Essere tra le lingue – viaggio nell’Italia neodialettale #2 : Andrea Longega

Da  El tempo de i basi

La soferenza xe una sola.

Nei giovani, nei vèci

nei maschi e nele fémene.

Gavemo tuti el stesso viso

in un lèto de ospeàl.

La sofferenza è una sola. | Nei giovani, nei vecchi |

nei maschi e nelle femmine. | Abbiamo tutti lo stesso viso |

in un letto d’ospedale.


*

Sbassa la testa o sgrana

i òci, queli che par strada

domanda de ela.

Qualchidun dise na parola

altri me fa na caressa

sul brasso o da drio al còlo.

Chinano la testa o sgranano | gli occhi, quelli che

per strada | domandano di lei. | Qualcuno dice una parola |

altri mi fanno una carezza | sul braccio o dietro il collo.


*

Ti me lavi el viso?

Sì.

Usa el saón de Marsiglia.

Va bén cussì?

Sì, adesso reséntime.

Ecco, go finìo.

………………

E no ti me sughi?

Ah sì, xe vero!

…col sugamàn picolo bianco.

…e dopo passime quela crema là.

La crema? e par cossa?

Ma par le rughe no?

– Mi lavi il viso? | – Sì. | – Usa il sapone di Marsiglia. | – Va bene così? |

– Sì, adesso risciacquami. | – Ecco ho finito. | … | – E non mi asciughi? |

– Ah sì, è vero! | – …con l’asciugamano piccolo bianco. | …e dopo

passami quella crema là. | – La crema? e per cosa? | – Ma per le rughe no?


*

El poeta, lo savemo,

xe un tipo curioso:

el leze le etichéte su i flaconi

el conosse i nomi

de infermieri e dotóri

el vede in coridoio su i carèli

guanti e niziòli come sta

divisi par color

parché elo lo sa

che solo quelo che xe bén descrìto

se podarà, dopo, cancelàr.

Il poeta, lo sappiamo | è un tipo curioso: | legge

le etichette sui flaconi | conosce i nomi | di infermieri

e dottori | vede in corridoio sui carrelli | guanti e lenzuoli come stanno |

divisi per colore | perché lui lo sa | che solo ciò che è ben

descritto | si potrà, dopo, cancellare.


*

Che bèli i cielo invernali!

Cussì alti de istà se i sognémo

e de nòte cussì frédi e ciari

che stago là a vardar Marte

e tute le altre stéle che Ricardo

me ga insegnà.

Che belli i cieli invernali! | Così alti d’estate ce li sognamo | e di notte così freddi

e chiari | che sto lì a guardare Marte | e tutte le altre stelle che Riccardo |

mi ha insegnato.


*

Vièn le famégie al gran completo

(i nevódi più alti de i pari)

stamatina che xe Nadal

a trovar le veciéte, tute bèle, cambiàe,

ma lore ghe bada poco, el tempo de i basi,

e dopo le torna

a contar le medissine sóra la tòla

o a scoltàr la radio

destiràe su un fianco.

Vengono le famiglie al gran completo | (i nipoti

più alti dei padri) | stamattina che è Natale | a trovare

le vecchiette, tutte belle, cambiate, | ma loro

ci badano poco, il tempo dei baci, | e dopo tornano |

a contare le medicine sul tavolo | o ad ascoltare

la radio | distese su un fianco.


*

Noi invece oggi, con le conoscenze e le

possibilità scientifiche di cui disponiamo,

dobbiamo essere umilissimi.

Nessuno ci ha voluti, nessuno ci ha amati.

Dobbiamo farlo noi, da noi stessi e per noi stessi.

Dobbiamo decidere che lo vogliamo come specie.”

(Franco Buffoni, Più luce, padre; pag. 146)


A Betlemme la basilica

de la Natività xe divisa in zone

e a zone i la nèta el giorno dopo

Nadal: armeni, catolici, greci

ortodossi e chissà, no riesso a imaginar,

anca in quel momento cossa

a vicenda i se pol rinfacciar.

Fato sta – ghe xe le foto

sul giornal – che i se dà co le scóle

da sóra la testa e co le man.

