“La falce spezzata” – Parte I

Recensione di Giovanni Agnoloni


AA.VV., La falce spezzata – Morte e immortalità in J.R.R. Tolkien (Marietti 1820, 2009) (€ 22,00) (v. qui)


Questa raccolta di saggi di argomento tolkieniano, a cura dell’Associazione Romana Studi Tolkieniani, con in testa il filosofo Claudio Antonio Testi, offre una pluralità convergente di angoli visuali su quello che Tolkien stesso, nel suo epistolario, definiva come il tema portante del suo legendarium, e in particolare del Signore degli Anelli: la morte, insieme all’immortalità – in realtà due facce della stessa medaglia, rappresentate, da diversi punti di vista e con diversi effetti, dalle due razze dei Figli di Ilúvatar, Elfi e Uomini, creati dalla mente di Eru (l’Uno, il Dio dell’universo tolkieniano) senza passare attraverso la Musica degli Ainur, le Intelligenze angeliche che diedero origine all’universo attraverso un coro ispirato da un tema lanciato dal supremo essere divino – come leggiamo in Ainulindalë, all’inizio del Silmarillion.
Un circolo virtuoso di studiosi, con differenti retroterra culturali e dediti a varie professioni, che hanno saputo svolgere un’analisi a più voci capace di fondere in un mélange coerente approcci di natura squisitamente accademica e riflessioni ispirate da una sensibilità spirituale affatto simile a (o comunque consonante con) quella del Professore di Oxford. Sto parlando di Roberto Arduini, giornalista de L’Unità, un articolo del quale abbiamo già riportato su questo blog, Simone Bonechi, Giampaolo Canzonieri, Lorenzo Gammarelli, Alberto Ladavas, Andrea Monda, Franco Manni e Alberto Quagliaroli (l’introduzione è di Carlo M. Bajetta).
Si tratta di uno studio estremamente interessante, che rientra nella collana Tolkien e dintorni della Casa Editrice Marietti 1820, tesa a riportare (o forse, per quanto riguarda il nostro paese, a portare per la prima volta) il dibattito su J.R.R. Tolkien e le sue opere su un piano squisitamente letterario, nonché filosofico e spirituale, sgombrando definitivamente il campo – alla luce degli scritti del Professore di Oxford – dalle varie e tutte infondate pregiudiziali di natura politica che nel corso dei decenni passati hanno ‘inquinato’ e ‘ghettizzato’ l’opera di questo autentico caposaldo della Letteratura del Novecento (e universale).
Si parte dai testi, dicevo. E importanza centrale hanno, in questo senso, non solo le opere più note di Tolkien, dal Signore degli Anelli a Lo Hobbit e – forse ancor di più – al Silmarillion, la raccolta (parziale) dell’enorme quantitativo di scritti prodotti nell’arco di una vita dallo scrittore sudafricano, curata e fatta pubblicare postuma da suo figlio Christopher, in cui gli eventi di Arda (la Terra) vengono descritti dall’origine del cosmo agli eventi della Guerra dell’Anello. Si citano anche opere meno note al grande pubblico, eppur fondamentali per comprendere a fondo l’essenza delle creazioni tolkieniane: le già ricordate Lettere, pubblicate col titolo La realtà in trasparenza (ed. Bompiani); il saggio Sulle fiabe e la fiaba “Foglia”, di Niggle, disponibili insieme nel volume Albero e foglia (sempre ed. Bompiani); ma ancor più l’Atrabeth Finrod ah Andreth – tuttora inedito in lingua italiana –, un dialogo tra il re elfico Finrod Felagund e la donna umana Andreth, nel quale le differenze tra Elfi e Uomini vengono analizzate in particolare con riferimento al tema dell’immortalità. E altro ancora, come Le avventure di Tom Bombadil e Fabbro, di Wootton Major (ancora ed. Bompiani), nonché Mitopoeia, una poesia particolarmente ricca di spunti di riflessione sul tema della fantasia come agente capace di ingenerare credenza