Vivalascuola. Riti & detriti

La scuola dell’autonomia ha subito dal 2000 in poi una costante riduzione di personale… Questo impoverimento di risorse professionali diventa un allarme sociale dopo il piano di cui all’art. 64 della legge 133/2008. Le previsioni di bilancio, infatti, danno… circa 87.000 docenti e 45.000 Ata in meno. Questi tagli sono inaccettabili e forieri di ulteriori sofferenze per la qualità della scuola pubblica. La qualificazione e la valorizzazione del lavoro di tutto il personale che svolge, dopo l’autonomia, maggiori compiti con meno risorse umane diventano fattori imprescindibili. Alleggerire i carichi di lavoro del personale, poi, significa migliorare la qualità del servizio scolastico a vantaggio degli alunni (vedi qui).

Riti & detriti
di Anna Leoni

Il collegio docenti
E’ obsoleto quanto un mammut, testimonianza di antichi splendori democratici, e sopravvive a se stesso in una parvenza di senso, come evento mondano noioso, inevitabile ma a volte anche piacevole se ci vai con lo spirito giusto: una specie di festa di prima comunione di nipoti lontani.

Scandisce implacabile le tappe rituali dell’anno scolastico: nel collegio di inizio anno splendidi/e cinquantenni ancora abbronzati ma già consapevoli di quanto li aspetta votano per la trentesima volta nella loro carriera che sì, l’ora dura sessanta minuti e l’intervallo dieci, che no, non vogliamo i trimestri, che si faranno le gite e si produrrà un orario, e delle commissioni e dei gruppi di lavoro e dei progetti, fors’anche della didattica.

La suspance di scegliere e votare quelli che una volta erano i collaboratori della presidenza e il/la vicepreside, rappresentante e ponte tra gerarchia e lavoratori è sparita con l’avvento del Dirigente Scolastico: si sa che un manager si sceglie da sé la sua “squadra”.

Con l’arrivo delle rondini arriva il collegio dei libri di testo in cui ognuno viene chiamato a deliberare della scelta di libri di testo mai visti, di autori ignoti, di materie sconosciute in una passerella di relazioni che vengono ignorate dai più.

A fine anno, di solito in un torrido pomeriggio di giugno, il consuntivo, una apoteosi burocratica in cui docenti ormai disfatti con votazioni a maggioranze bulgare approvano tutto e il contrario di tutto quanto già deciso in altra sede da qualcuno più introdotto e/o dotato di più poteri. Non ho mai partecipato a una assemblea di azionisti ma suppongo che il meccanismo sia piuttosto simile. I più non sanno nemmeno di cosa si stia parlando e casomai lo avessero capito non possono farci niente; a differenza di quello la partecipazione è obbligatoria.

Nel mezzo, eventi meno epocali, qualche “straordinario” di solito foriero di notizie ministeriali pessime che capitano tra capo e collo della moribonda istituzione e degli altrettanto agonizzanti lavoratori della scuola.

Ebbene, non per voler fare i nostalgici a tutti i costi, ma non è stato sempre così: il collegio docenti ha vissuto momenti più gloriosi e non sono pochi quelli che hanno partecipato in prima persona, da studenti o giovani insegnanti, alla genesi e nascita dell’esperimento più democratico che la scuola italiana abbia mai partorito, i decreti delegati. Era, voleva essere, l’inizio di un modo diverso di essere scuola, più partecipato, più creativo, più etico – avevamo letto tutti Don Milani – e più conflittuale, in tempi in cui la conflittualità era un valore e non un esecrabile incidente da rimuovere al più presto.

Il Collegio Docenti era quindi il primo organo deliberante della scuola, complicato, a volte rissoso, allegro e politico, era la sede in cui si gestivano i rapporti umani, sociali e organizzativi della comunità. E’ rimasto un guscio vuoto, un caro estinto di cui tutti farebbero volentieri a meno, sostituito da contratti di servizio, debiti e crediti, clienti soddisfatti o meno (più spesso meno), sponsor e offerte speciali. E’ il mercato baby, forse possiamo almeno concederci il lusso di essere nostalgici.