A Betlemme la basilica | della Natività è divisa in zone |

e a zone la puliscono il giorno dopo | Natale: armeni, cattolici

greci | ortodossi e chissà, non riesco a immaginare, | anche in quel momento

cosa | a vicenda si possano rinfacciare. | Fatto sta – c’è la foto |

sul giornale – che si danno con le scope | da sopra la testa | e con le mani.

***

Andrea Longega, El tempo de i basi, Edizioni d’if, Napoli, 2009: una nota critica di Manuel Cohen

Escono nella collana i miosotìs per le Edizioni d’if, curate a Napoli da Nietta Caridei, i versi veneziani di Andrea Longega (1967), giunto alla terza raccolta neodialettale. El tempo de i basi, Il tempo dei baci, nucleo germinale di un lavoro di più ampio spettro a cui il nostro attende, deriva e parte dal nervo scoperto della scomparsa della madre, a cui il libro è dedicato, per attraversare un tempo differente e immedicabile di affetti e relazioni. Nel corso della lettura, più volte sono stato tentato dall’accostamento a un piccolo e fecondo libro di Eduardo Galeano, Il libro degli abbracci, dove l’esperienza della scrittura coincide con la funzione terapeutica. C’è stato un tempo, per Longega, il tempo dei baci, o c’è , perdura come pratica degli affetti e del dolore lenitivo, attraversa le cliniche e le stanze nosocomiali della sofferenza familiare e privata, perché: ‘solo ciò che è ben descritto/ si potrà, dopo, cancellare’, ‘solo quelo che xe bén descrìto/ se podarà, dopo, cancelàr’, travasandosi in riverberazioni di contesto o attingendo alla cronaca : tempo di baci e tempo di pugni dolorosi, come quelli di ‘ A Betlemme la basilica’, dove adepti di varie confessioni se le suonano di ‘santa’ ragione in uno dei luoghi più simbolici della non violenza: una scena tragicomica, quasi pervasa della ironia ebraica che il luogo richiede, per dire di un mondo di uomini ormai alla frutta. Nella casa-libro abitata da presenze memoriali, ‘su e zo/ par la casa’, ‘su e giù/ per la casa’, riecheggiano frammenti dialogizzati tra ferialità e understatement, che restituiscono una pietas filiale connaturata alla prosa dei giorni. Così, in ‘Ti me lavi el viso?’, ‘Mi lavi il viso?’ dove l’armamentario domestico degli oggetti ( saón de Marsiglia, sugamàn ,crema, sapone, asciugamano, crema) e la pratica del bagno, dicono al meglio di una madre e del figlio, e il ricorso alla varietà veneziana, naturalmente incantatoria e musicale, si sottrae a facili recursività sonore, a timbri melici, accogliendo vieppiù le istanze di una lingua basica, per asciuttezza di stile e toni, e brevità del verso. Luogo-lalia della madre e insieme luogo filiale, la lingua si dà quale elemento che perdura: vitale e naturale, come ‘nasser e morir’ , ‘il nascere e il morire’. Oltre le ragioni del lutto, oltre il dolore privato, Longega si dimostra molto abile a raccontarci, ora con parole che alludono a un giudizio, ora con un’ironia gnomica, di uno sconcerto quotidiano, di una quotidiana separatezza: come accade in ‘Vièn le famégie al gran completo’, ‘Vengono le famiglie al gran completo’, in visita al ricovero degli anziani, Il tempo dei baci è un tempo residuo, domenicale, che non colma la distanza tra i viventi. In questa chiave di lettura, di onesta disillusione sociale, e quotidiano silenzio, la lingua di Andrea Longega si rivela quale strumento idoneo per efficacia di immagini e congruità.

Nota bio-biobibliografica

Andrea Longega è nato a Venezia nel 1967 e vive a Murano. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesie: Ponte de mèzo (Campanotto, 2002), Fiori nòvi (Falloppio, 2004) e El tempo de i basi (Edizioni d’if, 2009). Sue poesie sono contenute nel libro fotografico venicevenezia di Leonard Freed e Claudio Corrivetti (Postcart, 2006) e nelle seguenti riviste di poesia: “L’Ulisse” (n. 7-8), “Poeti e Poesia” (n.10, aprile 2007), “Tratti” (n.78, estate 2008 e n.83, inverno 2010), “Il monte analogo” (n.8, novembre 2008), “Il calzerotto marrone” (marzo 2009).

