E’ attuale l’inattualità del classico?

Qualche tempo fa è uscito sul Domenicale del Sole 24 ore un interessante articolo di Andrea Casalegno, dal titolo L’attualità inattuale del classico.
Da buon allievo di liceo classico, Casalegno svolge un ragionamento in tesi, antitesi e sintesi per dimostrare l’assunto del titolo. Io che come ginnasiale ero scarsuccio non posso fare a meno di inserire una dubitativa in quell’assunto, e volgerlo in forma di domanda: è davvero ancora attuale l’inattualità del classico?
Sgombriamo il campo da un primo equivoco. Qui non si parla di attualità e di attuale come un qualcosa di aggiornato, al passo con i tempi, quasi “cool” e modaiolo. Forse in questo caso è opportuno rifarsi al significato originale del termine “attuale”, come una cosa che è in atto, in effetto, derivante dal tardo latino actualis – “attivo”-, usato nel senso di “ciò che esiste”, ma più tardi anche nel senso di realtà ed efficacia.
Ed è proprio su questo punto che si concentra l’assunto di Casalegno. Il liceo classico è attuale in quanto efficace.
A me qualche dubbio rimane, premesso che giammai vorrei vedere il fantasma del liceo classico volgersi al sottoscritto esclamando: Tu quoque, Paule fili mi!
Ma, tornando all’articolo, due sono le ragioni sostenute con più forza a favore del liceo classico.
La prima ragione è che con lo studio del latino e del greco e l’approfondimento della altre materie “umanistiche” il classico ha un suo valore storico e formativo che nessun altro tipo di scuola garantisce in uguale misura. La seconda: è assurdo contrapporre alla cultura umanistica quella scientifica (come invece fanno molti detrattori del classico) poichè esse si sostengono e si rafforzano a vicenda. Infatti pochi esercizi intellettuali sono culturalmente e logicamente complessi come la traduzione di un testo classico greco o latino.
La conclusione dell’articolo è che la forza paradossale del latino e del greco sta proprio nella gratuità del sapere che forniscono: l’impossibilità di legarne l’acquisizione ad un uso immediato comunica la passione per lo studio disinteressato, educa ed allena a quella ricerca fine a se stessa che è all’origine di ogni grande conquista scientifica. A parte che la civiltà classica costituisce un modello storico e culturale imprescindibile, come fonte di valori umani insostituibili. A parte il solito (trito, annoterei) discorso che nel liceo classico si sono formate tutte le classi dirigenti del passato (certo che guardando i risultati di tutta questa dirigenza….), contribuendo a fornire in passato quell’alone classista che ha fatto più male che bene all’istituzione.
Tutto bene, quindi. Il ragionamento fila. O no?
Prima di tutto: è giusto formare generazioni di ragazzi alla ricerca fine a se stessa? Privilegiare il puntare alle grandi conquiste, piuttosto che al saper fare, almeno come base, le cose normali? Non è che così ci troviamo ragazzi magari con forti attitudini speculative, ma incapaci di garantirsi le cose essenziali, di minima sopravvivenza?
L’assunto dell’articolo mi ricorda un po’ quei genitori che spingono i figli a praticare sport non tanto per la pratica di un’attività sana e formativa, quanto piuttosto con l’ansia da riscatto e da voluttà di fabbricare futuri campioni. Speculate, speculate, qualcosa rimarrà, pare dire l’autore dell’articolo. Sì, prima però occorrerebbe riuscire a sopravvivere, aggiungo io.
E, se è vero che rinunciare al latino e al greco sarebbe una perdita secca, non per la scuola ma per la vita, è giusto collocare temporalmente lo studio di queste materie proprio nella fase più critica dello sviluppo adolescenziale? Perchè piuttosto non anticiparne lo studio? Pensiamo che un bambino di 10 anni, oggi, non sia in grado di studiare il latino o il greco? Secondo me, se un ragazzo è in grado di fare una versione a 14 anni, è in grado di farla anche a dieci o undici (certo, magari Tacito no, ma Fedro sì). Non comprenderà i valori della civiltà classica a quell’età? Perchè, se non li comprende a 11 anni, a 14 anni sì?
Del resto è facile obiettare che dipende molto dalla capacità dell’insegnante. Un buon “maestro” saprebbe instillare i germi buoni della cultura classica anche a undici anni, un cattivo maestro nè a quattordici nè mai.
Infine, le statistiche. Andrea Casalegno le cita per evidenziare come il liceo classico sia diventato una scuola prevalentemente femminile. Quindi, da un lato esaltiamo i valori universali alla base dello studio del latino e del greco, dall’altro accettiamo che, secondo il criterio della scelta, solo una parte dei nostri ragazzi possa “abbeverarsi” a tali valori.
Così non vale, dirà qualcuno, stai usando i mezzi della retorica classica per demolire il classico! Va bene, più non scrivo, non vorrei mai trovarmi di fronte al fantasma trafitto e sofferente di cui sopra.