*

Il corso di aggiornamento
Quando entro nel grande spazio avverto un’atmosfera satura, densa, un fervere di tante piccole attività già avviate grazie a cui, per fortuna, posso fare il mio ingresso senza che nessuno si giri a notare il mio ritardo. Diresti che sulle teste sia sospesa una coltre di fumo, ma, siccome fumare è ovviamente vietato, suppongo trattarsi della concentrazione dell’energia collettiva, palpabile, che fa sì che si abbia la sensazione di trovarsi in un acquario. La luce artificiale rimarca la separazione del dentro dal fuori, la voce dell’oratore procede monocorde, su una base di sottofondo che somiglia al ronzare di un alveare.

… E’ da qui che si deve ripartire per conferire un nuovo assetto all’intero sistema, ma, si sa…, magari su come ricomprendere nella nuova prospettiva tutto l’apparato normativo già emanato su pubblica amministrazione, federalismo, e autonomie scolastiche…

Nello spazio regna piena libertà: sul palco come nella platea. Mentre il relatore è intento alla sua relazione, alcuni colleghi parlano fra loro, altri leggono il giornale, qualcuno corregge dei compiti, qualcuno sfoglia un libro scolastico, qualcuno si distende nella poltrona fin quasi a sparire, qualcuno sembra immerso in un dormiveglia. Chi entra si guarda intorno alla ricerca di qualche presenza conosciuta, dopodiché qualcuno raggiunge i colleghi e avvia saluti e brevi resoconti; qualcun altro si siede provvisoriamente nel posto più comodo e dalla postazione guadagnata continua la sua perlustrazione. Solo in un secondo tempo decide di togliere giacca o cappotto e disporsi all’ascolto.

… Questa modalità di lavoro, aldilà del contenuto, rappresenta un’autentica novità: supera infatti la rigidità verticale dei due sistemi, definisce standard di riferimento comuni ad entrambi pur rispettando le rispettive organizzazioni didattiche e modalità di valutazione, mette a punto strumenti di certificazione delle competenze intermedie e delle qualifiche finali, riconosciute a livello nazionale…

A un certo punto, come a un segnale convenuto, la voce dell’oratore è del tutto sommersa dalla sala, il cui agitarsi cresce d’intensità, e ha inizio un entrare e uscire senza soluzione di continuità. Adesso la porta sbatte in continuazione e ognuno si gira a guardare. Probabilmente è una scadenza fisiologica, un bisogno comune. Prima si prestava attenzione a distanziare le uscite come se si stabilissero spontaneamente dei turni, adesso ci si alza e si attraversa lo spazio da soli, in coppia, a gruppi, come per un diritto incontestabile, di cui io, pensando al mio ritardo, non mi ritengo in diritto di godere.

… cercando per la prima volta di uscire dalle prerogative assegnate dal precedente articolo per andare a regolamentare le proprie competenze esclusive e quelle concorrenti. Tale produzione è in crescita, altre regioni stanno lavorando, attraverso processi più o meno partecipativi, ma un dato è ormai chiaro, sta nascendo una nuova cultura…

Un tempo l’aggiornamento era basato rigorosamente sui contenuti; poi venne l’epoca della didattica; per qualche anno sono andate forti le nuove tecnologie; ora sono amministratori, politici e responsabili di enti a venirci a parlare dei loro progetti…

Intanto il relatore annuncia per l’ennesima volta di avviarsi alla conclusione, altrettante volte rimandata, fino a quando smette davvero, me ne accorgo dall’applauso che scoppia dalle prime file e a cui tanti via via si aggiungono. Ne approfitto per guadagnare l’uscita.

*

La parentata
L’orrendo neologismo – anche il computer si indigna e segna tutto rosso – indica nel linguaggio scolastico una pratica sadomasochista che puntuale si ripete due volte all’anno, in un pomeriggio brumoso di novembre e poi in un qualche volubile giorno di marzo. Consiste nell’incontrare e colloquiare (!) con i genitori degli alunni (nella media ogni insegnante ha circa 100-120 allievi), per esaminare con loro i progressi didattici, l’evoluzione comportamentale e psicologica e il benessere/malessere scolastico dei loro figli studenti. Tempo medio a testa circa due minuti e mezzo.

