Vivalascuola. Malati di scuola

Penso. A domani. Il rito degli scrutini, dopo il rito degli esami per il recupero del debito: ragazzi con carenze diffuse accumulate in più anni sottoposti a corsi brevi e frammentati… Penso. A dopodomani. Assegnazione delle cattedre; collegio docenti. E poi ancora, riunione per materie. E così via, fino al giorno in cui ci verrà chiesto di rientrare in classe, in questa estenuante preparazione di inizio settembre. Penso. All’anno che verrà. Agli anni che sono passati… Penso. A una società che ancora viaggia sull’idea che gli insegnanti lavorino 4 ore al giorno e abbiano 3 mesi di vacanza. Mediamente torno a scuola 3-4 pomeriggi a settimana. Quando non torno ho valanghe di lavori da correggere: da sempre i miei studenti ogni 10 giorni sono chiamati a scrivere un saggio breve, un articolo di giornale, una relazione. Oltre ai proverbiali compiti in classe. Ma d’altra parte si sa: a scrivere si impara scrivendo. E discutendo le correzioni. Su 3 classi, circa 2500 lavori corretti ogni anno (Marina Boscaino, qui).

Burnout e disagio ambientale a scuola
di Giovanna Lo Presti

Fra i molti limiti dei tentativi di riforma scolastica negli ultimi due decenni il più grave è l’aver totalmente eluso il problema principale di molte scuole italiane: l’estrema difficoltà della relazione tra chi insegna e chi impara.

Atti di “bullismo” o di delinquenza vera e propria all’interno della scuola, da parte degli studenti, comportamenti che rivelano il collasso nervoso, da parte degli insegnanti costituiscono materia frequente per le pagine di cronaca dei giornali. Sono eventi che turbano l’opinione pubblica, che portano i benpensanti a gridare allo scandalo, che spingono governi furbescamente inadempienti ad invocare una scuola finalmente “seria”: grembiulini, voto di condotta e di profitto per gli studenti, meritocrazia premiale o rigorose “punizioni” per gli insegnanti vengono poi proposti come risibili correttivi a questo stato di cose.

E’ bene fare subito una precisazione: sotto l’etichetta “la scuola italiana” si comprendono realtà concrete assai differenziate. Nel nostro Paese vige una sorta di particolarismo feudale in cui il tipo di scuola e la sua collocazione geografica determinano situazioni molto diverse tra di loro: tale varietà dipende essenzialmente dal contesto sociale, culturale, economico da cui provengono gli studenti che confluiscono nella singola scuola. Limitandoci alle superiori, un liceo classico avrà, per forza di cose, problemi diversi da un istituto tecnico o professionale; a sua volta un istituto tecnico metropolitano si differenzierà non poco da un istituto analogo di provincia; e, in generale, tra Nord e Sud le differenze sono spesso notevoli.

Resta il fatto che oggi, in gran parte delle scuole italiane, è difficile insegnare. Esistono, certo, isole felici in cui tutto funziona bene; ma ciò non può oscurare le difficoltà rilevanti, che travagliano le nostre scuole, in particolare quelle che si devono far carico di rimediare a tutto ciò che gli studenti non ricevono dall’ambiente da cui provengono.

La nostra, di fatto, è una scuola classista: ce lo dicono i dati statistici. Su quattro ragazzini licenziati con “ottimo” dalla scuola media, tre provengono da famiglie benestanti. Circa l’84% dei figli di famiglie benestanti si iscrive al liceo. Non c’è bisogno di molto altro per evidenziare il declino della scuola come fattore di promozione sociale. I superficiali discorsi sulla “meritocrazia” dovrebbero, in primo luogo, tener conto di questo stato di cose.

In sintesi: ci sono le scuole metropolitane, le scuole di provincia, le scuole dei piccolissimi centri, le scuole del Nord, del Centro, del Sud, i licei, gli istituti tecnici, i professionali – e ciascuna di queste determinazioni si intreccia con le altre, sino a formare un quadro molto complesso e ricco di sfumature.

Anche l’ “insegnante italiano” è un’astrazione: c’è chi il mestiere lo fa per amore, c’è chi lo fa per professione, c’è il doppiolavorista (sempre più raro, perché la crisi si fa sentire e l’impegno a scuola lascia poco tempo libero), ci sono la mamma e il padre di famiglia, c’è chi non ne può più di stare a scuola e c’è chi passa le ore a formulare il Piano dell’Offerta formativa. Fra gli insegnanti ci sono persone coltissime e altre che non toccano un libro da anni – non dobbiamo avere paura di dirlo. Non esiste un idem sentire fra i lavoratori della scuola, c’è invece molto individualismo e l’incapacità di riconoscere, in genere, le ragioni dell’altro (insegnanti che guardano con sospetto i bidelli e il personale di segreteria e viceversa).

Ripetiamo: esistono numerose eccezioni, ma, poiché il disagio è diffuso è bene concentrarsi su quello. Il grande “corpo scolastico” è malato: non diagnosticarne la malattia, in nome del fatto che uno o più organi funzionano perfettamente sarebbe come non voler curare un malato di polmonite con la scusa che ci vede benissimo.

