“Nino ORSINI” di Marco SCALABRINO

NINO ORSINI

“Nino Orsini – fissa Pietro Mazzamuto nella sua relazione al Convegno tenutosi a Palermo il 30 Novembre 1995 – ebbe coscienza per tutta la vita di essere poeta e scrisse, attingendo alla sua condizione di uomo e di siciliano, sempre versi in dialetto.”
Giusto a partire da questa enunciazione intendiamo rievocare, a oltre venticinque anni dalla morte, la figura e l’opera di Nino Orsini (Palermo 1908-1982).
Agli inizi degli Anni Trenta, Nino Orsini frequenta Ugo Ammannato, Emilio Ruisi, Pietro Tamburello. Il GIORNALE DI POESIA SICILIANA, nel numero di Giugno 1988, propone, a firma di Pietro Tamburello, un ricordo di Vito Mercadante: “Tra le mie cose più care conservo uno foto (del 1933, riprodotta in calce all’articolo) in cui, con Nino Orsini e altri amici, ci stringiamo intorno al suo sorriso nel giardino della sua casa. Qualche anno ancora e la poesia siciliana avrebbe perduto la dolcezza di quel sorriso.”
Con Ugo Ammannato, Nino Orsini aderì al cenacolo fondato e diretto nel 1932 dal poeta e critico antifascista Santi Sottile Tomaselli, ed entrambi collaborarono al quindicinale SICILIA BEDDA che il cenacolo pubblicava, preferendolo al PO’ T’Ù CUNTU di Peppino Denaro e Giuseppe Ganci Battaglia che pure era in auge.
QUATTRU ZUTTATI, lavoro d’esordio di Nino Orsini, vide la luce in Palermo nel 1934. Con prefazione dell’autore, esso si articola in una prima parte che raccoglie nove ottave e un sonetto e in una seconda parte costituita da uno scherzo poetico in due canti per complessive quarantadue ottave siciliane titolato LA CURSA.
Nella Palermo di fine 1943, Federico De Maria venne a trovarsi a capo di un nucleo di giovani poeti dialettali: Ugo Ammannato, Miano Conti, Paolo Messina, Nino Orsini, Pietro Tamburello, Gianni Varvaro, e nell’Ottobre 1944 venne fondata la Società degli Scrittori e Artisti di Sicilia. “Tra la fine del ’43 e l’inizio del ’44 – sostiene Paolo Messina nel saggio LA NUOVA SCUOLA POETICA SICILIANA del 1985 – la guerra continuava, e doveva continuare ancora per un anno. Risaliva la penisola, e in Sicilia per primi avevamo respirato, l’acre pungente ciauru della libertà, mentre il quadro prospettico del mondo già mutava radicalmente. Da qui l’esigenza di rifondare non solo la società civile, ma anche il linguaggio. Nel 1946, alla scomparsa di Alessio Di Giovanni, quel primo nucleo di poeti che comprendeva le voci più impegnate dell’Isola prese il nome del Maestro e si denominò appunto GRUPPO ALESSIO DI GIOVANNI. Il dialetto – prosegue il Messina – era per noi un modo concreto di rompere con la tradizione letteraria nazionale. Naturalmente, eravamo consapevoli dei rischi dell’opzione dialettale, che se da un lato ci portava alla suggestione della pronunzia, dall’altro restringeva alla Sicilia il cerchio della diffusione e della attenzione critica. Ma in compenso ponevamo l’accento sull’ispirazione popolare del nostro fare poesia, che doveva farci cantare con il popolo che per noi era quello siciliano, come siciliano era il nostro punto di vista sulla nuova società letteraria nazionale. Ed ecco la nozione dell’impegno, (impegno – preciserà in altra occasione – che non ammette alcuna dipendenza politica, ma punta direttamente sull’uomo e sulla sua lotta per uscire da una condizione disumana) inteso come partecipazione, anche coi nostri atti di poesia, alla costruzione di una società libera e giusta, cosciente ormai di potere progredire solo nella pace e nella concordia fra i popoli”. “Il dialetto – riprende sulla nota in memoria di Aldo Grienti, pubblicato nel Febbraio 1988 a Palermo sul numero ZERO di quello che fu l’effimero ritorno del PO’ T’Ù CUNTU – non era più portatore di una “cultura subalterna”, ma si era innalzato alla ricerca di “contenuti” (e di forme) su più vasti orizzonti di pensiero. Sicché la poesia siciliana toccava il punto di non ritorno, aboliva ogni pregiudiziale etnografica, pur restando (linguisticamente) siciliana.”
