Attorno a Io ti perdono, di Elisabetta Bucciarelli, che è fra i romanzi italiani più ricchi del 2009

Elisabetta Bucciarelli, Io ti perdono, Milano, Kowalski, 2009, pagg. 252, 14 euro

A dispetto delle dimensioni piuttosto contenute, il quarto romanzo di Elisabetta Bucciarelli ha grandi ambizioni; e non si perita di nasconderle. La pagina in corsivo che antecede il racconto si chiude con una sentenza: “Solo Dio può perdonare il peccato. L’uomo, se riesce, può arrivare al massimo a perdonare il peccatore”. L’asserzione è del tutto fondata sul piano scritturale, se Mc 2,7b recita: “Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?”, citato d’altronde al punto VI, 1441 del Catechismo della Chiesa cattolica, promulgato dal papa Giovanni Paolo II con la costituzione apostolica Fidei depositum. La prima domanda è quindi: che c’entra tutto questo con un romanzo noir? Un tentativo di risposta può consistere intanto nel resoconto dei fatti narrati; che sono molti, raccontati in 114 capitoli, fatti di frasi brevi ordinate da una sintassi paratattica che evita, per fortuna, lo stile nominale tanto caro a troppa letteratura italiana corrente.
Si comincia quindi in un bosco della val d’Ayas. C’è Arianna, una bambina, che gioca con un cane. Di punto in bianco, la bambina scompare. Compare invece nel romanzo, al capitolo 4, l’ispettore Maria Dolores Vergani, che “camminava per il parco semideserto”. E’ ottobre, non c’è più turismo. Vergani frequenta quei posti, quelle montagne, da quand’era bambina. Ora è lì per ritrovare il parroco, che “è lì da trent’anni” e le aveva confessato di vivere la missione in quel posto come un esilio. L’ispettore di polizia decide d’iniziare le indagini che a lei, di stanza a Milano, non competono. Da lì in avanti, Maria Dolores Vergani, donna sola con fidanzato e rari colleghi amici, si trova di fronte a ogni genere d’inconveniente: l’unico che sia lecito nominare in sede di recensione è il suicidio del parroco. I fatti, che sono il motore del romanzo, sono raccontati in 114 capitoli, con sintassi ipotattica capace di non scadere nello stile nominale tanto in voga nella narrativa italiana contemporanea – ed è giusto che sia il lettore a scoprirli, lasciandosi andare a una completa sospensione della credulità, di fronte a una Milano iperreale e a una chiusa di vicenda folgorante.
La scrittura di Bucciarelli è, come si diceva, all’inizio, scrittura di idee. La prima, denunziata nel titolo, è quella di perdono. Nelle pagine del romanzo, sembra chiaro che gli autori di riferimento sono Vladimir Jankélévitch di “Le pardon” (Parigi, 1967) e, in contrasto, Jacques Dérrida di “Forgiveness” (Bloomington, 2001). Accanto a loro, senz’altro Paul Ricoeur di “La mémoire, le pardon, l’oubli” (Parigi, 2000) e la “Todesfuge” di Paul Celan, pagina fra le più note e dilanianti nella poesia europea del Novecento. Bucciarelli non presenta una sua visione del perdono – è troppo colta per farlo. Non di meno, lo mette al centro della riflessione dell’ispettore Vergani e, in realtà, di tutti gli attori in scena: dai genitori di Arianna al parroco alla perpetua di lui.

Di rilievo presso che uguale, e altrettanto priva di risposta, è l’altro interrogativo in gioco: ubi malum? E, più forte ancora: quare malum? Il male dei bambini, poi, degli innocenti. La romanziera sa che, per esempio nell’ebraico dell’Antico Testamento, non c’era una parola che indicasse la nozione di sofferenza, e veniva perciò usato il termine “male”, che la comprendeva – e qui è naturale il rimando a Giobbe, l’uomo giusto che soffre ogni genere di pena e alla moglie di lui, alla quale Bucciarelli ha riservato notevoli osservazioni nel blog “Sbucciature”, che da anni è una specie di suo diario di viaggio (www.sbucciature.splinder.com).

Anche in questo caso, non sono possibili risposte, ma soltanto dubbi. Bucciarelli è scrittrice di dubbi, capace d’interrogare le ombre che vede in tutti gli uomini di cui prima scorge le luci. Su questo dualismo sono costruiti i suoi personaggi, e se la modalità scelta per rappresentarli è il noir, la si accetta proprio in forza della riflessione teorica che sottostante.

In un panorama che offre libri svogliati per lettori disinteressati, Elisabetta Bucciarelli si pone di fronte a dilemmi irrisolvibili. L’unico strumento che adopera è la lingua, e anzi propriamente il Lògos: vale la pena di seguirla in questa sfida laicissima e fidente.

Un pensiero su “Attorno a Io ti perdono, di Elisabetta Bucciarelli, che è fra i romanzi italiani più ricchi del 2009

  1. E’ uno dei romanzi più belli che abbia mai letto. Elisabetta è una scrittrice di grande spessore oltre che una donna straordinaria. E’ un libro che va letto, e poi letto ancora, e ancora. Non può essere catalogato in nessun genere, è un giallo, certo, ma è anche molto altro. Ti mette di fronte a temi con cui a volte è difficile fare i conti. Ti costringe a specchiarti in qualcosa che preferiresti non sapere, o non vedere, di te stesso. E alla fine non trovi le risposte, ma altre domande. E’ un libro che ti costringe a pensare, e a guardarti dentro, senza filtri, senza menzogne.

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