La coreografia dell’evento di solito prevede un affollarsi di genitori, che per l’occasione hanno chiesto mezza giornata di permesso dal lavoro e sono fieramente determinati a vedere tutti gli insegnanti, casomai qualcuno si senta trascurato e offeso, e togliersi il pensiero; e gli insegnanti stessi che, armati di registro e magari pacchi di verifiche perché non si sa mai, carta canta, attendono i genitori per illustrare loro quanto sopra. Nel frattempo all’esterno dell’aula si formano lunghe file, con relativa distribuzione di bigliettini come alla ASL e non di rado furibonde liti come in ogni coda che si rispetti.

A conferma dello scrupolo dei genitori: anche nei più navigati dei docenti non è estraneo l’incoffessabile retropensiero che il proprio valore-considerazione sia commisurabile alla lunghezza della fila: è con una certa civetteria che il giorno dopo ci confidiamo “io ne ho avuti 50-60-70”.

Va da sé che nel non insolito caso in cui ci sia davvero un problema da discutere, e in cui magari un insegnante abbia sollecitato un colloquio con le famiglia, o viceversa, il tempo utile basta appena a presentarsi e se si perde il ritmo la folla fuori rumoreggia.

Tutto ciò è assolutamente chiaro alle due parti in causa e c’è da chiedersi quindi perché ogni anno ci sottoponiamo tutti a questo rito, visto che comunque fa parte della famigerata “funzione docente” non solo essere a disposizione per qualsiasi colloquio richiesto dalle famiglie, ma anche eventualmente effettuare appostamenti telefonici nei confronti dei genitori latitanti.

Ora, il problema è che la maggior parte di noi vive una doppia vita di genitore-insegnante: in entrambi i ruoli è consapevole della totale inutilità di questo teatrino, ma anche della sua efficacia nello sbrigare una volta per tutte l’unica funzione che tutti più o meno gli attribuiamo: puro e semplice galateo.

E’ quindi con la frivolezza di un incontro mondano che incontriamo, al ritmo di due minuti a testa, genitori affannati che nel frattempo si fanno “tenere il posto” in altre file da figli e altri parenti arruolati per l’occasione. Ovviamente non si parla quasi di nulla e di solito non si vedono i genitori nei confronti dei quali gli appostamenti telefonici erano risultati vani. Ovviamente tutti non vediamo l’ora di toglierci il pensiero. Ovviamente anche l’anno prossimo voteremo la “parentata”.

*

Lo scrutinio

Lo scrutinio di fine quadrimestre e, ancora di più, quello di fine anno è il momento topico di tutto il “processo educativo”. Si tirano i remi in barca, si raccolgono le reti, si fanno bilanci e soprattutto si produce una quantità di carta pari a diversi metri quadri di foresta amazzonica.

Nei tempi ormai desueti del verbale scritto a mano il prezioso documento tracciava spaccati di vita e patemi d’animo di docenti in bilico tra la furia rigorista e la rassegnazione di lungo corso. La prosa del verbalizzatore sintetizzava in freddo burocratese o, a volte, in voli lirici da alta letteratura, ore e ore di analisi e sintesi, risse e contrattazioni degne di giurie penali; era per molti in effetti questione di vita o di morte (solo scolastica per fortuna) e nessuno prendeva alla leggera le decisioni giuste o sbagliate che fossero. Poi è arrivata l’informatica: il voto si attribuisce on line, il programma elabora i dati, il verbale si “genera” per partenogenesi, tutto dovrebbe svolgersi in un lampo e tutto il tempo risparmiato (?!) dovrebbe servire – forse – a discutere ancora più approfonditamente di didattica, strategie, sinergie e obiettivi. Non è così.

