Come si scrive un romanzo

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Prima si scrivevano libri di ogni tipo; oggi uno solo: Come si scrive un romanzo. Mi turba un mondo in cui tutti dicono come si fa una cosa che non fanno. Per scrivere un romanzo bisogna avere qualcosa da dire, aver vissuto. Poi, aver letto. Imparare a cominciare, a continuare e finire da chi ha dato prova di saperci fare con cose come queste. Assimilare gli scarti e le continuità, i ritmi e i cambi di velocità, le sinestesie, le transcodificazioni, i trucchi e le contaminazioni, essere chimici e comici, ragionieri e sognatori, architetti e terroristi, costruire pazientemente mattone su mattone e far saltare tutto in aria in un momento. Per scrivere un romanzo bisogna scorgere una scena prima che accada e, dopo averla descritta, riconoscere di averla già vissuta, scrivere e riscrivere e non accontentarsi mai del risultato ultimo, prendere una frase fatta e smontarla in mille pezzi fino a che sia impossibile utilizzarla come prima, saper giocare con la vita riconoscendone la profonda serietà, lasciarsi illuminare da un errore e sviare da un consiglio saggio. Per scrivere un romanzo bisogna sedersi nell’ultima fila e spiare l’effetto che produce, osservato da lontano, considerare tutto dal punto di vista del poeta, notoriamente cieco. Ecco, mi sono lasciato prendere la mano e ho detto anch’io la mia su una cosa che non so, perché il primo romanzo lo sto scrivendo ora e chissà se diventerà mai un libro, un libro che non sia, ancora una volta, Come scrivere un romanzo.

33 pensieri su “Come si scrive un romanzo

  1. se farai tutto quello che, dal tuo punto di vista, va fatto ci riuscirai. non si può fare altro che fare quello che si sente di fare. il bello di scrivere è questo non sapere né il come né il perché, ma sentire che è arrivato il momento di farlo, vedere la “cosa”, entrarci e, a tentoni, hai detto bene, come un cieco, toccarla e darle forma dentro di noi. credo che la grande fatica consista in questo entrare e uscire dalla cosa da narrare e da quella già narrata, il guardarla lucidamente e, tuttavia, amorevolmente. almeno un luogo a questo mondo in cui le regole le fa chi scrive. fin che scrive.

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  2. “Ognuno è dio nel mondo suo…almeno lì”
    E ciò confermerebbe la mia tesi sulla bontà del politeismo

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  3. se una cosa ho compreso (è un grande ‘se’), si può scrivere soltanto di cose che si conoscono. Di cui si è intuito, appena un po’, la verità. E poi avere padronanza dei molti dispositivi retorici per rendere quella verità meno privata e più capace di accasarsi nei lettori. Fatica e sofferenza, da come la vedo. Si può scrivere delle cose che abbiamo pagato fino in fondo.

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  4. Non è facile nemmeno leggere un buon romanzo. Se lo si acquista, spesso si rimane ancora più delusi. Credo che scrivere un romanzo, sia una delle cose più difficili, anche per chi ha le competenze e la vera ispirazione. Richiede tempo da dedicare e paziente lavoro. Vale la pena di farlo, se lo si sente come esigenza assoluta e se si offre una chiave d’apertura per il reale, per il mondo. Chi legge deve poter capire senza annoiarsi, riconoscere e riconoscersi. Andare oltre. Ammiro senza riserve, chi si cimenta in un tale compito e prova più e più volte, cercando i suoi lettori. Quando si ha in mano il “proprio” romanzo, è come una benedizione che dura a lungo.

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  5. Come si scrive un romanzo?

