Assunta Finiguerra

di Carla Saracino

«Aggia fatte a sarte pe ttanda tiémbe / n’agge chesute de rrobbe e crestijane / tajèrre, soprabbete, giaccune de lane / e ccavezune e ggonne e ggelettiédde […]». In Scurije (Lietocolle, 2005), Assunta Finiguerra scrive d’aver fatto la sarta per molto tempo. Nella schiettezza frontale di questa autopresentazione, la sua voce e la lingua appaiono pulsanti; nell’indeterminatezza del tempo – che non si calcola – Assunta Finiguerra può consegnarci a una conturbante verità: ogni atto che ci sopravviva deve avvenire secondo un preciso esercizio. Riconoscere l’inevitabilità di questo esercizio significa riconoscere il proprio destino. E il destino agisce, spesso, sul lungo periodo, lasciando in una specie di otre itinerante colui che di questa sorte porta il peso: «Chi nassce già segnate da u destine / adda avé a che ffà sembe cu turmiénde / da sole adda affrunduà tembeste e viénde / e ssope o cuarre i vinde fenì abbuole […]».

Come in una sartoria che da reale diventi poetica, il cucire di Assunta Finiguerra non è più quello del rituale quotidiano chiamato mestiere, bensì l’altro, il cucire che salda i versi incidendoli sulla pagina bianca. Ma la sua poesia ha i fili tesi, non incornicia un arazzo gentile, ha i lacci nell’ago impressi come la parola dentro l’inchiostro che tenta l’eternità. Non casualmente è, quella dell’autrice lucana, una poesia che del corpo moltiplica e ugualmente riduce, facendosene beffe, i giochi del piacere e dell’affanno. Un corpo tirato fino allo spasimo, una biografia materica che si volta e rivolta attraverso la parola, che possiede la graffiante ansia d’essere giustamente approvata e riconosciuta, non per un capriccio della vanità, ma per una conferma dell’esistere.

Laddove il corpo prostrato stenta, perché all’inquietudine non c’è mai fine, subentrano le creature di una tradizione letteraria che giustamente Pier Mattia Tommasino, nella prefazione alla versione dialettale di Pinocchio ideata dall’autrice, Tunnichje (Lietocolle, 2007), ha definito «panmeridionale». Felice osservazione, quella di Tommasino. E infatti uno spirito panmeridionale soffia sull’incantamento della poetessa “zappatora” (la definizione è tratta dalla tesi di laurea di Alessia Santamaria dedicata all’autrice). Questa autoqualifica, assurta quasi a nome proprio, è stata dalla poetessa giustamente indovinata: zappare, parola così inospitale persino nel suono, è arte indocile; zappare è scagliare la lama sulla spumosa consistenza della terra, provocare un danno necessario per preparare a miglior vita il terreno sotto i piedi. La poesia, corporalità intrinseca, diventa allora anche un sacrificio, un sacrificio per il bene: fuori da ogni retorica estranea al cuore, il bene della Finiguerra è l’Amore. Un Amore però che si tocca, che è identificabile, che non appartiene alle privazioni degli stereotipi cui ci abituano fin dalla nascita e a cui la poetessa stessa, originaria d’un piccolo paese della Basilicata, è stata per lungo tempo sottomessa (mentre s’agitava in lei il demone della ribellione, l’angelo travestito da maschera insofferente, il desiderio che stava sotto le vesti di un mendico). L’Amore della poetessa è voluttuoso, capace di lottare con la vita, sguainarne il significato, portarlo in fronte come segno della preda conquistata. Il grande dramma della Finiguerra, ma anche la sua recondita energia, è originato dall’indisposizione del mondo ad accogliere il vortice in petto del suo dono. Da qui, forse, proviene l’elezione del dialetto. Se non è il mondo ad appropriarsi di lei, ella s’approprierà del mondo attraverso la sua antica lingua: l’unica strada proponibile, per questa guerriera il cui lamento è in realtà intolleranza al non poter godere, diventa la lingua dei padri, delle famiglie di San Fele, disperse nell’album di sbiaditi fotogrammi. Ma che strana simbiosi si crea tra la Finiguerra e il vernacolo! Una figliolanza che doveva accadere da sempre. Si piange, si ride, si ama, si grida in dialetto. Il dialetto è la sincronia della vita che si dipana incarnandosi nel vissuto. Il dialetto, per una natura indomita come quella che fu di Assunta Finiguerra, è il getto da cui si origina il rapporto sensuale e diretto tra sé e sé, sé e gli altri, sé e la letteratura.