24 pensieri su “E’ attuale l’inattualità del classico?

  1. Dio, se non ci fossero i classici non saprei davvero che diavolo leggere. I presunti bestsellers sono così poveri che non fa scandalo che vengano stampati su carta da due soldi, sempre ottimi per una bella infornata al macero.

    Finirà anche questo ennesimo medioevo. Finirà prima o poi o con la luce o con il buio totale e assoluto.

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  2. Studiare latino e greco vuol dire avere il sapore della civiltà antica. La trovo una base culturale imprescindibile, se si dà un qualche valore alla coscienza che il genere umano fa parte di una lunga e grande Storia. (Ok, lo so che la Gelmini qualche tempo fa voleva togliere il darwinismo e -questa è di ieri – la Resistenza dai libri di storia: ma ciò non fa che rafforzarmi nel pensare: W Atene e Roma, e tutto quel che ne segue).
    Caro Paolo, non è un sapere gratuito la coscienza storica, dato che, come riporti, non ha un “uso immediato”. E’ tutta la cultura nel suo insieme che per fortuna non ha un uso immediato. Nemmeno le tre “i” (inglese internet impresa) promulgate da mister tre “esse” (silvio schiatta stronzo!) così da sole significano niente. Cultuira e utilitarismo non sono un bel binomio, così come non lo è utilitarismo e società, del resto. Pensate solo alle “aziende ospedaliere”, che disastro.
    L’unica cosa davvero “utile” sarebbe formare dei veri cittadini, e dei veri uomini. Con una base etica e morale. E qui non c’entra il latino, c’entra TUTTO.
    Riguardo alla vecchia vulgata che studiare latino sia un eccezionale esercizio mentale, è una sciocchezza. Cosa ci sarebbe di speciale? Che differenza ci sarebbe col giocare a scacchi, allora, o con l’imparare lo swahili?
    Tutta la discussione mi sa di vecchiume, di fuffa. Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti…

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  3. la bontà degli studi classici è innegabile. non mi allargherei però troppo a suggerire spostamenti all’indietro per lo studio del greco e del latino rispetto ai quattordici-quindici anni canonici perché i ragazzi di oggi sono, con rispetto parlando, degli OGM e stentano a produrre decentemente anche a diciotto sul fronte dello studio delle lingue classiche. scarterei per decenza anche lo stereotipo del classico come contributo alla formazione delle classi dirigenti perché mi pare poco democratico e per le stesse ragioni che hai evidenziato anche tu, paolo: se questi sono i risultati… sono invece fermamente convinta della necessità di uno studio disinteressato, a tutti i livelli: rimane l’unico modo per imparare davvero. tuttavia il liceo classico non è quella perla che tutti crediamo: quasi ovunque i livelli sono molto più bassi di un tempo, i ragazzi che lo frequentano consapevolmente sono una minoranza. però sulla distanza, negli studenti in gamba (non per forza i migliori in termini di risultati: più facilmente che altrove il classico ha studenti secchioni, con voti molto alti, ma secchioni) gli effetti si vedono: si costruisce una rete sottile di rimandi, reminiscenze, l’ abitudine al collegamento e alla conservazione di dati essenziali, una superiore capacità di lettura profonda che emergono, prima o poi e che fanno le persone “diverse”.
    la classicità, sarà che so’ vecchia, è insostituibile. dentro c’è tutto: tutto quello che dopo di allora s’è pensato e scritto e si continua a scrivere. dalla fine del mondo latino non abbiamo fatto altro che rimestare, spaccare, riaggiustare: ma caschiamo sempre là, in quei miti, in quei riti. per non parlare della politica. e qui taccio davvero (figura di reticenza, non di preterizione).

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  4. No, non credo che sia fuffa, visto i commenti così interessanti che l’argomento suscita, anche in questo luogo.
    E si torna sempre alla contrapposizione tra Cultura e Utile. Non ho risposte, solo lo sgomento di chi conosce perfettamente una canna da pesca, la sa descrivere, ma non sa usarla.
    Grazie a tutte/i.
    p.