Già quelle esposte in precedenza sarebbero ragioni sufficienti a spiegare da dove nasca il disagio degli insegnanti, che si esprime nel diffuso fenomeno del burnout e, nei casi più gravi, in serie patologie nervose. Ma chiediamoci ancora: perché questo malessere in una professione in teoria tra le più alte ed importanti all’interno di una società civile? Si tratta di una anomalia dei nostri giorni o, anche in passato, insegnare è stato un lavoro insidioso e problematico? Non abbiamo certo qui l’ambizione di dare risposta a domande così impegnative, ma piuttosto vorremmo fornire l’incipit di riflessioni che sarebbe utile sviluppare.

Cominciamo ad esaminare gli aspetti più semplici: il discredito sociale che oggi circonda la figura dell’insegnante è testimoniato da uno stato oggettivo di privazione. I bassi stipendi, uniti alla squalificazione culturale del lavoro – aver insegnato per dieci anni non solo non costituisce un credito ma piuttosto un demerito qualora si decidesse di cambiar lavoro – rendono il mestiere dell’insegnante poco attrattivo.

Eppure all’insegnante è demandato il compito importantissimo di educare ed istruire le nuove generazioni. Ecco la prima contraddizione: alla reale importanza del lavoro si associa la mancanza di riconoscimento sociale. Questo determina necessariamente un malessere che può diventare serio nel momento in cui, per svolgere il proprio compito professionale, sia richiesto anche un impegno esorbitante di energie nervose.

La crescente burocratizzazione del lavoro docente, la tendenza a far passare in secondo piano i contenuti disciplinari a vantaggio dell’ultima moda didattica, i tempi di permanenza a scuola sempre più lunghi e destinati sovente ad assolvere impegni collegiali vuoti di significato sono ulteriori elementi di disorientamento. Di fronte al magma caotico della classe, l’istituzione impone un ordine formale, cartaceo: così, ai piani di lavoro impeccabili fa spesso riscontro un lavoro in classe difficile, confuso in cui l’insegnante fatica a controllare il tumulto della classe.

Qui si pone una seconda importante contraddizione, determinata dalla inconciliabile frattura fra la rappresentazione del proprio lavoro (le “carte” scrupolosamente ordinate e asettiche) ed il lavoro concreto (confuso, rapsodico, soggetto a mille interferenze).

Si aggiunga che la scuola dell’ “autonomia”, che ha introdotto l’idea che ogni istituzione scolastica debba formulare un Piano dell’Offerta formativa, anche al fine di porsi in concorrenza con le scuole limitrofe, ha ulteriormente messo sotto pressione i docenti. All’idea di collaborazione e di solidarietà si è sostituito un criterio falsamente meritocratico, che premia in particolare coloro che più si adattano a lavorare per il “buon nome della scuola”, anche quando a questo buon nome non si associ nulla di concreto.

Non bisogna però dimenticare che, in qualche misura, le difficoltà sono connesse alla natura stessa del lavoro docente, che oscilla continuamente tra quello del Maestro (una guida non solo verso l’acquisizione del sapere, ma anche figura esemplare per la vita) e quello del maestro con la bacchetta, che fustiga sadicamente inermi bambini e incolpevoli adolescenti.

L’immaginario cinematografico ci offre una vasta rassegna di “tipi” – dal patetico professor Immanuel Rath che, nell’Angelo Azzurro si innamora della fatale Lola-Lola, divenendo lo zimbello dei suoi studenti, alla bizzarra rassegna di insegnanti affetti da tic ridicoli proposta da Fellini in Amarcord, all’insegnante-seduttore de L’attimo fuggente. Alla fine, anche questi insegnanti di fantasia ci parlano, ciascuno a modo suo, della difficoltà dell’insegnare.

Come un medico ha sempre a che fare con i malati, così l’insegnante ha sempre a che fare con minori, per età e per conoscenza. Tale squilibrio, che è costitutivo ed ineliminabile, è di per sé fonte possibile di squilibrio e disagio; per costruire una buona scuola, in cui si possa insegnare e imparare con serenità, se ne dovrebbe tenere conto. Così presentava la questione Freud, già in tempi in cui la scuola era assai diversa da quella attuale:

“L’educazione deve quindi cercare una via tra Scilla del lasciar fare e Cariddi del divieto frustrante. Ammesso che il compito non sia comunque insolubile, deve essere trovato un optimum per l’educazione in modo che essa possa ottenere massimo e nuocere il minimo (…) Se si considerano ora i difficili problemi che si presentano all’educatore – riconoscere le caratteristiche costituzionali specifiche del bambino, indovinare da piccoli indizi che cosa si svolga nella sua vita psichica incompleta, accordargli la giusta quantità d’amore pur mantenendo un sufficiente grado di autorità – si deve concludere che l’unica preparazione adeguata alla professione di educatore è un rigoroso apprendistato psicoanalitico. (…) L’analisi degli insegnanti e degli educatori sarebbe una misura profilattica più efficace che quella degli stessi bambini…” . (1)

Ricordiamoci infine che “insegnare” deriva dal latino in-signare, che significa “segnare”, “lasciare il segno”; “educare” deriva da ex-ducere, “trarre fuori”. Nell’insegnare c’è l’idea dell’imposizione di un ordine, nell’educare l’idea di far emergere quello che di buono c’è in ogni bambino, in ogni ragazzo. Conciliare l’esigenza dell’imporre un ordine con quella di aprire alla vita le menti giovani è sempre stato un compito arduo: lo è ancora di più oggi, nella nostra modernità “liquida” e complessa che preme con forza sulle fragili pareti del “recinto” scolastico.