La poesia dialettale della Finiguerra ha il timbro netto di ciò che classicamente sa di pre-culturale o post-culturale per assurdo, per un giro folle attorno alla cinghia dei titoli cattedratici. «Tenghe a càttedre a scóle d’u turmiénde/ re mmalepatènze mbare de l’amore/ poche studiénde hanne a chiòcca bbone/ e cchi re fface pecché le vatte u córe […]» [Ho la cattedra alla scuola del tormento/ le sofferenze insegno dell’amore/ pochi studenti hanno voglia d’imparare/ e chi lo fa perché gli batte il cuore]. L’allusione parodica agli accademici c’è ma è tanto lieve e forse neanche così voluta. Ben più prioritario è trasmettere al lettore d’essere maestra di stati interiori convulsi e mai sazi, figli della cupidigia delle cose belle, delle cose tutte, equivalenti a un vivere autentico e scevro da mediazioni vischiose o pre-occupate. C’è in Assunta Finiguerra il respiro verticale delle voci classiche, di quella lirica che agisce nel mondo per cantarlo e insieme scuoiarlo mano a mano, fino a vederne l’essenza, il nocciolo stregato dal mistero che lo sottende. Anche per questo, la poesia della poetessa-zappatora trabocca come di un empito di suggestioni che della terra d’origine mantengono il nucleo cromatico ancestrale. Volendo infatti riprendere più da vicino il senso delle parole del Tommasino, il panmeridionalismo dell’autrice è ancora una volta corpo in congestione, corpo in diretta. L’affastellarsi di figure mitiche, le imprecazioni, le comparazioni fra gli oggetti e l’umano o l’umano e la legenda archetipica dei sentimenti, sono colori sgargianti sulla tavolozza di una poetessa che non rinuncia ad entrare nella classicità del sentire mostrandosi al pari d’un oracolo, una bocca della verità sguaiata, talvolta, nel senso della crudezza del dire. Chi è classico non può rinunciare alla crudeltà, intesa come atto di coraggio verso la nominazione del male. Cancro, coltello, unghia, tagliola, mastino, squartare, strappare: questi, tra verbi e nomi, sono solo alcuni dei gradienti linguistici della mordacità verbale della Finiguerra.

Del resto, scrivere poesie è spogliarsi d’ogni pudicizia che nel linguaggio freni il conato delle nostre rinunce. Essere crudi significa essere se stessi e poter vivificarsi nello stile. Essere crudi, talvolta, significa auspicare un ordine in grado di mettere a tacere per sempre il caos delle condanne e ripristinare un’integrità e una forma di benessere. Questo benessere è cercato ed esplicitamente reclamato dalla Finiguerra. Ce lo suggeriscono i giochi estremi di alcune chiuse in Scurije: «Oje vita vita vite guàrdeme nfacce / nun só nu bboje c’accide a ggende / vulesse avé nu poche de firma mende / e nu becchiere mane de verdéche […]» [O vita vita vita guardami in faccia / non sono un boia che uccide la gente / vorrei avere un po’ di firmamento / e un bicchiere in mano di verdeca].

Non è infrequente, nei versi dell’autrice, l’entrare in un mondo fatto di equivalenze tra il soggetto lirico, i sopralluoghi di ciò che è esistente e l’esistente fine a se stesso, quello della materia prima, degli oggetti che stanno, assorti, nella quotidianità: oggetti semplici, pezzi di vissuto giornaliero (a voler rimarcare l’assoluta identità tra la vita e la poesia).Eppure, nella sua produzione si scontrano tempeste del sentimento e sorsi spiccioli di blanda distrazione quotidiana; evidenza che ha la forma della familiarità domestica e reazione metaforica a questa stessa idea di normalità. Una serie di laceranti contraddizioni che determinano le accensioni aggettivali dei testi, gli svettanti lamenti che gridano sulla pagina e che si trasformano in propositi di controrivoluzione, battesimo del tempo convocato e stracciato, invocato e maledetto.

