Pensieri sottobanco. La scuola raccontata alla mia gatta

Giovedi’ 18 marzo 2010 alle ore 17.00, presso il Teatro annesso al Convitto Colombo, Corso Dogali 1, Genova, verrà presentato il libro Pensieri sottobanco. La scuola raccontata alla mia gatta, di cui qui sotto presento il Prologo.

Il libro, a cura di Paolo Fasce e Domingo Paola, con Prefazione di Nando dalla Chiesa e Introduzione di Dario Ianes, presenta contributi di: Christian Abbondanza, Andrea Angiolino, Alessandro Cavanna, Enio De Marzo, Luigi Fasce, Giulia Ferrara, Onorina Gardella, Stefania Gastaldo, Paolo G. Malerba, Emanuela Massa, Giovanni Meriana, Maurizio Parodi, Pierfranco Pellizzetti, Luigi Vassallo.

Alla presentazione saranno presenti gli autori Christian Abbondanza, Alessandro Cavanna, Luigi e Paolo Fasce, Onorina Gardella, Stefania Gastaldo, Paolo G. Malerba, Emanuela Massa, Giovanni Meriana, Maurizio Parodi, Pierfranco Pellizzetti.

Modera Donata Bonometti (Il Secolo XIX).

* * *

Prologo

di Paolo Fasce e Domingo Paola

Io non voglio essere seguito, voglio essere reinventato
Paulo Freire

Perché scrivere ancora della scuola e sulla scuola? L’idea nasce dall’esigenza di dare una lettura assai diversa da quella che Paola Mastrocola dà della crisi del sistema di istruzione nel suo libro La scuola raccontata al mio cane (Mastrocola, 2004).

Il Mastrocola-pensiero si esprime con apparente arguzia, banalizzando problemi delicati che riguardano la gestione di un sistema che sta diventando sempre più complesso.

Ecco un suggerimento della Mastrocola ai suoi colleghi di Lettere:

«E allora dobbiamo semplicemente entrare in classe e leggere Dante. O un pezzo di Dickens, o una lettera di Kafka o due versi della Cvetaeva… non importa cosa sia: qualsiasi cosa che faccia parte del nostro comune e universale patrimonio di studio; questa cosa dobbiamo portarla in classe e semplicemente leggerla. Poi chiudere il libro, alzare gli occhi e uscire. Basta, la lezione è finita».

Geniale, no? Basta, la lezione è finita: si chiude.

Noi abbiamo altre idee e convinzioni. Ricordiamo don Milani (1967), che suggeriva tre azioni semplici e rivoluzionarie:
1. non bocciare; (1)
2. a quelli che sembrano cretini dare la scuola a tempo pieno;
3. agli svogliati basta dare uno scopo.

Ci sembra difficile coinvolgere gli studenti, far crescere la loro responsabilità e aiutarli a trovare uno scopo se, dopo aver letto Dante, si chiude il libro, si sancisce la fine della lezione e si esce.

La collega Mastrocola scrive che «nel verbo trasmettere c’è anche una specie di imperativo morale».

Noi abbiamo altre inclinazioni culturali e pedagogiche.

Ci ispiriamo a Danilo Dolci, che ha sempre detto che l’apprendimento significativo richiede partecipazione, consapevolezza, coinvolgimento, responsabilità e che può essere attivato grazie al metodo maieutico, che valorizza le risorse, rifuggendo dalla pratica trasmissiva che rischia di trasformare gli studenti in passivi e annoiati ripetitori, provocando il rifiuto della scuola e un conseguente spreco di risorse umane («Altro è ridursi a ripetere, come i virus; e altro è l’ampliarsi di funzioni organiche che valorizza possibilità evolutive», Dolci, 1996).

La collega Mastrocola propone un progetto di Scuola-Stanza, tutta per sé, chiusa ai clamori del mondo. Noi abbiamo un altro progetto: quello di una scuola aperta sul mondo e di un mondo che entri a scuola.

