporto di seguito nella mia versione dal tedesco con il mio augurio a tutte per questo 8 marzo 2010:

    Un colibrì giunse immutato

    nel genere dei sogni,
    si guardò intorno, guardò le persone lì
    presenti, si dipinse le ali d’azzurro e disse
    ai bipedi: io sono il cielo.
    Il colore lo testimoniava.
    Ma la gente non aveva prove.
    Perciò taceva vile intorno alla bellezza
    e dava a intendere di far diplomazia.
    Si misero a far di conto, fecero calcoli e
    alla fine comunicarono al colibrì
    che s’era deciso che il colore,
    in fondo, altro non era che illusione. L’uccello si stupì,
    imparò immediatamente lo stupore
    dagli umani, volò dai fiori color lillà,
    si sedette e tirò fuori il libro delle magie.
    Lo sfogliò per un po’ di volte avanti e indietro,
    si tramutò in una farfalla,
    si dipinse le ali d’azzurro e disse
    agli umani: io sono il cielo.
    Il colore lo testimoniava.
    Ma i bambini nuovi non avevano più sogni.
    Presero il miracolo parlante
    tra le dita. Solo la polvere
    li fece gridare di stupore. La farfalla,
    nel frattempo, diventò gialla, volò nella terra primigenia
    delle immagini, si riposò sui limoni che maturavano,
    divenne un colibrì, giunse immutato
    nel genere dei sogni,
    si guardò intorno, guardò le persone lì
    presenti, ed ebbe pazienza.

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  2. Grazie, Anna Maria, i tuoi interventi comunicano sempre i problemi della scuola ma anche la ricchezza, il valore e il piacere della scuola. Grazie anche per la bella poesia, delicata e intensa.

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  3. Avevo sentito parlare della cosa successa alla Salacone, ma non ne conoscevo i retroscena. Penso sia una persona coraggiosa e che questo sia un paese di merda. Cque viva le donne coraggiose

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  4. grandissime, grandissime!

    resistere, resistere!

    grazie giorgio per questa puntata importante di viva la scuola

    un saluto caro,
    r

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  5. Grazie a voi, Alex e Renata.

    Resistere, Renata, è quello che dovrebbe fare la cultura. E quello su cui le donne hanno tanto da insegnare.

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  6. E allora vuol dire che non è una grande cultura, Lucy. Nessuna grande cultura può trovarsi in un rapporto ambiguo con la verità, diceva un tizio.

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