Il lamento della Finiguerra è un canto guerriero e non può conoscere lo spreco. Lo spreco è il feticcio negativo dell’autrice, il Maligno da abbattere; la dispersione è la passione da recidere. Assunta Finiguerra mira alla composizione di uno stato della sazietà. Una fame incontrollata la possiede e perciò, di fronte ad essa, deve sfoderare ogni strategia d’attacco e ogni piano di difesa. Il suo nemico è la fame, la fame della vita. Leggiamo ancora da Scurije, «e m’afferraje a re trézze d’e l’amore / quanne avvertije nu picca terramote / quanne me ngaddije a vvócca aperte / u zenzelicchje d’u delore o maestrale» [e mi afferravo alle trecce dell’amore/ quando avvertivo un grande terremoto/quando tonificavo a bocca aperta/ l’ugola del dolore al maestrale].

Nelle ultime pagine di Scurije (opera che abbiamo maggiormente presa in esame, edita, gioverà ripeterlo, da Lietocolle nel 2005), ma anche nelle ultime produzioni poetiche apparse nell’Antologia del premio MezzagoArte, Questo dolore che mangia (Le Voci della Luna Poesia, 2009), quell’assoluto bisogno di dare concretezza al mancante diventa insostenibile, una croce che ha veramente il significato della sacralità, la sacralità di una responsabilità verso se stessi e la bellezza in assoluto. La voce guerriera è esausta e non è più sufficiente ad aprire l’estasi della liberazione. «Nun m’abbaste cchiù scrive poesije» [Non mi basta più scrivere poesie]. Ormai la parola ha finito, nei suoi sarcastici e irruenti slanci di offerta, di agire. Bisogna quasi disimparare l’amore, bisogna quasi accettare quella dissipazione «cume l’inghiostre ca ténge re mmane» [come l’inchiostro che tinge le mani] che vede nello sperpero l’unica fuga dall’ossessione del potere taumaturgico del cuore. La morte fa una comparsa più esplicita nelle battute ultime della poetessa, è una figlia che viene a nascere e a prendere le redini di un’eredità: sarà l’eredità privata del rimpianto? Del non essere riusciti a diventare ciò che si sarebbe voluto? No. La morte sarà un destino comune e toccherà tutti, prenderà le sembianze delle colpe e i rimorsi d’ognuno, infine chiuderà il coperchio del chiasso e restituirà pace a tutte le vite precocemente spezzate.

Da Puozze Arrabbià, La Vallisa , Bari 1999.

Me vole vedé morte a ggende
vole ca nun respire cchiù
pecché u respire mije
daje fastidje o sole
a quiru sole ca tutte chiàmene attane
e nessciune ha maje viste
Morte, sette parme sottiterre
accussì nun rombe re scatele
a quande aggia credute amice
e a mane sott’o core hanna mise
p’acchiappà re llàcreme
ca sembe vaje strecchianne

Ma ije nun more
pecché só male fierre
tenghe tutte arrezzute
a panze, u suanghe, u core
quiru core muorte accise
scazzate sott’o muaglje di juorne
e arredutte cume pedde de ciucce

Si è ciucce
u destine ha velute accussì,
nda corse cu a vite è rumuaste ndrete
e u sole n’ha viste u chiuande suje
ca l’è arrevate acquasande
nda quiru ciele ca nun crede e fesse

Chiange e cume chiange u ciucce!
pure ca nge só re maregarite
e crésscene u mese d’a Signore
u mese de re rose
só sembe fiure de ciucce…

erciò nessciune sape u delore suje
quanne se sonne a morte
e a vede belle cume a na stelle,
cume a na cumete
ma a paure u fotte
e facesse aviette juorne dice
pe resperà angore e dà fastidje o sole

(18/8/1996 – h. 18.00)

Vuole vedermi morta la gente / vuole che non respiri più / perché il mio respiro / dà fastidio al sole / a quel sole che tutti chiamano padre / e nessuno ha visto mai // Morta, sette palmi sottoterra / così non rompo le scatole / a quanti ho creduto amici / e la mano hanno messo sotto il cuore / per raccogliere le lacrime / che sempre va spargendo // Ma io non muoio / perché sono un brutto ferro / ho tutto arrugginito / la pancia, il sangue, il cuore / quel cuore morto ucciso / schiacciato sotto il maglio dei giorni / e ridotto come pelle di ciuccio // Se è ciuccio / il destino ha voluto così / nella corsa con la vita è rimasto indietro / e il sole non ha visto il suo pianto / che gli è arrivato acquasanta / in quel cielo che non crede ai fessi. // Piange e come piange il ciuccio! / anche se ci son le margherite / e sbocciano il mese della Signora / il mese delle rose / sono sempre fiori di ciuccio. // perciò nessuno conosce il suo dolore / quando sogna la morte / e la vede bella come una stella / come una cometa / ma la paura lo fiacca / e facesse presto giorno dice / per respirare ancora / e dar fastidio al sole

*

Da Rescidde, Zone Editrice 2001.