PANI, cinquantuno componimenti pubblicati a Palermo dalla Società Scrittori ed Artisti, è del 1946.
Il GIORNALE DI POESIA SICILIANA, nel numero di Settembre 1988, stampa il pezzo di Salvatore Di Marco UNA OCCASIONE MANCATA. “L’8 di agosto del 1952 rivedeva la luce in Palermo il noto periodico di poesia dialettale siciliana PO’ T’Ù CUNTU dopo ben diciotto anni di assenza. Intanto erano scomparsi i prestigiosi collaboratori dell’anteguerra che avevano dato lustro al PO’ T’Ù CUNTU: poeti e scrittori come Luigi Natoli, Alessio Di Giovanni, Vincenzo De Simone, Vito Mercadante, Vanni Pucci. Sicché si ha l’impressione malinconica, rileggendo oggi i vecchi fascicoli del 1952, che la direzione del PO’ T’Ù CUNTU non si fosse resa ben conto delle laceranti trasformazioni che, rispetto agli anni Trenta, erano intervenute nel tessuto sociale dell’isola a modificare anche il quadro complessivo delle vocazioni letterarie. E ciò pure nell’ambito della poesia siciliana. Questa situazione non piacque ad un gruppo – certo il più inquieto a quel tempo – di collaboratori del PO’ T’Ù CUNTU: Ugo Ammannato, Pietro Tamburello e qualche altro che già aveva scritto sul quel giornale dal 1927 in poi. Ma anche a giovani come Paolo Messina. Infatti, accanto a Federico De Maria, nel 1945, essi avevano rilanciato la poesia dialettale siciliana attraverso affollati incontri con il vasto pubblico nell’Aula Gialla del Teatro Politeama di Palermo (e in primavera, all’aperto nei giardini della Palazzina Cinese alla Favorita). E nei poeti che vi partecipavano, da Miano Conti a Nino Orsini, da Tamburello ad Ammannato, si era diffuso sin da allora il rifiuto della vecchia poesia dialettale e un bisogno ancora indistinto di cambiamento. Questi incontri indetti dalla Società Scrittori e Artisti di cui Federico De Maria era il presidente, e organizzati da Ammannato e Tamburello, furono chiamati – per suggerimento di quest’ultimo – Ariu di Sicilia. Allorquando nel 1953 quel gruppo di poeti riunito da comuni idealità di rinnovamento letterario e culturale, constatata l’impossibilità di condurre in Sicilia un discorso di poesia nuova attraverso le pagine del PO’ T’Ù CUNTU, pensò di darsi un proprio foglio di proposta e di battaglia letteraria, Pietro Tamburello volle chiamarlo appunto ARIU DI SICILIA. ARIU DI SICILIA fu fondato nel 1954 da Pietro Tamburello che ne assunse la redazione. Era un foglio di quattro pagine, che usciva ogni mese e che durò esattamente da Marzo a Ottobre di quell’anno. Visse il suo breve tempo in povertà di mezzi finanziari e fu un semplice inserto del PO’ T’Ù CUNTU. Nell’editoriale del primo numero Pietro Tamburello aveva annunciato i seguenti tre obiettivi: 1. promuovere una nuova fioritura di studi intorno alla letteratura siciliana; 2. rinnovare la tradizione alla luce delle ultime esigenze estetiche; 3. sottoporre a revisione critica le opere degli scrittori delle generazioni passate. I testi letterari pubblicati furono in tutto 115 di 41 autori. Tra questi c’erano tutti i poeti che si riconosceranno quanto prima nel GRUPPO ALESSIO DI GIOVANNI: Ugo Ammannato, Miano Conti, Aldo Grienti, Paolo Messina, Carmelo Molino, Pietro Tamburello e Gianni Varvaro. Meno costanti nella collaborazione ma presenti: Ignazio Buttitta, Salvatore Di Pietro, Nino Orsini, Elvezio Petix.”