25 pensieri su “Essere tra le lingue – viaggio nell’Italia neodialettale #2 : Andrea Longega

  1. bèle bèle! me piase proprio, pulito! me piase sopratuto la poesia dele vècie in ospissio. xe propio cussì: le xe rivàe a un punto de la vita che no ghe interessa più de niente, gnanca de li afèti più cari. me ricorda mia mama, la gèra propio ridotta a medissine e televisiòn. no se vorìa che la fusse cussì, ma cussì la xe.

    grassie de sto caro concitadìn che, confesso el mio pecà, conossevo solo de nome. remediarò.

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  2. Secondo appuntamento con la rubrica di Manuel Cohen e secondo centro. Della Poesia “Non se ne può dire niente, tranne che riconoscerla” asserì Benedetto Croce e per me, fra l’altro in questi bei testi, eccola: <> Un Bravo sia a Manuel che ad Andrea Longega e a tutti un cordiale saluto, Marco Scalabrino.

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  3. RIPROPONGO IL COMMENTO.
    Secondo appuntamento con la rubrica di Manuel Cohen e secondo centro. Della Poesia “Non se ne può dire niente, tranne che riconoscerla” asserì Benedetto Croce e per me, fra l’altro in questi bei testi, eccola: “Sbassa la testa o sgrana / i òci, queli che par strada / domanda de ela. / Qualchidun dise na parola / altri me fa na caressa / sul brasso o da drio al còlo.” Un Bravo sia a Manuel che ad Andrea Longega e a tutti un cordiale saluto, Marco Scalabrino.

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  4. oltre che poeta neodialettale, una sicurezza anche perché presentato da Manuel Cohen, è autore di quella fine-decade degli anni sessanta, così poco presa in considerazione… fino adesso…!
    complimenti

    un abbraccio

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  5. Così limpida e chiara da far restare incantati. La scrittura di questo giovane autore apre su realtà poco considerate o mal considerate e nel contempo mostra una liricità di squisita fattura, nella poesia sui cieli invernali, ad esempio.
    Complimenti a lui e a Manuel.
    Un caro saluto a tutti.
    Flora.

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  6. ringrazio tutti i lettori e i commentatori.

    in particolare:

    Lucypestifera, dal tuo vernacolare a una scrittura neodialettale il passo potrebbe essere breve!

    Flora Restivo, Azzurra D’Agostino, e Marco Scalabrino, grazie per l’attenzione e anche voi, appena possibile, ospiti della rubrica.

    Alessandro Ghignoli, grazie mille, a te che ci segui da Madrid, e esporti un po’ della nostra provincia

    Marino Magliani, grazie per il suo ‘passaggio’ molto gradito e significativo.

    p.s. devo dire che l’incontro con la poesia di Andrea Longega è stato favorito dalla curiosità generosa di Renata Morresi, che ringrazio per tutto l’aiuto!

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  7. Della Poesia “Non se ne può dire niente, tranne che riconoscerla”. Condivido in toto questa affermazione riportata da Mario Scalabrino, anch’io ammirato di questa poesia che scopre un mondo, il mondo in cui sempre siamo, con parole nuove.

    Complimenti per l’iniziativa, e grazie a Renata e a Manuel. Grazie e complimenti vivissimi ad Andrea Longega.

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  8. I versi di Andrea Longega sono intensi. Celebrano un dolore, raffigurano una perdita. E lo fanno con musicalità di linguaggio, con un’essenzialità di scrittura poetica che dà incisiva lapidarietà all’espressione dei contenuti delle . Giustamente Cohen, nel suo commento, parla di “asciuttezza di stile e toni”
    La poeticità del dolore affrontato, si fa più coinvolgente nei versi che inscrivono la sofferenza personale del poeta in una più generale condizione esistenziale (‘Gavemo tuti el stesso viso
    in un lèto de ospeàl’)o quando si soffermano a evocare, con scarna freddezza, gli struggimenti della solitudine: e dopo le torna /a contar le medissine sóra la tòla / o a scoltàr la radio / destiràe su un fianco.
    Complimenti all’autore. E a chi ha parlato della sua poiein

    Mario Mastrangelo

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  9. Sono d’accordo con quanto già scritto da altri: la proposta è di grande valore ed il fatto che venga da Manuel è già di per sè una sicurezza. In particolare mi colpisce come questa scrittura così diretta ed essenziale, anche dura, trovi quasi naturalmente la propria “giusta lingua” nel dialetto, come accade nei casi in cui il dialetto stesso riesce a rafforzare la poesia, a diventarne l’espressione con una intensità che in italiano non potrebbe essere la stessa.