Ije te cunduanne Dije
a ccambà cume l’uòmmene d’a Terre
scàveze, allanure, sembe facce nderre
a dìrete grazzje d’a vite ca r’è date

te cunduanne pecché nun suaje niende
nun suaje ca u cuane mózzeche o struazzate
nun suaje manghe ca Marijadduluruate
l’uocchje avassce a nuje e nun nge vede

ije te cunduanne p’i rine sembe apierte
e pe quire ca só nate malatizze
a vvócca cchiene figlje tu re cchiame
u tuje però è cu l’uocchje azzurre e buone

Io ti condanno Dio / a vivere come gli uomini della Terra / scalzi, ignudi, sempre faccia in giù / a dirti grazie della vita che gli hai dato // ti condanno perché non sai niente / non sai che il cane morde lo straccione / non sai neanche che Mariaddolorata / gli occhi abbassa a noi e non ci vede. // io ti condanno per le inquietudini / e per quelli che sono nati malaticci / a bocca piena tu li chiami figli / il tuo però ha gli occhi azzurri e sani

*

Da Solije, Zone Editrice 2003.

L’uómmene pe mé só state chiuove
cadàvere de sole sópe o fiume
circhje de fuoche p’allazzà a lune
e àrdele cume appene a guardaje

Si téne nu mualepunde criste mije
falle murì mò ca è peccenénne
accussì pregaje notte e juorne mamme
penzanne de fermà a malasorte

Oje mammarella mije, destine e cazze
ósce só na farfalla mbusumuate
na fémmene ca nun póte cambià a mute
pecché re ssuale de préte nge ha fatte

qual’amore, quala morte, nessciune
me póte aìtà, só acqua passate
rame de presche da u viende snervate
e fenute pe cunduanne a restà ‘n vite

Gli uomini per me sono stati chiodi / cadaveri di sole sopra il fiume / cerchi di fuoco per stringere la luna / e bruciarla non appena la guardavo // Se avrà una mala vita cristo mio / falla morire adesso ancor bambina / così mamma pregava giorno e notte / pensando di fermar la malasorte // O mammarella mia, destino e cazzo / oggi sono una farfalla inamidata / una donna che non può cambiar la muta / perché il sale di pietra gliela ha resa // quale amore, quale morte, nessuno / può aiutarmi, sono acqua passata / ramo di pesco dal vento snervato / e finito per condanna a stare in vita

Da Scurije, LietoColle 2005.

Chi nassce già segnate da u destine

adda avé a che ffà sembe cu turmiénde

da sole adda affrunduà tembeste e viénde

e ssope o cuarre i vinde fenì abbuole

Amelje e Anne, Marine e Silvije

quanne venghe preparateme nu liétte

nde pozze dorme tranguille e aspette

u juorne d’u giudizzje aunite a vvuje

Da te Silvje surella mije de gógne

na chicchere m’è dà de latte càvede

e zzucchere de canne a cumeglià re ffalde

d’u spìrete ribbelle e crocia noste

Amelje Amelje febbrare curte e amare

grane de luglje t’ha favuciuate decise

apprùndeme na mande de narcise

e nu decotte de màleve p’a tosse

A tti Anne suduarje de re nnéglje

n’appse aggia cercà e nu quaderne

nde ije scrive ca u puassagge a l’Inferne

è cume chennóce sale cu mutiḍḍe

Figlje de mamma Russje, tu Marine

cirche pe mé a re stelle nu cuanneliére

e ndó squarce ormaje raspende d’u core

arde si ng’è angóre n’eche de vite

Chi nasce già segnata dal destino / sempre avrà a che fare con il tormento / da sola affronterà tempeste e venti / e sul carro dei vinti finirà il volo // Amelia e Anna, Marina e Sylvia / quando verrò preparatemi un letto / dove possa dormir tranquilla e aspetto / il giorno del giudizio insieme a voi // Da te Sylvia sorella mia di gogna / una chicchera vorrò di latte caldo / zucchero di canna a coprir le falde / dello spirito ribelle nostra croce // Amelia Amelia febbraio corto e amaro / grano di luglio ti falciò deciso / approntami una coltre di narcisi / e un decotto di malva per la tosse // A te Anna sudario delle nebbie / un lapis chiederò e un quaderno / dov’io scriva che il passaggio all’Inferno / è come ingoiar sale con l’imbuto // Figlia di madre Russia, tu Marina / chiedi per me alle stelle un candelabro / e nello squarcio del cuore ormai scabro / brucia se c’è ancora eco di vita