Nel 1955, con la prefazione di Giovanni Vaccarella, vide la luce a Palermo l’Antologia POESIA DIALETTALE DI SICILIA. Protagonisti il GRUPPO ALESSIO DI GIOVANNI: U. Ammannato, I. Buttitta, M. Conti, Salvatore Equizzi, A. Grienti, P. Messina, C. Molino, Nino Orsini e P. Tamburello. E nel 1957 Aldo Grienti e Carmelo Molino furono i curatori della Antologia POETI SICILIANI D’OGGI, Reina Editore in Catania. Con introduzione e note critiche di Antonio Corsaro, essa raccoglie, in meticoloso ordine alfabetico, una significativa selezione dei testi di diciassette autori: U. Ammannato, Saro Bottino, I. Buttitta, M. Conti, Antonino Cremona, Salvatore Di Marco, Salvatore Di Pietro, Girolamo Ferlito, A. Grienti, P. Messina, C. Molino, Stefania Montalbano, Nino Orsini, Ildebrando Patamia, P. Tamburello, Francesco Vaccaielli e Gianni Varvaro. Le due sillogi, che ebbero all’epoca eco nazionale (il poeta e critico romagnolo Giuseppe Valentini ne parlò sul fascicolo n° 2 Luglio 1955 della rivista IL BELLI, e una recensione a cura di Paolo Messina apparve su IL CONTEMPORANEO di Roma in data 21 Maggio 1955), sono state antesignane del RINNOVAMENTO DELLA POESIA DIALETTALE SICILIANA.
“Oggi la poesia dialettale – attesta tra l’altro Giovanni Vaccarella nella prefazione a POESIA DIALETTALE DI SICILIA – è poesia di cose e non di parole, è poesia universale e non regionalistica, è poesia di consistenza e non di evanescenza. Lontana dal canto spiegato e dalla rimeria patetica, guadagna in scavazione interiore quel che perde in effusione. Le parole mancano di esteriore dolcezza e non sono ricercate né preziose: niente miele e tutta pietra. Il lettore di questa poesia è pregato di credere che nei veri poeti l’oscurità non è speculazione, ma risultato di un processo di pene espressive, che porta con sé il segreto peso dello sforzo contro il facile, contro l’ovvio. Perché la poesia non è fatta soltanto di spontaneità e di immediatezza, ma di disciplina. La più autentica poesia dei nostri giorni è scritta in una lingua che parte dallo stato primordiale del dialetto per scrostarsi degli orpelli e della patina che i secoli hanno accomunato, per sletteralizzarsi e assumere quella condizione di nudità, che è la sigla dei grandi.”
“I dialettali – osserva Antonio Corsaro, in prefazione a POETI SICILIANI D’OGGI – non sono mai stati estranei alle vicende della cultura nazionale, anche se, disuguale è il loro piano di risonanza. Ma in un periodo come il nostro i poeti dialettali si trovano nella identica situazione dei loro compagni in lingua, senza che neppure la difficoltà del mezzo espressivo costituisca ormai una ragione valida di isolamento. Tanto più che i nostri lirici in dialetto sono già arrivati a un tal segno di purezza e a una tale esperienza tecnica da non avere nulla da perdere nel confronto con i lirici in lingua. Anzi, in un certo senso, i dialettali ne vengono avvantaggiati per l’uso che possono fare di una lingua meno logora, attingendola alle sorgenti che l’usura letteraria suole meglio rispettare.”
Nel 1959, nel saggio titolato ALLA RICERCA DEL LINGUAGGIO, Salvatore Camilleri considera: “Qualcosa si è fatto veramente poesia, poesia siciliana, cioè sentita ed espressa sicilianamente, con immagini siciliane oltre che con parole. Il fatto strano, fuori dalla logica progressione delle cose, è che la rivolta è nata di colpo, sulle esperienze altrui (italiana, francese etc.) e non sull’esperienza siciliana.” E puntualizza: “La parola, nel contesto poetico, liberata dalle sue incrostazioni, ha perduto parte del suo significato semantico, acquistandone uno meno deciso, legato alla sua posizione logica e fonica, l’immagine si è liberata dall’oggetto, risolvendosi nel simbolo, senza però mai sganciare la realtà dall’ordine oggettivo, l’aggettivazione ha subito una stretta e diviene ricerca e approfondimento del lessico; (si tende) a umanizzare gli oggetti, dando a essi le emozioni degli uomini, a trasfigurare la realtà e trascenderla sempre.” “Le idee si erano fatta strada – asserisce in seguito Camilleri, in prefazione a POETI SICILIANI CONTEMPORANEI del 1979 – avevano raggiunto i poeti in ogni angolo della Sicilia, anche i più solitari, i meno propensi a mutar pelle, e li avevano costretti a ragionare; e così, nell’ansia polemica del rinnovamento, all’eccessivo sperimentalismo formale e al gusto funambolico dei più avanzati seguì l’abbandono dell’ottava e del sonetto, divenuti solo strumenti propedeutici; a un più deciso lavoro sulla parola e sulla metrica seguì, da parte anche dei più retrivi, il rifiuto dei moduli tradizionali. Da questo travaglio, dai più avanzati che volevano romperla totalmente con il passato, ai moderati che volevano innestare le nuove idee nell’albero della tradizione, nacque la poesia siciliana moderna.”