secondaria – la forma del tutto speciale di coinvolgimento del lettore (o dell’ascoltatore) che le autentiche creazioni feeriche (ovvero le fiabe propriamente dette), come Tolkien spiega nel saggio Sulle fiabe, riescono a ingenerare, attraverso l’effetto concatenato di Escape (Evasione, da intendersi come liberazione dalle catene vincolanti della realtà – colta come noia, ripetitività e assenza di entusiasmo –, e dunque totale sentirsi lì, immedesimandosi nella dimensione parallela della fantasia) Recovery (Ristoro, ovvero l’intimo conforto che nasce dal riconoscere, sia pur in un mondo distinto da quello dal quale ci siamo momentaneamente staccati, i tratti intimi di energia e di percezioni che in esso avevamo disimparato ad apprezzare, mentre lì compaiono nella loro essenza pura) e Consolation (Consolazione, la liberante sensazione di Gioia esplosiva che deriva da un inatteso Lieto Fine, quello che Tolkien chiama Eucatastrofe – per niente scontato, in effetti, perché viene raggiunto attraverso una serie di vicissitudini drammatiche delle quali l’esito positivo non è mai plausibilmente ‘prevedibile’).
Tutto questo – e, in effetti, altri scritti ancora del Professore, unitamente a preziosi contributi di studiosi di tutto il mondo, come Tom Shippey, Verlyn Flieger, John Garth, Michael Drout e altri – sono l’imprescindibile retroterra di una serie di riflessioni che – verrebbe da dire, quasi come le ‘voci’ degli Ainur rispetto al tema musicale lanciato da Eru, al momento della creazione di Eä, l’universo – si muovono intorno a un concetto fondamentale: il ‘binomio’ formato dall’immortalità elfica e dalla mortalità umana. Gli Elfi (i Priminati, perché i Figli di Ilúvatar comparsi per primi nel mondo) sono creature immortali ma non eterne, in quanto la loro prolungata longevità – come il saggio indica opportuno definirla – è coessenziale e interna alla durata del mondo fisico (Arda), anche se possono morire per diverse ragioni (riconducibili – in sintesi, salvi ulteriori approfondimenti che poi vedremo –, all’uccisione e allo struggimento per dolore); gli Uomini (i Secondinati, perché giunti dopo gli Elfi) sono mortali, ma destinati a una vita capace di estendersi al di là dei confini del mondo, oltre l’inevitabile passaggio della morte. Essi temono la morte, e in cuor loro desidererebbero essere immortali come gli Elfi, ma questi ultimi li invidiano per il dono di Ilúvatar – la morte, appunto –, in quanto la loro immortalità rende la loro esistenza intollerabile, perché tutto passa, mentre loro restano, cosicché quanti di loro hanno lasciato, nel corso della Prima Era di Arda, la terra immortale di Valinor, nell’Ovest del mondo, preferendole la Terra di Mezzo, ad Est, sperimentano il bisogno intimo di rallentare il naturale decadimento delle cose attraverso il ricorso alle loro doti di incantesimo, che si manifestano in luoghi quali la Foresta di Lothlórien e Gran Burrone.
Partendo da questo presupposto (Uomini che sono figli prediletti di Eru, e che, nonostante la loro intrinseca fragilità, riusciranno a realizzare il disegno finale dell’Uno e, per contro, Elfi che, sia pur immortali, restano vincolati alla storia di Arda), andiamo a osservare il ‘taglio’ specifico di ogni singolo contributo a questa preziosa raccolta di articoli.

Diciamo innanzitutto che il libro si divide in due sezioni, la prima di natura più attinente alla cronologia degli eventi di Arda (e della biografia di Tolkien), e non a caso intitolata Kronos, mentre la seconda attenta a cogliere i significati intriseci, e dunque l’aspetto filosofico, degli scritti tolkieniani attinenti a morte e immortalità (e per questo intitolata Logos).

