Vivalascuola. Quella sporca ventina

L’abbiamo visto anche noi che con loro (i ragazzi che non volete) la scuola diventa più difficile. Qualche volta viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si perde loro, la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile. E voi ve la sentite d i fare questa parte nel mondo? Allora richiamateli, insistete, ricominciate tutto da capo all’infinito a costo di passar da pazzi. Meglio passar da pazzi che esser strumento di razzismo. (Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria editrice fiorentina 1967)

Bruciare la scuola?

I miei motivi per bruciare relativamente la scuola sono
vorrei che i nostri prof a noi adolescenti con problemi ci invogliassero a venire in un’istituzione dello stato

vorrei essere trattata come tutti gli altri

non voglio che si facciano distinzioni solo perché altri hanno una pagella perfetta e la mia è un po’ in degrado

non mi piace vedere gente ignorante piena di soldi che si può permettere qualsiasi cosa: raccomandazioni, diplomi, e lauree comprate, anche un posto di lavoro che non merita.

Non mi piace vedere che il loro stipendio è più alto del nostro mentre mia madre si spacca il culo con persone cattive che la trattano come una schiava
Assunta 17 anni

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Cinque buoni motivi per bruciare la scuola
1) C’è poca organizzazione (o non c’è affatto)
2) Mentre noi non possiamo fare niente in classe i prof fanno i loro porci comodi
3) Ci sono troppi lecchini che vengono promossi senza aver combinato nulla
4) Ci sono alcune materie inutili
5) Ci sono dei prof che non sanno far altro che leggere il giornale
Nunzia 16 anni

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In fondo, in fondo non ho tanti motivi per bruciare la scuola perché mi ha dato tante possibilità di lavorare. Ma qua a scuola ci sono cose che non vanno. La legge non viene applicata a tutti. Però non la brucerei perché a me la scuola mi ha aperto gli occhi per riuscire a vivere al di fuori di qua.

Non la brucerei, io la cambierei la scuola italiana che è troppo flessibile con gli alunni e i professori. I prof usano il registro per metterci paura, e così non aiutano gli alunni ad andare avanti.

La scuola italiana a differenza delle scuole europee e mondiali non è niente. Non mi piace vedere il preside che non ha nessun contatto con la scuola e gli alunni. Vi parlo della scuola tunisina: da noi il preside veniva a farci lezione una volta alla settimana invece qua lo vediamo solamente tre o quattro volte l’anno
Rania 18 anni

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Io la brucerei perché la scuola la odio
Perché invece di dormire a casa devo venire a studiare
Io al posto della scuola ci potrei costruire un bel ristorante per il mio futuro
Io non vedo l’ora di finire la scuola e andare a lavorare
Nico 16 anni

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Più che la scuola come edificio brucerei tutti i professori che si approfittano della loro posizione e agevolano gli alunni che li sanno arruffianare

Non può mancare il preside… non ho capito ancora qual è il suo ruolo… stare seduto nella sua cara sedia?

Vorrei bruciare la scuola italiana perché pensa solo all’aspetto, per fare una buona impressione, ma se vai a fondo ci sono tanti problemi mai risolti
Miriana 16 anni

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Io non brucerei la scuola per i seguenti motivi:
1) perché mi ci trovo bene
2) perché senza scuola non saprei dove andare nella vita e nel mio futuro
3) perché grazie alla scuola ho conosciuto tante persone speciali
4) perché grazie alla scuola ho imparato a socializzare
5) perché grazie alla scuola le mie conoscenze si sono ampliate

Invece la brucerei:
1) perché tante volte ci sono molte ingiustizie
2) perché a volte la voglia non c’è sia di andarci che di studiare
3) perché tante persone non le digerisco
4) a volte le materie non c’entrano niente con il mio indirizzo
5) perché tanti prof non sono competenti
Celeste 15 anni

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Non è che io voglio bruciare la scuola, è la scuola che non va. Molti che iniziano perché hanno un sogno si trovano dopo due/tre anni a non avere più motivazioni e stimoli per continuare il proprio studio.
Io mi chiedo perché debba andare avanti a studiare se poi alla fine mi ritroverò si con un diploma in mano, ma a cercare un lavoro che non c’è e magari quando esco io sto a casa mentre magari un ragazzo con la terza media è a capo di un’azienda di famiglia. Non capisco però come sia possibile che l’Italia appaia agli occhi dell’intera Europa e del Mondo come un paese sviluppato.
Nicolas, 18 anni

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Io la brucerei perché i prof non sono giusti
La brucerei perché la scuola è un po’ razzista
Perché si dicono sempre le stesse cose
La brucerei perché il preside non punisce mai chi se lo merita
La brucerei perché le bidelle sono pagate per aiutarci invece stanno nel loro stanzino a bere il tè.
Francesco 17 anni

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La brucerei perché quando ci rivolgiamo ai prof loro nemmeno ci ascoltano
Perché è assurdo andare in segreteria e sentirsi urlare dietro per niente
Perché i prof mettono le note quando non servono e non le mettono quando serve.
La brucerei quando i prof fanno i lecchini con gli alunni
Martina 17 anni

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Brucerei la scuola perché:
1) fa schifo
2) non me ne va di alzarmi
3) i prof fanno i sapientoni
4) è una rottura
5) le leggi non mi stanno bene
6) brucerei la scuola e la Gelmini
7) brucerei la scuola e tutti dentro mettendo un po’ di tritolo per farla a brandelli
8) Fucilerei tutti quelli che rappresentano la scuola
9) Invece di bruciarla farei una fabbrica della morte, sterminerei tutti e dico tutti a partire dalla Gelmini
10) Per prima cosa farei il peggio casino: per esempio rubinetti rotti e cessi spaccati e poi tutti i banchi rotti, porte spaccate e per finire farei un bel falò con i prof.
Antonino 18 anni

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Quella sporca ventina
di Alessandro Cartoni

Me ne rendo conto: ormai la lucidità viene meno. Soprattutto quando entro in istituto. Lo sento quando varco la soglia e comincia questa impressione di leggera tachicardia, rabbia repressa e, ovvio, disgusto. E’ da un po’ di tempo che dura, a dir la verità, da quando sono cominciate le lezioni.

