“Nel sole, nel mare, nel verbo” – Intervista a Giuseppe Conte

Dall’ultimo numero della rivista Sincronie, in una sezione coordinata dall’ottimo Fabio Pierangeli.


Irene Baccarini

Nel sole, nel mare, nel verbo.

Intervista a Giuseppe Conte

«Io sono animato dal più umile dei propositi:
salvare quello che c’è di umano nell’uomo,
quello che c’è di divino nell’universo intero,
e il linguaggio è l’unico strumento che ho per farlo.»

Pochi autori riescono, pur parlando di se stessi e della propria opera, a parlare agli altri. Quando questo accade, vuol dire che ci troviamo di fronte ad un grande poeta, dalle cui parole sentiamo emergere verità profonde eppure… familiari, che aspettavamo ci venissero rivelate. È il caso di Giuseppe Conte: nonostante egli abbia sperimentato generi diversi, creando con materie sempre nuove, possiamo continuare a pensarlo come il Ragazzo che «vuole avere una voce» e che, discendendo nelle profondità oceaniche, come narra la leggenda irlandese che egli recupera ne L’Oceano e il Ragazzo, riporta sulla terra «un Canto / nato appena, invincibile».
Di questo canto, della forza e dell’entusiasmo – nella sua accezione etimologica dell’essere presi dal divino – con cui Conte crede nella poesia, della naturalezza con cui riscopre i valori più profondi della letteratura, come testimoniano le risposte che seguono, non possiamo che essergli grati. Continua a leggere

Storia e mito

Il suo nome forse non è noto, ma alcune sue foto hanno viaggiato per il pianeta per trenta o quarant’anni, e poster ricavati da immagini scattate da lui sono stati (e alcuni lo sono ancora) appesi nelle camere di tante ragazze e ragazzi che amavano la musica: Jim Mashall, fotografo americano, ha seguito tutti i gruppi rock e molti musicisti jazz, li ha fotografati in concerto, nelle stanze d’albergo, nelle loro case, ha colto espressioni segrete, è stato complice, voyeur, studioso, testimone delle loro vite e della loro arte. Scomparso all’età di 74 anni, ha dato un contributo allo stile grafico degli anni ‘60 e ’70, e senza di lui la fotografia di musica non sarebbe mai stata la stessa. Continua a leggere

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.33: Luci d’inverno, solstizio di primavera. Giorgina Busca Gernetti, “Parole d’ombraluce”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Luci d’inverno, solstizio di primavera. Giorgina Busca Gernetti, Parole d’ombraluce, prefazione di Sandro Gros-Pietro, Torino, Genesi, 2006

Parole d’ombraluce è il quarto libro di poesie di Giorgina Busca Gernetti. Viene dopo un volume (Ombra della sera, Torino, Genesi, 2002) che individuava nel momento della memoria e della rievocazione del passato il suo determinante filo rosso.

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Mondo 3

di Sandro De Fazi

Emily non s’è mossa dalla stanza
mai e Virginia invocando,
follemente inseguendo la realtà
di Elisa che la pretendeva, affabulata
in un romanzo ormai introvabile nelle librerie,
tutta per sé prima che fosse Musa
delirante al telefono in clinica.
Passai la prima gioventù per Roma
o Baudelaire stando sempre a Parigi
viaggiando con sostanze allucinanti
come Fritz senza tregua a Sorrento
tra servitù e malinconie incamminato
ora che siamo in primavera,
per il ghiaccio bollente e l’inchiostro.   Continua a leggere

Nelle mani

di Franz Krauspenhaar

Ti svegli con la rabbia e vorresti
una scure per amica, sei solo.
Unico rappresentante al mondo,
unico venditore di stracci, come
il padre di Kirk Douglas, per ghetti
rumorosi e sporchi, di polvere nuda.
Tu, uomo bianco appeso al filo rotto
di un’immensa, sconcertante, fissa
idea di successo, barcameni le ore
del giorno in spirali di parole zitte,
circolanti tra pensiero e azione
su corrente scrittura elettronica.         Continua a leggere