Il RINNOVAMENTO DELLA POESIA DIALETTALE SICILIANA, la stagione tra il 1945 e la metà circa degli anni Cinquanta, stagione segnata dal movimento di giovani poeti dialettali palermitani e catanesi, fu rinnovamento fondato sui testi e non sugli oziosi proclami, sugli esiti artistici individuali e non su qualche manifesto. “Leggendo la poesia di Nino Orsini – registra Orazio Roncisvalle, in Atti del III Convegno dei Poeti e scrittori dialettali siciliani, edizioni ARTE E FOLKLORE DI SICILIA, Catania 1985 – comprendiamo bene la grande difficoltà in cui hanno operato i nostri poeti alla fine della guerra, e la necessità che loro si è presentata di tracciare nuovi sentieri per la nostra poesia”.
LU PUPU, del 1958, è un libretto contenente otto liriche in dialetto siciliano per la morte di un bambino, figlio del poeta.
Sul n° 2 di LA FIERA DIALETTALE, pubblicato a Roma nell’Ottobre 1970, Salvatore Di Pietro afferma: “In quest’ultimo dopoguerra a Catania e a Palermo si è avuta una splendida fioritura di poeti. La caratura di questi poeti autentici lasciamola stabilire in altra sede. A noi importa richiamare questi nomi, l’uno accanto all’altro, perché nei contemporanei non se ne offuschi il ricordo, perché essi brillino nell’intero arco della poesia dialettale italiana. E sono tanti questi poeti … a Palermo: Giuseppe Denaro, Giovanni Girgenti, Gianni Varvaro, Nino Orsini, Pietro Tamburello.”
Dopo questo ampio excursus sulle coordinate storiche entro le quali si è compiuto il percorso formativo di Nino Orsini, desideriamo puntare la nostra attenzione sulle opere che riteniamo siano le più riuscite: QUADERNO DI POESIE SICILIANE, POESIE, ALTRE POESIE e ANCORA POESIE, le opere della sua maturità, di uomo e di artista. E ciò nel convincimento che si tratta – almeno nei momenti di eccellenza, e ve ne sono parecchi – di lavori incredibilmente moderni, che a nostro avviso, al fine di rendere merito a Nino Orsini e giustizia alla Poesia, la “Critica” dovrebbe avere cura di rivalutare.
QUADERNO DI POESIE SICILIANE fu pubblicato a Palermo nel 1968: sessantaquattro pagine per appena ventotto componimenti, in massima parte di breve stesura, composti nel decennio tra il 1958 e il 1968, con a fronte la traduzione in lingua italiana fatta da Paolo Messina, al cui suggerimento si deve anche il titolo della raccolta, che muove “dagli affetti familiari, dagli urti sociali, dalle esperienze quotidiane”.
“Ju sugnu un picciriddu / chi sta ni la finestra / d’un palazzazzu anticu, / unni sempri si cercanu / d’appuntiddari trava / pi nun lu fari cadiri.” Nino Orsini ha sessant’anni. La sintesi lirica tra l’innocenza di ju picciriddu e il sussiego del palazzazzu anticu non è pertanto da discernere nel detrimento anagrafico-generazionale. L’animo fanciullino custodito in un vetusto tabernacolo non funziona. Piuttosto, in virtù di quanto finora detto, eleggiamo la tesi dello scrittore “nuovo” (picciriddu) che calza i panni di un millenario (anticu) idioma. Una lingua – se proprio vogliamo impuntarci su questo termine, quantunque pure l’appellarlo dialetto nulla gli sottrae e niente affatto lo diminuisce – la cui dovizia, duttilità, bellezza sono tutte nella disponibilità, negli strumenti, nell’estro di Nino Orsini, il quale artefice esperto la adopera, con sapienza la forgia per distillarne i contenuti e (ancor più) le forme che gli urgono. Una lingua nondimeno di cui – al pari di altri autori del secondo dopoguerra: Buttitta, Tamburello, Tartaro, Mazza – il Nostro ripropone il dramma in atto della progressiva, ineluttabile scomparsa; un idioma che si rende necessario “appuntiddari … pi nun lu fari cadiri”.