Va bene mi dico, sarà perché dormi poco, perché sei depresso, perché in macchina nel tragitto da casa a scuola non resisti al desiderio folle di mettere il cd dei Ramones. Una specie di risarcimento simbolico della tua giovinezza, che equivale all’ora d’aria dei carcerati. ”Beh…”, mi dice una vocina ragionevole, “non ti fa bene ascoltare questa roba prima del lavoro…” E’ vero non mi fa bene, lo capisco da solo. Ma quali sono le cose che ti aiutano quando entri in caserma? Non lo so.
Cerco di calmarmi allora, deglutisco e attraverso guardingo l’ampio ingresso dell’istituto.

Scusi prof…” mi urla il bidello da dietro e mi fa sussultare perché è come se qualcuno mi sparasse alle spalle. Mi attendo sempre qualcosa di terribile da questi richiami brutali che sfruttano la sorpresa e la collaborazione del mio spavento.

Prendo aria prima di girarmi e poi mi dirigo in portineria. Stavolta è roba da poco qualche circolare da firmare, niente di più. Potrei dirmi “è andata”. Invece mentre salgo le scale per raggiungere la classe mi domando perché continuo a sentirmi “colpevole”. Sì, la parola giusta è questa.

Ci sono trenta metri di corridoio tra me e la classe, sono in orario, anzi un po’ in anticipo, intanto la sensazione non se ne va. Rallento per avere il tempo di schiarirmi le idee. Rifletto: sono in orario, non mi assento per malattia, spiego, faccio le verifiche, tengo la classe (come si terrebbe una banda di cani semidomestici), segno le assenze, ho il registro moderatamente in ordine, allora cos’è?

Mi domando se la sensazione di colpevolezza non sia un effetto del mio abituale atteggiamento, della mia espressione non proprio collaborativa e non sempre raggiante. E se anche fosse?

A conferma di ciò un collega virtuoso, appena uscito dalla SISS, mi ha domandato l’altro giorno “ma sei sempre nero?”. Credo non volesse offendermi, però certo dal suo punto di vista, non era comprensibile questa mia aria di riottosità e di eterna scontentezza. Questa per lui è la migliore delle scuole possibili. Non ha mai conosciuto altro né mai lo conoscerà. Addestrato nelle aule universitarie, abituato a progredire in graduatoria a forza di master a pagamento, nominato annualmente dagli istituti o dai CSA, presto, quasi senza accorgersene, diventerà il braccio destro del dirigente, uno zelante collaboratore pronto a tutto.
Io vorrei dirglielo ma in fondo perché? E a cosa servirebbe? Mi prendono già per matto e non c’è bisogno che peggiori la mia situazione.

Adesso, mi dico, anzi mi ordino: smetti di menartela perché è solo una paranoia la tua ed entri in classe, fine dell’autoesame. Direi che mi sono quasi calmato.

La mia classe è questa: venti operatori della ristorazione tra cui tre disabili, un solo insegnante di sostegno, quasi sempre assente perché impegnato nell’orientamento.

Dunque questi sono i miei gioielli, ragazzi dal curriculum scolastico frammentato, pluripetenti, problemi vari di socializzazione, disagio sociale ed economico, emigrazione dalle regioni del Sud, dinamiche emotive incontrollabili e spesso violente. Qualcuno sbattuto fuori da altre scuole dopo il “regio” decreto sul cinque in condotta.

Li chiamo “i miei ergastolani” perché vogliono uscire di continuo, si inventano le scuse più assurde pur di stare fuori, aprono spesso le finestre perché soffocano (come i personaggi di Palaniuk), qualcuno, col talento drammatico, si mette entrambe le mani intorno al collo e vortica le pupille per segnalarmi che non ce la fa più. Non è che siano furbi, sono semplicemente realisti: hanno capito che se non fanno i compiti o non portano i libri è lo stesso, tanto nessuno li vuole tenere a scuola, dato che se troveranno un lavoro faranno i camerieri.

I camerieri non hanno bisogno di altro che del diplomino di tre anni. I camerieri sono utili nei ristoranti e l’unico esercizio vero che debbono imparare è riuscire a portare a tavola senza rovesciare il cibo sui clienti. I camerieri saranno pagati a giornata con un salario migliore di quello degli sfigati che stanno in fabbrica o che sono adesso cassintegrati. Per loro il cameriere è una figura mitica e straordinaria, salvifica, forse anche nobile che apre uno spiraglio nel loro destino nero di figli di emigrati. Questo me lo hanno scritto nei temi e forse non sbagliano.