E’ necessario che insegnanti e dirigenti riflettano su tutto ciò e distinguano, separandole, le inefficienze di sistema dalle inefficienze del singolo. L’acquisizione di consapevolezza porterà a giuste rivendicazioni ed impedirà che la responsabilità educativa ricada integralmente sulle spalle del singolo educatore. Tanti casi di burnout, tanti cedimenti dipendono proprio dalla scarsa stima di sé, derivante dall’attribuire il fallimento educativo unicamente ad una incapacità personale. Magari senza ammetterlo esplicitamente: un ultimo, comprensibile, tentativo di autodifesa che rende però ancora più aggrovigliato e tormentato il rapporto con gli studenti.

Chi, se non chi a scuola vive e lavora, è chiamato a spiegare quanto siano lontani dalle esigenze reali le proposte dei nostri politici? Si esamini la “riforma” Gelmini o la proposta di legge “Aprea” e si giudichi in che misura i problemi urgenti esposti in precedenza vengano presi in considerazione. Il primo passo per uscire dal burnout è il recupero di un ruolo attivo, all’interno di un’azione collettiva volta al miglioramento della nostra scuola.

Le richieste da fare sono tante, tutte necessarie: condizioni di lavoro e di studio più favorevoli, ad iniziare dal decoro, dall’adeguatezza e dalla pulizia dei locali, allentamento della morsa burocratica, incentivazione dell’aggiornamento e dell’acquisizione di conoscenza, pratica della collaborazione e dell’emulazione, promozione del lavoro scolastico per piccoli gruppi, al fine di ripristinare una reale comunicazione tra chi impara e chi insegna, possibilità di usufruire di anni sabbatici. Sono questi i contributi concreti per favorire il benessere mentale degli insegnanti (e, di conseguenza, degli studenti), base indispensabile di ogni buona scuola.

Note
1. Una recente indagine CENSIS ci dice che l’84,1% dei figli di genitori abbienti sceglie i licei, mentre, in questo tipo di scuole, soltanto il 36,2% dei ragazzi proviene da famiglie di bassa estrazione sociale. Già all’esame di licenza media, fra gli studenti che escono con “ottimo” o “distinto”, 3 su 4 tra provengono da famiglie benestanti. Sono dati brutalmente chiari. Come brutalmente chiaro è il dato fornito nel 2007 (prima della crisi!) dal bollettino statistico sulla ricchezza delle famiglie italiane di Bankitalia: “”Le informazioni sulla distribuzione della ricchezza desunte dall’indagine sui bilanci delle famiglie italiane, indicano che nel 2006 la metà più povera delle famiglie italiane deteneva meno del 10% della ricchezza totale, mentre il 10% piu’ ricco deteneva quasi la meta’ della ricchezza complessiva”. Sono informazioni statistiche che mettono in evidenza la diseguaglianza economica e la quasi completa mancanza di mobilità sociale nel nostro paese.

2. S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi, in Opere, vol. XI, Boringhieri, Torino 1979, pp. 254-255.

* * *

La letteratura internazionale inquadra la categoria degli insegnanti tra le helping profession che sono particolarmente esposte ad usura psicofisica.

Il nuovo Testo Unico per la tutela della salute nei posti di lavoro (D. L.vo 81/08 e successivi) prevede all’art. 28 che siano individuati e contrastati i rischi specifici della professione e lo stress lavoro correlato, considerando opportunamente anche il genere e l’età del lavoratore. Ne consegue che il dirigente scolastico – equiparato al datore di lavoro – deve adeguare il Documento di Valutazione dei Rischi alle nuove esigenze individuate dal legislatore, tenendo conto che il personale docente è composto per i 4/5 da donne, con un’età media di 50 anni.
(vedi qui)

* * *

Burnout‘, se l’insegnante scoppia
di Salvo Intravaia

Il “male” degli insegnanti è in rapida crescita e i dirigenti scolastici non sanno come affrontarlo. Ma, secondo gli stessi presidi, neppure i medici sono consapevoli delle patologie psichiatriche cui gli insegnanti vanno incontro nel corso della carriera e le sottovalutano. Il quadro, per nulla confortante, emerge da uno studio, condotto dall’Anp (l’Associazione nazionale dei dirigenti e delle alte professionalità della scuola) in collaborazione con la fondazione Iard, presentato questa mattina.

In Francia, dopo gli ultimi allarmanti dati sui suicidi tra i docenti, il governo è corso ai ripari affiancando uno psichiatra di supporto ogni 300 insegnanti. “In Italia – dichiara Vittorio Lodolo D’Oria, medico e responsabile dell’area Studio e tutela del benessere psicofisico degli operatori scolastici dello Iard – nessuno si preoccupa di un fenomeno che è soggetto ad un rapido aumento”.