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  5. La cultura è un’arma, e le armi si usano contro gli altri o, più utilmente, contro se stessi.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  6. tendo a concordare molto con le argomentazioni della pestifera Lucy, che quindi non sto qui a ribadire; aggiungo che considero la formazione cosiddetta classica irrinunciabile nello stesso senso in cui considero irrinunciabile una adeguata (in)formazione scientifica sul mondo nel quale viviamo: da fisico con un buon liceo classico alle spalle, combatto da sempre la perniciosa contrapposizione tra umanistico e scientifico, davvero poco rispettosa dell’umano nel suo complesso. Omero e Einstein, Ariosto e Darwin, sono uguali pezzi di cultura ‒ informazione sul mondo in cui tutti viviamo ‒ assolutamente vitali per una decente sopravvivenza.

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  7. Quoto Sparz, ma dissento da Lucy: ricordo che le prime nozioni di analisi logica mi furono date addirittura in quarta elementare e cominciai col rosa-rosae in prima media. Se ce l’ho fatta io, ce la può fare chiunque.
    L’attualità dello studio del latino (e del greco) sta nella forma mentis che dà. Chi non ha studiato il latino ragiona in forma di trial&error. Chi l’ha studiato segue un procedimento logico.

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  8. riccardo: appunto: le hanno date a “noi” le prime nozioni di analisi logica in quarta elementare e quelle di latino alle medie. oggi, ammesso che il quoziente di intelligenza sia identico, non è identica la formazione di base: perciò l’abitudine ormai ventennale all’indisciplina, ai “lavoretti” di gruppo, il temporeggiare su concetti concreti, visibili come se l’astrazione non fosse percepibile da parte di bambini di nove anni, ha portato ad un allungamento pernicioso dei tempi di assunzione di concetti obiettivamente ostici e perciò “ingrati” come quelli delle lingue classiche. credo accada così, da quello che vedo, anche per le scienze esatte. probabilmente un coro di maestri elementari mi sommergerebbe: ma lo sforzo di far passare delle inevitabili “aride” nozioni grammaticali, vi assicuro, è diventato in dieci anni immane. e io con chi me la prendo, insegnando al triennio? mi sembra di insegnare un non-latino, di tamponare falle catastrofiche che si riaprono su molti fronti in continuazione. c’era nell’insegnamento del passato molto spesso un rigore eccessivo: ma qual è lo sport che non richiede allenamento, fatica, a volte all’apparenza insensata? se voglio scalare una montagna vera devo farmi ore di palestra di roccia fino a che i miei movimenti diventano automatici, di routine, consentendomi di concentrarmi sul nuovo con tutta l’attenzione possibile. così è la navigazione in un testo latino: finché continuo a non studiare a memoria la morfologia, a riconoscere le funzioni a prima vista, non posso sperare di trattare un testo su piani più elevati, retorico-stilistici, per esempio. ci sono studenti che arrivano in prima scientifico senza sapere le tabelline e avendo delle nozioni di grammatica da inesistenti a confuse. non si può seminare su una pietraia. abbiate pazienza.
    sparz: concordo in pieno. la “separazione delle carriere” è oltremodo stucchevole nella sua oziosità. la cultura è allargamento, compenetrazione. come posso, con pazienza, leggo libri di fisica e di astronomia. ho appena tradotto in quinta la lettera sull’eruzione del vesuvio di plinio il giovane e ho detto al proposito qualcosa di scientifico che corrispondeva al vero. che assurdità altrimenti limitarsi a quella traduzione rovesciata sulle teste degli studenti quando le parole indicano chiaramente fenomeni interessanti sotto il profilo scientifico: tenuto conto che i terremoti in italia non sono, purtroppo, una rarità.
    la classicità suscita uno sguardo sul mondo più ricco e articolato: se non è studio polveroso, erudito, da topo di biblioteca.

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  9. Io quoto un po’ tutti. Quoto Sparz perchè Paolo Giordano a parte ho immensa stima dei “fisici umanisti”. Quoto Riccardo perchè sono arciconvinto che l’intelligenza, oggi più che mai, sia un bene in rapido deperimento, tanto vale coltivarla in modo sano il più presto possibile. Quoto LP perchè mi è piaciuta la parentesi sui secchioni (“più facilmente che altrove il classico ha studenti secchioni, con voti molto alti, ma secchioni”, ed è un po’ lo sgomento di cui scrivevo in altro commento, veder uscire dal liceo classico ragazzi bravissimi, a svuotare il mare con un secchiello, facili prede degli ornizzozzeroi di turno.
    Vi quoto tanto.
    p.

