Ravel: una biografia antifrastica

di Linnio Accorroni

Ho appena finito di leggere ‘Correre’ di Jean Echenoz. Due anni fa avevo letto, con uguale piacere ed ammirazione, un’altra delle sue biografie inattendibili, quella su Ravel. Questa (con qualche piccola variazione) è la recensione che scrissi in quell’occasione per Stilos old version.

Jean Echenoz Ravel, Adelphi, 2007, pag.116, euro 14,00.

Tutto su Ravel, niente a proposito di Ravel: forse solo cosi, con un escamotage retorico magari pure logoro, si può condensare la strana impressione che proviene dalle lettura delle pagine di quest’opera che affascina ed irrita, che stupisce e magnetizza. Quello che è sicuro è che, chiusa l’ultima pagina, si vorrebbe saperne di più non tanto sul biografato quanto sull’autore: sapere se, per esempio, anche gli altri suoi scritti sono caratterizzati da quello che il risvolto, in perfetto Adelphi’s Style, definisce acutamente come “stile impavido”. Una prosa sottile e perfetta in effetti è quella che si stende sulle pagine di questa ‘relazione biografica’ assolutamente sui generis: una sinossi parziale ed arbitraria che s’avanza per dettagli ed ellissi e che, proprio a partire dalla centralità di questi eventi minimi dall’apparenza inerziale, compongono un quadro attendibile di un’esistenza tanto famosa quanto esemplarmente irrilevante: quella di Maurice Ravel. Perché poi, in fondo, i nodi più importanti dell’esistenza di questo musicista ci sono tutti nel libro: la storia del Bolero, l’antagonismo, motivato da un’inconciliabile diffidenza, con Toscanini, il rapporto complesso ed ambiguo con quel Paul Wittgenstein, mutilato di guerra, per il quale Ravel aveva composto il famoso Concerto per la mano sinistra, la tournée in America, la rivalità con Gershwin, le relazioni bizzarre con il cinema e con la letteratura,…Ma mai come in questa opera ciò che conta è il ‘come’ e non la ‘cosa’: e, da questo punto di vista, di formidabile impatto appare la capacità che Echenoz ha di fondere insieme pietas, commozione, canzonatura ed ironia in una scrittura di impalpabile esattezza. Del resto, iniziare questa biografia con la paziente descrizione dell’‘(anti)eroe eponimo’ mentre prende un bagno, prima di un lungo viaggio, ci apre una modalità di lettura e di approccio al personaggio del tutto particolare tanto che non sarà più abbandonata fino alla fine. La materia trattata- Vita di un musicista famoso- sarebbe pure ingombrante e rilevante (Ravel a 52 anni è all’apice della gloria, si contende con Stravinskij il ruolo di musicista più apprezzato del mondo, i giornali sono pieni di sue foto e di cronache della sua vita), ma Echenoz preferisce intrattenerci su tutta una serie di dettagli che, nella prospettiva di questa narrazione irregolare ed originalissima, assumono uno spessore infinitamente più interessante sia degli incontri avuti con i personaggi illustri che della composizione di opere famose. Per esempio, le tecniche messe in atto da Ravel per sconfiggere l’insonnia o, almeno, depistarla; oppure l’elencazione del vestiario da perfetto dandy degli anni ’30 preparato per una partenza oltreoceano (“Oltre ad una valigetta azzurra piena di Gauloise, […] sessanta camice, venti paia di scarpe, sessantacinque cravatte e venticinque pigiami che, se si tiene conto del principio della parte per il tutto, danno un’idea dell’insieme del suo guardaroba”); alcuni cenni decisivi sulla filosofia dell’arredamento post Belle Epoque; la vexata quaestio della solitudine del genio e la sua misantropica indifferenza verso il prossimo; la problematica ricezione dell’opera d’arte in epoca moderna; i travisamenti e le incomprensioni che paiono ricorrenze insopprimibili nel percorso artistico di ogni innovatore,… Ma soprattutto la maledizione che si abbatte su chi, come Ravel, è vittima inerte, malinconica preda di un ennui perenne e debilitante: “ la noia per Ravel è una vecchia conoscenza: associata alla fiacca, la noia può spingerlo a giocare per ore a diabolo, a sorvegliare la crescita delle unghie, a confezionare origami o modellare anatre con la mollica di pane,…”. Ciò che incuriosisce e sorprende è che, con il passare delle pagine, invece di diradarsi, il mistero su Ravel si infittisce e si allarga sempre di più: la densa nebbia nella quale si muovevano i non- specialisti di questo musicista, tranne alcune nozioni elementarissime ( sì, va bene, il Bolero, certo,anche quella sonata per piano ed archi a commento di certi noiosissimi film d’oltralpe, etc…) diventa sempre più fitta con il progredire delle righe e delle pagine. Come in una specie di incubo onirico, ci si illude di avvicinarci sempre di più all’oggetto dei nostri desideri, mentre esso invece si allontana impercettibilmente, ma decisamente: una biografia antifrastica, che invece di svelare, copre e nasconde. In un’ intervista rilasciata proprio da Jean Echenoz a Beppe Sebaste questa ipotesi viene confermata: “più cose imparavo, più mi avvicinavo a lui, più lui si allontanava da me, come se fosse possibile stabilire una relazione intima, e la distanza restava permanente”. In fondo, il percorso di Ravel, in questo libro di Echenoz, è quello di uno che da Persona si ritrova involontariamente Personaggio attraverso sottili, inavvertiti spostamenti semantici, giocati all’interno di una prosa incisiva e indifesa, chiara ed elegante, cifrata e misteriosa, che aderisce specularmente al Personaggio Ravel.

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