Oggi ci occuperemo soprattutto della prima parte, mentre il Logos sarà prevalentemente l’oggetto della seconda puntata.

Claudio Antonio Testi apre la sezione Kronos con l’intervento “Il Legendarium tolkieniano come meditatio mortis” – che fa pendant con un altro articolo – il penultimo della serie, nella sezione Logos, dal titolo “Logica e teologia nella tanatologia tolkieniana”. Qui assistiamo a una suddivisione estremamente interessante della biografia del Professore di Oxford in relazione alle soluzioni da lui trovate rispetto al tema dell’immortalità elfica. I periodi individuati nella vita di Tolkien, da questo punto di vista, sono cinque: dal 1917 al 1925, fase in cui si manifestano, nelle parole di Testi, “le prime confuse idee” dell’autore sul tema, come emergenti, tra l’altro, dal Book of Lost Tales (scritto tra il 1917 e il 1920); dal 1927 al 1937, con “i primi chiarimenti”, quali si manifestano nelle prime versioni di Ainulindalë e di quello che poi diventerà il Quenta Silmarillion (la parte del Silmarillion in cui vengono narrati gli eventi principali della Prima Era di Arda), nonché con Lo Hobbit e la Fall of Númenor, che poi diventerà parte essenziale degli eventi della Seconda Era narrati nel Silmarillion (e in particolare nell’Akallabêth, ovvero, nella lingua di Númenor, la “Caduta”); la fase dal 1937 al 1956, quella della “stabilizzazione delle idee”, in cui viene scritto e pubblicato il Signore degli Anelli e vengono ulteriormente elaborati vari materiali che poi confluiranno nel Silmarillion; infine, l’“apice della riflessione”, negli anni dal 1957 al 1960, in cui spiccano gli scritti Laws and Customs among the Elves e Aman, che precedono l’Atrabeth Finrod ah Andreth, precedentemente ricordato. L’esame articolato di tutti questi materiali evidenzia successivi ripensamenti da parte di Tolkien, che però, infine, giungono a definire la morte come dono per gli Uomini, benché emergano progressive incertezze su quello che sarà il destino riservato alla razza umana dopo la morte. Si sottolinea, cioè, l’elemento della paura, a cui però viene sempre più accompagnandosi quello della speranza, laddove gli Elfi, immortali all’interno dei confini della storia di Arda (tanto che quelli che non lasciano la Terra di Mezzo per le terre immortali dell’Ovest sono destinati a svanire, il loro corpo – hröa – venendo consumato dallo spirito – fëa), sentono sulle loro spalle il peso progressivamente crescente del passato – lo scorrere via delle cose e delle vite mortali, rapido rispetto al lento procedere della loro longevità – e del futuro; come il secondo articolo di Testi sottolinea, infatti, i Priminati sanno che la loro esistenza è comunque coessenziale alla vita di Arda, e che dunque la dimensione che si aprirà dopo la fine del mondo, quando il disegno di Eru sarà completo e vi sarà la seconda musica degli Ainur, avrà per protagonisti gli Uomini, non loro. Perciò, se è vero che la morte, per loro come per gli Uomini, consiste nel distacco del fëa (spirito) dall’hröa (corpo), ciò, che per gli Uomini è naturale e conforme al disegno di Eru, per gli Elfi resta un evento straordinario, legato a fatti violenti o a un dolore che li strazia interiormente. Resta in ogni caso vero che la morte, per gli Elfi, non segna l’uscita dai limiti di Arda, perché accedono e dimorano presso le Aule di Mandos (il Vala Namo, “Giudice”) e – fatto su cui le posizioni di Tolkien nel tempo vanno oscillando – possono reincarnarsi, mentre oltre la fine di Arda non è noto cosa sarà di loro. Peraltro, essi nutrono