Fra generosità e ironia: La scopa del sistema è la TV

1. Ne “La scopa del sistema” (1987) di David Foster Wallace a un certo punto due personaggi, Neil Obstat (!) e Andrew Sealander “Wang Dang” Lang assistono ad una scena piuttosto ridicola: un barman, scivolando con il suo vassoio di birre su una ciliegia al maraschino “strategicamente disposta sul pavimento”, innesca una serie di disastri a catena che suscitano la smodata ilarità di Obstat, e la seriosa riprovazione di Lang. “Sei proprio un immaturo” sogghigna questi all’indirizzo di Obstat. Che replica: “Bisogna entrare nello spirito della situazione” (p. 363 dell’edizione Einaudi Stile Libero Big, 2008).

2. In uno dei saggi contenuti in “Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più”, Invadenti evasioni (1993), reportage tra il serio e il faceto di una mega fiera agricola dell’Illinois, DFW riferisce di aver assistito ad un breve discorso del Governatore dello stato, Jim Edgar, un coriaceo, quadrato esemplare del Midwest, che dice pane al pane, e fa ricorso a una retorica che fa leva su sentimenti facilmente condivisibili dalla sua rozza e patriottica comunità rurale. “La stampa rimase impassibile”, commenta DFW, “secondo me però il discorso non era privo di una sua potenza”.

3. In un altro pezzo contenuto nello stesso volume, E Unibus pluram: gli scrittori americani e la televisione (1990) DFW se la prende con la critica paludata che accusa i giovani scrittori americani di essere troppo influenzati dalla televisione, cancro della cultura americana (e non solo). DFW impiega una centinaio di pagine per spiegare perché a) questo sia inevitabile; b) questo non voglia tuttavia dire che guardare la televisione sia una buona cosa, vista la qualità dei programmi (la definisce come “un incredibile sistema di misurazione del generico”). La tesi di DFW è che la tv c’è, esiste, è allo stesso tempo specchio e manipolatore della realtà, la gente non fa altro che starsene lì a guardarla: come si può far finta che non ci sia? E anzi, che sia l’attività che occupa la maggior parte del tempo libero dalle attività generalmente remunerative dell’americano appartenente a qualsiasi classe socio-culturale.

Quello che rende veramente problematico il rapporto dello scrittore (giovane e postmoderno, colui che pratica quella che DFW definisce “letteratura d’immagine”) con la tv, non è il fatto che questo rapporto ci sia e possa essere fecondo, ma consiste nella natura stessa dei programmi televisivi. Scrive Foster Wallace:

“La ragione per cui oggi la narrativa d’immagine non è la salvezza dallo stato di passiva teledipendenza psicologica che si sforza così tanto di essere, è che la maggioranza degli scrittori immaginisti mette in scena il proprio materiale con lo stesso tono ironico e autoconsapevole che i loro predecessori, i rivoltosi letterati del Beat e del postmoderno, usavano in maniera così efficace per ribellarsi contro il proprio mondo e il proprio contesto. E la ragione per qui questo attacco irriverente, postmoderno, non riesce ad aiutare i giovani a trasfigurare la TV è semplicemente che la TV li ha battuti sul tempo. La realtà è che da almeno dieci anni a questa parte, la televisione astutamente assorbe, omogeneizza e ripropone la stessa cinica estetica postmoderna che una volta incarnava la migliore alternativa alla seduzione della letteratura bassa, commerciale, ultrasuperficiale”(p. 69).

4. La Scopa del sistema è un libro sulla televisione.  Al di là, o prima, di essere tutto quello che si è detto che sia (un romanzo sul linguaggio, sul vuoto, sulla destrutturazione del romanzo) è un romanzo nella televisione, è televisione presa alle spalle e tramortita, come se qualcuno le abbia dato un colpo sulla testa (alla televisione), ne abbia preso le sembianze, si fosse impadronito delle frequenze dalle quali trasmetteva e avesse continuato la recita lasciando nello spettatore qualche ragionevole dubbio, ma nessuna certezza, a proposito della sostituzione, tanta è la somiglianza.