Tutti noi ci imbattiamo nelle “cose”. Ma al Poeta, al suo avvertito “mestiere” s’impone di più: s’impone che esse vadano agguantate e metabolizzate, s’impone inoltre che esse trovino ogni volta – per la sua “penna” – una propria, originale connotazione estetica. Ecco allora il dettato di Nino Orsini s’affranca dai catenacci della tradizione e dal loro arrugginito riverbero, dalla secolare frequentazione del folklore e dalle trame del ricordo, dal luccichio del barocco e dalla leziosaggine della rima, e imbocca la pratica dell’introspezione su se stessi, sulle cose che gli (e ci) “vivono” attorno, sui misteri del nostro collocarci al cospetto della vita e della morte. Pratica cui, per antinomia, s’addice una formulazione leggera. Al bando dunque le tessiture ridondanti, i fiumi di parole, gli arrembanti volumi sonori, e spazio – a motivo della loro cifra minimalista, per usare un attributo in voga solo in epoche più recenti – a strutture agili, snelle, acconce al perfezionamento della svolta del RINNOVAMENTO della Poesia Siciliana Dialettale; svolta alla quale con lucida determinazione egli si è votato. D’altronde contenuto e forma, significato e significante, intuizione ed espressione vanno, devono andare, a braccetto, giacché, condividiamo quanto testimonia Salvatore Camilleri: “Non c’è risoluzione dei problemi formali senza risoluzione all’interno della coscienza, non c’è versante espressivo senza versante umano, non c’è arte senza vita. La poesia nasce sempre nell’ambito della sua dimensione storica, esistenziale e umana, non mai dall’esercizio fine a se stesso, dal nulla”.
“L’avventura poetica di Nino Orsini – sottolinea Salvatore Di Marco – è condotta con discrezione di toni, con umiltà di temi, con umana modestia. Il suo poetare è semplice, e il linguaggio arriva alle sue più limpide nudità semantiche. Aldilà delle ingenuità dei temi ci sono la umanità e la filosofia del poeta Orsini.” I toni dimessi delle sue liriche non facciano, quindi, sì che noi le si prenda sottogamba, che non si colga o si smarrisca la piena consapevolezza da cui il poeta muove, con ogni cellula della sua complessione, alla ricerca di inediti accostamenti di parole, più avanzate suggestioni estetiche; in definitiva di nuova poesia dialettale siciliana. Giacché – uniamo la nostra voce a tante ben più autorevoli – gli esiti non sono dovuti “al caso, alla ispirazione, al falso credo del poeta nascitur”, bensì sono provento di intelligenza, frutto di faticosa conquista, ricompensa dell’esercizio giornaliero.
L’apparente fragilità, l’esile misura, lo spazio “zippato” sulla pagina profilano l’uomo, allestiscono i suoi senso e modo di consistere in materia e in pensiero, sono il suo tramite di rapportarsi con gli altri esseri viventi, per armonizzarsi alle meraviglie dell’universo, per comporre una partitura i cui movimenti – l’uomo, il creato e il Creatore – abbiano un’unica alta trascendentale scaturigine. In tale contesto le incantate osservazioni, i reiterati punti di domanda, i riferimenti all’aldilà finiscono col configurare il naturale link fra sé e il mondo, sé e il tempo, sé e l’universo. Tanto che, nel commento dedicato in POETI SICILIANI D’OGGI, Antonio Corsaro così si pronuncia: “Nino Orsini ha il privilegio di meravigliarsi dinnanzi ai fatti più comuni, ma che per lui sono densi di misteriose evocazioni.”
