“La strada era l’acqua”, di Davide Sapienza

Recensione di Giovanni Agnoloni

La strada era l’acqua, di Davide Sapienza (ed. Galaad) (€ 12,00)

Con questo libro di Davide Sapienza ci caliamo in un nuovo modo di fare letteratura. La strada era l’acqua è un romanzo (ammesso che di romanzo si tratti) olistico. Non solo nel senso che l’io-narrante è l’acqua che ha accompagnato il viaggio in canoa del suo amico Dario Agostini da Saint-Moritz a Istanbul – dunque è la natura ad essere in primo piano, non l’uomo. Soprattutto, è olistico nel senso che si percepisce come, al di là della direzione dell’itinerario di cui si parla, delle sue tappe (evocate dai tratti in corsivo, che riportano le impressioni del viaggiatore-sportivo), e dei personaggi menzionati – Dario, lo stesso Davide, varie persone incontrate dal canoista lungo la strada –, vi sia un filo conduttore che parte molto prima dell’inizio di quest’impresa sportiva, ed è destinato a concludersi molto dopo la sua fine, perché in definitiva fa tutt’uno con il Tempo.

E lo stesso vale per lo Spazio. Quest’acqua che racconta è capace di sentire contemporaneamente le cose che succedono dentro di lei – considerata nel ristretto tratto di fiume in cui la canoa si sta spostando – e quelle che avvengono a migliaia di chilometri di distanza, perché tutto è acqua, tutto è collegato dall’elemento liquido da cui nasce la vita. Ecco perché ho parlato di un romanzo olistico. Perché illustra con una storia reale il modo in cui tutto si ricollega al tutto, l’impalpabile ma sensibilissima presenza del divino insito nel naturale. La stessa neve, o il ghiaccio, o la pioggia, che rientrano nel ciclo unitario che ricollega tutti i – pretesi isolati – fiumi, laghi o mari, formano in realtà un corpo unico, del quale facciamo parte anche noi.

Leggendo le pagine de La strada era l’acqua, non si prova solo il desiderio – suscitato da tutti i buoni libri – di andare avanti fino alla fine, ma si avverte la sensazione che ci si stia introducendo in un universo di percezioni circolari e ritornanti, appartenenti a un’epica cosmica, fatta di piccoli e ciclopici eventi naturali, che parte dall’inizio del tempi e si protrae fino alla loro conclusione: di quest’ampia e indeterminata cornice, la storia qui narrata non è che un piccolo frammento. Un po’ come accade leggendo le opere di J.R.R. Tolkien, uno dei cui riconosciuti pregi è proprio quello di lasciar intuire tutto il mondo, la storia e i cicli vitali che ‘stanno loro dietro’.
E ci si rende conto di un’altra assurda pretesa umana, che per certi versi ricorda un altro tratto tolkieniano: quella di sentirsi immortali quando invece si è eterni, perché destinati a vivere uniti a questa natura, fatta di energia-spirito e perciò contemporaneamente qui e fuori dai confini del mondo, e quindi di trapassare in un oltre fatto di questa stessa, ma più pura e raffinata, energia-spirito. Come gli Uomini della Terra di Mezzo, possiamo, in quest’ottica – che richiede un salto di fede senza fondamenti oggettivi – sgonfiare le nostre pretese/illusioni di sconfiggere la morte e riconoscerci partecipi (e grati) del disegno infinito del quale siamo compartecipi.

Questo e altro ci rivelano alcuni punti del libro di Sapienza, di cui mi permetto di citare un paio: chi parla, naturalmente, è l’Acqua.

Ciò che è umano è il sogno; e il sogno emerge dalle viscere dei fondali quando si finisce di sudare ogni scoria.
Io invece sono sempre sospinta da una forza e questa forza è l’unica realtà, e quando mi capita di deviare dal mio incessante lavoro non accade perché ho un sogno particolare. È semplicemente un ordine.
Posso ospitare un sogno, ma se resta troppo a lungo intrappolato dentro di me, allora non è più un sogno che deve sbocciare grazie al nutrimento della vita di cui sono portatrice, ma la fine del suo nomadismo necessario.
La sicurezza non è mai un sogno ma una condizione effimera. Lo sanno bene tutti quelli che, una volta dentro di me, non sono più riemersi.

E ancora:

Quando il tuo andare è tuo maestro non puoi fare altro che imparare dalla fiumana di cose che attraversa il tuo spazio, che si arresta sentendoti arrivare, che ti prende le coordinate e ti trasforma in un luogo. Sei un universo nell’universo, una creatura nel creato.
È come imparare a nuotare attraverso l’invisibile presenza dello spirito della natura, a navigare attraverso tutto ciò che ti viene incontro al ritmo di perfette sincronie. Il caso scompare, schiantato dall’immortale principio che governa i fatti che attengono al viaggio: nulla è per caso. Oppure, il caos è equo, e non può essere diversamente.

Letteratura ‘olistica’, dunque, ma anche ‘sapienziale’. Le due cose non possono che andare insieme. Certo è che da queste parole ci si sente ‘toccare’, perché la loro ispirazione non parte da una riflessione ‘razionale’ (non a caso ho preferito l’aggettivo “sapienziale” a quello “filosofica”), ma intuitiva, attinente alle radici della natura, dove risiede il presupposto del nostro spirito. Lo scrittore che si immerge in questo lago profondo di energia non è più uno scrittore ‘normale’. È un autore che ribalta la prospettiva, che ci fa uscire dal nostro “ego” di lettori, disperdendolo in una rete/mare di sensazioni di cui, in realtà, siamo costantemente ospiti e complici.

E forse cessa lui stesso di essere un ‘autore’, nella misura in cui si rende conto di essere solo uno strumento di quella Voce Superiore che risiede nel cuore umano e risuona con le vibrazioni liquide degli infiniti seni della natura.

5 pensieri su ““La strada era l’acqua”, di Davide Sapienza

  1. Come troppo spesso avviene, arrivo tardi a leggere, ma arrivo… Avvincente la recensione, il dipolarismo immortale/eterno, la presa di coscienza (atto di fede?) nella capacità della lettura e della natura.
    Gpcastellano

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  2. Pingback: Davide Sapienza: il podcast di Senigallia « Giovanni Agnoloni – Writing and Travelling

  3. Pingback: “Il richiamo della foresta”, di Jack London | controappuntoblog.org

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