Mi capita di osservarli e mi accorgo che hanno le facce più scure della mia quando rimangono in istituto, se invece vanno a fare tirocinio si sentono felici. Magari là si tirano le torte però ugualmente hanno la sensazione di fare qualcosa di concreto. La scuola per loro è solo una provvida sventura attraverso la quale conseguiranno il prezioso diplomino, per il resto è “aria fritta”. A questo punto potremmo confrontare i nostri reciproci disagi: io che entro in caserma e loro che entrano in galera.

Uno di loro, Salvatore, forse leggendomi nel pensiero, ha dichiarato poco tempo fa “Prof, a lei questo mondo non piace, vero?” Si riferiva alla scuola e alla realtà in generale, ho deglutito e gli ho risposto “ma tu che ne sai?” In fondo aveva ragione.

Confesso che non li odio, giuro, ci mancherebbe solo questo, la scuola mi ha piegato, mi ha umiliato, mi ha reso rancoroso e stanco, mi ha fatto odiare il mio mestiere, ma non mi ha ancora costretto a identificarmi col carnefice. Se porto S.King o R.Carver gli Operatori della Ristorazione leggono con me, ma non vogliono sentir parlare di figure retoriche, paronomasia e sineddoche, di antifrasi e onomatopee e altre corbellerie. A cosa servirebbero? A scrivere una bella poesia? Che potrebbero recitare a tavola mentre servono le lasagne? Un testo di Bukoswki è per loro infinitamente più vero del resto. E’ evidente che con loro i concetti di didattica e insegnamento diventano grotteschi. La verità, me lo hanno spiegato bene con lunghe perifrasi i colleghi, è che devi tenderli buoni, sorvegliarli, impedire che si aggrediscano, che si facciano male, che disturbino le altre classi di “bravi” ragionieri e di geometri, insomma che non facciano casino, tutto lì.

In soldoni dovrei fare il soprastante. Quello di Malpelo o di Ciaula, quella specie di secondino che bastona o premia a seconda dell’obbedienza. Ogni tanto spara perché ha anche il fucile.

Capisco alla fine che mi hanno murato insieme ai ragazzi in un ghetto, una specie di spurgo dell’istituto che serve a fare iscrizioni ma che deve essere tenuto in cantina, nella “cava di rena rossa”, un po’ in fondo, nella stanza nascosta della casa, perché non è bello da vedere.

Ormai mi sento anch’io come loro, una specie di negro dal cuore avvelenato, accetto il mio destino di quasi umano e spesso dico per schernirmi che insegno economia domestica. Così è per questo che la tachicardia e la rabbia passano quando entro in classe. “Noi siamo quella sporca ventina” dico a loro e a me stesso per farci coraggio. Uno di questi giorni gli farò vedere il film.

Alla fine so che quando sono dentro non posso più permettermi di seguire i miei drammi interiori, perché sono occupato a farli stare attenti. Ma quando esco dall’aula tutto ricomincia: mi sento assediato, circondato, braccato, sorvegliato. C’è una specie di sottile regime del terrore che si diffonde nelle scuole oramai, ma ci vuole lo stomaco fino per percepirlo. Anni fa, dentro la scuola mi sentivo ancora a casa mia, oggi mi sento “in terra ostile” come in un incubo di P. Dick.

Non è possibile mi dico, non può essere che questa sensazione sia solo farina del mio sacco, ci deve essere qualcosa di vero, oppure sono completamente andato, del tutto fuori di cervello.

Fuori nel piazzale, al sicuro dentro la macchina, inserisco il solito cd dei Ramones e di colpo mi sale l’odio verso l’istituto che detesto con i nervi, il cuore e l’anima. Hanno ragione I Ramones, questo è solo un sepolcrale cimitero, “I don’t want to be buried in a pet sematery…
Non condivido più nulla dei discorsi in “didattichese”, della cornucopia di parole fatte di buone intenzioni, della realtà da caserma nascosta dietro la farsa dell’efficienza.

Forse non sbagliano i colleghi a percepire in me una specie di traditore della causa, un rinnegato, qualcuno che è passato dall’altra parte. Almeno questo l’ho capito.

Ieri mattina gli operatori della ristorazione avevano tre verifiche, una dietro l’altra. Salvatore è sbottato e si è messo a urlare come un ossesso, “io all’istituto gli darei fuoco” ha detto in dialetto siciliano. L’ho guardato e ho immaginato d’un tratto l’abominevole parallelepipedo in preda alle fiamme col tetto che crollava e i finestroni che s’incrinavano fino ad esplodere. Il color giallo cacarella della facciata che si liquefaceva in tanti ruscelletti come fosse plastica, allora non ho resistito e gli ho sorriso. Avrei voluto dirgli “quando cominciamo?

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Confronti

Questi signori… ciò che propongono è di rendere uguali il figlio del professionista con il figlio dell’operaio…
(Silvio Berlusconi)

La scuola è aperta a tutti.
L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

(Costituzione della Repubblica Italiana, Titolo II, art. 34)

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Per galera la scuola
di Giuseppe Aragno

Gli insegnanti si facevano in quattro per metterlo a suo agio, ma Franco non voleva saperne di studiare.

– Non so più che fare con te – gli diceva disperata l’insegnante d’italiano, giovane e inesperta di fronte a una matassa così ingarbugliata – e non posso darti torto, pensava disperata, la scuola è ormai ridotta all’impotenza. Tu poni domande e noi non ti diamo risposte…

Ma perché non stanno coi preti e gli istitutori? – si chiedevano tutti. – Perché dobbiamo tenerli nella nostra scuola, se a scuola non vogliono stare?