Ma, scorriamo una rapida panoramica di quegli esiti, confidando che, pure nella loro schematicità, possano affiorare nei lettori quelle “vibrazioni” che si sono generate in noi: “Davanti a la me porta … na zotta d’acqua … (è) sbalancu di celu a li me’ pedi”; “Na cammisedda rosa / e un paru di scarpuzzi … appiru lu curaggiu / di ‘mpìnciri lu suli / pi tutta la jurnata”; “Un ucchiddu di celu / ntra na jurnata nivura, / mi tratteni appricatu / comu si quarchi cosa / chi vaju circannu sempri / mi putissi accumpariri / sulu di dda gnunidda”; “Pigghiati ccà, muntagna: / na petra ti cadiu!”; “La notti va circannu /si c’è scurdatu nenti strati strati / e ’un s’adduna di mia!” Persino un soggetto classico quale l’amore è rivisitato da una angolazione singolare: lei è l’acqua affruntusa e nuda, e lui è il sole “masculazzu … (che) … a forza di vasalla, / si l’acchianò ‘ncelu … e ci accattò na vesta / bianca di nuvula.”
Tutto bene parrebbe. Eppure, inopinatamente, Nino Orsini indugia; il sospetto si insinua. Egli arresta (quasi) il suo cammino: medita sulla sua poesia. E paventa che, malgrado l’ufficio profuso, i risultati possano poi non venire, non vengano comunque riconosciuti: “Lu scantu miu è chi all’urtimu … la me strata ‘un spunta.”
Tra i molteplici spunti di riflessione che la poesia di Nino Orsini offre (e che non staremo una volta più qui a ribadire: l’adozione del verso libero e del criterio etimologico di trascrizione delle parole, la brevità delle liriche che rasenta talvolta l’aforisma, la sostanziale pulizia ortografica, eccetera) desideriamo, adesso, succintamente soffermarci sul plurale dei sostantivi. Nino Orsini, lo si ricava dalla lettura, fa largo uso del plurale in “a” dei sostantivi maschili il cui singolare finisce in “i” o in “u”: culura, cannarozza, pinnulara, libra, trona, limiuna, crocca, pinsera, sudura, balatuna, miliuna, vrazza, buttuna.
Della questione, assai intrigante per gli scriventi in Siciliano, del plurale dei sostantivi si è occupato Salvatore Camilleri: dapprima nella sua ORTOGRAFIA SICILIANA, Edizione ENAL ARTE E FOLKLORE DI SICILIA Catania 1976, e di recente, con più ampio respiro, nella GRAMMATICA SICILIANA, Edizione BOEMI Catania 2002. “Di regola il plurale di tutti i nomi, sia maschili che femminili – illustra il Camilleri – termina in “i”; ad esempio: quaderni, casi, pueti, ciuri. Un certo numero di nomi maschili, terminati al singolare in “u” fanno il plurale in “a” alla latina; sono nomi che di solito si presentano in coppia o al plurale: jita, vrazza, labbra, corna, ossa, vudedda, coccia, gigghia, mura, cuddara, pagghiara, linzola, dinocchia, cucchjara.” E insiste: “Molto più numerosi sono i plurali in “a” dei nomi maschili terminati al singolare in “aru” (latino arius) significanti, in gran parte, mestieri e professioni.” Se ne elencano, tra oltre un centinaio riportati in circa due pagine, i più comuni: aciddara, birrittara, bummulara, buttunara, cacucciulura, calamara, campanara, carvunara, ciurara, dammusara, fimminara, firrara, friscalittara, furnara, ghirlannara, jardinara, jurnatara, lampiunara, libbrara, marinara, massara, matarazzara, mulinara, nguantara, nutara, paracquara, pastara, picurara, pisciara, pupara, putiara, quadarara, quartara, ricuttara, ruluggiara, scarpara, siggiara, stagnatara, sulara, tilara, tabbaccara, usurara, uvara, vaccara, viscuttara, vitrara, zammatara.
POESIE, pubblicato dalle Edizioni Koinè di Palermo nel 1970, con traduzione in italiano e prefazione di Paolo Messina, è una raccolta di lavori composti tra il 1969 e il 1970: “Sempri robi stinnuti / ci sunnu a la me casa: / fannu comu li pazzi vidennumi spuntari / di centu migghia arrassu”; “Difficili / scipparicci a lu tempu / na cosa di li manu, / chi teni stritti / sempri”; “Na vuci d’acidduzzu / l’arrinisciu a cunvinciri / ddi trona sciarritteri / a fari paci tutti!”