Nel 2004, un articolo dello stesso D’Oria (ed altri) pubblicato sulla Medicina del Lavoro, dimostrava come gli insegnanti del Bel Paese rappresentino una delle categorie maggiormente soggette a malattie psichiatriche. Su 774 richieste di inabilità al lavoro presentate da maestre e prof, metà (49,8 per cento) era causata da patologia psichiatrica. Tra gli impiegati, l’incidenza dello stesso tipo di disturbo si attestava al 37 per cento per scendere al 17 per cento fra gli operai. Oggi, secondo le ultime rilevazioni, la percentuale di “psicopatie” tra le richieste di inabilità al lavoro nei docenti è al 70 per cento. “Segno che il problema va affrontato subito e non è più possibile aspettare”, spiega Lodolo D’Oria.

Di fronte ad alunni sempre più “vivaci” e ad una scuola complessa e stressante, un numero crescente di insegnanti annaspa. E i dirigenti scolastici, di fronte ai casi limite sempre più frequenti, non sanno che pesci prendere. L’indagine Anp-Iard ha preso in considerazione oltre 1.400 questionari compilati da dirigenti scolastici o stretti collaboratori all’opera in 11 regioni italiane. Due su tre hanno dichiarato di avere “dovuto affrontare, almeno una volta in prima persona, casi di disagio mentale professionale”. Meno di un dirigente scolastico su 4 “è a conoscenza dei rischi di salute di origine professionale negli insegnanti: la gran parte si limita a riconoscere un malessere (il “burnout“, letteralmente la “fusione”) rifiutando di pensare che questo malessere possa evolvere in patologia psichiatrica”.

Ma non solo. Solo 3 presidi su 10 di fronte agli insegnanti “scoppiati” si “sentono professionalmente all’altezza della situazione”. Coloro che non hanno mai affrontato direttamente casi di disagio mentale degli prof “sottovalutano i rischi di incolumità dell’utenza” e 2 dirigenti su 3 confessano di non sentirsi “opportunamente appoggiati dagli uffici competenti”: Uffici scolastici provinciali (gli ex provveditorati) e regionali.
(continua qui)

* * *

Dati

Salute in cattedra: indagine 2009

La ricerca operata complessivamente su 2.186 docenti ha appurato che:
• quasi i 3⁄4 degli intervistati (71%) hanno riconosciuto che nella loro vita prevale lo stress di origine professionale (“decisamente” il 48% e “moderatamente” il 23%) rispetto a quello extra-lavorativo (“decisamente” il 13% e “moderatamente” il 16%);
• a inizio anno scolastico solo il 30% del campione si ritiene “sereno”, mentre il 57% si definisce “in apprensione” e il 12% “in grave stato ansioso”. Una minima parte (1%) si definisce “indifferente”;
• per affrontare i propri problemi, i due terzi del campione sostengono di ricorrere allo appoggio dei colleghi e alla condivisione delle difficoltà, mentre il terzo restante preferisce reagire chiudendosi in se stesso;
• solo il 41% del campione riconosce l’entità dell’incremento dell’esposizione al rischio depressivo durante la menopausa, mentre il 40% non lo sa e il 18% lo nega fermamente.
L’1% invece non risponde alla domanda;
• dell’intero campione femminile il 68% e il 62% dichiarano rispettivamente di effettuare regolarmente gli esami di screening oncologico pap test e mammografia. Circa il 10% afferma di non eseguire alcun esame per la prevenzione dei tumori, mentre il 13% dichiara di non aver ancora raggiunto l’età per i suddetti esami;
• tra i fattori che influenzano maggiormente l’educazione dei ragazzi loro affidati, gli insegnanti stilano una graduatoria che relega la scuola all’ultimo posto come importanza. Sono accreditate in ordine decrescente: la famiglia (86%); le tecnologie (10%); le amicizie (3%); la scuola (1%);
• certamente preoccupante il dato riguardo alla percezione di “aver subito o subire” un’azione di mobbing. Quasi un terzo del campione dichiara di aver avuto a che fare col mobbing: il 23% dichiara di averlo subito in passato; il 4% ritiene di essere stato verosimilmente “mobbizzato”; l’1% si considera attualmente vittima di mobbing;
• l’allungamento dell’età pensionabile per la donna a 65 anni è avversato dal 49% del campione, mentre il 38% si ritiene possibilista, pur chiedendo un approfondimento preventivo circa il rischio di usura psicofisica professionale prima di procedere alla riforma previdenziale. Il 5% dichiara di non aver problemi ad accettare la riforma da subito, mentre il restante 8% vorrebbe che l’eventuale permanenza a lavoro fino ai 65 anni avvenisse solo su base volontaria;
• gli interlocutori dei docenti che causano loro maggior stress sul lavoro sono nell’ordine: studenti (25%); i loro genitori (21%); i colleghi (19%); il dirigente scolastico (3%). La restante parte (32%) ritiene invece tutte le relazioni parimenti usuranti;
• il 63% dichiara di avere in classe uno o più alunni certificati/riconosciuti come portatori di disturbi o deficit psichici. Il 96% dell’intero campione ritiene di non essere supportato adeguatamente dalle istituzioni scolastiche e sanitarie competenti, nello svolgimento delle proprie funzioni con tale utenza;
• chiamati ad esprimere il disturbo psichiatrico che in un alunno richiede maggior impegno a un docente, vengono considerati in ordine decrescente: iperattività con disturbo dell’attenzione (39%), schizofrenia, (37%), autismo (14%), epilessia (3%), ritardo mentale (2%), altro (6%);
• il 94% ritiene molto (69%) o abbastanza (25%) utile un supporto scientifico specifico costituito da consigli e formazione di specialisti sui comportamenti da adottare con bimbi iperattivi con deficit dell’attenzione.
(vedi qui)