Considerata l’età media del docente italiano, il primo scontro con il programma – di dubbia efficacia e ancor più dubbia efficienza – è stato di inorridito stupore: chi, io??? Più o meno come di fronte alla richiesta di una corsa a ostacoli con tutte le giunture doloranti e il fiatone d’occasione.

Proteste, lamentele, gran rifiuti e sacrosante incazzature, ore di aggiornamento per imparare le procedure di un programma permaloso e pieno di bizze, scontri a fuoco con tecnici ancora più permalosi della loro creatura e molto di più in mala fede, perché di quella conoscono e negano tutte le magagne, urla di dolore di fronte al file misteriosamente sparito, al salvataggio non salvato, minacce di buttare hard ware, soft ware e qualsiasi ware sottomano dalla finestra.

La classe, gli studenti e i loro voti sono l’ultimo dei problemi: tale è il sollievo nel vedere l’odioso marchingegno sputare fuori i dati nell’ordine e nel momento giusto che il merito degli stessi pare del tutto irrilevante. Ce l’abbiamo fatta!

E’ vero, sono i vagiti di un rinnovamento inevitabile, impareremo tutti come abbiamo impararto un sacco di altre cose, alla fine ci accorgeremo pure che in fin dei conti non è neanche troppo difficile e che davvero si risparmia tempo, ma almeno per adesso non si potrebbe evitare, alla fine di tanto balzo nel futuro, di dover continuare a incollare sul libro dei verbali, a mano e con la colla “Cocorita” che usava anche mia nonna, le tonnellate di carta che il programma “genera”?
La foresta amazzonica ringrazia.

*

L’esame di Stato
Chiunque frequenti, a qualsiasi titolo la scuola italiana – su altre istituzioni pubbliche o private la scrivente non ha sufficienti informazioni – sa che il verbale costituisce la pietra miliare di tutto il sistema.

Il verbale certifica la nostra esistenza, avalla le nostre azioni e immortala i nostri enunciati, il verbale ci protegge, ultimo bastione di difesa in una scuola diventata più pericolosa della giungla del Vietnam, il verbale attesta, conferma, sancisce e condanna.

Anche i più riottosi e creativi tra gli insegnanti si sono rassegnati a riempire obbedienti montagne di carte, firmate, controfirmate, datate e stampigliate, che nella stragrande maggioranza dei casi nessuno leggerà mai più o a brandire il verbale contro possibili aggressioni, nei temutissimi casi di contestazione, non già da parte degli studenti, come succedeva ai bei tempi di una volta, ma dei loro agguer* * *riti genitori.

Il verbale, accortamente usato, è un’arma contundente e non solo per la sua cospicua mole cartacea.

L’esame di maturità, che recentemente ha cambiato nome e si chiama di Stato, restando pur sempre di maturità tra i non iniziati, costituisce l’apoteosi del verbale.

Al nostro totem domestico sono dedicate buona parte delle esigue energie delle canicolari giornate della maturità, giacché non ha tanto importanza quello che accade, ma cosa sta scritto che accade, e d’altra parte in un esame a cui sottoponiamo alunni e alunne che conosciamo da cinque anni, che abbiamo visto crescere, cambiare voce, innamorarsi e imparare a truccarsi, di cui conosciamo, oltre che “conoscenze, abilità e capacità”, anche il numero di piede, tutti più o meno “pezzi ‘e core” il verbale è pur sempre una delle poche possibili fonti di sorpresa.

Il verbale dell’esame di stato prevede una quantità di documenti paragonabile credo agli accordi di Yalta, è irto di trabocchetti e rindondanze e costituisce la vera croce del malcapitato verbalizzatore.

Il ministero sollecito ha in tempi recenti approntato la soluzione magica; un programma informatico apposito, dal nome suggestivo e anche un po’ sadico di Conchiglia, dovrebbe sostituire (nella realtà di solito si aggiunge, perché come tutti sanno scripta manent e nessuno si fida del bit volatile) il verbale cartaceo.

