Tombeau de mon ami B.

di Linnio Accorroni

La morte questo c’ha di buono: che l’amico morto prematuramente (ma quale è la morte che arriva alla scadenza giusta, quella per cui si possa dire: era ora che lui si congedasse dal mondo?) per noi rimarrà sempre somigliante a come ce lo ricordavamo. Così almeno non si invecchierà ed il suo corpo non subirà lo stillicidio degli oltraggi e dei patimenti che caratterizzano quel massacro che si chiama vecchiaia. È come se i morti ringiovanissero,

fissati una volta per sempre in un frame che abbiamo inconsciamente selezionato fra tanti altri e che diventa subito il luogo visivo, la camera verde ( come in quel film di Truffaut) dove abbiamo racchiuso l’immagine del nostro amico che non c’è più. Per questo,per me, B. sarà sempre come nella foto qua sopra: una foto di 30 anni fa, certo, ma in realtà lui, dopo tutti questi anni, era rimasto sostanzialmente uguale a questa istantanea. Non è un’esagerazione, tanto che quando ci si incontrava lo prendevamo in giro, ironizzando su questa sua eterna giovinezza, alla ricerca di qualche capello bianco, di un po’ d’adipe sui fianchi, di qualche ruga sul volto,… Sono quasi tre anni ormai che non c’è più e, ogni tanto, quando per qualsiasi motivo, il pensiero di lui mi salta in mente è come se una nuova feroce e gelida ondata di ricordi mi investisse. Per cui, quando questa foto è riapparsa dal passato materializzandosi su Facebook, è stato tutto un bailamme confuso di ricordi e di emozioni, di rimpianti e malinconie che, invece di attenuarsi, con il passare del tempo, si acuiscono ed approfondiscono, a formare la crosta dura e profonda di un lutto chiaramente non elaborabile.

Aveva 50 anni e neppure un capello bianco: era bello come un dio greco e se sto qui a pensare ai suoi difetti non me ne viene in mente nessuno.

Il suo funerale: molto tempo fa, dopo una serata per lui particolarmente allegra ed euforica, simile probabilmente a tante altre che avevamo vissuto insieme, tornando a casa aveva detto, attirandosi ovviamente lazzi, scongiuri, battute ed imprecazioni, che avrebbe voluto ai suoi funerali come colonna sonora qualche canzone di Van Morrison. Una di quelle cose che si dicono quasi per celia, quando ci si sente riconciliati con il mondo, quando ci si sente finalmente una ‘docile fibra dell’universo’ e si vorrebbe sigillare, con una frase o un gesto, questa specie di felicità perfetta.   Così è stato, anche se avrei preferito che questo suo desiderio non si fosse mai realizzato. Quando abbiamo comunicato al prete questa sua disposizione, questi ha voluto sapere autore e pezzo prescelto, riservandosi la possibilità di rispettare quelle che lugubremente vengono chiamate le ultime volontà del defunto solo dopo averlo vagliato la traduzione del testo. Abbiamo scelto insieme, tra concitazione e disperazione, assorti in quello stato d’ animo in cui tutto sembra al contempo folle ed irreale, “Have I told you lately that I love you”. Poi, poco prima della cerimonia, il parroco  ha farfugliato qualcosa a proposito della difficoltà della traduzione, che nel testo c’era qualcosa che non andava, che non tutto filava perfettamente; ma forse avrà guardato per un attimo i nostri volti e, illuminato da un filo di pietà, c’ha concesso di poter  sentire la canzone in finale di messa. C’era una radio enorme vicino a noi; il mio amico P. s’è armato di coraggio e con le mani che gli tremavano è riuscito ad infilare il cd, ha scelto la traccia ed è partito  quel pezzo di Van Morrison.

Per tutti i tre minuti della canzone, ho pianto come un bambino, come un vitello che vede sua madre scannata vicino a sè: d’un pianto irrefrenabile, a singhiozzi, placandomi solo alla fine del pezzo stesso, in sintonia con le note finali, come se il finale coincidesse con la fine del mio tracollo emotivo.

Il cimitero in cui B. è sepolto è un quieto e tranquillo cimitero suburbano. La strada che ci arriva sembra un pezzo di Toscana, quella più oleografica e da cartolina, soprattutto se ci vai in un giorno di sole, d’estate: una serie di saliscendi fiancheggiati da cipressi ed olmi, il grano che biondeggia da un lato e dall’altro girasoli e olivi. È un cimitero appartato e pulito, campestre e quasi ruvido, nella sua mancanza assoluta di pretenziosità, nel suo schivare ogni particolare decoro od albagia postmortem. La sua tomba sta in alto, come era sempre lui, bianca e lì c’è una sua foto particolarmente bella e commovente: ma non esistono sue foto brutte. Era l’uomo più fotogenico del mondo. A fianco della data di nascita e di morte il testo di Astral weeks. Chissà cosa avrebbe detto o fatto in una giornata come oggi, con questo sole finalmente amico, con questo nuvole che attraversano il cielo come pennoni in fuga.

2 pensieri su “Tombeau de mon ami B.

  1. grazie di questo pezzo bello e straziante, Linnio, hai ragione “È come se i morti ringiovanissero”, se ripenso ai miei amici, alcuni tra i più cari della giovinezza, che non sono più qui, capisco benissimo quello che vuoi dire.

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