*

I fattori professionali predisponenti

La categoria degli insegnanti è sottoposta a numerosi stress di tipo professionale. La loro natura, sia in generale che con specifico riferimento allo scenario scolastico italiano, può essere ricondotta ad alcuni fattori riguardanti:

  • la peculiarità della professione (rapporto con studenti e genitori, classi numerose, situazione di precariato, conflittualità tra colleghi, costante necessità di aggiornamento)
  • la trasformazione della società verso uno stile di vita sempre più multietnico e multiculturale (crescita del numero di studenti extracomunitari)
  • il continuo evolversi della percezione dei valori sociali (inserimento di alunni disabili nelle classi, delega educativa da parte della famiglia a fronte dell’assenza di genitori-lavoratori o di famiglie monoparentali)
  • l’evoluzione scientifica (internet e informatica)
  • il susseguirsi continuo di riforme (autonomia scolastica, innalzamento della scuola dell’obbligo, ingresso nel mondo della scuola anticipato all’età di cinque anni e mezzo)
  • la maggior partecipazione degli studenti alle decisioni e conseguente livellamento dei ruoli con i docenti
  • il passaggio critico dall’individualismo al lavoro in èquipe
  • l’inadeguato ruolo istituzionale attribuito/riconosciuto alla professione (retribuzione insoddisfacente, scarsa considerazione da parte dell’opinione pubblica.etc)

*

Le reazioni individuali al burnout: quelle da evitare e quelle da assumere

In letteratura sono state descritte e analizzate le reazioni di adattamento (coping strategies) che i singoli insegnanti adottano per far fronte al burnout, nel tentativo di reagire a una situazione che, se non affrontata per tempo e adeguatamente, può degenerare in malattia psico-fisica.

Una classificazione delle coping strategies è stata proposta diversificando le stesse in azioni:

  • dirette, miranti cioè ad affrontare positivamente la situazione
  • diversive, cioè tese a schivare l’evento assumendo un atteggiamento apatico, impersonale, distaccato nei confronti di terzi
  • di fuga o abbandono dell’attività, per sottrarsi alla situazione stressogena
  • palliative cioè incentrate sul ricorso a sostanze come caffè, fumo, alcool, farmaci.

In attesa di un intervento socio-istituzionale sull’organizzazione e sull’ambiente di lavoro, si ritiene che il progetto terapeutico sull’insegnante affetto da burnout debba prevedere un sostegno psicoterapico personalizzato volto a perseguire quattro obiettivi uguali per tutti:

  • diminuire la componente onirico-idealista rispetto al proprio lavoro, ridimensionando le proprie aspettative e riconducendole a un piano più attinente alla realtà
  • evidenziare gli aspetti positivi del lavoro e non concentrarsi solo su quelli negativi
  • coltivare interessi al di fuori dal lavoro per distrarsi e non focalizzare l’attenzione esclusivamente sui problemi professionali
  • lavorare in compagnia di altre persone per non sentirsi soli e condividere lo stress.

Un intervento precoce e mirato durante il percorso professionale dell’insegnante consente un più agevole recupero/reinserimento sociale del soggetto.
(vedi qui)

* * *

Parola di Ministro: colpa degli insegnanti non qualificati, non formati, non selezionati

Il tema dell’intervista radiofonica a RTL 102.5 del 07.02.2010 riguardava la riforma della scuola, ovvero gli 87.000 tagli dovuti alla semplificazione e al maggior collegamento al mondo del lavoro realizzati dal ministro Gelmini, ma subito il ministro Brunetta ha voluto affrontare un punto nodale da economista sul perché dei presunti disastri dell’azienda-scuola italiana: la qualità pessima delle strutture umane e materiali a disposizione. Per il rappresentante del Governo la Scuola è un disastro perché… i docenti italiani dimostrano poca cultura, non hanno avuto una formazione adeguata, non sono stati selezionati, non hanno una qualificata professionalità e non sono neanche aggiornati.
(continua qui)

* * *

Oltre il burnout dell’insegnante: la prosocialità a scuola per il benessere della relazione tra insegnanti e studenti
di Cristian Pagliariccio

La prevenzione del burnout è un aspetto positivo che genera vantaggi per molti: gli insegnanti e le loro famiglie e gli studenti e le loro famiglie. Soprattutto per gli studenti, di fatto, l’essere rispettati come esseri umani piuttosto che vedersi trattare come numeri di registro o cose sarebbe già un evidente beneficio. Inoltre, potersi rapportare ad insegnanti emozionalmente integri offre agli studenti anche il vantaggio di poter ricevere comportamenti prosociali dagli insegnanti come, ad esempio, ricevere un’adeguata comprensione rispetto alle proprie condizioni personali e sociali di disagio; veder favorita la distensione del clima di classe, anzichè lo sviluppo dell’ansia; avere un valido supporto per la motivazione allo studio. Infine, come hanno dimostrato alcuni programmi basati sulla discussione in classe delle problematiche degli studenti, l’insegnante emozionalmente integro e competente è ritenuto effettivamente un’ottima risorsa e guida per gli studenti.
(continua qui)