una fede (estel) in Eru (che non li abbandoni) basata sull’esperienza diretta (la consapevolezza dell’esistenza e del ‘radicamento’ in Eru dei Valar che hanno conosciuto più o meno direttamente nel corso degli innumerevoli secoli della loro vita), ma le porte dell’Eterno non sembrano destinate ad aprirsi, per loro. Al contrario, gli Uomini, che non hanno alcun elemento diretto che dia loro certezza di una vita dopo la morte, possono fare riferimento, per adesso, solo a una fede intima e ‘senza dimostrazione’ (amdir). L’Eterno li aspetta, è per lorooltre la morte e fuori dai limiti di Arda –, ma prevalgono, per il momento, la paura e l’invidia degli Elfi, che per converso sopportano sempre meno la loro prolungata longevità. Queste ultime considerazioni, sottolineate soprattutto dal secondo saggio di Testi, portano infine a un confronto tra la teologia e la tanatologia dell’universo tolkieniano e quelle cristiane, che che comunque erano alla base della sua formazione di “cattolico romano”, come si definiva. In particolare, qui emerge la differenza di fondo che il male, nella cosmogonia creata dal Professore, esiste fin da prima della creazione del mondo, perché nasce con il motivo musicale dissonante creato dall’Ainu ribelle Melkor, mentre il peccato, nella concezione cristiana, deriva da una Caduta avvenuta dopo la creazione (anche se, nella storia di Arda, tanto gli Elfi quanto gli Uomini daranno prova di numerose cadute, nel corso delle Tre Ere); e, inoltre, l’altra differenza è che, mentre la morte degli Uomini in Tolkien è naturale e conforme al disegno di Ilúvatar ab origine – tanto da essere definita, appunto, il suo dono a loro –, nella visione ebraico-cristiana è la conseguenza del peccato originale, dunque, sia pur naturale, non è conforme al disegno.

Si prosegue poi con il pezzo di Lorenzo Gammarelli “Ai confini del Reame Periglioso: morte e immortalità nelle opere brevi di Tolkien”. Qui il tema filo conduttore della raccolta viene preso in esame all’interno di alcuni lavori cosiddetti ‘minori’ del Professore, che si caratterizzano per il fatto di distinguersi, appunto, per la brevità. Si parte dal presupposto che il (sub-)creatore di Arda considerava (nel saggio Sulle fiabe) il “Reame Periglioso” essere Feeria, ovvero il mondo delle fate, che non può e non deve prendersi come una cosa ‘per bambini’, perché ha, o almeno può avere, effetti seri su coloro che si avventurano per i suoi sentieri/meandri a cuor leggero e con scarsa consapevolezza. Quindi si passa a esaminare varie opere tolkieniane, come Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm, pubblicata nel 1953 anche se risalente al periodo tra il ’31 e il ’33. Si tratta di un componimento in versi allitterativi tra un personaggio giovane e uno anziano ed esperto, accompagnato da un saggio esplicativo. Ne emergono due visioni contrapposte, rispetto alla morte: una epico-eroica (che vede in essa una fonte di gloria, ma si accompagna a una dose di in-coscienza) e l’altra d’ispirazione cristiana, ma informata anche a una concretezza tipicamente moderna (non scherzare con la vita propria e degli altri, perché è una cosa preziosa). Segue poi “Foglia”, di Niggle, opera già ricordata che risale al 1942, ma che comparve per la prima volta nel 1945 sulla Dublin Review. Il protagonista, Niggle, è un omino che per passione fa il pittore, e che prende a fare un grande dipinto raffigurante un albero, che poi si espande in un intero e complesso paesaggio. Disturbato da mille impegni che interrompono il suo lavoro (ottima metafora