La dignità umana, la giustizia sociale, la solitudine esistenziale, i motivi più frequenti. E il profilo, che s’allunga, della morte: “Na strata tantu larga / ca ci capemu tutti, / all’urtimu finisci / tantu stritta / c’ognunu / pi passaricci / si ci havi avvinturari / sulu”; e finanche lo stadio a essa successivo: “Ci fussi di nfuddiri / si quarchi vermi, un jornu, / s’avissi a ricurdari / d’essiri statu iu!” Tema, quest’ultimo, ripreso nella silloge immediatamente consecutiva: “Doppu morti, / quannu si nasci arreri / videmu si ti piaci / dintra la stissa grasta: / n’attocca essiri ciuri / a nuatri dui, sta vota!”, e che introduce alle dottrine dell’immortalità dell’anima, alla metempsicosi, alle successive reincarnazioni necessarie – concepite da Platone – per espiare una colpa originaria e pervenire quindi allo stato di eterna e immutabile beatitudine. Dottrine parimenti distintive del buddismo, per il quale si può rinascere in nuove esistenze, siano esse umane che animali.
Tra i quarantasette testi almeno due sono, a parer nostro, chiari masterpieces. MARZU: “Ogni tantu / lu suli / duna na taliata / pi sapiri unni sugnu. / Mi fa la ‘mprissioni / ca si scanta / d’un truvarimi / chiù! / Pi chistu / c’ogni vota / scappu pi fora allura, / pi farimicci vidiri; / iddu si metti a ridiri / e m’accarizza / tuttu”; LA FESTA: “Tutta la casa addumu / quannu ‘un c’è nuddu dintra: vogghiu fari la festa! / Di na cammara a n’autra / mi fazzu caminati / pi farimi guardari / di tutti li me’ specchi, / comu si stassi puru / turnannu di la luna, / di la me vera luna, / la me luna picciotta; / c’avianu ancora a nasciri / chisti chi ci acchianaru, / quannu ch’iu ancora nicu / già ci sapia discurriri!”
ALTRE POESIE, pubblicato a Palermo dal Centro Pitrè, è del 1976; sessantaquattro testi senza prefazione: “Fa girari la testa / a pinsari la strata / chi sta facennu a st’ura, / p’addivintari anima / d’ogni cosa chi nasci!”; “a … st’acidduzzi / ca vennu a taliarimi / ogni matina … ci paru … comu s’iu fussi … nchiusu dintra na gàggia / e chi ‘un ni sacciu nesciri”, “Nicu è fattu lu munnu, / nun ci capemu chiù. / Pirchì ’un si fa la prova / a staricci abbrazzati?” Divinatori i versi: “La me pillicula, / chi quarchidunu gira / di quannu chi nascìi, / e secuta a girari / pi nsin’a quannu moru”, ante litteram de Il Grande Fratello e in specie de The Truman Show.
Il Circolo Eden nacque a Palermo nel 1980 e riuniva i poeti palermitani Nino Orsini, Antonio Emanuele Baglio, Giacomo Cannizzaro, Alberto Prestigiacomo e qualche altro. ANCORA POESIE, ottanta componimenti senza prefazione, pubblicato a Palermo dal Cenacolo Eden, è del 1981: “Quantu ci staiu attentu / a cunsignari chinu / (senza mancu pirdirinni / na guccia strati strati) / ddu bicchireddu d’acqua / chi quarcunu m’affida / pi chiddi chi m’aspettanu / e morinu di siti”; “Si tu v’ammazzi genti / chi nun t’ha fattu nenti / e mancu la canusci, / ti vesti di midagghi; / ma si ci tocchi a unu / ca ti lassa dijiunu, / trent’anni di galera / nun ti li leva nuddu!”; “Nun mi fici chiù dormiri / lu cannolu sfasciatu / di dintra la cucina! / … scurria l’acqua, stanotti! / Paria ca stamatina / nun n’aveva agghiurnari / mancu anticchia pi biviri!”; “Ogni matina / nun mi pari l’ura / di vidiri / cu quali facci agghiornu!”
“Il percorso lirico del rinnovamento orsiniano – aggiunge Pietro Mazzamuto nella relazione cui s’è fatto cenno in apertura – non si esaurisce nell’ammodernamento tematico e stilistico. Il nostro poeta è calato nella storia e nella cultura del Novecento molto più di quanto non appaia da queste innovazioni. Nino Orsini sembra partecipe di quanto accade in fatto di ulteriore rottura e persino di avanguardia. Se guardiamo a certe ricorrenze della letteratura siciliana, troviamo talune estrose, ma certamente sperimentali e fortemente innovative, per non dire avanguardistiche, invenzioni dell’intelligenza letteraria siciliana, quale indubbia risposta tematica al perenne disordine socio-economico e al perenne stravolgimento esistenziale dell’uomo siciliano. Si spiega così perché gli ultimi poeti siciliani, soprattutto dialettali, riprendano con rinnovata lena il fantasma del caos, del disordine del mondo, proprio perché la vita siciliana è rimasta nell’assurdo e nel paradosso, nel nulla e nel vuoto. In questa temperie si ritrova anche Nino Orsini per giungere all’ultimo traguardo sperimentale del suo rinnovamento; una sperimentazione che non investe tutta la struttura della sua ispirazione, ma offre qua e là alcuni montaggi abbastanza significativi di tempi e spazi stravolti o capovolti sino al limite dell’assurdo o del paradosso.”