* * *

Dall’estero

In Francia
Nella casa dei maestri in bilico
di Anais Ginori

Un ospedale psichiatrico alle porte di Parigi accoglie e cura uno speciale tipo di malato: il prof che una scuola ormai fuori controllo sottopone a stress spesso insopportabili. I gessi, la lavagna, una scrivania vuota. Dai banchi, Karen alza la mano. “I ragazzi l’hanno capito prima di me”. E’ una giovane insegnante di matematica, gli occhi smarriti coperti da lunghe ciocche castane. “Hanno fiutato da lontano una piccola fragilità e si sono avventati come lupi assetati di sangue”. Quando è stata ricoverata pesava quarantadue chili, era diventata anoressica…

Nei corridoi delle scuole è diventato un modo di scherzare tra professori. «Stai attento, finirai a La Verrière». Quaranta chilometri dalla capitale, un grande parco con alberi secolari. C´è un piccolo castello dell´Ottocento con finestre azzurre, usato come ospedale da campo durante la guerra. Intorno, blocchi rettangolari di cemento. Settori A, B e C. Otto padiglioni in tutto. Alcune infermiere fumano al freddo. Un paziente viene portato alla fisioterapia in sedia a rotelle. Al primo piano, le stanze. Non ci sono televisori, l´uso dei cellulari è limitato ad alcune ore del giorno…

L´elenco delle psicopatologie è lungo. Disturbi della personalità, nevrosi, schizofrenia, ossessioni compulsive. Ci sono anche casi di alcolismo, anoressia, bulimia, automutilazioni. Non sempre le terapie vanno a buon fine. Nel 2008 era stato ricoverato un professore di inglese denunciato perché aveva costretto un alunno a togliersi il berretto in classe. Qualche mese dopo essere uscito dall´ospedale si è suicidato.

Eppure, alla fine del lungo percorso terapeutico, due pazienti su tre tornano nel sistema scolastico. Prima, però, devono affiancare per qualche mese un tutor in una delle scuole convenzionate con La Verrière. L´impatto con la classe è decisivo per capire se il docente è davvero in grado di reggere il faccia a faccia con i ragazzi. Una maestra di medie che aveva ricevuto una pietra sulla testa nel cortile della scuola era tornata al lavoro dopo cinque mesi di terapia. Non ha retto. Da allora, è stata trasferita nei servizi amministrativi del ministero.

«Cerchiamo sempre di reinserire i nostri pazienti nell´insegnamento – continua lo psichiatra – perché chi comincia questo mestiere di solito ha un ideale, una vocazione. In generale, è da quello che bisogna ripartire»…
(vedi qui)

*

In Germania
Allarme DMP negli insegnanti in uno studio tedesco: come reagiscono istituzioni e sindacati?

Uno studio condotto in Baviera sugli insegnanti di scuole professionali è pervenuto a una conclusione che suona come un impietoso verdetto: “Il pensionamento anticipato – quando ha luogo per motivi di salute – è dovuto principalmente a malattie mentali. E ancora, vi è un’evidentissima differenza tra i due generi (statisticamente significativa) a sfavore della donna per quanto concerne la malattia mentale. Infine, conclude coerentemente, misure d’intervento e prevenzione tra gli insegnanti si devono concentrare in particolare sulla malattia psichiatrica sul posto di lavoro (scuola) prendendo in seria considerazione ila differenza di genere (maschile o femminile) dei lavoratori.
(vedi qui)

* * *

Una Interrogazione parlamentare sul Disagio Mentale Pofessionale qui.

Siti dedicati al burnout qui e qui.

Dossier sulle modifiche al Decreto Legislativo 81/2008 qui.

Cenni sul di burnout e sul mobbing di Alessandra Tamiati.

Un’intervista a Vittorio Lodolo D’Oria qui.

Una analisi delle malattie professionali degli insegnanti e una proposta.

Un libro: Scuola di follia.

* * *

Ultime dalla scuola
La Corte Costituzionale ha ritenuto incostituzionale la norma che metteva limiti al numero degli insegnati di sostegno, qui.

Licei Musicale e Coreutico: saranno solo 11 anziché 50, cade di fatto un pezzo della riforma proprio nella sua più vantata novità, qui.

Il governo non sblocca i fondi (773 milioni di euro) per la messa in sicurezza dell’edilizia scolastica, qui.

E’ di oltre un miliardo il debito del governo con le scuole, qui.

Rapporto Legambiente sulla qualità dell’edilizia scolastica: nel 2010 peggiora ancora rispetto al 2009, qui.

Una nuova forma di protesta: la scuola va a rotoli.

* * *

Tutti i materiali sulla “riforma” delle Superiori qui.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Un appello di docenti per la scuola pubblica.

Guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Una guida normativa per l’anno scolastico 2009-20010 qui e qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas.

Spazi in rete sulla scuola qui.

22 pensieri su “Vivalascuola. Malati di scuola

  1. Pingback: Kataweb.it - Blog - Comitato Precari Liguri della Scuola » Blog Archive » Vivalascuola (22/3/2010). Malati di scuola

  2. Mi sono spaventata un pochino! La situazione è molto diversificata, nella sua tragicità (vedi ospedale di Parigi).
    Come sempre quando le cose sono complesse, si individua ogni genere di rimedi, anche contrastanti: non centrarsi in una dimensione onirico ideale – riscoprire alla fine di un percorso curativo, la dimensione ideale che ha portato a scegliere la professione.
    Ci si sente un po’ come su una grande giostra. Che sia già il burn-out?
    Grazie comunque, per tutti i contributi proposti. C’è tempo di leggere con calma.