della vita di Tolkien, che non aveva mai tutto il tempo che voleva per scrivere), infine Niggle si troverà a dover partire per un lungo Viaggio, che è stato interpretato come allegoria (in questo caso, sì, diversamente dalle opere del legendarium tolkieniano) della morte. Infine, verrà a trovarsi in un luogo in cui riconoscerà i tratti del suo dipinto – e che è stato interpretato come il reame fantastico di Feeria. Il saggio di Gammarelli prosegue poi con l’analisi di alcune poesie di Tolkien, come il Lai di Aotrou e Itroun (pubblicato nel 1945), un racconto in versi ispirato ai lai bretoni del XII secolo; Imram (pubb. nel 1955), che ha per protagonista San Brendano, che prima di morire racconta a un novizio un viaggio per mare fino a terre che ricordano Númenor, Tol Eressëa e Valinor del Silmarillion; e ancora – senza citarle tutte, per brevità, Le avventure di Tom Bombadil (pubb. nel 1962), La campana del mare, che William Auden considerava la miglior poesia di Tolkien e Fabbro, di Wootton Major (pubb. ne 1967), dove, nel villaggio di Wootton Major, in occasione di una festa per i ‘bambini buoni’, in una torta viene nascosta una stella fatata che verrà mangiata da Fabbro, che così, diventerà un grande artigiano, capace di viaggiare per Feeria. L’articolo si conclude con un’osservazione su un tema-chiave, che attraversa tutte le opere (maggiori e minori) di Tolkien: il bereavement, ovvero il radicale senso di perdita che caratterizza le creazioni narrative e poetiche del Professore. Esso presenta, in relazione alla morte (umana) e all’immortalità (elfica) due risvolti complementari: il senso di straziante sradicamento che ci lascia addosso la perdita di una persona cara e il senso di “vuoto” che si prova, al ritorno da un’esperienza di contatto con l’incanto elfico, quando ci confrontiamo con altri che non hanno vissuto la nostra stessa esperienza. In particolare, questo sentimento ricorre – sottolinea Gammarelli – in Fabbro, di Wootton Major e nel capolavoro, Il Signore degli Anelli.

Uno dei contributi a mio avviso più interessanti della raccolta è quello di Alberto Ladavas, che si distingue (senza nulla togliere agli altri, pregevolissimi autori) per uno stile ‘di cuore’ che integra la ricchezza accademica e la profondità di concetti presenti in tutta l’antologia di saggi. “L’errato cammino del sub-creatore: dalla Caduta alla Macchina rifuggendo la Morte” è il titolo. Si parte dall’analisi di una lettera, la n.203 dell’epistolario tolkieniano, del novembre del ’57, in cui il Professore dichiara la centralità di morte e immortalità come temi ispiratori del suo legendarium, e di un’altra, precedente (la n.131, del 1951), in cui alla parola ‘Morte’ vengono accostate quelle ‘Caduta’ e ‘Macchina’, come rischi caratterizzanti l’attività subcreativa, in quanto la creazione può finire per accompagnarsi al desiderio di possesso, ma anche tipici di vari momenti della stessa vicenda subcreativa (ovvero della fiaba), allorché il Potere (peraltro, usato per allontanare la morte propria o per provocare quella altrui), cerca di consolidarsi attraverso l’uso della Macchina, che altro non è se non il ricorso alla Magia (cosa ben diversa dall’incantesimo, perché basata sulla coartazione della volontà altrui). Ladavas esamina quest’attitudine umana in due momenti fondamentali del legendarium tolkieniano, la caduta dell’isola e della civiltà di Númenor, che costituisce l’oggetto dell’Akallabêth, parte fondamentale del Silmarillion, e la vicenda degli Spettri dell’Anello, ovvero i Nazgûl, nel Signore