Carlo Maria Giulini e i Berliner Philharmoniker: le testimonianze inedite di una fruttuosa collaborazione artistico-musicale

di Achille Maccapani

La recentissima iniziativa, affrontata dalla label indipendente Testament (www.testament.co.uk) in collaborazione con la Rundfunk Berlin-Brandeburg e in accordo con gli eredi del maestro, di pubblicare tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010 ben 9 compact disc dedicati alla collaborazione tra i Berliner Philharmoniker e il compianto direttore d’orchestra Carlo Maria Giulini, è destinata a gettare sicuramente una nuova luce sul cammino artistico del maestro scomparso il 14 giugno 2005, attraverso le registrazioni dei concerti tenuti alla Philharmonie di Berlino in un arco di tempo che si estende dal febbraio 1969 al febbraio 1984.

Un periodo, questo, che sul piano discografico è conosciuto per il binomio Karajan-Berliner, una vera e propria macchina da soldi capace di fagocitare attorno a sé (in contemporanea, e senza esclusive contrattuali) due multinazionali del disco (Deutsche Grammophon e EMI) e, per tantissimi anni, il colosso multimediale della musica in video Unitel di Leo Kirch, ancora lontano anni luce dal crack economico causato dalla gestione dei diritti tv dei Mondiali di Calcio Corea-Japan 2002, fino al fatidico 1982, l’anno in cui l’incontrastato titolare, il salisburghese Herbert Von Karajan, decide di mettersi in proprio e crea una propria società di produzione, la Telemondial S.A.M., con sede a Montecarlo. E sullo sfondo di questo periodo riaffiorano i ricordi di una storia europea e mondiale, ancora sotto gli occhi di tutti, e che influiscono non poco nel cammino umano e artistico di Carlo Maria Giulini, direttore ospite gradito da Karajan. Per una scelta di rispetto nei confronti del titolare, che già conosceva dagli anni ’50, all’epoca in cui si alternavano sul podio della Scala, al fianco di registi come Zeffirelli e cantanti come la Callas, Di Stefano, Del Monaco, Bastianini e Tebaldi, Carlo Maria Giulini non registrò dischi con i Berliner Philharmoniker per un lunghissimo periodo di tempo. Solo dietro insistenza di Karajan, infatti, il maestro di Barletta accettò la proposta, anche a seguito della decisione dolorosa di lasciare, in anticipo rispetto all’impegno contrattuale, la titolarità della Los Angeles Philharmonic, a causa di un gravissimo problema di salute della moglie Marcella, che influì non poco nello scavo doloroso delle sue interpretazioni musicali, soprattutto in alcuni dei più prediletti autori quali Brahms, Dvorak e Bruckner. Fino a questo ciclo dedicato da Testament, le testimonianze della fervida collaborazione tra Giulini e i Berliner, durante il periodo del regno di Karajan, si riducevano a pochi dischi: “Das lied von der erde” di Gustav Mahler e soprattutto una toccante rilettura della Sinfonia in re minore di César Franck, entrambe pubblicate da Deutsche Grammophon. Paradossalmente, solo dopo la rottura definitiva tra Karajan e l’orchestra berlinese consumatasi dopo il concerto di San Silvestro del 1988, Giulini consegnò al disco (nel frattempo era passato alla Sony Classical, seguendo il suo fido produttore Gunther Breest, grande amico di Karajan) una geniale e spettacolare interpretazione dei “Quadri di un’esposizione” di Mussorgsky/Ravel, ma quello era ormai un altro periodo, peraltro noto agli appassionati di musica classica e ben testimoniato dalle discografie “ufficiali”.

I compact disc del ciclo Testament, infatti, ci svelano un lato completamente diverso del rapporto che legò Giulini ai Berliner Philharmoniker. Preoccupato di mettere in luce, più che la sonorità opulenta in technicolor, caratteristica spesso tipica delle registrazioni in studio di Karajan, quanto indicato nelle partiture, Giulini lavorò con il grande spirito di un vero artigiano della concertazione, cercando nel contempo di raggiungere il senso di verità, di profondità, e soprattutto il grado emotivo che da queste pagine complesse fatte di righi musicali, segni e note, difficilmente può emergere in tutta la sua luminosità, se non ci si approccia con un modo di sentire vicino al servizio, nel senso più alto del termine. Per Giulini non contava assolutamente mettere la propria cifra intellettuale accanto a questa o quella composizione sinfonica, bensì mettersi proprio al servizio dell’autore, domandarsi cosa l’autore volesse esprimere con quelle pagine scritte.

Gli approfondimenti, certi rallentandi, certi respiri non sarebbero comprensibili se non si accetta da subito di aderire fino in fondo, incondizionatamente, al desiderio profondo e interiore di Giulini di servire la musica. Di comunicare attraverso la musica la condivisione di un dramma esistenziale, di una tragedia umana che è la quotidianità che si riverbera dentro di noi con i piccoli e grandi problemi, le catastrofi, i dolori profondi, di fronte ai quali la sua sofferta, conquistata ogni giorno, fede in Cristo rappresentava una fortissima ancorazione per riuscire ad entrare in piena osmosi con il compositore, riuscendo in tal modo a creare un fortissimo rapporto emotivo con l’orchestra, e coinvolgendo il pubblico lasciandolo trasfigurato, conquistato, trasformato.