    Mi piace

  3. “diminuire la componente onirico-idealista rispetto al proprio lavoro, ridimensionando le proprie aspettative e riconducendole a un piano più attinente alla realtà…” Mamma mia, sembra la caricatura del dottor Freud travestito da Paperino (che mai poverino avrebbe osato dire una cosa simile…) CHE ORRORE… ma se non siamo mai stati così vicini alla realtà, così pedestramente “stravaccati”, pistati e stropicciati sulla realtà e dalla realtà… Predellini della realtà. Ma come si fa a dire smettetela di volare altrove, se non siamo mai stati più REALI di oggi? Da quale cielo si dovrebbe scendere se l’inferno non è mai stato così vicino? Questa non è una ricetta per fare meglio il proprio mestiere, o per essere più felici, questa è una ricetta per scomparire del tutto. Se l’insegnante non mantiene vivo il desiderio collettivo di “altro” (non vorrei dire del totalmente altro) è meglio che si suicidi da solo, prima che lo “suicidino” gli altri.
    Meglio sarebbe starsene in fabbrica se ce ne fossero ancora di fabbriche.Mahh… Molto bello invece l’articolo di Giovanna Lo Presti. Bella puntata.

    Mi piace

  4. Bisogna dire che questo lavoro di Giorgio, questi documenti e testi proposti sulla scuola, sono quanto di più intelligente e meritorio circoli in rete sull’argomento.

    Mi piace

  5. Cari Paola e Alex, mi pare che abbiate evidenziato un elemento importante, quando si consiglia come rimedio al burnout:

    “non centrarsi in una dimensione onirico ideale – riscoprire alla fine di un percorso curativo, la dimensione ideale che ha portato a scegliere la professione”.

    Mi domando cosa rimanga all’insegnamento, se si toglie la dimensione ideale – qualcuno volando un po’ più basso dice che per insegnare ci vuole passione.

    E chiaro che quei rimedi sono tappabuchi per tamponare situazioni ingestibili.

    Come diceva Lucy nella puntata precedente, in cui era in primo piano il disagio degli studenti – di certi studenti – “senza una partecipazione allargata non se ne viene fuori”.

    E’ il contesto complessivo a essere fonte di tensione e di malessere, con inevitabili ricadute negative nell’insieme del sistema scuola che alimentano un perverso circolo vizioso. Ancora una volta, sono la politica e la società a dover essere chiamate in causa.

    Mi piace

  6. “Ma chiediamoci ancora: perché questo malessere in una professione in teoria tra le più alte ed importanti all’interno di una società civile?” (Lo Presti)

    mi pare che la risposta sia già contenuta nella domanda; in teoria la nostra è una professione “alta”, nei fatti siamo dei poveretti, screditati sistematicamente, per quel che ricordo, da almeno quindici anni. tutti possono dirci quello che dobbiamo fare: tutti sanno meglio di noi come fare il nostro lavoro. lavoro che è considerato dai più un ripiego: se fossimo in gamba faremmo altro. che altro? altro. credo che sia inutile raccontare che cosa significa andare in classe ogni mattina. io non mi posso permettere di stare in silenzio, anche se lo vorrei tanto, certe mattine. devo sorridere, non devo far pesare i casi miei. devo trovare qualcosa di buono in quelle quattro acche strampalate che a volte tornano indietro dopo tanta fatica. devo permettere a venticinque persone di esprimersi, come sanno, come possono. devo allo stesso tempo non perdere di vista un filo logico, dei contenuti, in mezzo a mille intoppi. e dopodomani devo andare a roma senza essere pagata (c’è già lo stipendio, no?) mi sono preparata i percorsi con materiale mio, fantasia mia. se qui a casa dovesse esserci bisogno di me nelle restanti venti ore per quattro giorni, cavoli miei. ci potevo non andare: sicuro! ma poi, come per mille altre cose, faccio anche quello che in teoria non dovrei fare. siamo disprezzati perché siamo poco furbi, perdenti, un po’ pezzenti, di sicuro ignoranti.
    anch’io sono stanca di farmi insultare. e chi dirà che in un ufficio ci sono gli stessi obblighi che ha un insegnante…vabbé, non è il caso di ragionarci.
    altra cosa: non trovo più il passaggio, ma da qualche parte si dice qualcosa a proposito del fatto che “dirigenti e insegnanti” dovrebbero interrogarsi etc. vi spiace se tolgo di mezzo i dirigenti? mai come ora sono diventati la controparte. siamo soli. e quando si è soli e poveri, si è ricattabili. infatti la solidarietà sta andando in un certo postaccio. burnout? me mi fa un baffo.

    Mi piace

  7. Grazie del passaggio, Valter, i nostri commenti si sono incrociati.

    Ancora, a proposito di questi temi, vorrei ribadire la necessità di far conoscere le cose della scuola dall’interno, per superare, come dice Marina Boscaino nella citazione in apertura, dei luoghi comuni che forse non sono mai stati veri, e oggi più che mai.