degli Anelli. La prima: Númenor era l’isola, situata nell’estremo Occidente del mondo mortale, al largo delle coste di Valinor (la terra riservata agli Immortali), assegnata dai Valar a quanti, fra gli Uomini, avevano aiutato gli Elfi e i Valar stessi a sconfiggere Melkor (Morgoth), che alla fine della Prima Era era stato finalmente cacciato nel Vuoto. Questi Uomini ‘privilegiati’ ottennero anche una vita ben più lunga del normale, e doti di saggezza e potere decisamente più spiccate rispetto agli altri, che manifestavano soprattutto a livello artistico. Tuttavia, erano comunque destinati a morire. I Valar, e in particolare, Manwë, loro Signore, vietarono peraltro loro di veleggiare verso Ovest, in direzione di Valinor, onde evitare che valicassero i limiti connaturati alla loro condizione mortale. Il divieto in sé avrebbe alimentato nei Númenóreani il desiderio di prolungare la propria vita indefinitamente, approssimandosi così (assurdo) all’immortalità. E iniziarono a covare odio verso gli Immortali, e a coltivare il pensiero di salpare per l’Ovest. I Valar vennero a conoscenza di ciò, e mandarono dei propri inviati per dissuaderli, ma ottennero in risposta una fondamentale confusione da parte degli Uomini: la pretesa di essere al tempo stesso Uomini e immortali, quando la loro mortalità (da intendersi come dono) non era stata decisa dai Valar, ma direttamente da Eru, l’Uno. Da qui, dunque, una fase di ribellione dentro Númenor, in cui vennero costruiti raffinatissimi monumenti funerari (espressione del concetto di Macchina) e si elaborarono tecniche per mantenere incorrotta la carne umana anche dopo la morte. Si finì per adorare i morti. Vi era una minoranza che non condivideva questa posizione, ma prevaleva l’ala ribelle, che, sotto il regno di Ar-Pharazôn, istigata dal nuovo ‘signore del male’ Sauron – che era stato fatto prigioniero nella Terra di Mezzo, ma si era prostrato e umiliato, fino a riconquistare ‘credibilità’ in Númenor, dov’era stato quindi portato –, decise di violare il divieto dei Valar e di salpare per l’Ovest. Ne seguì un cataclisma che non solo distrusse la flotta Númenóreana, ma inabissò Númenor, lasciando sopravvivere i pochi ‘Fedeli’, al seguito di Elendil, che riuscirono a salpare per la Terra di Mezzo, a Est. Paragonabile agli effetti della sconsiderata e impossibile aspirazione all’immortalità dei Númenóreani è il potere dei Nove Anelli forgiati da Sauron con l’aiuto degli Elfi dell’Eregion e da lui distribuiti (prima di essere fatto prigioniero da Ar-Pharazôn) ad altrettanti principi umani (tre dei quali, appunto, Númenóreani). Essi dilatano la loro percezione delle cose, affinandola e rendendoli invisibili, ma al contempo li assoggettano al potere dell’oscuro signore, trasformandoli in ombre e facendoli sbiadire. La loro forza vitale si assottiglia, mentre la loro esistenza terrena si allunga artificialmente, ma impoverendosi del suo contenuto genuinamente vitale. Diventano come dei “non-morti”, nelle parole di Ladavas, negazione della Luce come Sauron che li ha così asserviti a sé. Emerge dunque un interessante riferimento alla filosofia agostiniana, ripresa da Boezio (vissuto tra il V e il VI secolo), che, nel De consolatione philosophiae, sottolinea come il male non abbia una consistenza propria, ma sia solo una negazione del bene. La forza di queste entità è soltanto il terrore di morte che incutono, ragion per cui esseri superiori – come lo Stregone (Maia, ovvero un immortale, ma ‘di rango inferiore’) Gandalf, o i più saggi tra gli Elfi – non li temono.