E le varie aggiunte al repertorio di Giulini alla sua discografia ufficiale come il concerto per violino e orchestra di Ciaikovsky con la coreana Kyung Wha Chung, all’epoca all’inizio della sua folgorante carriera (maggio 1973), il concerto per la mano sinistra di Ravel con il pianista Michel Block (gennaio 1978), le Sacrae symphoniae e la Canzone septimi toni di Giovanni Gabrieli, oltre al Concerto grosso in sol minore di Francesco Geminiani (settembre 1978), oltre a suscitare un vivo interesse nell’ascoltatore, confermano quanto il repertorio del maestro fosse ben più ampio rispetto a quello consegnato alle registrazioni discografiche (a Los Angeles, per esempio, aveva anche diretto la Quarta sinfonia e l’Adagio della Decima sinfonia di Gustav Mahler).

In realtà, è proprio attraverso alcuni dei suoi punti fermi che si scopre, anzi, si conferma la grandissima capacità di questo umile servitore della musica, che non si definiva direttore d’orchestra, ma “solo un musicista”, di mettere appunto l’orchestra al servizio del compositore, e non viceversa, entrando nel cuore di ogni partitura, facendo entrare tutti gli orchestrali in un clima di concentrazione inusuale.

Non esisteva un’interpretazione uguale all’altra, ogni concerto rappresentava davvero un viaggio nuovo nei meandri di un universo artistico e umano, nel quale riemergeva la forte umanità di Giulini, e la sua capacità di commuovere emotivamente l’ascoltatore: basti pensare alle due versioni, radicalmente diverse tra loro, del poema sinfonico “La mer” di Claude Debussy (febbraio 1969 e gennaio 1978). E soprattutto al vertice assoluto di quella che era diventata per lui la composizione simbolica di tutta una vita passata tra le orchestre e i teatri di mezzo mondo: l’Ottava sinfonia di Anton Bruckner, nella revisione di Leopold Nowak del 1890; la registrazione concertistica dell’11 febbraio 1984 precede di pochi mesi quella consegnata al disco, realizzata il 30 maggio 1984 nella grande sala del Musikverein di Vienna sul podio dei Wiener Philharmoniker per Deutsche Grammophon (vincitrice, tra l’altro, di numerosi premi internazionali), eppure risulta radicalmente diversa rispetto a quella comunemente conosciuta.

Perché in quel frangente i Berliner dovevano fare i conti con una concezione, radicalmente opposta, spettacolare e lussureggiante, voluta da Herbert Von Karajan (il quale si avvaleva, tra l’altro, di un’altra revisione della partitura, comprendente sezioni e parti strumentali omesse da Nowak, quella di Robert Haas), ma di fronte a Giulini cambiarono radicalmente pelle e corpo, senza porre alcun tipo di veto. E si immersero nel cuore della complessa e difficile partitura sinfonica con uno slancio spirituale carico di energia e di cuore, con un’adesione totale in piena comunione col maestro, col solo obiettivo di dimostrare la fortissima modernità dei tormenti interiori del compositore e organista di St. Florian, alle prese con le regole complesse del contrappunto e della strumentazione, e desideroso di trasformare in note musicali le sue angosce, quelle di una fede apparentemente ingenua, ma in realtà frutto di una costante ricerca fatta di domande, dei perché gridati verso il vuoto che circonda le montagne austriache e del Tirolo, le stesse in cui Giulini, nato per circostanze familiari nella città pugliese di Barletta, era cresciuto durante gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza.

Così, mentre l’interpretazione dei Wiener rappresenta il culmine di un percorso di analisi e studio di questa incredibile ed affascinante sinfonia (ormai considerata quale uno dei punti fermi del patrimonio sinfonico del tardo Ottocento), quella dei Berliner non smette di affascinare l’ascoltatore per la capacità di mantenere le tensioni, di sviluppare un vero e proprio cammino di ricerca della serenità interiore, trasformandosi in tal modo in un percorso spirituale di avvicinamento a Dio, con una capacità di coinvolgimento che lascia senza parole, commuove e rende ciascuno più attento al lato emotivo delle nostre esistenze, quasi sempre vissute senza un attimo di respiro. Anzi, più si ascolta questa interpretazione, più ci si rende conto di come la profondità di analisi e illustrazione del dramma umano di fronte all’Eterno, delle domande che ci poniamo quotidianamente, delle nostre ansie rispetto al presente e al futuro, fosse già stata messa in luce da Bruckner in tutta la sua drammaticità e senso della misura, e nel contempo resa con una capacità ammirevole ed unica da Giulini. Mai come in questa occasione le pagine della partitura bruckneriana assumono infatti il senso di una forte comunanza con il periodo storico in cui viviamo, nonostante siano già trascorsi 26 anni, all’epoca del concerto la Philharmonie si trovava a Berlino Ovest, e la “perestroika” doveva ancora prendere il sopravvento sulla scena internazionale.

La grandissima lezione artistica e umana di Carlo Maria Giulini, attraverso queste pregevoli registrazioni concertistiche con i Berliner Philharmoniker, non solo dunque si conferma in tutta la sua attualità, ma soprattutto continua a rappresentare uno dei punti fermi per l’interpretazione della musica sinfonica, anche per i prossimi anni.

4 pensieri su “Carlo Maria Giulini e i Berliner Philharmoniker: le testimonianze inedite di una fruttuosa collaborazione artistico-musicale

  1. Sono stato fortunato, la prima sinfonia di Bruckner che ho ascoltato fu la settima, diretta dal grandissimo Giulini. Dell’ottava ho ben tre interpretazioni -Buolez, Abbado,Wand-, provvederò con la quarta, domani.

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  2. Chiedo scusa per precisare che finora Claudio Abbado non ha mai diretto la sinfonia n. 8 di Anton Bruckner. Neppure Riccardo Muti e Leonard Bernstein, tra l’altro.

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