*

Nde pozze dì u nome de chi ame

vite o morte è la stessa cose

sanghe de Dije o giardine de rose

o cecute c’avveléne a menestre

Tu vuó sapé troppe e cche te diche?

Me vole bbene quanne sime a lliétte

E ppò me torne a vvedé cume a cevétte

Ca dorme nda na bbocce de sapone

me pozze cunzederà angóre fémmene

si cannéle sópe a tuare me chenzume

e l’orgoglje sopraffatte da u fume

mane e piede móve pupuazziédde?

Non posso dirti il nome di chi amo / vita o morte è la stessa cosa / sangue di Dio o giardino di rose / o cicuta che avvelena la minestra // Tu vuoi sapere troppo e che ti dico? / Mi vuole bene quando siamo a letto / e poi in me rivede la civetta / che dorme in una bolla di sapone // posso considerarmi ancora donna / se candela sull’altare mi consumo / e l’orgoglio sopraffatto dal fumo / mani e piedi muove pupazzetto?

*

Angóre te custodissce quire amore

ca ógne de vriddje me pónge mbiétte

e mmana sande me téne a llucchette

ndó cenacole d’a mussciarije toje

perciò nun suaje l’affanne di juorne

c’a vocca aperte nun sembe parle

cume pure u strìzzeche d’u tuarle

quase maje face cadé a galera soje

e sse pure só a derive de mé stesse

tenghe u vizje a vite cume re ggatte

se te vreguógne de mé ca só pacce

ije d’u córe me vregògne ca te ame

Ancora ti custodisco quell’amore / che unghia di vetro mi punge il seno / e mano santa mi tiene in catene / nel cenacolo della tua apatia // perciò non sai l’affanno dei giorni / che la bocca aperta non sempre parla / come pure lo scricchiolio del tarlo / quasi mai fa cader la sua prigione // benché sia alla deriva di me stessa / ho il vizio della vita come i gatti / se ti vergogni di me che sono pazza / io del cuore mi vergogno che ti ama

*

È na pestèheme cu i viérme inde

stà lunduane da tè sere e matine

a scatecà nda l’arje cume a na gaddine

ammende u pulle face a code a rrote

sapisse che stanchezze tenghe a notte

quanne l’àvetje dòrmene sope e penziere

e a lune sembe eterna curriére

caresce luce da nu ciele a l’àvete

Oje vita vita vite pecché me sfusce

si angóre n’aggia fatte u tiémbe mije

sotte a l’albere de fronde a ccasa mije

fà sta n’angele ca me chenforte

Oje vita vita vite guàrdeme nfacce

nun só nu bboje c’accide a ggende

vulesse avé nu poche de firma mende

e nu becchiere mane de verdéche

È una pustola con i vermi dentro / star lontana da te sera e mattina / schiamazzare nell’aia come gallina / mentre il tacchino fa la coda a ruota // sapessi che stanchezza ho la notte / quando gli altri dormono sui pensieri / e la luna sempre eterna corriera / trasporta luce da un cielo all’altro // O vita vita vita perché mi sfuggi / se ancora non ho fatto il mio tempo / sotto l’albero di fronte a casa mia / fai stare un angelo che mi conforti // O vita vita vita guardami in faccia / non sono un boia che uccide la gente / vorrei avere un po’ di firmamento / e un bicchiere in mano di verdeca