Peccato che nessuno sappia usare il programma e, come sa chiunque abbia iniziato ad usare un computer, la prima fase in cui si impara una procedura è molto più lenta e complicata che non usare il vecchio metodo: risultato è che non più uno ma due colleghi affranti spariscono di fatto dalla commissione d’esame perché “devono fare il verbale”; nessuno li invidia.

Anche quest’anno il copione è stato rispettato: le strenue difese dei cultori della penna biro sono state sgominate, la Conchiglia ha vinto e richiede amorose e quotidiane cure pari alla compilazione di almeno tre verbali all’antica. Temiamo il momento in cui qualcuno ci dirà che il libro dei verbali va compilato comunque.

Alla collega disperata che minacciava di morte chiunque le parlasse di molluschi in genere e annunciava la disdetta delle vacanze al mare va tutta la mia solidarietà.

* * *

La scuola italiana impedisce di volare
di Marina Boscaino

Ne L’ermeneutica del soggetto, Michel Foucault sostiene che a causa di quello che definisce “il momento cartesiano” lo gnothi seauton (conosci te stesso) è stato riqualificato a svantaggio dell’epimeleia heautou (cura del sé). Dopo un’attenta analisi dell’Alcibiade di Platone, Foucault conclude:

“Socrate si prende cura del modo in cui Alcibiade potrà prendersi cura di se stesso. Credo che sia proprio tutto ciò a definire la posizione del maestro nell’epimeleia heautou. La cura del sé ha bisogno di passare sempre attraverso il rapporto con qualcun altro che è, appunto, il maestro. Ma cosa, allora, definisce la posizione del maestro?

Precisamente il fatto che egli si prende cura della cura che di se stesso può avere chi egli guida. A differenza di ciò che accade al medico o al buon padre di famiglia, egli non si prende cura del corpo e neppure dei beni. E a differenza di un normale insegnante, non si preoccupa di insegnare, a chi egli guida, delle attitudini o delle capacità, come sarebbe se si limitasse a insegnargli a parlare (…). Il maestro, invece, è chi si prende cura della cura che il soggetto ha di se stesso, e che trova nell’amore che nutre per il proprio discepolo la possibilità di curarsi della cura che questi ha e deve avere di se stesso”.

Psss! Uscite immediatamente dal sogno, su! Levatevi dal viso quel sorrisino, scrollatevi dalla suggestione di queste parole, tornate con i piedi per terra. Non siamo IL maestro. Soprattutto, non siamo QUEL maestro. E non lo siamo non tanto e non solo in senso etimologico – magis-ter (colui che vale, che conta di più all’interno di un gruppo; colui che possiede l’auctoritas); ma non lo siamo soprattutto perché siamo vissuti in un luogo che scoraggia l’esercizio di quella funzione, quand’anche ne avessimo specifica predisposizione e capacità. Tutto, a cominciare dalle campanelle che scandiscono implacabilmente le ore e declinano le nostre giornate in modo schizofrenico (ho fatto Tasso in II, ora passo a Dante Paradiso in III, senza dimenticare l’analisi del testo di Tacito e Dante Inferno in I); a seguire con il rito dell’appello, a carico di coloro che hanno la prima ora, che si parcellizza in singulti di entrate a singhiozzo, dopo che tu hai già scorso l’elenco alfabetico, hai segnato gli assenti, hai controllato le giustificazioni degli assenti del giorno prima, le hai certificate sul registro, hai chiesto le mancate giustificazioni precedenti… Dopo tutto questo, inevitabile, il toc toc del ritardatario – occhi dolci, “prof., posso entrare?” – ti rigetta nella tua funzione di amanuense della rettifica, di notificatore della inosservanza delle regole, di compilatore acritico di pezzi di carta, verbali, fogli infiniti, circolari.

Nell’era del digital divide siamo noi – anche i più tecnologici – ad essere confinati – inevitabilmente, irrimediabilmente – dall’altra parte. Dalla parte debole della frattura, tra quelli che non. Una sovietica scansione burocratica, in cui le procedure, anche le più semplici, persino quelle programmaticamente semplificate, passano attraverso decreti, direttive, circolari, note, notifiche, indicazioni varie, che dobbiamo pazientemente leggere, far finta di leggere, compilare, firmare, controfirmare. Per non parlare – nientemeno! – del pass per l’uso autorizzato della macchina delle fotocopie, in alcuni istituti severamente vietato e prerogativa esclusiva del personale Ata. La scuola italiana impedisce di volare. La scuola italiana è bizantina per sua stessa natura, come gran parte della pubblica amministrazione.