Abbiamo altre idee e altri progetti, e abbiamo quindi scritto un libro diverso, anche in modo diverso.

Intanto questa volta cerchiamo di spiegare la scuola a una gatta (quella di Paolo Fasce); per contrapposizione alla scelta della Mastrocola, ma anche perché sembra che i cani siano soprattutto fedeli, mentre a noi serve un interlocutore critico e indipendente, qualità tipiche dei gatti e ancor di più se di sesso femminile.

Questo è un diversamente libro. Ognuno di noi ha scritto un intervento e ciascuno di noi ha chiosato gli interventi degli altri per cercare di far emergere un dialogo, una varietà, un germe di ipertestualità e di ricchezza di punti di vista. Abbiamo cercato di fare dei vari articoli degli assolo di componenti di un’orchestra, mentre le note, le chiose, i rimandi orizzontali suonano come gli altri elementi che accompagnano ed esaltano l’assolo. Questo perché ci piace la scuola plurale, dove i docenti dialogano, si interrogano, costruiscono assieme, non si rinchiudono dentro un’aula, né nella Scuola-Stanza.

Questo libro è anche un grido di dolore, di nobile e necessaria indignazione, in un momento in cui si sta sferrando un attacco violento e scellerato alla scuola statale, al suo ruolo e alla sua funzione.

Non potevamo assistere in silenzio; non potevamo stare fermi. E così cantiamo e ci muoviamo in varie direzioni, ma con un intento unitario che è assieme di resistenza, di esercizio del non pessimismo della ragione, perfino di proposta e di ragionevole speranza.

Il libro raccoglie contributi di Christian Abbondanza, Andrea Angiolino, Alessandro Cavanna, Enio De Marzo, Luigi e Paolo Fasce, Giulia Ferrara, Onorina Gardella, Stefania Gastaldo, Paolo G. Malerba, Emanuela Massa, Giovanni Meriana, Domingo Paola, Maurizio Parodi, Pierfranco Pellizzetti, Luigi Vassallo e Anastasia (figlia di uno degli autori).

Sipario!

*

Nota
(1) Si è a lungo discusso su questo vincolo al quale si sono attribuiti molti mali della scuola di oggi. Ci sembra di dover ricordare il fatto che sia determinante il contesto storico nel quale quest’affermazione è stata fatta. A quattro anni dall’introduzione della scuola media unica (1963), la scuola, bocciando, esercitava la selezione di classe. «Non bocciare» (Milani, 1967) ha quindi un significato preciso: no alla selezione di classe. Difendere acriticamente il «non bocciare» di don Milani oggi, e non coniugarlo alla realtà che ci circonda, ci pare un voler essere aristotelici formali e non nelle metodologie. Galileo Galilei pensava di essere, a buon diritto, più aristotelico di quelli che lo erano in quanto interpreti di un dogma.

7 pensieri su “Pensieri sottobanco. La scuola raccontata alla mia gatta

  1. Bella domanda, Antonella, su cui, come si dice nella nota, si è a lungo discusso. Ma qui brevemente.

    Innanzitutto richiamo l’attenzione sulla nota, che riporta l’affermazione al contesto in cui è stata fatta e dice:

    “Ci sembra di dover ricordare il fatto che sia determinante il contesto storico nel quale quest’affermazione è stata fatta. A quattro anni dall’introduzione della scuola media unica (1963), la scuola, bocciando, esercitava la selezione di classe. «Non bocciare» (Milani, 1967) ha quindi un significato preciso: no alla selezione di classe.”

    Leggendo la “Lettera a una professoressa” si capirà meglio l’affermazione. Insomma, come si fa a dire che ci vuole, la bocciatura, se le condizioni sono falsate in partenza?…

    In ogni caso, non sarebbe un successo per la scuola se tutti raggiungessero buoni risultati?

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  2. Nella nota, Antonella trova la nostra interpretazione del “Non bocciare” di Don Milani. Nel libro parliamo di selezione esplicita e di selezione implicita, quella che fa andare avanti, senza promuovere apprendimenti significativi.
    Non mi farete riassumere il libro in una form, vero?
    A presto e grazie a Giorgio della segnalazione!