Dieci per cento

da qui

Il labirinto è un’immagine buona per tutte le stagioni. Quale metafora migliore per la vita? Utilizziamo solo il dieci per cento del cervello, ma ci ingarbugliamo come fossero due. Siamo programmati male? Una vocazione da puntaspilli senza la dotazione genetica del riccio. Pare che a questa impasse ci sia una soluzione: niente di sofisticato, anzi, un gesto estremamente semplice: uscire dalla stanza, anche mentale, e andare verso un altro, privi di secondi fini, con lo scopo di dare, consegnarsi; di riempire un vuoto, la vera matrice del malessere, la fucina di tutti i labirinti: questi altro non sono, infatti, che l’assenza dell’altro, un filo attorcigliato su stesso, che inceppa il dieci per cento di materia cerebrale, spacciandolo per un programma scadente e di seconda mano.

Valter Binaghi, Ucciderò Mefisto

di Michele Lupo

Questo piccolo libro di Valter Binaghi è una dichiarazione d’amore. E fossimo in vena di slogan giornalistici aggiungeremmo: Valter Binaghi è l’ultimo romantico. Che oggi suonerebbe straniante non perché questo genere di affermazioni porti con sé la tracotanza di un linguaggio da rotocalco seppure midcult. E’ che presa sul serio, la scena descritta nell’affermazione è quella di un camminare a ritroso, un pensiero forte e avventuroso che marca una differenza sensibile rispetto al regime del presentismo, dell’esperienza evanescente e consumistica cui sembra voler soggiacere l’Occidente attuale Continua a leggere

Il tempo delle cicogne

“Anche la cicogna nell’aria/ conosce i suoi tempi”, dice la Bibbia. Il tempo delle cicogne è questo, dopo neve e gelo, dopo il lampo giallo di mimose e forsizie. Le cicogne sono un messaggio dall’Africa, arrivano puntuali in Europa lasciando il sud del Sahara. Qui passano l’estate e nidificano. Chi ne vede volare una, bianchi aeroplani di carta, o intravede un becco arancione (anche senza bambini nel fagotto) sappia che è fortunato: di cicogne in Italia ce ne sono poche, le loro rotte prevedono piuttosto lo stretto di Gibilterra o il Bosforo; il tratto di Mediterraneo fra Sicilia Africa è troppo ampio, sul mare le correnti termiche sono debolissime e quindi nel volo si stancano troppo. Sullo Stretto di Messina, inoltre, aspettano i bracconieri. Continua a leggere

“Scrittori dell’eccesso: Pardini e Magliani”. Postfazione di Arnaldo Colasanti a “Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo” (Parte I)

[Per gentile concessione dell’autore Colasanti e dell’editore, pubblichiamo  la postfazione al volume  Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo di Marino Magliani e Vincenzo Pardini, Transeuropa,  2010 (f.s) ] 

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 di Arnaldo Colasanti

1. Sarà forse eccessivo dire che la letteratura nella sua profondità parla solo di vita e di morte, ma è un fatto che Vincenzo Pardini e Marino Magliani siano scrittori dell’eccesso. La storia di Fidelco Meroli Gregotti è una preghiera detta davanti a un lume di ceri rossi, è il rosario recitato di pomeriggio quando a casa non c’è più nessuno. In queste pagine, tuttavia, non c’è chiesa, né una nicchia dove inginocchiarsi. La voce è quella sottile e rasente dei fantasmi.