*

Luwàteve da nande

ca tenghe forze pe spustuà re pprete

né u curuagge manghe pecché drete

nun vede l’ombra mije affategate

débbele e fforte só a lo stesse tiémbe

e ccume a tutte vuje appicce fuoche

accoglje fiure e nda caggiola dope

nghiude u cuardille ca è turnuate a ccase

Só fierre de cavadde ca vernégne

e ttuwaglje de line p’u sedore

pure se nd’e capidde fanne u niére

mosche, zanzare e qquacche calavróne

Luwàteve da nande ca da nessciune

voglje nu surse d’acque pecché nun scénne

na sepale de sàlece tenghe nganne

e na stelle ca face luce e diénde

Toglietevi dai piedi / ho tanta forza da spostare pietre / né il coraggio manca perché dietro / non vedo la mia ombra affaticata // debole e forte sono allo stesso tempo / e come tutti voi accendo fuochi / raccolgo fiori e nella gabbia dopo / rinchiudo il cardello tornato a casa // Sono ferri di cavalli che vendemmio / e tovaglie di lino per il sudore / anche se nei capelli fanno il nido / mosche, zanzare e qualche calabrone // Toglietevi dai piedi che da nessuno / voglio un sorso d’acqua perché non scende / una siepe di salici ho in gola / e una stella che fa luce ai denti

*

M’aggia appecà a l’albere de giude

e ssùbbete aggia vedé l’orsa maggiore

ca se trastulle perfida signore

sope o divanette d’a lattea vija

Cane spiérte aggia èsse pe l’universe

e l’istinde de guerriere ca tenije

nd’arravuoglje de re ppene d’amore

nguodde m’aggia purtuà cume nevušchele

de luce n’aggia brellà pecché opache

ha ccambate l’ànema mije nghestedute

inde o cuambesande d’i dannate

M’impiccherò all’albero di giuda / e subito vedrò l’orsa maggiore / che si trastulla perfida signora / sul divanetto della lattea via // Cane randagio sarò per l’universo / e l’istinto di guerriera che avevo / nel groviglio delle pene d’amore / addosso lo porterò come nevischio // di luce non brillerò perché opaca / visse la mia anima incustodita / dentro il cimitero dei dannati

*

Nun m’abbaste cchiù scrive poesije

u delore scavarche re mmunduagne

e ccume mondine nda l’acque restagnene

dd’anghe ca se schenócchjene a sta vite

e u viénde ca me trase inde a dd’ osse

mupigne me scunfesse a l’amore

e ccume nun tènene respire re mmure

accussì a speranza mije è fredde o tuatte

pecché nun fuaciétte u mestiere de puttuane

pezzende allegre ca ciend’anne cambe

Non mi basta più scrivere poesie / il dolore scavalca le montagne / e come mondine nell’acqua ristagnano / le gambe che si piegano alla vita // e il vento che mi entra nelle ossa / taciturno mi sconfessa all’amore / e come non hanno respiro le mura // così la mia speranza è fredda al tatto / perché non feci il mestiere di puttana / pezzente allegra che cent’anni campa

Da “Questo dolore che mangia”, Le Voci della Luna, Poesia, 2009.

I fuoche de novembre só appecciate

cu na viulenze ca me mbaurissce

resorge palummelle e mmóre cane

nda na vijanove ca nun téne anzute

Oje mamma mije e vita benedette

appene tocche fierre nassce viende

m’accerchje cume fosse delinguende

me daje a bbeve miére fatte acite

Me só stangate de èsse n’impotende

si mette r’asscedde fazze mala fine

nun póte vuluà chi nun pusséde abbuole

chi scarpe de cemende porte e piede

nghiuvuate nderre reste ósce e ssembe

ósce e ssembe spere ca Dije nge sije

I fuochi di novembre sono accesi / con una violenza che impaurisce / risorgo palombella e muoio cane / in una strada che non tiene uscite // O madre mia e vita benedetta / appena tocco ferro nasce vento / mi accerchia come fossi un delinquente / mi dà da bere vino fatto aceto // Sono stanca di essere impotente / se metto l’ali faccio mala fine / non può volar chi non possiede il volo // chi scarpe di cemento porta ai piedi / inchiodato a terra resta oggi e sempre / oggi e sempre spera che Dio ci sia

27 pensieri su “Assunta Finiguerra

  1. La poesia in lingua materna è decisa, definitiva. Per questo sovente i poeti in lingua nazionale esitano a tirar fuori dal cassetto i loro lavori in quest’altra lingua, tenuta a bada con sempre più fatica.
    Grazie e ciao,
    Roberto

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  2. “Ma ije nun more
    pecché só male fierre
    tenghe tutte arrezzute
    a panze, u suanghe, u core
    quiru core muorte accise
    scazzate sott’o muaglje di juorne
    e arredutte cume pedde de ciucce”

    Una poesia viscerale, e forte e sapida come la terra/lingua che l’ha espressa, di cui la poeta è stata medium e voce, potente.