E non sarà la ventata di “modernismo di maniera” che ci stanno spacciando per rinnovamento a cambiarla. Non basta una lavagna interattiva multimediale per modificare l’impostazione di una didattica che accusa i segni del tempo. Non bastano gli altri totem tecnologici per svincolare le tecnologie nella didattica dalla dimensione addestrativa che, quasi unicamente, è stata data loro. Del resto, viviamo in un Paese in cui nel XXI secolo – se per accidente sei assente al passaggio del postino – incappi nel malefico foglietto giallo che ti costerà una interminabile coda davanti all’unico sportello postale aperto all’ora di pranzo, tra l’uscita di scuola e la ripresa dei figli.

Mentre scrivevo sono andata per curiosità a consultare su Google la voce: burocrazia nella scuola. Primo risultato: “La governance scolastica, dalla burocrazia alla democrazia”, dal sito Education 2.0. Materia interessante, a prescindere dalla inutile anglofilia, che porta con sé una riflessione sul ruolo dell’autonomia nelle scuole, nonché sull’interpretazione per lo più pedestre e esclusivamente orientata al mercato che se ne è fatta. È vero che non ho quasi per nulla avuto esperienza diretta della scuola prima dell’autonomia, ma non mi pare che lo spostamento di prerogative, di responsabilità, il trasferimento di competenza abbia determinato un allontanamento del sistema scuola dal burocratismo, più o meno spinto da cui è afflitta.

Rimasi stupita e anche un po’ scandalizzata quando scoprii che la prima ondata di formazione degli insegnanti sulle tecnologie della Informazione e della Comunicazione (TIC) – siamo all’inizio del millennio, a.s. 2003-4 – prevedevano corsi di alfabetizzazione del personale docente con esercitazioni clonate da quelle proposte agli impiegati esecutivi comunali, perché gratuite. L’investimento sulle Tic nella scuola in Italia ha eluso qualsiasi impatto significativo dal punto di vista culturale. Non è un fatto casuale. Si tratta dell’altra faccia di una medaglia che dice progressiva ostinazione ad attribuire sempre minore autorevolezza culturale agli insegnanti e alla loro funzione.

Noi – dal canto nostro – abbiamo saputo adeguarci a questo disinvestimento, sapienti Zelig (la versione originale, non quella Circus) in un mondo che crede sempre meno alla necessità del nostro ruolo, al di là delle esplicitazioni più o meno strumentali. Ammesso che l’alternativa alla burocrazia sia la tecnologia, più che tecnologizzarsi la scuola può tecnocratizzarsi. Vale a dire determinare una rinnovata dimensione di sudditanza, in precedenza dai procedimenti imposti dalla logica gerarchica della scuola del Ministero, ora da una serie di algoritmi procedurali a cui la ventata di pseudo modernità digitale toglie per gli ingenui la caratteristica di vincolo.

Nella scuola dove l’Esperto tecnologico è colui che è riuscito a far adeguare i colleghi alle proprie inerzie operative, ovvero alle proprie più o meno significative rendite di posizione, non c’è posto per il magister, la cui prima cura è rendere gli altri autonomi, critici e capaci di decidere.