L’asprezza tipica delle guerre tra poveri rendeva la vita scolastica impossibile, ma nella lotta sorda e feroce che lo metteva ogni giorno contro compagni e insegnanti incattiviti dall’impotenza, Franco sentiva il sangue tornare a scorrere nelle vene e gli pareva così d’essere vivo. Provocava la rissa e l’odio, che sempre più spesso agitava il cielo e il mare che aveva negli occhi, metteva in equilibrio la serotonina nell’inconsapevole e disperato laboratorio chimico che teneva in piedi la baracca della sua vita.

Il prezzo dello scontro era però salato e ogni volta qualcuno doveva appagarlo: l’insegnante segnava una nota sul registro e il prete che reggeva il convitto negava al convittore la visita ai parenti per il fine settimana. Chi si teneva dentro le lacrime, diventava più duro e maligno e, quando poteva, metteva soqquadro la classe. I più cedevano alla disperazione. “Non lo faccio più“, imploravano, “prometto di cambiare” sussurravano in un pianto dirotto, torcendosi in una rabbia devastante, che gli bruciava dentro i sentimenti umani. Puniti senza pietà, diventavano lupi travestiti da agnelli, gatte morte a vedersi, vendicativi dentro e pronti a far male se solo si presentava l’occasione.

Franco no. “Franco Meledandri non ha nessuno fuori” sbottava il preside sacerdote con una punta di rabbia impotente, quando un bidello lo portava da lui col registo e la nota. “Meledandri non ha nessuno fuori” ripeteva il ragazzo, ma sembrava impossibile capire se era per fare dispetto o per sentire fino in fondo il dolore che procura la solitudine. Imparare a fare i conti col dolore significa difendersi e perciò Franco sentiva un estremo bisogno di farsi del male.

I convittori, come i carcerati, pensavano di essere i soli a sognare di evadere dal convitto, ma talvolta, nei rari momenti in cui interni ed esterni firmavano brevi e precarie tregue, i ragazzi scoprivano che la scuola li accomunava almeno in una cosa: l’idea dell’evasione. Molti tra gli esterni vivevano la scuola con insofferenza e disagio. Non m’interessa nulla, ripetevano stanchi e demotivati. E c’era chi non sognava null’altro che il lavoro.

Fra scuola e lavoro, Franco non aveva dubbi: avrebbe dato l’anima al diavolo per uscire dal quel maledetto convitto. Il lavoro era per lui sinonimo di libertà. Gli piacevano da morire le ore dedicate a un laboratorio di teatro che la giovane insegnante d’italiano aveva messo in piedi tra mille difficoltà, ma non era certo che quella fosse scuola. Il professore di matematica ripeteva di continuo che la collega d’italiano non sapeva insegnare e Franco non riusciva a capire perché tutti quelli che a scuola lo avevano saputo interessare si portavano appresso questa etichetta di incapaci e sfaticati. Incerto tra vita e teatro, Il ragazzo riprendeva così la sua guerra personale.

Ancora un anno e mezzo in quest’inferno!, pensava ogni giorno. E più ci pensava, più sognava di scappare.
(da qui)

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Davanti ai loro occhi va in scena uno spettacolo immondo
di Marina Boscaino

Davanti ai loro occhi va in scena uno spettacolo immondo, nei confronti del quale non hanno sviluppato anticorpi sufficienti: ci sono nati dentro. Il mondo dei pacchi che se sei fortunato ti fanno diventare milionario in un attimo, il mondo dei famosi, dei re per una notte, delle veline che diventano ministro e dei presidenti della Camera che diventano show girl. Il mondo di Patrizia D’Addario e delle altre al palazzo del sultano; e della ex moglie del sultano, improbabile icona, che stigmatizza il ciarpame televisivo i cui proventi decennali costituiscono una buona porzione della vita lussuosa dei tempi in cui non esternava il proprio scandalo e dell’assegno di mantenimento che oggi percepisce.

Non è mai stato così netto il divario tra l’energia, lo studio, l’impegno, la concentrazione che richiedono (anche dopo tanti anni di insegnamento) le lezioni e gli esiti in termini di risultati didattici. Credi di averli incantati, di averli convinti, di averli aiutati a capire. Qualche volta ci riesci e ne sei felice, felicissima: sono i frutti di una resistenza indefessa, sono il motivo per cui non dici ogni giorno di più “ma, in fondo, chi se ne frega”. Sono i tuoi piccoli eroi personali, loro che in questo mondo loffio e truffaldino hanno ancora orecchie per ascoltare e la voglia di capire. Ma troppo spesso non accade. E quello che raccogli – il senso del tuo lavoro – è così contraddittorio rispetto a quegli sguardi che ti era sembrato di cogliere, a quel silenzio interessato che aveva accompagnato le tue parole.
(da qui)

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Lettera di una professoressa a don Milani
di Mila Spicola

Caro don Lorenzo,
sono passati quanti anni dalla lettera che mi hai inviato? 42? 43? Il mondo è cambiato mille volte da allora. E’ cambiato il mondo, sono cambiata io… Eppure io mi ritrovo a insegnare incredibilmente nella scuola dei tuoi poveri Giovanni, sempre più distinti dai ricchi Pierini…

Mi monta la rabbia perché penso a quel tuo alunno che mi scrisse: “andare a scuola è sempre meglio che spalare la merda”… Mi chiedo cosa siano le magnifiche sorti e progressive se il progresso ha condotto a questo. Il progresso o gli uomini? Abbiamo un ministro che ci ha tagliato i fondi. Non solo quelli che hanno buttato per strada migliaia di colleghi, ma ha tagliato i fondi per evitare che i miei Giovanni sia curati uno ad uno, che siano rimessi nelle stesse identiche condizioni dei Pierini più fortunati per operare una scelta.