    Francesco t.

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  10. Andrea Longega riesce sempre, con pochi, essenziali versi, a imbozzolare un mondo di affetti e di immagini, con una lingua che sa del salso stretto dei rii veneziani, dell’eco dei campi fra i palazzi, dei richiami lungo i ponti. Il dialogo con la madre ha la potente levità di quelle ciàcoe che non sono mai perdita di tempo, che parola dopo parola intessono il poema della vita, così come ben lo seppero e lo sanno, da Casanova a Goldoni, da Baffo a Fellini, da Valeri a Longega.
    Un grazie grande come el canpanìl de San Marco a Manuel Cohen, per questo viaggio fra i dialetti d’Italia, per questa carrellata di voci sparse come osèi al vento.
    Con immensa gratitudine. Fabio F.

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  11. @ Giorgio:
    “Il mondo in cui sempre siamo, con parole nuove”. E’ proprio vero, grazie per la tua lettura.

    @ Mario Mastrangelo:
    cogli un aspetto essenziale di questa poesia. Grazie per la tua lettura. e a presto.

    @ Francesco Tomada e Fabio Franzin: sono molto confortato dai vostri commenti, anche perchè voi, più di altri, potete cogliere le sfumature di questa lingua a nord-est!
    grazie mille e a presto.

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  12. salve a manuel cohen, a renata morresi e a tutti i commentatori,
    ho letto la nota di manuel cohen, che mi è piaciuta, come si sono piaciuti (molto) i commenti dei lettori: un bel modo di fare comunità e di condividere poesia e appartenenza (anche linguistica). ma la “cosa” di longega va anche oltre, se ricordo la suggestione che investì me – napoletana – alla prima lettura, dopo di che corsi a raccontarla a gabriele frasca… è questa la forza della poesia? certo che sì, e per queso lavoriamo… nc

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  13. Grazie a Gianni Montieri e a Italo (faccio gli onori di casa, posso?). E un graditissimo saluto all’editore Nietta Caridei, per le sue parole e per il suo splendido lavoro. E’ vero, la “cosa” di Longega va anche oltre, oltre le mie noterelle, dimostra una forza e una lucidità di lettura notevoli.

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  14. Volevo ringraziare tutti per le belle (e precise) considerazioni fatte su questi versi. Nietta Caridei mi ha davvero onorato premiando “el tempo de i basi” con la pubblicazione e Gabriele Frasca ha speso parole toccanti definendolo “un piccolo canzoniere”. E’ così che mi piace vederlo, con momenti più intensamente lirici e altri più narrativi. Le poesie andrebbero lette nella loro consequenzialità cronologica ma qui, ovvio, non è possibile. Grazie a Fabio Franzin, Marco Scalabrino e tutti. Un grazie davvero a Renata (anche per la foto: gli anni ’70…quando i miei genitori erano giovani e io bambino) e a Manuel per questa nota attenta a mettere in giusta luce il doppio livello di lettura: dramma personale e riflessione sull’esistenza e sull’esistente. Andrea

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  15. Appena tornato da un’estenuante Ungheria dalla lingua tanto eufonica quanto enigmatica, il fresco regalo di questi versi similmente musicali ma al contrario espressi in una parlata finalmente chiara, palese, accessibile anche ai non addetti.
    Aggiunge appagamento ad una lettura non banale, l’età ancor giovane di un autore che avverte tutt’oggi il bisogno e, mi sembra di intendere, anche il piacere di far poesia esprimendosi nella sua lingua materna.
    … solo quelo che xe bén descrìto
    se podarà, dopo, cancelàr
    scrive Andrea (e il messaggio trasmesso è esplicito), ma io vorrei approfittare dei suoi versi per dirgli che, certo, anche qui è tutto bén descrìto, ma io non ho alcuna intenzione di cancellarlo.

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  16. grazie Paolo. Sono anche appena uscite sulla rivista “Tratti” di Giovanni Nadiani alcune poesie a queste collegate.
    a.

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