    Grazie

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  3. Ho avuto modo di intervenire su Assunta Finiguerra,avendo avuto il piacere di conoscerla, non già di persona, ma attraverso lunghe telefonate, in cui lei si dava con quella generosita di sé e della sua anima, che si riflettono nella sua poesia. Forte, potente,parole colpi di machete, parlava e non celava nulla di sé, viveva senza filtri, l’amore, come la sofferenza, era una colata lavica che lasciava senza fiato.Ricordo che lessi dei suoi inediti e non ebbi pace finchè non riuscii a dirle quanto la sua poesia mi avesse travolto e affascinato.Per fortuna ogni tanto nasce qualcuno che ti fa sentire più vicina alla verità.
    Ne sentiremo la mancanza..

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  4. gentile carla
    mi autorizzi a pubblicare questo testo sul blog
    comunità provvisoria che quest’anno dedichera una giornata del festival cairano7x alla lucania?

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  5. Mi scuso con Carla Saracino,autrice di un pezzo di strepitosa penetrazione e lucidissima analisi, per non essermi complimentata con lei, lo faccio ora, molto contrita, ma parlare di Assunta mi destabilizza e mi provoca molta sofferenza. Ho ancora nelle orecchie le sue parole, quella cadenza particolare,la sua risata, il modo in cui parlava del suo male…
    I miei più vivi complimenti, anche a fuoco spento, spero che giungano graditi.

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  6. Molte grazie a voi tutti, così vicini nel portare avanti la memoria di una grande Poetessa. Naturalmente mi fa piacere che il pezzo (tratto dal n.46 de Le Voci della Luna) venga diffuso altrove e ne do volentieri autorizzazione.
    Grazie anche a La poesia e lo spirito per l’accoglienza.

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  7. Non ho fatto in tempo a conoscerla di persona, Assunta, pur avendo letto tutti i suoi libri, averli molto amati; il tempo, la sua crudeltà, ha privato me di un incontro che ora sento come un appuntamento mancato con la verità della poesia e della vita, con la sua prorompente naturalezza, ma anche con una creatura che so, per ciò che mi è stato raccontato da chi è stato più fortunato di me, e di lei, aver attraversato la sua esistenza come chi passi per i prati facendo fiorire parole al suo passaggio. Anch’io ringrazio Carla Saracino per questo ritratto di Assunta, per l’amore prezioso che lo pervade.
    Fabio Franzin

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  8. Non ho mai letto nulla di Assunta, anche se ne ho sentito parlare.Grazie per questa vostra proposta che rode dentro.

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  9. Assunta Finiguerra parlerà sempre con la sua poesia. E’ già tra i pochi ‘contemporanei del futuro’, come Giuseppe Pontiggia definiva i classici. Ne sono sicuro.
    Sono testi, tutti, che superano d’un balzo il recinto del dialetto per votarsi al destino comune della lingua e della poesia.

    Il rimpianto per non avere fatto a tempo a rivederla lo correggo in ricordo e in lettura.
    Lei non avrebbe sopportato singhiozzi, avrebbe letto le sue straordinarie invettive, i suoi canti lucani che rasentano la perfezione.

    Antonio Fiori

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  10. Cara Carla, sono felice che il tuo lavoro, scritto per Le Voci della Luna, abbia diffusione e attenzione di lettura anche in rete: merita, come la scrittura di Assunta, tutto l’interesse oggi dovuto (e troppo spesso minimizzato, se non negato) a chi si occupa di ottima poesia ma in dialetto (una nicchia nella nicchia) e a chi la scrive, per di più al sud (una colpa quasi imperdonabile). Spero che il premio conferitole in maggio a Mezzago, con l’antologia Questo dolore che mangia, titolo tratto proprio da una sua poesia, possa averle donato un ultimo momento di orgoglio e di piacere (al telefono, avevamo iniziato a pensare, e ne sembrava entusiasta, anche ad un’edizione completa dei suoi scritti -come quella edita per Fabio Franzin, che le avevo subito inviata- compresi gli ultimi inediti. Ci eravamo dati appuntamento ai primi di settembre…).
    A Mezzago alla fine non ce l’aveva fatta ad arrivare: lì avrebbe incontrato e conosciuto proprio Maria Pia Quintavalla, la vincitrice della sezione in lingua italiana, e Dina Basso, la giovanissima arrivata seconda nella sezione in lingua dialettale, siciliana di Scordia (giovane, poetessa in dialetto e siciliana: una vera mosca bianca, anche lei molto apprezzata da Franco Loi, presidente onorario del premio). Credo che il premio MezzagoArte, con le Voci della Luna, abbia intrapreso la strada giusta, riguardo l’attenzione alla parità poetica della scrittura ‘femmina’ e al dialetto, non più visto come mera espressione folkloristica fondamentalmente padana. Anche se questo ci sta costando caro: la nuova amministrazione leghista non ce lo ha perdonato, tagliandoci fondi e sostegno. Ma sopravviveremo.
    A te il mio grazie se vorrai continuare sulle Voci a dedicarci il tuo lavoro sulla scrittura poetica al sud. E’ una risorsa significativa e importante, che siamo orgogliosi di poter presentare sulla nostra rivista.
    Fabrizio Bianchi

