L’arte della guerra del Profeta

di Mauro Baldrati

Se qualcuno nei film cerca risposte etiche, per esempio un riscatto dal male, o l’etica della fuga da un carcere infernale, o l’etica del crimine, come i “criminali onesti” rappresentati da Nicolai Lilin nel romanzo Educazione siberiana, è meglio che eviti Il Profeta, di Jacques Audiard, perché non le troverà. E’ come leggere il Sun Tzu, o l’Arte della Guerra, pensando che è un testo sbagliato perché insegna la strategia militare, mentre è la guerra ad essere sbagliata. E Il Profeta sembra girato, e soprattutto scritto, col Sun Tzu come testo-guida, in particolare questa strofa, che ne costituisce una sorta di manifesto:

Le operazioni militari seguono un Tao di stratagemmi –
Così, quando sei capace, fingi di essere incapace.
Quando sei attivo, fingi di essere inattivo.
Quando sei vicino, fingi di essere lontano.
Quando sei lontano, fingi di essere vicino.
Così, quando il nemico cerca il vantaggio, getta l’esca per ingannarlo –
Quando è in confusione, attaccalo –
Quando il nemico è potente, stai in guardia –
Quando è forte, evitalo –
Quando è infuriato, provocalo –
Attaccalo quando è impreparato .
Fai la tua mossa quando meno se lo aspetta.

Sembra il manuale di istruzioni di Malik El Djebena, giovane arabo diciannovenne che arriva per la prima volta in un carcere per adulti. Vediamo scorrere, attraverso le sbarre del furgone che lo porta a destinazione, una banlieue francese fatta di casermoni, di strade squallide, e già sappiamo che il carcere è una condizione permanente, interiore ed esteriore, l’unica vita possibile per Malik, semianalfabeta, vagabondo, che non ha mai conosciuto i suoi genitori, ultimo degli ultimi.
Immediatamente, dopo le scene iniziali di tutti i film di carceri, la vestizione, la requisizione degli effetti personali, girate con colori lividi e freddi, Malik si scontra con la realtà del “cortile”, dove viene aggredito, malmenato e derubato delle scarpe nuove. E’ la legge, che gli viene spiegata dai gangsters corsi, che controllano il carcere, i detenuti e la stessa amministrazione: qui non puoi vivere senza protezione. E una protezione la troverà, anche se dovrà pagarla a caro prezzo: poiché è un arabo, ed è un isolato, dovrà avvicinare un altro detenuto arabo che gli ha fatto delle avances omosessuali, che deve testimoniare in un processo. Fingerà di accettare le avances, per ucciderlo, con una lametta che nasconderà in bocca, con la quale gli taglierà la giugulare mentre “fa la donna”. E’ un ordine del boss dei corsi, un uomo anziano, paternalista e feroce, interpretato da uno straordinario Niels Arestrup, che non fa rimpiangere i grandi del passato, Jean Gabin e tutto il noir francese. Malik porterà a termine, in una scena violenta e sanguinaria, poco adatta per gli stomaci delicati. E da quel momento diventa “la serva” dei corsi, fa le pulizie, apparecchia, sparecchia, tra gli insulti, le umiliazioni e il disprezzo. E’ disprezzato anche dalla sua stessa etnia, i detenuti arabi, perché è considerato la checca dei corsi, la loro schiava. Ma resta vivo.

Malik sta sotto le righe, soffre, subisce – e cerca – la compagnia del fantasma dell’uomo che ha assassinato, che gli parla, lo guarda, con punte di umorismo macabro (il fumo delle sigarette gli esce dalla gola tagliata). Sembra senza speranze, senza futuro. Ma d’un tratto il classico film di carcere, tutto al maschile, duro, cambia registro: diventa una scuola di vita, un saggio di sopravvivenza e di tattica nel conflitto, come condizione stessa dell’esistenza.

“Quando il nemico è potente, stai in guardia”. I corsi sono i padroni, e con loro Malik cerca di essere zelante. Ottiene dei piccoli benefici, la televisione in cella, sigarette, finché il boss inizia a fargli avere dei permessi, per usarlo fuori dal carcere, dove Malik fa il doppio, il triplo gioco. “Quando sei attivo, fingi di essere inattivo”. Usa le uscite per impostare dei traffici privati, mentre cerca di avvicinarsi agli islamici, spesso rischiando la vita, perché basta un attimo, una parola storta, un’incertezza per trovarsi con la gola tagliata. Con gli islamici inizia a condividere la sua origine, capisce che sono un gruppo compatto, deciso, spietato, anche se, dice di loro il boss corso, “ragionano con l’uccello.” Non riescono a gestire il complesso codice del potere criminale, non capiscono l’importanza delle alleanze, subiscono il talento mafioso dei corsi. E Malik sa che se resterà coi corsi non ha prospettive, sarà sempre lo “sporco arabo”, la loro serva, un essere inferiore da sfruttare e poi calpestare.

“Quando è in confusione, attaccalo”. Ci sono tensioni tra i corsi, e Malik viene incaricato di eliminare il boss che comanda all’esterno. E’ un’occasione per sfruttare la debolezza del nemico, per attaccarlo “quando è infuriato e impreparato”. Così, con un colpo di mano, capovolge l’azione per portare la crisi interna al punto di rottura e accelerare l’autodistruzione della gang dei corsi.
Realizza il suo capolavoro strategico e diventa ciò che ha deciso di essere: Il Profeta del crimine, colui che tutti seguono, perché “Il Tao è ciò che induce il popolo a condividere lo stesso obiettivo del governante, al punto di non darsi pena di vita e di morte, pur di non deluderlo.”

Il Profeta ha vinto nove premi César, ed è stato candidato come miglior film straniero agli Oscar. Di sicuro se gli Oscar avessero un senso avrebbe dovuto vincerlo come migliore sceneggiatura. E’ scritto magistralmente, sembra echeggiare di tutta la tradizione romanzesca francese, avvincente, senza una pecca, una sbavatura, una caduta di ritmo. Ed è girato e recitato benissimo, con la giusta tensione, senza romanticismo, e soprattutto senza patina: forse non esiste un film meno patinato di questo. Non vi è alcun compiacimento nella rappresentazione del crimine, nulla dello style americano, non ci si identifica in questi uomini sporchi, brutti, cattivi, sgradevoli, violenti, assassini, traditori.

Seguiamo Malik, l’eroe, nella sua straordinaria progressione strategica, ed è una scuola di vita in un mondo senza legge e senza onore, quella che ci offre col suo viaggio, la sua sofferenza e il suo Tao della vittoria.

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