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La notte delle barche fantasma. Di Nadia Agustoni

(Luna mare)

La notte delle barche fantasma.
di Nadia Agustoni

C’è chi crede ai fantasmi e chi no, ma chi è sveglio di notte sui tetti, perché è un bambino cresciuto lì sopra, non fa fatica a dirvi che i fantasmi sono tantissimi e non vengono dall’altro mondo, ma dal nostro. Se ci pensate un po’ lo capite da voi che cosa sono i fantasmi: sono paure grandi come le case dove ci nascondiamo. I fantasmi di terra sono i più comuni e sono fatti di fumo e parole sfuggite alla gente. Per lo più questi sono fantasmi innocui, ma se il luogo da cui provengono è l’acqua marina allora è tutt’altra storia. All’inizio anche io confondevo le cose. Credevo che i fantasmi fossero tutti uguali. La vita però non lascia in sospeso quasi nulla e quindi mi trovai una bella notte a capire come stanno le cose. Quella notte c’era un vento che veniva dal mare, un’aria grande, senza pioggia e senza nuvole in arrivo. Continua a leggere

Una scrittrice autentica (questa nota è priva di comparativi e superlativi. Ci se ne scusa coi gentili lettori)

(Ju Amoruso, in foto adèspota tratta da bacheca Facebook)

Il libro è Ju Amoruso,  Mi chiamo Scrivo (benvenuti nella mia testa), Roma, Eliot, 2010, pagg. 122, 12,50 euri; caruccio, ma ben stampato e ben rilegato. L’autrice, effigiata nella foto sopra, dichiara in risvolto di copertina 19 anni ed è al suo esordio letterario. Il manifesto del romanzo – più propriamente un racconto lungo –  si trova all’ottavo capoverso: “Perché nelle mie vene non scorre sangue, nelle mie vene scorre inchiostro“. Goffa epanalessi a parte, gli intenti sono chiari. Anche la storia è semplice. Scrivo è una ragazza che si sveglia in ospedale, dopo un coma durato 2 anni. E’ costretta a seguire una terapia di gruppo: 12 storie di dolore differente, che lei trascrive per liberarsi del dolore suo proprio. Il finale è a sorpresa.  E’ più sorprendente che una persona di 19 anni sia così a suo agio nel racconto delle sofferenze;  e stupisce  la disinvoltura con che calibra spavento, attrazione, timidezza e impudenza. C’è anche, per chi è tuttora interessato all’argomento, la questione del corpo, e del corpo di donna; ma Amoruso è scaltra e, ancora in principio di racconta, la definisce così: “Il corpo umano non è unico umeccanismo. E’ semplicemente un concatenarsi di eventi fisiologici per i quali siamo al mondo e respiriamo. Ognuno respira ciò che gli pare. Io respiro parole”. Massimiliano Governi, romanziere di suo e direttore di collana dell’Amoruso, dice che questo sarebbe un esordio alla Palahniuk. Può essere. Mi chiamo scrivo è un testo autentico, sobrio senza menarne vanto, sopratutto onesto, come a 19 anni si può ancora essere.

Provocazione in forma d’apologo 152

Ricorda perfettamente d’avere lasciato la sua città per un’altra; a seconda dello sviluppo degli affari che lo avevano indotto a partire, si sarebbe poi magari trasferito altrove; il suo bagaglio era adeguato a queste necessità, già messe in conto alla partenza.
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“La falce spezzata” – Parte II

Recensione di Giovanni Agnoloni (continuazione di questo)

AA.VV., La falce spezzata – Morte e immortalità in J.R.R. Tolkien (Marietti 1820, 2009) (€ 22,00) (v. qui)

