Kafka e l’esigenza dell’opera

di Michele Lupo

Molti anni fa, ne Lo spazio letterario, il critico e teorico della letteratura Maurice Blanchot, sottesa l’equivalenza di arte e immaginario, o meglio, assunto il secondo come il luogo in cui, soltanto, l’arte è possibile, e opponendolo alla realtà irriducibile delle ‘cose’, mostrava come un singolare percorso di allontanamento da essa, ed esperienza creativa dell’immaginario insieme, si compisse in modo esemplare nell’ opera di Franz Kafka.

Lì si giocava a un livello tragico, ancora moderno, l’idea di un’autonomia radicale della parola poetica rispetto ai supposti referenti ‘empirici’ che crediamo di riconoscere nel mondo. Scriveva Blanchot: “La qualità della parola abituale è che capirla fa parte della sua natura. Ma, in questo punto dello spazio letterario, il linguaggio è senza intesa. L’arte, come lingua dell’immaginario, è quindi rispetto alla realtà un altrove“. E ancora: “Nella parola poetica non siamo più rinviati al mondo, né al mondo come rifugio, né al mondo come insieme di scopi”.

Prima di designare qualcosa, o dare voce ad alcuno, le parole hanno il loro fine in se stesse. Se è così, l’opera insomma inizia nel momento in cui l’io dello scrittore muore al mondo. E, se tutto questo è vero, per nessuno vale come per Franz Kafka.

La lettura dei suoi Diari, avventura emozionante per molti versi, intanto ci soccorre in questo scopo. In essi il ‘destino di perdizione’ del grandissimo praghese mostra segni che suffragano la lettura di Blanchot. Kafka sapeva che l’esperienza dello sradicamento era una conseguenza della pratica poetica, e se dunque l’arte lavorava a una compensazione esistenziale, rappresentava però la via di un possibile e definitivo abbandono del mondo.

Nei suoi Diari K. non racconta se stesso al modo vezzoso dei romantico-decadenti, ma intesse un dialogo con la pagina che si configura essenzialmente come il disperato tentativo di mantenere un contatto con una individualità, la sua, che rischiava continuamente di sfuggirgli, di apparirgli estranea non meno di tutto il resto. Il suo paradosso sta quindi nell’aver usato come strumento ‘mnestico’ e/o consolatorio quello stesso esercizio che può esser causa prima dell’oblio: la scrittura. L’esigenza di salvazione è elevata: il suo nichilismo è sofferto, mai recitato ad arte. Epperò l’arte, l’immaginario, contemplano necessità inconciliabili con la sua (in)capacità di vivere la vita ordinaria; e forse, aggiungerei, contaminano, in ottemperanza alle leggi della finzione – che sono leggi di forma, di stile (unici idoli di Kafka, che non a caso aveva eletto Flaubert uno dei suoi massimi modelli) – la purezza “confessionale” di quella pratica chiarificatrice e memorialistica che risponde al nome di Diari.

Essi si estendono per un arco di tempo che va dal 1910 al 1923. Vi è spesso dispiegato un senso di sconcerto che segue al “vago impeto della voglia di scrivere”. Cito, un po’ a caso, frammenti del 1911: “Non riesco a capire e nemmeno a crederci. Vivo soltanto qua e là in una parolina nella cui vocale, per esempio, perdo un istante la mia testa inutile.” O ancora, “Creativo soltanto nel torturare me stesso“.

Algebra impossibile, la scrittura in Kafka è guarigione e causa della malattia, una specie di ossimoro ontologico mai così lucidamente evidenziato in altri scrittori. Essa è perdizione e atto sacrificale, seguita spesso dal senso di colpa di chi si convince in questo modo di non adempiere alla ‘Legge’ (qui, più che la normativa religiosa del pensiero ebraico, pare connotare i suoi dettami sociali – matrimonio, vita comunitaria, etc). L’esperienza del mondo in K. è quella di un “vuoto perfetto“, intorno al quale egli vaga con la sola arma della parola. Le note che testimoniano le ansie verso il mestiere, peraltro, abbondano, ma l’urgenza dello stile, della qualità estetica, si sprigionano da questa allegoresi della scrittura come tentativo tragico di comprensione delle cose.

Nei Diari la pregnanza di alcune immagini terribili e bellissime lascia senza fiato, se pensiamo che sono scritte da uno dei tre o quattro scrittori decisivi del secolo: “Questo mucchio di paglia che sono da cinque mesi“; “In fondo sono un uomo incapace, ignorante, che, se non fosse andato a scuola, sarebbe esattamente in grado di stare accovacciato in un canile, di saltar fuori quando gli dessero da mangiare e di ritornare dentro dopo aver ingoiato il pasto”.

Viluppo difficile da districare, il caso K., non c’è dubbio. Scrivere per lui significa “saltare fuori dalla fila degli assassini“, ossia trovare un linguaggio da opporre a quello degli abitanti del Castello. Ecco perché, e Kafka insiste su questo punto anche nelle Lettere, l’opera richiede l’espunzione della vita, il suo allontanamento: non solo una modalità dell’assenza, ma paradossalmente, pure, la sola possibilità di intervento (interpretativo). Se la letteratura è finzione, per Kafka essa è altresì linguaggio della verità (o, almeno, del possibile), esercizio ermeneutico che libera lui dal mondo rivelandolo – ma mai sino in fondo: l’incompiutezza narrativa è inevitabile.

Pure, Kafka afferma di voler “morire in pace“. Riconosciuta l’ineluttabile inadeguatezza al vivere, egli confessa all’amico Max Brod che le sue opere migliori le deve alla provvisoria capacità di “morire contento”; non solo, dice di rallegrarsi nel descrivere situazioni in cui qualcuno sta morendo. “Mi piacerebbe spiegare il senso di felicità che ho in me di tanto in tanto, come appunto ora,” (dice riferendosi allo scrivere); o quest’altra, fulminante: “L’arte vola attorno alla verità, ma con la precisa intenzione di non farsi bruciare“. Una benvenuta leggerezza che segnala uno scarto – forse, il segno autentico di una ‘felicità del corpo’ che eccede la pura dimensione conoscitiva per regalare estasi improvvise.

Narrare consente anche, attraverso la rappresentazione, di illuminare la scena giocando con essa. Da un lato, lo scrittore imita Dio manipolando mondi (e si arroga suoi poteri: darsi la propria morte infatti non è soltanto lo scacco di una vita fallita, ma pure l’esplicarsi, se si vuole en artiste, della volontà di potenza, ridotta a questa singolare espressione). DalI’altro, quest’“uomo pieno di uno stupore infinito” ci appare come l’adepto di una strana dottrina nella quale la scrittura diviene una forma di preghiera attraverso la quale accogliere, allo stesso tempo difendendosene, il tramestio del proprio caos interiore: l’arte diviene “una difesa del nulla, una cauzione del nulla, un soffio di gaiezza prestato al nulla”.

2 pensieri su “Kafka e l’esigenza dell’opera

  1. Bello questo recupero del “felice nichilismo” di Kafka. Io aggiungerei al commento di Blanchot anche quello di Bataille che ne “la letteratura e il male ” ci ha portato oltre il limite della “parola utile”. E’ il pervicace rifuto di K di “essere padre” e di sottoporsi alle esigenze dell’ordine della realtà che ce lo rende vicino. La letteratura di Kafka è sovrana come l’attività dei fanciulli, come le lagrime, il riso, la morte o l’estasi. Lo scarafaggio viene gettato via, come la letteratura che non fa rivoluzioni ma “non serve” alcun valore al di là di stessa.

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