    Io inizierei così: prendi un pentagramma e inizia a mettere le note. Cominci lentamente, poi fai crescere il ritmo finchè all’improvviso esplode. Un attimo di silenzio per riprender fiato e di nuovo lentamente fino al crescendo finale che lascia tutti senza fiato.
    Non ho scritto un romanzo ma una sinfonia? scusate, ci riprovo:-)

    Allora inizio così: pantaloni stretti, una bella camicia bianca e un gilet, ah! non devo dimenticare la muleta. Ora posso entrare, i picadores sono stati i primi, poi sono seguiti i banderilleros ora tocca a me il toreador. Devo dare al pubblico quelle scariche di adrenalina che lo lasceranno senza fiato e lo faranno tornare nell’arena, proprio come il toro. Entro: è un delirio di applausi, nel palco d’onore c’è la mia preferita. Agito la muleta, mi muovo, il toro è stanco ma non domo. L’eccitazione sale ma rende muti, un tocco, un tocco solo e … il toro è domato, la folla impazza, mi inchino, sorrido e chiudo. Fatica e sudore pagina per pagina, pathos, fino alla parola “fine”.

    oh, oh! Questa sembra una corrida! e va be’!! scrivetelo voi io non saprei proprio come:-) ma aspetto di leggere.
    SM

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  6. aspetto di leggere soprattutto quello di un certo don Fabrizio, più compositore o più matador? chissà!
    SM

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  7. Aggiungerei alla lista di Fabrizio, citando madame De Lafayette in una lettera,che si curava le donne non avessero “avere qualcosa con cui incidere la realtà.
    La penna come un fucile carico,cui tanto scrittori hanno alluso, o una “bomba entro il petto” la nominò Emily Dickinson, insomma una santa passione,motivazione che diventano la ispirazione stessa, il lavoro corpo a corpo. MPia Q

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  8. anche chi rispetta massimamente lo scrittore che dopo aver letto la sua bozza toglie una virgola e alla seconda lettura la rimette laddove l’ha tolta,
    ach, chi l’ha detto?
    bello fare le citazioni senza ricordare l’autore…

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  9. Voler capire a tutti costi come fare è tipico di chi non fa.

    La realtà il mondo è liquido, il nostro corpo è quasi tutta acqua; per conoscere occorre tuffarsi.

    Se la paura è costituita dallo sbaglio:

    Incontro sempre chi mi dice che sbaglio.

    E’ una fortuna.

    Non mi sento mai solo.

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  10. “Non accontentarsi mai del resultato, scorgere una scena prima chi accada e dopo riconoscerla di averla vissuta, considerare tutto dal punto de vista del poeta,notoriamente cieco”.
    In atessa di essere aviccinata all’essenza di questa storia, rimango in atessa come gli amanti chi sanno cogliere i segnali che il cuore invia loro per dirigere il cammino lungo il sentiero della perfezione.
    Caro Fabry faci sognare.
    Un abbraccio.
    Rashide.

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  11. Oggi secondo me non è che non si scrivono libri, se ne scrivono anche troppi!
    Ci riteniamio tutti in grado di scrivere ma nessuno ci vuole pubblicare.
    Scriviamo e non leggiamo ecco il problema…

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  12. Mah, c’è gente che si è fatta un culo così per scrivere delle vaccate, la prima regola che metterei in discussione è quella della fatica.
    La seconda è che c’è un modo di farlo, di scrivere un romanzo voglio dire, io poi dopo cinquanta pagine annaspo e non so più dove sto andando, per me l’unico modo di scrivere un romanzo sarebbe avere una editor virago con un po’ di quello comesichiama di Carver e un po’ di Jennifer Lopez, che mi dia disciplina e mi insegni cosa volevo veramente dire e come e lusinghe da musa, forse allora potrei farlo, io credo che oggi il romanzo sia morto in quanto parto di un autore, potrebbe essere una funzione collettiva, una rissa tra disadattati di talento.

    Perchè alla fine bisogna farsi anche un paio di domande; uno, a che cazzo serve un romanzo, non scriverlo, un romanzo, quello è palese, ma il romanzo in se stesso, a cosa serve?
    E la seconda; a chi serve? e chi ne ha bisogno, e per cosa.
    Se Fabrizio scrive un Romanzo, (Che il cielo lo aiuti), io so che lo leggo perchè l’ha scritto lui, perchè è mio amico e quello che scrive mi avvicina a lui, se non mi allontana a volte. Della qualità, di come è scritto, posso anche fregarmene, so che lo leggerò per il contenuto, (buffo neh), non per la forma, se poi, come credo, è scritto bene mi facilita le cose.