La sezione Logos della raccolta si apre col saggio di Franco Manni “Elogio della finitezza. Antropologia, escatologia e filosofia della storia in Tolkien”. Nella prima parte del saggio l’autore sottolinea come Tolkien, pur non avendo mai fatto espressi riferimenti a filosofi, manifesti delle evidenti derivazioni rispetto, in particolare, alla filosofia tomistica (ovvero a San Tommaso d’Aquino), nonché a Platone, Plotino e (come già ricordato) a Boezio. Questa ‘filosoficità non dichiarata’ degli scritti tolkieniani ricalca il tipico modo di svolgersi degli incontri degli Inklings, il gruppo di amici intellettuali con cui il Professore era solito incontrarsi a Oxford (in particolare, C.S. Lewis, Charles Williams e Owen Barfield, che – come ben illustrato da Verlyn Flieger in Schegge di Luce, che prossimamente recensirò – influenzò la concezione tolkieniana dell’interdipendenza tra mito e linguaggio), dove venivano toccati i più diversi argomenti, e dunque venivano affrontate anche questioni di natura filosofica. Sul piano antropologico, ribadita la centralità del tema della morte, nel legendarium tolkieniano, si sottolinea nuovamente l’importanza del “senso di perdita” (bereavement), nonché la non-platonicità (e la cristianità) dell’“Antica Speranza” degli Umani di ritrovare – oltre i limiti della morte – la possibilità di un’armonia tra spirito e corpo. Continua a leggere

STORIA CONTEMPORANEA n.38: Quel che resta di Beckett. “Fallire ancora, fallire meglio. Percorsi nell’opera di Samuel Beckett”, a cura di Sandro Montalto

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

Quel che resta di Beckett. Fallire ancora, fallire meglio. Percorsi nell’opera di Samuel Beckett, a cura di Sandro Montalto, Novi Ligure (AL), Edizioni Joker, 2009

Samuel Beckett non cessa ancora di stupire o di affascinare i suoi lettori e i suoi studiosi. Ne è testimonianza questa importante raccolta di saggi organizzata e poi pubblicata in occasione del centenario della nascita dello scrittore di Foxrock. Un nutrito numero di pubblicazioni ha preceduto questa raccolta (ad esempio, belle monografie come quella di Annamaria Cascetta, Il tragico e l’umorismo, Firenze, Le Lettere, 2000 o cospicue raccolte di saggi come Per finire ancora. Studi per il centenario di Samuel Beckett, a cura di Gabriele Frasca, Pisa, Pacini, 2007) ma in essa il taglio della ricerca risulta particolarmente approfondito in alcune direzioni finora poco battute (almeno in Italia).

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Vivalascuola. Malati di scuola

Penso. A domani. Il rito degli scrutini, dopo il rito degli esami per il recupero del debito: ragazzi con carenze diffuse accumulate in più anni sottoposti a corsi brevi e frammentati… Penso. A dopodomani. Assegnazione delle cattedre; collegio docenti. E poi ancora, riunione per materie. E così via, fino al giorno in cui ci verrà chiesto di rientrare in classe, in questa estenuante preparazione di inizio settembre. Penso. All’anno che verrà. Agli anni che sono passati… Penso. A una società che ancora viaggia sull’idea che gli insegnanti lavorino 4 ore al giorno e abbiano 3 mesi di vacanza. Mediamente torno a scuola 3-4 pomeriggi a settimana. Quando non torno ho valanghe di lavori da correggere: da sempre i miei studenti ogni 10 giorni sono chiamati a scrivere un saggio breve, un articolo di giornale, una relazione. Oltre ai proverbiali compiti in classe. Ma d’altra parte si sa: a scrivere si impara scrivendo. E discutendo le correzioni. Su 3 classi, circa 2500 lavori corretti ogni anno (Marina Boscaino, qui).

Burnout e disagio ambientale a scuola
di Giovanna Lo Presti

Fra i molti limiti dei tentativi di riforma scolastica negli ultimi due decenni il più grave è l’aver totalmente eluso il problema principale Continua a leggere

“La strada era l’acqua”, di Davide Sapienza

Recensione di Giovanni Agnoloni

La strada era l’acqua, di Davide Sapienza (ed. Galaad) (€ 12,00)