Ti dico di più: come faccio a convincerli che solo la conoscenza li salverà? Solo la conoscenza li farà padroni del mondo? Solo la conoscenza ne farà adulti consapevoli? Come faccio a convincerli che la scuola non è un “servizio” ma un diritto alto? Se poi i loro fratelli più grandi, che faticosamente arrivano alla laurea e sono più bravi degli altri perché hanno studiato sodo e da soli, e poi magari decidono di accedere alle cariche o alle carriere che meriterebbero, cioè le migliori, beh, per quei ragazzi qua a Palermo, non c’è altra via che andarsene?… E allora a che serve battersi per una scuola pubblica? Per la diffusione della conoscenza, per la promozione del merito?…

A che serve se nessuno si rende conto che ad essere davvero messa in discussione, con la distruzione della scuola pubblica italiana, è la natura stessa della democrazia?
(continua qui)

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Dati

10° Rapporto Eurispes sull’infanzia e l’adolescenza: cosa desiderano i ragazzi per il loro futuro?

Il desiderio più grande, tra i giovani, è quello di trovare un lavoro soddisfacente (96,6%) e stabile (94%). Il 49,4% dei ragazzi pensa che sia “molto difficile” trovare un lavoro stabile e il 44, 1% che lo sia “abbastanza”. Allo stesso modo, il 44,1% dei ragazzi ritiene che sia “abbastanza difficile” trovare un lavoro soddisfacente, e il 42,9% pensa invece che sia “molto difficile”. Legato al desiderio di trovare un lavoro è il desiderio di soddisfare il bisogno di indipendenza, tanto che il 63% ha dichiarato di voler andare a vivere per conto proprio, una volta terminato il ciclo di studi o aver trovato un lavoro.
(Sintesi del rapporto)

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Rapporto Censis: tra genitori, dirigenti e prof prevale lo scoramento

“Il 92,6% dei giovani in uscita dalla scuola secondaria di II grado – scrive il Censis – ritiene che anche per chi ha un titolo di studio elevato il lavoro sia oggi sottopagato, il 91,6% pensa che sia agevolato chi può avvalersi delle conoscenze”. Ma non finisce qui. “Circa l’80% dei giovani di età compresa tra 15 e 18 anni si è chiesto almeno una volta che senso abbia stare a scuola o frequentare corsi di formazione professionale”.
(continua qui)

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Lo stipendio è un fatto ereditario
di Maurizio Ricci

Andate nel reparto maternità di qualsiasi ospedale. Guardate due culle vicine. I due neonati sembrano uguali, ambedue sani, vispi, vitali. Ma voi siete già in grado di dire che quello a sinistra, da adulto, guadagnerà almeno il 20 per cento in più di quello a destra, 2.500 euro al mese, ad esempio, invece di 2 mila. Come fate a dirlo? Semplice, quello a sinistra è figlio di un ingegnere…

Quanto pesa, dunque, lo stipendio di papà? In Italia, per quasi il 50 per cento. Questa, dicono le statistiche raccolte dall’Ocse, è la misura in cui il reddito dei figli riflette in Italia quello dei genitori.
(continua qui e vedi anche qui)

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Ocse, l’Italia tra i peggiori per la disuguaglianza economica
di Rosaria Amato

Negli ultimi anni in Italia si è pesantemente aggravato il divario tra ricchi e poveri. Secondo il rapporto dell’Ocse Growing Unequal?, che analizza la distribuzione del reddito e la povertà all’interno dei 30 Paesi che compongono l’organizzazione, l’Italia è infatti al sesto posto per il gap tra le classi sociali, dopo Messico, Turchia, Portogallo, Stati Uniti e Polonia.

La disuguaglianza economica è cresciuta del 33 per cento dalla metà degli anni Ottanta a oggi, contro una media Ocse del 12 per cento.
(vedi qui)

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Rapporto IARD

Le fasce di età giovane della popolazione sono pesantemente penalizzate rispetto a quelle dei coetanei europei. Hanno minori risorse investite e minori qualità e competenze rispetto ai coetanei dei Paesi dell’Ue (-6% in quelle di comprensione linguistica rispetto ai ragazzi tedeschi, -7% rispetto a quelli del Regno Unito, -5% rispetto alla Francia, ecc.; e valori non diversi in matematica e nelle competenze scientifiche); si laureano meno (la percentuale dei 20-29enni sul totale della popolazione in età corrispondente nel nostro Paese è del 31,8% contro il 34,7% della Spagna, il 55,9% del Regno Unito, ecc); leggono meno (al nostro 53,8% corrisponde il 66,0% della Francia o il 72,3% della Spagna); utilizzano meno le nuove tecnologie (l’accesso a Internet nelle famiglie italiane è del 43% a fronte del 67% del Regno Unito e del 71% della Germania) e, per finire, hanno un tasso di disoccupazione giovanile che è tra i più alti in Europa (il 20,3% in Italia contro il 14,4% del Regno Unito, il 18,2% della Spagna, il 19,3% della Francia e l’11,1% della Germania, ecc.).
(vedi qui)