* * *

Ogni singola Istituzione scolastica va considerata come un’organizzazione lavorativa complessa

Abbiamo ruoli dirigenziali, ruoli amministrativi, docenti, personale tecnico o ATA, gli studenti stessi, le partecipazioni dei genitori. Ci sono organi interni per la consultazione e la rappresentatività democratica, meccanismi pluridecennali di tipo ufficiale (normati da regolamenti legislativi, in quanto Pubblica Amministrazione) per la circolazione delle informazioni e per il cammino dei processi decisionali, nonché responsabilità giuridiche nominali.
(vedi qui)

* * *

La burocrazia

di Christoph Blocher

La burocrazia nasce ovunque
si è tentati di risolvere un problema o un problemino stabilendo regole o adottando misure che gli impediscano di riproporsi. La burocrazia diviene insensata quando le regole applicate non sono più commisurate alla gravità del problema reale e limitano la produttività e la creatività di tutti coloro che pensano e agiscono normalmente…

Spesso sono i politici stessi che, a fronte di minime irregolarità o rari casi isolati, invocano l’adozione di nuove regole che non fanno altro che complicare estremamente, se non addirittura rendere impossibile, lo svolgimento delle normali attività lavorative. A ciò si aggiungono poi le innumerevoli leggi varate per adattare con eccessiva premura (o, come si dice in “burocratese”, armonizzare) la vita dei nostri cittadini alle leggi di altri Stati.

Se applicate alla lettera, tutte queste regole burocratiche, prescrizioni e leggi non solo soffocano qualsiasi forma di originalità e spontaneità, ma anche la vita stessa… La burocratizzazione della società, dell’economia, dell’amministrazione e della politica è una delle conseguenze dell’incapacità di assumersi responsabilità e della paura di prendere dei rischi.
(vedi qui)

* * *

Liberare le scuole dalle “molestie” burocratiche.
Dare senso al lavoro delle scuole e migliorare la qualità dei servizi.

La missione e le “molestie” burocratiche
La scuola è un servizio pubblico con finalità istituzionali a beneficio dei cittadini. La sua missione è chiara: l’apprendimento, l’insegnamento, la ricerca, la sperimentazione, la formazione in servizio del personale, la sicurezza.

E invece una discutibile interpretazione dell’autonomia ha finito per decentrare alle istituzioni scolastiche una marea di adempimenti di carattere amministrativo e gestionale prima di competenza di altri livelli dell’Amministrazione pubblica, i quali hanno comunque mantenuto la prerogativa decisionale. La gestione del personale, le graduatorie, il trattamento pensionistico e di carriera, l’allocazione di risorse non programmabili sono atti da ricondurre fuori dalla scuola.
(vedi qui)

* * *

Un blog sulla mala-burocrazia qui.

* * *

Ultime dalla scuola
La Corte Costituzionale ha ritenuto incostituzionale la norma che metteva limiti al numero degli insegnati di sostegno, qui.

Licei Musicale e Coreutico: saranno solo 11 anziché 50, cade di fatto un pezzo della riforma proprio nella sua più vantata novità, qui.

Il governo non sblocca i fondi (773 milioni di euro) per la messa in sicurezza dell’edilizia scolastica, qui.

E’ di oltre un miliardo il debito del governo con le scuole, qui.

Rapporto Legambiente sulla qualità dell’edilizia scolastica: nel 2010 peggiora ancora rispetto al 2009, qui.

Una nuova forma di protesta: la scuola va a rotoli.

* * *

Tutti i materiali sulla “riforma” delle Superiori qui.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Un appello di docenti per la scuola pubblica.

Guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Una guida normativa per l’anno scolastico 2009-20010 qui e qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas.

Spazi in rete sulla scuola qui.