Con questo libro di Davide Sapienza ci caliamo in un nuovo modo di fare letteratura. La strada era l’acqua è un romanzo (ammesso che di romanzo si tratti) olistico. Non solo nel senso che l’io-narrante è l’acqua che ha accompagnato il viaggio in canoa del suo amico Dario Agostini da Saint-Moritz a Istanbul – dunque è la natura ad essere in primo piano, non l’uomo. Soprattutto, è olistico nel senso che si percepisce come, al di là della direzione dell’itinerario di cui si parla, delle sue tappe (evocate dai tratti in corsivo, che riportano le impressioni del viaggiatore-sportivo), e dei personaggi menzionati – Dario, lo stesso Davide, varie persone incontrate dal canoista lungo la strada –, vi sia un filo conduttore che parte molto prima dell’inizio di quest’impresa sportiva, ed è destinato a concludersi molto dopo la sua fine, perché in definitiva fa tutt’uno con il Tempo. Continua a leggere

(mutamenti nell’uomo del movimento terra)

1

Spera sempre in una minima
differenza tra il sopra ed il sotto
(gli inferi, ci dicevano, e il terzo giorno), dove
trova che i sassi sono teste levigate, simili
a patate fossili scordate da un repulisti dell’historia patria,
con uno scarto minimo, dal semialto dell’escavatrice
si limita a registrare l’austera contrarietà dell’arco alpino.

2

Invidia il collega ch’è riuscito a mozzare
perfettamente, a metà, il colle dell’infanzia,
come una mela renetta, solo
per un effetto altro, rispetto all’incarico
assunto, perché s’allarga il paesaggio
e l’alba è tutta sopra gli ulivi,
e non vi crescerà più il muschio,
poco male, persino l’orto
è assicurato per un solitario uguale.
Ma qui nel piano, salvarsi, forse
negli avvallamenti procurati, nelle vene d’acqua
giunte ai corsi celati come un ingombro
dopo la morte delle tessiture.

3

Non è mai riuscito a star così in alto, prima,
ed a volte gli sembra sulla palta scrivano
i denti del cingolo, scrivano un urlo
sull’argilla disvelata, una preghiera
ché non ingoi, tremenda terra
dello stupro razionale, uomo e macchina, un tutt’uno.
Non lontano annotazioni coglie,
oblìo del semicrescere dei pioppi.

Come si scrive un romanzo

da qui

Prima si scrivevano libri di ogni tipo; oggi uno solo: Come si scrive un romanzo. Mi turba un mondo in cui tutti dicono come si fa una cosa che non fanno. Per scrivere un romanzo bisogna avere qualcosa da dire, aver vissuto. Poi, aver letto. Imparare a cominciare, a continuare e finire da chi ha dato prova di saperci fare con cose come queste. Assimilare gli scarti e le continuità, i ritmi e i cambi di velocità, le sinestesie, le transcodificazioni, i trucchi e le contaminazioni, essere chimici e comici, ragionieri e sognatori, architetti e terroristi, costruire pazientemente mattone su mattone e far saltare tutto in aria in un momento. Continua a leggere

21 marzo. Nessuna festa, sempre festa.


Non esiste festa per i poeti. Ogni giorno è festa, per loro. E dunque, festa sia anche oggi, 21 marzo, primo giorno di primavera. I poeti stanno fuori dal coro. Nessun coro, a dire il vero, li ama. Il potere graziosamente li tollera, anche perché poco o nulla incidono nei suoi disegni. I poeti stanno appartati, bastano a sé stessi. I poeti non si curano di premi e riconoscimenti, ma tengono anche loro famiglia. Cercano in sé stessi e nel mondo, intorno, il senso del vivere; compulsandola, la vita, con dita di versi, generando, senza saperlo, filamenti invisibili tra cose e persone, tra tempi lontanissimi. I poeti non chiedono nulla, nulla si aspettano, grati però di ciò che gli arriva. Continua a leggere

La ricerca del Graal (XVI)

di
Georg Wilhelm Friedrich Hegel
Wolfram Von Eschembach
Giuseppe Segato

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV)


*** *** *** Continua a leggere