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  3. La scuola cerca interlocutori. Ma a chi rivolgersi? A parte gli addetti ai lavori (che sanno già tutto e si dicono di tutto!) non rimangono che alcuni rappresentanti del genere animale. E’ un momentaccio e la scuola guarda al futuro con fifficoltà (preoccupante, se si pensa ai suoi veri protagonisti). Mi prendo cura, mi importa: “I care”.
    Per andare avanti, si guarda al passato. Anche la TV, propone esperienze che si rifanno alla scuola di Barbiana. Ieri al TG regione lombardia, si parlava di una scuola popolare in un quartiere alla periferia di Milano, che raccoglie i dispersi della scuola media.
    Qualche giorno fa un documentario girato in Libano, proponeva un’esperienza di donne, che gestiscono (con il contributo delle istituzioni) una biblioteca-scuola, aperta tutto il giorno, senza problemi di orari rigidi: le mamme quando tornano dal lavoro vanno a prendere i loro figli.
    Da noi certi nidi, chiudono alle 17,3O. Come si sa, nel pomeriggio in alcuni contesti, dove più ci sarebbe bisogno di aiuto, non c’è nulla, solo la strada o la solitudine.
    Dov’è la scuola? Dove sono la società e lo stato sociale?

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  4. Scusate… era difficoltà, ma anche fifficoltà, non va male!
    Buona giornata a tutti gli scolastici e non.

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  5. Io direi che prendere sul serio quello che la Mastrocola dice della scuola è un atto di umiltà esagerata da parte di un’insegnante. Tanto varrebbe prendere sul serio quello che Berlusconi dice del sesso. La Mastrocola è una cabarettista della letteratura, come ce n’è tanti in Italia: non importa se fa o faceva l’insegnante. La scuola entra nei suoi libri come pretesto per barzellette.

    Al contrario, le esperienze di Don Milani furono qualcosa di tremendamente serio, ma che sarebbe sbagliato esportare tout court dall’ambiente di una comunità nata intorno a un maestro al marasma della scuola pubblica, soprattutto se si tratta di scuola superiore, oltre la fascia dell’obbligo. La distinzione di Paolo Fasce (se ho intuito bene) mi sembra una cosa molto intelligente. Peggio di tutto (come aveva già scritto Ivan Illich) è premiare la frequenza scolastica in quanto tale.

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  6. “Peggio di tutto premiare la frequenza scolastica in quanto tale”. Certo… se uno frequenta e non fa nulla, o impedisce agli altri di lavorare, non va premiato e non fa una grinza.
    Potrebbe essere la logica interna alla scuola stessa (in fondo lo è sempre stata). Non farebbe una grinza, se ci fossero alternative valide alla scuola, fuori dalla scuola e se la scuola stessa le avesse provate tutte: offerte, opportunità, percorsi, supporti di ogni genere. Ma sappiamo bene qual è realtà e anche se ci fossero tutte le condizioni, è pur vero quello che un giorno mi disse un collega “Puoi condurre il cavallo all’acqua, ma non obbligarlo a bere” – proverbio inglese).
    La nostra non è una scuola che le prova tutte. Del resto sono le condizioni economiche e culturali, che condizionano pesantemente la carriera scolastica di ognuno. Bocciare a che serve? Forse serve di più trattenere e provare a fare qualcosa. Quando si perdono, addio, il ritorno è difficile.
    Anche le serali, sono ritornate ad essere un miraggio (costi ecc).
    Teniamo conto che studiare alle serali, non è come farlo di giorno.
    Mi piace sognare una scuola dove ci sia spazio e tempo per tutti. Dove anche chi non vuole saperne di “bere”, possa trovare mille e più possibilità di farlo. Guardare al passato, al futuro, in tutti i paesi e le direzioni: una scuola vera, dove si cresce e si è accolti ad ogni età.
    Troppo sentimentale? Chissà che penserebbe Illich.

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