8 pensieri su “Vivalascuola. Riti & detriti

  1. il bello di tutto questo ambaradan è che ci è stato costruito addosso pezzo per pezzo, non possiamo sottrarcivisicivi, in più passiamo per i deficienti che lo mettono in atto, manco lo avessimo pensato noi docenti. e questo passa per lavoro: stare a questa pantomima significa essere uno che si dà da fare, al contrario, chiedere di evitare almeno i doppioni, le riunioni inutili, più che inutili: dannose, significa essere di quelli che vogliono svicolare.
    il bello di tutto l’ambaradàn è che qualcuno ci casca: c’è sempre il collega che fa l’ottantesimo intervento identico a quello che il primo ha fatto elencando in due minuti tutte le variabili, tre bastano e avanzano, rispetto a delle decisioni esattamente identiche all’anno precedente. ci caschiamo tutti per esempio quando votiamo per la pagellina di metà secondo quadri(penta)mestre con giudizi unici e la pagellina, per far stare tranquilluccio il dirigente, si presenta puntualmente identica ad una di scrutinio. ci casca il mio collega, sempre quello, affetto da coazione a ripetere tetratricotomica che propone sempre una terza possibilità di voto, che poi egli stesso non vota per non sfigurare rispetto alla maggoranza. ci casco sempre io che sollevo questioni di là da venire: il dirigente non perde occasione per mettermi all’angolo, i colleghi giovani mi guardano con sopportazione, gli altri mi danno ragione e si congratulano, però stanno zitti. dopo sei mesi, un anno la collega che, se facessimo carriera, pianterebbe coltelli tra le scapole a tutti, espone o propone esattamente quello che avevo detto io, ma nessuno se lo ricorda e in più si becca la lode per “l’estremo buon senso”. chissene: epperò, se permettete, me la rido. questo solo per il collegio docenti. se volete continuo, ma non mi pare il caso.
    siamo anche noi formichine, nel nostro piccolo, l’esempio di cos’è l’italia. non siamo belli, non per colpa nostra, ma: in tutto questo non c’è lungimiranza, creatività, soprattutto solidarietà. direi che è ora di recitare un requiem.

    Mi piace

  2. ah, che sbadata: un detrito, un fossile…la gita! il viaggio d’istruzione. no: viaggio di distruzione. io ho portato in giro quaranta mummie, per fortuna buone, nel senso di zitte, anche la notte. impalate anche di giorno, ma non si può avere tutto dalla vita. in compenso ho incontrato e ho dovuto ascoltare fino alle quattro di mattina, in assenza di insegnanti responsabili, che si guardavano bene dall’intervenire, delle scolaresche volgarissime, vocianti, coprolaliche, sgangherate. fanno bene quei docenti: le “gite” si fanno a zero euro, in italia. e si mangia una volta sola al giorno: che non vi montiate la testa e pretendiate di mangiare a pranzo e a cena a spese dei contribuenti.

    Mi piace

  3. Pingback: Senza la scuola | Pupi di Zuccaro

  4. la gita scolastica, già… non amo associazioni, gruppetti e conventicole – mi si pigli pure per snob – però per l’occasione farei un’eccezione: un cartello per abolire la gita scolastica. le argomentazioni credo non mancherebbero, no? (nel mio piccolo lo faccio mettere a verbale a inizio anno: io gite non ne faccio)

    Mi piace

  5. non esistono “gite” la scuola fa solo viaggi di istruzione! I distrutti sono gli in-segnati accompagnatori che rischaino la casa se per caso succede qualcosa di grave perchè l’assicurazione non copre e poi troppe cose che non vanno come dice la pestifera Lucy con cui concordo.ferni

    Mi piace

  6. Grazie a Lucy, Marco, Michele e Ferni per le loro testimonianze. E grazie ad Anna Leoni e Marina Boscaino per i loro testi.

    Ancora una puntata di vivalascuola con il racconto e la denuncia, necessari, del disagio della scuola, E sicuramente ne parleremo ancora tanto.

    Nello stesso tempo vorrei ricordare quanto diceva una collega in una delle puntate precedenti, che la conoscenza fa adulti consapevoli e la scuola non è un “servizio” ma un diritto alto.

    Mi piacerebbe allora dedicare qualche puntata di questa rubrica a esperienze di buona scuola. Anche questo sarebbe un modo per denunciare le politiche di distruzione della scuola pubblica in atto. E per darci un sostegno di cui, oltre che della rabbia, abbiamo bisogno.

    Chi ha esperienze di questo tipo da raccontare può scrivere a questo indirizzo: giorgio.morale@gmail.com.

    Mi piace

  7. Dunque “Le anime morte” (Gogol) o a scelta “il delitto perfetto” (Baudrillard).Questa puntata lucidissima mi ha fatto venire in mente questi due testi. Sarà solo per i titoli? ABOLIAMOCI…

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.