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  10. “ornizzozzeroi”? Wow, questa non me l’hanno insegnata né al classico né in una lunga carriera di fisico; chi sono, gli sporchi eroi degli uccelli? 🙂

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  11. ὀρνιθοθήρας: “uccellatore”.
    Naturalmente già feci un errore, perchè al plurale avrei dovuto scrivere ornizzozzerai (οἱ ὀρνιθοθήραι)…;-)))

    p.

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  12. senza i classici non avremmo potuto conoscere Calvino, e tantissimi altri illustri nomi della letteratuta mondiale…
    allora io dico:
    siano benedetti i classici!
    Ciao!
    :-);

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  13. Sinteticamente: se mi fosse dato modo di rinascere e so che non avverrà, farei percorsi di vita assolutamente diversi da quelli che ho fatto, una sola cosa salverei: i miei studi classici. Duri, spesso straziati da insegnanti teste di cavolo, leggermente razzistici, ma, vivaddio, belli, pieni, completi. Al classico dei tempi della clava!
    Per la cronaca, i secchioni, con faccia da secchioni io non li ho conosciuti, guardacaso, i più bravi erano anche belli e simpatici, i secchioni arrivavano a stento, al “5-6”.

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  14. flora: infatti si parlava dei secchioni di oggi, non quelli d’allora. e quelli di oggi, ti assicuro, sono belli, né occhialuti né pedicellosi, firmati, tirati a lucido: ma agguerritissimi, tesi a strappare il voto, coute que coute. quello che resta dopo la performance non ha nessuna importanza. questo decreterebbe, secondo la mia modesta opinione, un certo fallimento degli studi classici: a proposito di (future) classi dirigenti. quello che si studia al classico resta bello, pieno, completo, ma sono le motivazioni e il modus ad essere cambiati.

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  15. Forse, oltre al valore disinteressato, gratuito, dello studio delle lingue antiche, sempre valido per l’allenamento intellettuale, come è stato qui più volte detto, io punterei però ad un altro fattore: la capacità critica che solo gli STUDIA HUMANITATIS sono in grado di produrre. Se ne era già accorto Nietzsche nelle sue “inattuali” (sopratutto in quella sull’importanza della storia per la vita) quando provava a criticare la società (e la cultura) del suo tempo come “allievo dei classici”, ed è proprio in ciò, in questo sguardo altro, che consisterebbe l’attualità dell’inattualità del classico. Anzi bisognerebbe essere così inattuali e antigelminiani da contrastare nietzschianamente lo spirito del tempo licealizzando davvero le scuole superiori. Ma non cado nel tranello, la licealizzazione della Gelmini come abbiamo visto è in realtà una delicealizzazione della società: i suoi sedicenti licei introducono informatica e inglese come quinte colonne per destrutturare il valore culturale dei corsi. Il bersaglio del “neoliceo” è la cultura in sé.

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  16. alex sei un grandissimo! speriamo di non diventare anche fisicamente dei bersagli mobili per questi cecchini…

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  17. Non capisco perché inglese e informatica debbano essere necessariamente in contraddizione con latino e greco. La lingua (viva) straniera c’è sempre stata nelle medie e al ginnasio. L’informatica può stare insieme a matematica, fisica & Co. O vogliamo che chi fa il classico abbia davanti solo un futuro da grecista? Una volta i diplomati del classico erano considerati i migliori allievi di ogni facoltà. Io ho fatto il classico e poi sono andato alla Bocconi. Non ho avuto problemi, ma mi avrebbe fatto comodo se in ginnasio e liceo mi avessero insegnato l’inglese.

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  18. Non mi son spiegato. Nulla da eccepire allo studio delle lingue e letterature straniere, che ovvio, contribuisce molto a corroborare il bagaglio culturale di una persona e apre la mente ad una vera educazione europea, o se vogliamo, cosmopolita. In ogni caso leggere in lingua i testi è bello prima che utile. Il problema è che la vulgata funzionalista ci impone ormai di sottolineare la lingua parlata (la conversazione) e lo studio della “lingua di impresa” e non mi si dica che non è vero. Insegno in un comerciale, ma commerciale (sic) è ormai la dimensione in cui si muovono tutte le scuole. E siamo ancora alla scuola delle tre “I”: Internet, Impresa e Inglese…Di “Italiano” manco l’ombra…da qui il mio sospetto sull’«inglese» di cui parla la Gelimini. Sull’informatica e sul suo insegnamento ho pochissimo da dire, è ovvio che i rudimenti dell’uso del mezzo possono essere forniti da un qualsiasi corso di formazione organizzato da un qualsiasi ente punbblico o privato…dunque perché scomodare la scuola che ha un’altra specificità da conservare? E ben altri valori da difendere… Certo, ne faccio, eccome UNA QUESTIONE DI PRIORITA’, e se la vogliamo dire tutta, diciamola: nel liceo classico della Gelmini sparisce la “storia dell’arte” al biennio. Nel liceo classico italiano storia dell’arte diventa una materia fantasma…La cosa si commnenta da sola. Perché tagliare proprio questo insegnamento? E non siamo di fronte a uno smantellamento?