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Un libro

Immobilità diffusa. Perché la mobilità intergenerazionale è così bassa in Italia
di Roberta Carlini

Negli anni è crescente l’effetto del prestigio occupazionale dei genitori, delle risorse educative presenti in casa e del reddito. Cioè delle variabili socio-economiche, che diventano più importanti di quelle culturali. Tutti fattori che – dimostra lo studio (di Daniele Checchi e Silvia Redaelli, intitolato “Relazione tra ambiente familiare e acquisizione di competenze nei giovani italiani quindicenni”, nel volume “Immobilità diffusa. Perché la mobilità intergenerazionale è così bassa in Italia”) – agiscono a monte, attraverso la scelta del tipo di scuola: cruciale soprattutto il passaggio dalle medie alle superiori, nel quale ancora prevale sulla valutazione del merito il background familiare.

Un sistema dell’istruzione così fatto potrà andare benissimo a chi nella “società immobile” ha già conquistato i posti migliori e all’ideologia della conservazione – che al massimo nella scuola cercherà e troverà costi da comprimere e clienti privati da accontentare. E’ questa la linea governativa, che a settembre farà riaprire le scuole con meno maestri e professori ma identiche inefficienze e ingiustizie. Ma cosa ne pensano tutti gli altri, dalle parti di quella sinistra che la lotta all’immobilità sociale dovrebbe avercela nel dna?
(continua qui)

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Ultime dalla scuola
La Corte Costituzionale ha ritenuto incostituzionale la norma che metteva limiti al numero degli insegnati di sostegno, qui.

Licei Musicale e Coreutico: saranno solo 11 anziché 50, cade di fatto un pezzo della riforma proprio nella sua più vantata novità, qui.

Il governo non sblocca i fondi (773 milioni di euro) per la messa in sicurezza dell’edilizia scolastica, qui.

E’ di oltre un miliardo il debito del governo con le scuole, qui.

Rapporto Legambiente sulla qualità dell’edilizia scolastica: nel 2010 peggiora ancora rispetto al 2009, qui.

Una nuova forma di protesta: la scuola va a rotoli.

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Tutti i materiali sulla “riforma” delle Superiori qui.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Un appello di docenti per la scuola pubblica.

Guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Una guida normativa per l’anno scolastico 2009-20010 qui e qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas.

Spazi in rete sulla scuola qui.

14 pensieri su “Vivalascuola. Quella sporca ventina

  1. sono fermamente decisa a disinvestire affettività e energie dalla scuola. lavorare nella direzione contraria a quella orripilante descritta dagli studenti, non ha sortito nessun effetto, con l’aggravante che non ne esce salva nemmeno la dignità personale: quella professionale è già sotto i piedi di molti, e non solo dei politici.
    la scuola non funziona perché in alto non ci ha mai creduto nessuno. tutti si sono passati la palla in barba alla costituzione: che evoca un’idea di giustizia e qualità degli studi, ma tutto finisce nelle belle parole. poi arriva il mostro che dice oltretutto parole tossiche sul conto degli studenti, figli di tizio piuttosto che di caio. però tutt’attorno c’è un tessuto di connivenza che nutre quest’immagine negativa e abusata della scuola. dall’antagonismo con i professori orgogliosamento celebrato da ex cattivi studenti, alla distinzione, da parte di studenti di oggi, delle materie in “inutili” e “utili”. dalla pretesa tutta passiva di trovare bell’e confezionate le motivazioni a stare a scuola, quando l’orizzonte di quegli stessi che le pretendono come uno strumento del kit è maria de filippi, alla taccia di razzismo da parte dei professori stessi. senza una partecipazione allargata non se ne viene fuori: anche se cambiasse l’assetto politico credo che la scuola si terrebbe la deforma* gelmini, che è la cosa più barbarica che mai sia stata pensata. ho detto altre volte che persino qui su lpels la coraggiosa rubrica VLS passa inosservata, snobbata, forse derisa. vado a scrivere un pezzo sui cessi della scuola, come mi è stato consigliato.

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  2. Cara Lucy, sto per uscire, ma prima volevo ringraziarti dell’intervento e dirti che capisco il disagio che esprimi. Anche Alex nel suo articolo esprime il disagio nei confronti di una scuola in cui gli “ergastolani” sanno già di essere condannati all’emarginazione e perciò demotivati e arrabbiati.

    Però, ricordi il film “Una sporca dozzina”? Lì dodici disperati che stavano attendendo in carcere l’esecuzione delle loro sentenze, sotto la guida di un Maggiore, si trasformano in un gruppo affiatato e pronto a sacrificarsi per ognuno dei suoi componenti, e capace di riuscire in un’impresa pressoché impossibile.

    Allora, anziché “disinvestire affettività e energie dalla scuola”, che fra l’altro è operazione che metterebbe in contraddizione con se stessi, io consiglierei, come nel film evocato non a caso nel titolo di questa puntata di vivalascuola, di cercare di dare uno scopo a questi ragazzi, come fra l’altro leggiamo nella “Lettera a una professoressa”…

    Per adesso un caro saluto, a dopo.

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  3. “senza una partecipazione allargata non se ne viene fuori”. d’accordo con lucy, anche con le parole successive – e lo scrivevo tempo fa, come lei stessa e giorgio e alex forse ricorderanno, e quest’amarezza va presa per le corna, non averne paura, gridarla ad alta voce se serve – argomentarla agli ignari, e nello stesso tempo non soccombervi
    saluti a tutti

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  4. “senza una partecipazione allargata non se ne viene fuori”: sono d’accordissimo, con Lucy e con Michele che nel frattempo è intervenuto. Perché questo avvenga occorre avvertire che «il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia».