    La situazione mi pare al limite, non passa giorno che non si leggano notizie come questa:

    http://www.ilcittadinomb.it/stories/Cronaca/236085/

    o testimonianze come questa:

    http://www.scuolaoggi.org/archivio/la_scuola_fallita_cronaca_di_una_giornata_di_ordinaria_follia

    Mi piace

  8. “…i docenti italiani dimostrano poca cultura, non hanno avuto una formazione adeguata, non sono stati selezionati, non hanno una qualificata professionalità e non sono neanche aggiornati. Pertanto la scuola non è all’altezza della sfida di una società moderna.”

    Parola di ministro, a cui andrebbe però ricordato che la formazione – imprescindibile, senz’ombra di dubbio, per ogni lavoratore pubblico e privato – non è solo un dovere ma anche un diritto del lavoratore: “(La Repubblica) Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori.” (art. 35, co. 2 della Costituzione). Là dove rileva carenze, dunque, la Ministra, provveda, ricordando però che per le scuole private – finanziate dallo Stato non ostante si dica che l’equipollenza di “trattamento scolastico” (art. 33, 3° co.) dovrebbe essere “senza oneri per lo Stato” – non c’è garanzia alcuna né nella selezione dei docenti né riguardo alla loro formazione.
    Grazie, Giorgio.
    Giovanni

    Mi piace

  9. Concordo con Pin (alias il prof D’Emilio), si badi però che non c’è cosa più stancante che aver a che fare con gente che non vuol capire. Aggiungo che sono pronto a sfidare a duello il “signor Gelmini” (Maria Stella che è donna porterà la cassetta del pronto soccorso). Al signor Gelmini la scelta del luogo e dell’arma. Il giorno però lo scelgo io e sarà ovviamente il 1 settembre p.v. (Giorno dell’ira). Pertanto proporrei anche un cambiamento del calendario gregoriano
    Con osservanza. alex

    Mi piace

  10. Grazie a Fabrizio per l’apprezzamento e a Giovanni per l’ottimo richiamo alla Costituzione: il ministro ha fatto un autogol!

    A Lucy, auguri di buon viaggio d’istruzione.

    A Pino, grazie per la lettura (carbonara)… tanti carbonari leggono ma non commentano… l’importante è che leggano.

    Mi piace

  11. Io leggo, ma non riesco a commentare. Ne avrei tante da dire, visto che faccio l’insegnante da vent’anni e anno dopo anno ho visto la scuola pubblica cadere e decadere nel disinteresse generale e nello sfacelo delle varie e varie “riforme” che ormai l’hanno ridotta a niente. Parlarne mi fa male, perchè è un lavoro che amavo, e che ho desiderato fare fin da quando ero una bambina. Davvero, la mia è stata una vocazione. Ho affrontato questo mestiere con entusiasmo, e anno dopo anno ho dato il sangue per dare ai miei alunni tutto ciò che potevo. Ora sento che le forze vengono meno, che mi stanno togliendo tutta l’energia e la voglia di lottare. Perchè di questo si tratta: una lotta quotidiana contro tutto e tutti. Ed è una grandissima amarezza.

    Mi piace

  12. Ma ora, senza fondi, al fondo del raschiamento, partorirà qualcosa questo aborto di riforma?Siamo al 24 di marzo e non si sa niente di niente di niente su cosa accadrà l’anno prossimo. Come saranno organizzati i programmi, le classi e quali saranno gli insegnanti. Cosa aspettano che arrivi: l’arca di Noè?
    E poi dicono ai docenti che non sono all’altezza? Che non sono preparati e non sanno fare programmazione e poi metterla in atto? Ma girassero i tacchi da quelle balaustre da cui vedono solo il seggiolone in cui stanno abbarbicati!E’ ora di BOCCIARLI,anche se credono di essere arrivati in luoghi intoccabili. HANNO ANCORA BISOGNO DI VOTO. ferni

    Mi piace

  13. Ma se si muta atteggiamenti e pratiche(cioè se si lavora bene insieme fra gli inmsegnanti e si instaura un rapporto umano con gli alunni, si elimina la burocrazia inutile si vaoltre la gabbia degli orari inflessibili ecc. ) si può fare una buona didattica a dispetto della riforma gelmini.Mi sembra sia invalso l’uso di martellarsi i c.(quelli metaforici)per il gusto di lamentarsi.

    Mi piace

  14. maurizio: la burocrazia inutile è arrivata alle stelle e non dipende dagli insegnanti eliminarla: si devono compilare delle cose che nessuno leggerà, e ogni anno aumentano.
    quella che sembra, e anche a me, di tanto in tanto, pare un’invalsa abitudine al muro del pianto, è il lamento di gente che si dà COMUNQUE da fare. ho colleghi, pochissimi in verità, che non si lamentano: e vedrai che non sono mai oberati di lavoro, che fanno poco di tutto da sempre, per natura o per scelta non si lasciano coinvolgere. di quelli che se gli dicessero che d’ora in poi dovranno solo limitarsi ad entrare in classe e sorvegliare lo farebbero senza problemi. non c’è nessun gusto a lamentarsi: dopo il lamento (detto tra noi: e ci mancherebbe pure che inghiottissimo certi rospacci!) torniamo tutti a lavorare con impegno.

    Mi piace

  15. Pingback: Vivalascuola. Detachment – Il distacco: note su un film e su una malattia | Poeme Sur Le Web Blog

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...