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  11. Apprendo con gioia, attraverso Fabrizio Bianchi, che anche Dinella Basso, che ho conosciuto quando era ancora una ragazzina, già alta e bella, ai suoi primi tentativi poetici, stia raggiungendo traguardi che, mi auguro, si avvicinino a quelli dello zio, il caro, indimenticabile Salvo. La chiamo Dinella per distinguerla dalla nonna,che si chiama Dina ed è una donna eccezionale.
    Mi auguro che la poesia in dialetto, che è “di nicchia” solo quando buona, ma di facile spendibilità se cattiva, possa avere il posto che merita, in quanto poesia, senza altri appellativi attaccati dietro. Grazie ancora e Buona Pasqua.

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  12. @ Antonio Fiori:

    Una piccola precisazione: ‘il recinto del dialetto’, sì. A patto che si riconosca che c’è ancora quel ‘pregiudizio pigro’ che Mengaldo ravvisava in coloro che fa critica (ma anche editoria) tendenzialmente propensi a ritenere i neodialettali come i cugini più piccoli, i brutti anatroccoli. La reclusione non è stata necessariamente una autoemarginazione in un socioletto poco diffuso (e poi, mi pare che si leggono e si traducono poeti di tutti i continenti, perchè non i neodialettali nostrani?). E poi sarebbe il caso di considerare i neodialettali alla pari dei colleghi in lingua, sono autori italiani, andrebbero valutati per la loro qualità.

    @ Fabrizio Bianchi:

    Non sapevo del premio. Ti ringrazio pubblicamente per il tuo lavoro di editore che monitora il territorio ed è attento a captare segnali molto interessanti. Le tue pubblicazioni sono tra le migliori di questi anni.

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  13. @ Fabrizio Bianchi

    ancora: valorizzare dialettali e ‘scrittura femmina’, come scrivi, è quanto di meglio si possa chiedere. Sfoglio un annuario appena uscito e, con stupore, noto che alle ‘donne’ viene dedicato un capitolo a parte: ancora ghetti, ancora distingui…

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  14. Caro Manuel
    utile precisazione che mi consente di…precisare: nel recinto del dialetto a rinchiudersi, di fatto, sono solo alcuni dialettali che non comprendono quanto sia importante, come tu sottolinei, essere tradotti e proporsi a tutti (non solo ritrovarsi in gruppi ristretti e autoreferenti).
    In perfetta linea con quanto affermi, segnalo l’esempio di Marco Scalabrino, trapanese dialettale convinto, ma aperto da sempre al mondo: nel suo ultimo libro propone le sue poesie in dialetto con traduzione (altrui) in italiano, inglese, francese, portoghese…
    grazie
    Antonio

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  15. @ Antonio Fiori

    Siamo sostanzialmente d’accordo. Quanto a Marco Scalabrino, so bene a cosa ti riferisci, dal momento che ho il suo nuovo libro di fronte ai miei occhi.E’ una operazione molto interessante, oltre che molto riuscita (ma ne scriveremo qui molto presto). Un caro saluto.

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  16. Sono felice ed onorata io, caro Fabrizio, di potermi occupare per Le Voci della Luna di autori meridionali e senza dover ricorrere a quei “classificatoi” che la Poesia certamente non contempla né merita.

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  17. Pingback: Essere tra le lingue #5: Assunta Finiguerra | Poeme Sur Le Web Blog

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