Il MANIFESTO DELLA NUOVA POESIA SICILIANA, edizione Arte e Folklore di Sicilia, Catania 1989, pubblica in varie sezioni cinque suoi componimenti e il GIORNALE DI POESIA SICILIANA, nel numero di Novembre 1992 in ricordo di Nino Orsini a dieci anni dalla morte, quattro testi tratti da QUADERNO DI POESIE SICILIANE.
Giusto per gli inconsueti itinerari che esplora, la “mano” di Nino Orsini non è stata esente da mende, ingenuità, ripiegamenti (le presenze non del tutto debellate di diminuitivi, vezzeggiativi, apicetti e, per inciso, i numerosissimi – per stupore, enfasi, genuinità – punti esclamativi). Quello del RINNOVAMENTO, annota in proposito Salvatore Di Marco, fu un “processo letterario di emancipazione né facile né omogeneo, in cui il passaggio dal vecchio al nuovo non poteva escludere una fase di coesistenza fra ciò che della tradizione vernacolare sopravviveva e ciò che della nuova poetica cercava più sicure formalizzazioni liriche.”
Ciò malgrado, rimane il dato inconfutabile della concreta realizzazione di questa poesia, della sua validità, del messaggio – che ne tracima – che la poesia non ha limiti altri che quelli del suo creatore, e non già quelli del canone deputato a esprimerla.
I traguardi a cui Nino Orsini è approdato sono straordinari e lontani dall’essere stati in seguito raggiunti.

Marco Scalabrino

7 pensieri su ““Nino ORSINI” di Marco SCALABRINO

  1. sono sempre molto colpito e ammaliato dalle pagine critiche e rievocative di Marco Scalabrino: un lavoro di conservazione della memoria encomiabile, e un patrimonio di cultura e umanità di grande forza e fascino.

    Mi piace

  2. Spendidi i versi di Nino Orsini riportati nel saggio, con strade cieli e interni conosciuti e mai dimenticati. Grazie a Marco Scalabrino per l’ampia trattazione, nonché per il grande assiduo lavoro per fare conoscere la poesia siciliana: insieme riconoscimento della poesia e conservazione della memoria. E grazie a Giovanni per la proposta.

    Mi piace

  3. Ringrazio sentitamente Gianni Nuscis e LPELS per la pubblicazione e altresì ringrazio Manuel Cohen e Giorgio per i loro generosi commenti. A tutti un cordiale saluto Marco Scalabrino.

    Mi piace

  4. Ho letto con vero piacere il saggio di Marco, fermo restando che ho il piacere di conoscerne a fondo competenza, amore, abnegazione, impegno…
    E’ giusto e sacrosanto che grandi poeti come Orsini non cadano in un oblio che non meritano, è giusto e sacrosanto che un vero appassionato di poesia, oltre che stracompetente e poeta lui stesso, si occupi di farne conoscere le peculiarità, il linguaggio, la modernità, la storia.
    Personalmente,appena lette, a suo tempo, alcune poesie di Orsini,sono rimasta colpita dalla modernità, dalla particolarità, dall’estrema asciutta delicatezza dei suoi versi. Ricordo che ne parlai proprio con Marco e, insieme realizzammo come moderni si nasce, avversi alla retorica e ai merlettini, anche.
    Adesso non posso fare altro che compiacermi con Marco: bel lavoro! La passione e la meticolosità, un mix straordinario.
    Orsini sarà ben lieto di ritrovarsi nelle tue parole.
    Grazie Marco,grazie Gianni.
    Flora Restivo

    Mi piace

  5. Carissima Flora, GRAZIE sempre per l’attenzione e l’affetto che generosamente mi elargisci. A te e a tutti un cordiale saluto, Marco Scalabrino.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.