    Ma questo non mi pare il sentire comune, perciò sia l’insegnamento sia la politica oggi sembrano una missione impossibile.

    Infatti non solo non c’è una partecipazione allargata alle problematiche della scuola, ma addirittura chi è al potere governa contro la scuola: con tagli di risorse e l’accentuazione del carattere di classe dell’istituzione, ispirata a una cultura basata sull’egoismo degli interessi e a una sorta di risentimento nei confronti della scuola e degli insegnanti che sembra tipico di ignoranti arricchiti. E gran parte della società, dei mass media, dei genitori, degli studenti sembra permeata dalla stessa cultura.

    Nello stesso tempo ricordo che anche in tempi in cui la società era più integrata una vera partecipazione allargata ai problemi della scuola non c’è stata. Anche al buon tempo antico del dopoguerra e della nascita della scuola repubblicana, la scuola era quella che promuoveva i Pierini e bocciava i Gianni, altrimenti un libro come la “Lettera a una professoressa” non sarebbe stato scritto.

    Perciò, se è bene avere in mente una scuola ideale, non possiamo però non lavorare con la scuola reale. Quindi penso che anziché sottrarci, come d’altra parte non saremmo nemmeno capaci di fare, dobbiamo assumerci, Lucy, questa missione impossibile, come tu stessa dici spesso quando racconti il lavoro che fai con i tuoi studenti.

    Ma come condurre questa missione è un altro discorso, l’insegnamento è una scienza sperimentale, la via si impara anche facendola.

    Possiamo tenere presente alcune indicazioni, ad esempio alcune che ci derivano dalla “Lettera”: non attuare una selezione di classe; a quelli che sembrano cretini perché arrivano a scuola svantaggiati dalla provenienza sociale dare il tempo e le metodologie necessarie; agli svogliati dare uno scopo; lavorare insieme (appunto!)…

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  5. “Come faccio a convincerli che la scuola non è un “servizio” ma un diritto alto?”

    Tra le molte emergenze sociali, quella educativo-formativa dei giovani è tra le più sottovalutate e indifferibili. Un’emergenza che ben comprendono gli insegnanti quanto i genitori di adolescenti e pre adolescenti (come nel mio caso). Ci vuole spesso una sintonia, un’empatia e una pazienza non da poco per accorciare distanze, evitare fughe, paure e conflitti; per costruire un equilibrio dinamico tra normatività e libertà, che non sia anarchia ma neppure comodo permissivismo. nell’affrontare questa situazione ci si ritrova spesso soli – studenti, genitori e insegnanti – là dove andrebbe invece prevista formazione adeguata e sostegno, alla bisogna, da parte di esperti (psicologi e figure simili). Esattamente il contrario di ciò che perseguono queste riforme scellerate, dove si è voluto tagliare persino sugli insegnanti di sostegno, pericolo ora scongiurato, parrebbe.

    Grazie a Giorgio, come sempre, e agli autori degli interventi contenuti in questo post.

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  6. grazie, giorgio, delle parole di incoraggiamento che rappresentano il versante buono della scuola: l’unico che merita di essere scalato. l’altro è quello burocratico e idiota in quanto burocratico, che si risolve in una scuola fatta di verifiche e voti e pagelline che servono ai presidi per segnalare la loro efficienza e mettersi al sicuro da rogne. correndo dietro a questo sistema si perde di vista l’insegnamento che è altra cosa. si perde di vista l’opportunità di verificarne l’efficacia: che forse non c’è, ma come possiamo, appunto, verificarla? con le verifiche di recupero del debito? i ragazzi hanno tempi brevi per un verso, e tempi lunghi per un altro. con tutto quello che ci arriverà addosso, se non mettiamo NOI un freno a tanta idioburocrazia, la scuola pubblica diventerà quella cosa orrenda che ci viene già attribuita “a prescindere”, diventeremo dei ligi fabbricatori di “poveracci”, di schiavi, di ignoranti. che altro possiamo fare, poveretti noi, frustrate carogne, se non opprimere, insegnare cose storte, far dilagare l’ingiustizia? ho creduto fin qui di aver lavorato per una skolé, un luogo in cui stare bene: a costo di stare male io. adesso si cambia: e se è vera la reciproca, tutto funzionerà a meraviglia. uno dei tanti paradossi di quest’epoca vile ignominiosa disperata.

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  7. Grazie a Giovanni e a Lucy.

    A proposito dell’idioburocrazia, Lucy, volevo annunciarti che sto preparando una puntata sul disagio.

    E per stare al tema di questa puntata, segnalo un articolo qui:

    http://www3.varesenews.it/busto/articolo.php?id=167609

    dove fra l’altro si dice questo:

    “C’è poi il punto dolente della domanda del mercato del lavoro. Nella ricca e moderna provincia di Varese, servirebbero un 8% di laureati, 40% di diplomati, 50% con la terza media. Questo è quanto: non c’è da stupirsi se poi si torna all'”appena puoi vai a lavorare”.