    Ma se non lo conoscessi? se non sapessi chi è? dovrebbe avere una forma tale da rendersi desiderabile, un titolo che spacchi, un incipit che agguanta, dovrebbe essere scritto come va scritto un romanzo.

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  13. “Per scrivere un romanzo bisogna sedersi nell’ultima fila e spiare l’effetto che produce, osservato da lontano”

    Non è cosa di poco conto, questa, Fabrizio; richiede lucidità ed empatia non inferiori a quelle necessarie per dare forza e credibilità ai personaggi.

    Noi invece attenderemo in prima fila l’uscita del romanzo:)

    Giovanni

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  14. Ognuno incontra difficoltà diverse e non è facile dire “stai attento a questo e a quest’altro”. Credo che tu abbia elencato più o meno tutte le difficoltà da superare nella costruzione di un romanzo, il che significa che le hai incontrate e ci hai fatto i conti. Io ho sempre trovato le maggiori difficoltà nel distanziarmi per “capire l’effetto che fa”. Ma per questo problema tu hai un grande vantaggio: la pratica delle omelie. Ecco, anche questo serve a uno scrittore: la capacità di servirsi di tutto.

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  15. Sono d’accordo con Fabrizio. Ma mi sento di condividere anche quanto afferma Mario Pandiani al commento 15. A volte da soli non si riesce a convogliare i pensieri, o non si ha sufficiente disciplina, o ci si arrende quando si capisce di avere un’idea buona ma di difettare degli strumenti per metterla in pratica… ossia su carta.
    Si potrà obiettare che questo è uno dei metodi di selezione naturale: se non ce la fai, fai a meno, vuol dire che non sei capace, che non hai talento. Gli scrittori sono già troppi!!!

    Ma secondo me non è proprio così.
    Credo sia un peccato che una buona idea, o una buona scrittura, che sono poi le cose essenziali che fanno un buon libro, si disperdano perchè chi li possiede manca della capacità tecnica o della fiducia in se stessi necessaria per superare i propri limiti.
    Se affiancati da persone pazienti, competenti e disponibili a puntare su sconosciuti dotati ma inesperti, io credo che questi avrebbero qualcosa da dire.
    Peccato che, almeno che io sappia (non so bene, per dire, come funzionano gli agenti letterari) non ci siano molte persone che possono fare questo mestiere di “aiutante in itinere”. Di solito gli editor lavorano su un’opera compiuta; ma spesso il problema è, appunto, portarla a termine, quest’opera…

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  16. Avrei sempre voluto scrivere un libro. Più ne divoravo e più aumentava in me la voglia di farne uno tutto mio, pieno degli spunti e delle considerazioni in cui mi ero ritrovata leggendone tanti.

    La forma a me congeniale non è quella del romanzo – questo l’ho sempre intuito – piuttosto quella propria dei racconti o dei saggi, meglio ancora degli articoli…infatti ho finito per diventare giornalista pubblicista…ma resta incompiuto il desiderio del libro.

    Chissà, un giorno…magari pubblicherò non un romanzo ma un racconto lungo! 😉

    Fabrizio, tu che sei sulla strada giusta (e oltretutto hai una giusta causa!) non mollare e difendi con i denti il poco tempo libero per dedicarlo alla scrittura. Noi ti sosteniamo e facciamo il tifo per te.

    Un abbraccio,
    Titti

    P.S.
    Anche avere un blog può servire a pubblicare, che poi è desiderio di comunicare qualcosa di proprio agli altri. Ci penserò su…da cosa nasce cosa.

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  17. Riccardo, Ramona e Titti, grazie.
    concordo sulla provvidenziale assistenza di qualche soccorritore, quando c’è (ma più spesso è assente, a meno che non abbia qualcosa da guadagnarci).
    è vero quello che dici delle omelie, Riccardo: costringono ad ascoltarsi da lontano…
    un abbraccio
    fabry

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  18. Diceva quel “cane morto” del vecchio Hegel nell’Estetica: “Per scrivere un romanzo bisogna aver molto vissuto, molto visto e molto conservato”. Ma se questo è il romanzo del ricordo, della maturità, concedo che si possa anche scrivere il romanzo giovanile, della speranza. Il Werther e il Meister. Nulla più, ed è gia tanto. Se siamo proprio presi da eroici furori, resta sempre l’ippica…