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  19. Già Lucy… Era solo un esempio. Ci sono altre vittime illustri. Vegliamo al crepuscolo, sopra una specie di quasi-cimitero… Becchini riottosi, non siamo altro che questo. Senza nemmeno l’alibi della vocazione al martirio.
    Se potessi, come dicevo a Giorgio Morale, scapperei a gambe levate.

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  20. Le lingue classiche (che io ho studiato, e che dovrei teoricamente, per mestiere, tentare di insegnare, impresa oggi estremamente ardua) non servono assolutamente a nulla. Non rendono persone migliori, non sono affatto più “logiche” o più “formative” di qualsiasi altra lingua, antica o moderna; men che meno formano cittadini onesti e probi (che peraltro, se esistessero, nel mondo d’oggi, in cui l’onestà è il solo bene, non prezioso, non cercato, non scelto, di chi non ha nulla, farebbero ben poca strada), tanto più che Cesare, Cicerone, Sallustio, lo stesso Seneca, non incarnavano, nelle loro azioni, nel loro contegno, a tratti neppure nelle loro opere, nobili e fulgidi esempi di virtù e di coerenza morale (il “De Bello Gallico”, su cui ancora ci si ostina a tentare invano di insegnare la grammatica, è, chi ben guardi, una delle opere più violente della storia, una sequela di pagine grondanti di sangue, torture, massacri, roboanti di arroganza e di prevaricazione, un manifesto ideologico, della forza, della conquista, della sopraffazione; e le “Orazioni Cesariane” di Cicerone possono avere, oggi, un valore “educativo”, possono davvero “formare” al lavoro e alla vita sociale, proprio perché sono un capolavoro di opportunismo, di falsità, di adulazione). In questo senso, semmai, nell’ottica di questa genealogia della morale o dell’immoralità, lo studio dei classici (di ogni epoca e di ogni cultura) potrebbe avere una finalità critica, e dunque educativa. Ma oggi la realtà è finzione, e viceversa, la maschera ha preso il posto del volto, la superficie ha soffocato e azzerato l’essenza. Le cose sono quelle che sono, e anche gli esseri umani sono cose (“tanti quantum habeas sis”, dice un poeta arcaico: l’uomo vale, l’uomo è, né più né meno, quello che ha – denaro e potere nel caso degli uomini, bellezza e, per così dire, “disinibizione” o “spregiudicatezza” in quello delle donne); il mondo è quello che è, e i ragazzi lo accettano, e contribuiscono anzi, come consumatori, ad alimentarlo, come i loro genitori, e come lo accetteranno e lo perpetueranno, per loro fortuna beatamente ignari, i loro figli. Forse verranno davvero, come scriveva qualcuno in uno dei commenti precedenti, le tenebre eterne di un nuovo, estremo e definitivo, Medioevo, tecnologico e mediatico, ma ugualmente oscuro (ammesso e non concesso che il Medioevo vero e proprio, straordinaria stagione culturale, fosse davvero dominato, incontrastatamente, dalle tenebre). Ma nessuno se ne accorgerà, perché non sappiamo più distinguere le tenebre dalla luce, e chi vede, o crede di vedere, la luce (il mito della caverna è eternamente attuale) meglio farà a tenerla per sé, chiusa nel segreto della coscienza, nella rocca della mente, se non vuole essere preso per folle, e rischiare di alterare equilibri che forse, per quanto snaturati, inautentici, alienati, sono necessari. Dagli studi umanistici non può ormai derivare che un piacere solitario, narcisistico, sterile, tutto sommato (se giudicato secondo i canoni imperanti ed ineliminabili della società produttiva) mediocre. Proprio per questo, essi dovrebbero essere coltivati liberamente e spontaneamente, da ristrette cerchie di appassionati, ed è vano pensare di poterli imporre a milioni di studenti che, inevitabilmente, non hanno verso di essi alcun interesse e alcuna propensione.

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