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  8. Condivido quello che dice Lucy, ma anche quello che dice Michele, l’amarezza va gridata ad alta voce e bisogna farne tema e discorso scolastico, coinvolgendo anche gli utenti. Bisogna evitare di seguire la deriva idioburocratica che è sopratutto deriva politica (nulla accade per caso) e che vorrebbe porre gli utenti contro gli operatori. Se la scuola va male (e se a scuola si sta male) bisogna rispedire le critiche al mittente con nome, cognome e “reato”. Far capire alla gente che il progetto del dirigente coincide (salvo rare eccezioni di cui pure si è parlato) troppo spesso con quello della Gelmini. Bisogna riconquistare gli spazi di collegialità e le forme assembleari per decidere insieme quello che va e quello che non va. Bisogna smettere di delegare. Bisogna tutelare lo spazio dell’aula come uno spazio urgente e democratico che non può essere sottoposto a nessuna mediazione politica e che non è merce di scambio. Bisogna fare lezione fuori dei brutti casermoni che chiamano “scuole” per far capire che la scuola siamo noi e che la scuola “è” dove c’è la relazione educativa. Bisogna spedire lettere aperte a tutti e chiamare la stampa. Bisogna recuperare i fini e resistere, resistere, vendere cara la pelle e far capire che se qualcuno vuole sbatterci fuori ci deve mettere la faccia come ce la mettiamo noi. Siamo in guerra, per quel che mi riguarda.

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  9. Grazie, Alex, per il tuo testo e per questo ultimo commento.

    Rimandare le colpe a chi in primis le ha, questo mi sembra un compito educativo e politico insieme, Vuol dire non “nascondere l’assurdo ch’è nel mondo”, come diceva Danilo Dolci in una bella poesia:

    C’è chi insegna
    guidando gli altri come cavalli
    passo per passo:
    forse c’è chi si sente soddisfatto
    così guidato.

    C’è chi insegna lodando
    quanto trova di buono e divertendo:
    c’è pure chi si sente soddisfatto
    essendo incoraggiato.

    C’è pure chi educa, senza nascondere
    l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
    sviluppo ma cercando
    d’essere franco all’altro come a sé,
    sognando gli altri come ora non sono:
    ciascuno cresce solo se sognato.

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  10. In uno dei nostri “plessi” (assemblee di docenti), proprio oggi si considerava (ridendo anche) che ci si sente, a metà anno e oltre, come dei reduci da battaglie o sopravvissuti a calamità naturali.
    L’insegnante sta diventando sempre più esperto di cose assurde ( es. piccolo, piccolo: cercare chiavi introvabili e scoprire che ci sono ancora quelle di porte già sostituite anni or sono!)
    Una collega l’altro giorno diceva sottovoce: “Il pesce avariato, puzza dalla testa!” Chissà cosa avrà voluto dire!
    Il pensiero critico, “divergente” e la capacità di trasformare, riciclare, fare miracoli, sono ormai abitudini quotidiane.
    Dove qualcosa si inceppa, o qualcuno non ce la fa proprio più, succede come a quel concerto di Roma, interrotto dieci minuti prima del finale.
    Nella scuola (ma non solo) si sopravvive, stringendosi un po’ di più gli uni agli altri.
    Rimane l’ambizioso “progetto” (perdonate il termine) di lavorare, educare, istruire.

    “ciascuno cresce solo se sognato”

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  11. Grazie, Paola. Anche io direi che siamo impegnati su più fronti, da una parte rispondere a chi distrugge la scuola, dall’altra lavorare, educare, istruire.

    E’ educativo che diciamo a famiglie e studenti che la nostra azione educativa è ostacolata e menomata da scelte di un governo che risparmia sull’istruzione e non sulle massaggiatrici di Bertolaso e i festini del premier; che la carenza di spazi, risorse, tecnologie, una consapevolezza sociale del ruolo dell’istruzione non ci permette di fare al meglio il nostro lavoro. Questo è educativo e la comunità scolastica si costruisce anche in questo modo.

    D’altra parte, la scuola è sperimentare una vita possibile, e allora, pur tenendo presenti – e lottando contro – i limiti del contesto, non possiamo basare la nostra presenza a scuola solo sulle figure del “nemico” (potere, società, media. ecc.) e della “vittima” (noi), ma cerchiamo di costruire già adesso quella vita, quella società, quei mutamenti possibili.

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  12. “ciascuno cresce solo se segnato”
    e la scuola ci ha “segnato” (un po’ meno meno sognato…), ci segnerà, “noi” e “loro”.
    Non me ne voglia Paola Renzetti, ma era solo un’interpretazione, del suo lucido commento

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  13. Sì Alex, sono vere tutte e due le cose. Condivido e (almeno per me) quel poco “sogno” è stato essenziale.
    Un caro saluto

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  14. Caro Prof.Cartoni, ho letto con grande tenerezza il suo sulla “sporca ventina” e mi ha toccato , in quanto sono una mamma di quel gruppo. Ma Sono ,anche ,una reduce del \68 , come si dice in giro e credo fortemente nei percorsi individuali , un buon insegnante può appassionarli,farli crescere e aprire il loro cuore e le loro menti, quindi non solo camerieri, ma proseguire come chef e maestri cioccolatieri, perchè essere pratici nella vita è comunque una grande dote. Non solo vanno tenuti “buoni”, ma fatti avanzare in questo mondo così difficile e come nella scuola di Barbiana potranno diventare della persone.
    P.S. complimenti per la scelta della questione meridionale, nel programma.
    Sono ancora una sognatrice, ma spero che la scuola al di fuori dei programmi ministeriali insegni loro la bellezza ,l’amore e la speranza…
    Saluti.

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