L’articolo di Simone Bonechi, “«Nei tumuli di Mundburg»: morte, guerra e memoria nella Terra di Mezzo” rappresenta un’interessante variatio, in questa rassegna di riflessioni su morte e immortalità in relazione al legendarium tolkieniano. Qui, infatti, il tema viene affrontato dal punto di vista dei riti e della sensibilità diffusasi in Gran Bretagna negli anni della Prima Guerra Mondiale, relativamente ai numerosissimi caduti in battaglia – Tolkien stesso perse, nella Grande Guerra, a cui partecipò combattendo sulla Somme, gran parte dei suoi amici. Il saggio offre con dovizia di particolari informazioni sulle commissioni apposite istituite al tempo per gestire l’emergenza dell’alto numero di vittime del conflitto, ma quel che soprattutto mi ha colpito è il tema della celebrazione del caduto nella sua ‘normalità’. Al contrario dell’etica ‘epico-eroica’ dell’individuo straordinario, che si leva al di sopra della media (del laòs, il ‘popolo’), qui è proprio il soldato semplice, nel suo – in fondo – anonimato ad essere celebrato per non aver fatto altro che ‘il proprio dovere’. Ne risulta dunque esaltata l’idea di comunità, che ben rispecchia il carattere della Guerra dell’Anello, combattuta insieme da tutte le razze libere della Terra di Mezzo, nonché il carattere ‘umile’ (anche nel senso letterale di ‘aderente al terreno’) degli elementi in fondo risolutivi della stessa, i piccoli Hobbit. Al di là di questo, è evidente come il ricordo vivo e lacerante degli eventi bellici a cui prese parte abbia influenzato profondamente il Professore di Oxford. Come ben dice Bonechi, “la morte volontariamente accettata in nome di una causa si cristallizza in un significato finale, che riassume in sé sia la parola conclusiva sulle vite appena estinte, sia il ricordo, che, perpetuato attraverso le storie e le canzoni, ne viene affidato alle epoche future”. La morte, dunque, come evento che ha una rilevanza collettiva, mentre la sua dimensione personale e intima emerge solo in un caso, quello della morte di Aragorn, che accetta il suo destino mortale ancor prima di giungere alla decrepitezza, e si consegna a Eru con piena fiducia. Segue una disamina sui riti funerari nella Terra di Mezzo per i caduti in battaglia, con particolare attenzione per quelli della Battaglia delle Innumerevoli Lacrime nel Silmarillion – nel quadro degli eventi della Prima Era, con la sconfitta dell’alleanza di Elfi, Uomini e Nani contro le forze di Morgoth –, con il Colle delle Lacrime, costruito con le teste degli uomini di Hador per terrorizzare i nemici del signore del male, e per quelli della Battaglia di Dagorlad, combattuta dall’Ultima Alleanza di Elfi e Uomini contro le forze di Sauron, alla fine della Seconda Era, poi inghiottiti dai terreni palustri delle Paludi Morte. Emerge dunque il tema della memoria (dei defunti, in forme e con effetti diversi anche da un caso all’altro), come possibile ‘scappatoia’ alla morte, o almeno alla sua paura. La poesia diventa così uno strumento per perpetuare il ricordo (in questa forma, era praticata soprattutto dai Rohirrim, i Cavalieri del Mark, ovvero la fiera popolazione della terra di Rohan), mentre il culto dei morti – che abbiamo già visto praticato in forme eccessive e ‘malsane’ a Númenor – trova nei lontani discendenti dei sopravvissuti all’Akallabêth, i Dúnedain (Númenóreani, appunto) che popolano Gondor, la sua manifestazione più evidente. Seppur in forma attenuata rispetto al passato, essi continuano a porsi, di fronte ai monumenti tombali, come davanti a una modalità di (illusorio) prolungamento indefinito della vita, laddove, per un’apertura a una visione che si affaccia sull’Eterno (“oltre i confini del mondo”), dobbiamo pensare a Faramir, figlio minore di Denethor, Sovrintendente di Gondor, che pone in essere l’unica cerimonia di carattere stricto sensu religioso negli eventi della Terra di Mezzo, ringraziando in silenzio, rivolgendosi a Occidente, prima del pasto, pensando a Númenor e, oltre, all’“Elfica Dimora che tuttora esiste e più lungi ancora a ciò che sempre sarà”.

(continua il giorno 23 marzo)

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