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  19. anch’io provo in genere una certa irritazione quando in libreria, curiosando tra libri di linguistica e critica, trovo sempre e sempre più manuali manualetti bignamini consigli allo scrittore più o meno giovane… e molto spesso a scriverli non sono Stevenson o Rilke, a cui comunque abbiamo attinto, ma illustri carneadi, molto spesso, o critici un po’ frustrati che di romanzi propri non ne hanno…ma non è questo il punto. La questione è che per ogni atto della nostra vita sembra che ci sia assoluto bisogno di un ricorso alla manualistica: come stirare bene il colletto di una camicia, come tagliare l’erba del prato, come combattere le tarme dal piede del tavolo, come appendere chiodi alla parete: un continuo insegnamento, un pret a porter della precettistica: gli esami universitari sulle guide, quelli liceali sui bignamini, come tenere la penna tra le mani, che uso farne… ecco, non ho mai scritto un romanzo perchè credo proprio di non esserne capace, non mi viene, e neppure ci provo. Ma nessuno ha detto a Tolstoy cosa fare o cosa scrivere. Ha scritto e basta. poi avrà corretto, letto, ricorretto: ha cercato la sua via, altro che manualetti insulsi per una normalizzazione catatonica della sintassi, altro che scuolette di scrittura per far ricco qualcuno e creare tante, troppe illusioni. Grazie Fabrizio, una pagina, la tua, che ho sempre pensato di scrivere. Ma che non avevo scritto.

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  20. Concordo in pieno con il commento 15.
    Perchè dovrei scrivere un romanzo??
    perchè le mie parole divrebbero risultare interessanti???più di quelle dette da qualcun’altro???

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  21. Molto d’accordo con Fabrizio, con Mario Pandiani e con Manuel Cohen.
    Vi dico la mia esperienza. Io una volta nemmeno ci pensavo, semplicemente credevo di non essere capace di tenere il filo di una narrazione omogenea e “lunga”. Ma poi non so che mi ci ha spinto. Dovevo proprio raccontare qualcosa, una storia che nemmeno sapevo bene io, ma che era “quella”. Strana sensazione di necessità interiore, che può capire chi l’ha provata: non la necessità di esprimersi o di comunicare, ma proprio di dire “quella cosa lì”, ma quale? La poesia viene da sola, il romanzo no, è una costruzione dura, senza neanche ben sapere dove si va a finire. Direi che la poesia scende dal cielo e ci allaga, il romanzo o il racconto siamo noi che li tiriamo su pazientemente da terra.
    Allora “volli, fortissimamente volli”. Mi ci sono messa e sono dovuta stare attenta a tutto. Ricordare e immaginare insieme, cioè inventare le cose come se le avessi vissute, come se me le stessi ricordando. E le famose “virgole”: autodisciplina assoluta, affinché, almeno nel mio intento, nemmeno una parola, un segno o uno spazio fossero superflui. Un incredibile esercizio di libertà e disciplina fuse insieme. E la durezza della costanza. Alzarsi da quel tavolino o da quel cuscinaccio a terra con la stessa forma psicofisica di uno che ha appena concluso una maratona. E domani ancora. I miei ultimi libri, “Rumeni” e “Canto di una ragazza fascista dei miei tempi”, sono nati così. Mi piacciono, e la soddisfazione è grande.

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  22. caro fabrizio, il romanzo della mezza età (la tua, che è la mia) è un agguato dietro l’angolo in cui ci si butta con lo spirito indomito del ventenne. ma gli acciacchi e le botte prese per via ti faranno da scudo contro la troppa temerarietà. ma non sei a cavallo, no. non so se dire per fortuna o purtroppo. buon lavoro.

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  23. si scrive per sofferenza o per gioia si pubblica (se si trova qualcuno che lo fa) per egocentrismo, per far sapere agli altri ciò che noi pensiamo credendo che il nostro pensiero nasconda qualcosa di inrteressante.
    Il silenzio Fabrizio c’è quando non si scrive: non si comunica, ma se io scrivo e non faccio leggere a nessuno ciò che ho scritto (romanzi racconti ecc..) equivale al silenzio??

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