Nel romanzo la TV è presente in varie forme: a) attraverso il linguaggio mimetico dei dialoghi (nei quali nella quasi totalità dei casi DFW rinuncia alla didascalia, e quel che cade sotto i nostri occhi è quasi la sbobinatura di un dialogo di una soap opera, realistico al punto da diventare straniante e quindi artificioso; b) attraverso la trama stessa del romanzo (un caotico, surreale intrecciarsi di relazioni fra personaggi improbabili, caricaturali senza volerlo, che si cercano, si ritrovano casualmente, si desiderano, si amano, si detestano, si tradiscono o vogliono farlo, si separano, organizzano misteriosi traffici al limite del fantascientifico, scompaiono); c) attraverso certi personaggi (che non imitano la TV, ma la precedono: come lo psicanalista folle che fa sedere i propri pazienti su una sedia meccanica che li espelle al termine del trattamento e che indossa una maschera antigas quando sente “puzza di breccia” – breccia che squarcia le difese inconsce del paziente – che a me ha ricordato Lawrence Jacoby, lo psichiatra ex figlio dei fiori di Twin Peaks di David Lynch (sì, questa è un po’ tirata per i capelli, ma leggere il libro e vedermi davanti le lenti di due colori diversi del dott. Jacoby è stato tutt’uno – la suggestione è stata poi rafforzata alla lettura del bellssissimo saggio sul cinema di David Lynch, sempre all’interno di “Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più”); d) attraverso citazioni esplicite di programmi che giocano un ruolo importante in alcuni episodi del romanzo (come il Bob Newhart Show, che ispira un tragicomico gioco di società le cui regole fanno leva sulla volontà autodistruttiva che può possedere un adolescente con il cervello in pappa da parossistico abuso di canne & vodka); e) e infine nel modo più caustico ed esplicito, con la vicenda del pappagallo Vlad L’Impalatore, assoldato da un telepredicatore per farlo diventare la star del suo show religioso (Il Club dei soci del Signore), una volta appurate le sue doti di oracolo (a dire il vero assai improbabili): qui la satira sia fa esplicita al punto da diventare quasi dissonante con il resto.

Nella Scopa del sistema quindi DFW riesce là dove i suoi colleghi generalmente falliscono. L’ironia  e il tono grottesco del romanzo non sono contro la televisione. La tv non è, sembra non essere l’oggetto del romanzo né dei sentimenti del suo autore (l’importante episodio del telepredicatore suona più come azione diversiva: catalizza su di sé l’attenzione quasi a distoglierla da tutto il resto). Come Quentin Tarantino in Kill Bill (e in tutti i suoi film, ma in Kill Bill, Vol. 1 in modo particolare) DFW assume lo status di ciò che ci vuole mostrare. Non indica un nemico, lo diventa.

Perché questa attenzione per la televisione? Ce lo ha spiegato Foster Wallace stesso, un paio di anni dopo: per il ruolo centrale che ha nel cuore profondo della società e quindi, inevitabilmente, del suo orizzonte narrativo.

Ma il motivo della perfetta riuscita di questo innesto sta, a mio parere, proprio nell’atteggiamento inclusivo di Foster Wallace, in questa generosa apertura verso il mondo, che certamente costituiva per lui un perenne rischio potenziale, e tuttavia suscitava un’attrazione magnetica, compulsiva, che attivava allo stesso tempo difese e desiderio di partecipare, a modo suo, alla quotidiana folle celebrazione della vita.

La partecipazione a quello che potremmo facilmente immaginare come un pletorico discorso (“non privo di una sua potenza”) di un politico intento a galvanizzare la sua base elettorale risponde quindi all’esortazione ad entrare “nello spirito della situazione”: la voglia di condividere, di esserci, prevale sull’analisi intellettuale, o semplicemente ironica.

Perché l’ironia, scrive DFW citando Lewis Hyde (da “Alcohol and poetry”)  “si usa solo in casi di emergenza. L’uso prolungato la fa diventare la voce di gente in gabbia che ha finito per amare le proprie sbarre.” E continua Foster Wallace: l’ironia,

“per quanto divertente, svolge una funzione quasi esclusivamente negativa. E’ critica e distruttiva, fa tabula rasa. Questo di sicuro è il modo in cui la vedevano i nostri padri postmoderni. Ma l’ironia è particolarmente inefficace quando si tratta di costruire qualcosa che prenda il posto delle ipocrisie che ha demolito” (p. 88).

Tanto più – e qui sta il nodo gordiano del rapporto fra gli scrittori e la televisione –  che

“da almeno dieci anni a questa parte, la televisione astutamente assorbe, omogeneizza e ripropone la stessa cinica estetica postmoderna che una volta incarnava la migliore alternativa alla seduzione della letteratura bassa, commerciale, ultrasuperficiale.”

La grandezza di DFW risiedeva proprio in questo strabismo culturale e psicologico: scegliersi un punto di vista coincidente con quello di tutti, ma in un modo lievemente traslato, quel tanto sufficiente a dargli la capacità di vedere drammaticamente meglio fino a conquistarsi il diritto all’ironia depurata dalle scorie inquinanti inoculate diabolicamente dal “nemico”; al punto che non credo che fra DFW e i suoi lettori ci fosse (o ci sia) una sorta di patto generazionale, perché la sua grandezza sta nella ibridazione di un personalissimo caustico isolamento (tipica di molti suoi colleghi scrittori – e dei loro adepti consumatori finali) con un profondo bisogno – finché ha potuto – di essere parte del mondo dal quale poi si è nascosto per sempre.

10 pensieri su “Fra generosità e ironia: La scopa del sistema è la TV

  1. Enrico Macioci

    INFINITE JEST è il penultimo romanzo-mondo (l’ultimo è 2666), e Wallace è stato a mio avviso il più grande scrittore degli ultimi decenni – Pynchon lo supera quanto a intelligenza e erudizione, e forse anche quanto a valore estetico, ma non sa NARRARE. Il limite di Wallace è l’inconcludenza, non banalmente nel senso che non terminasse mai davvero una storia, ma nel senso che non sapeva trovare un autentico filo conduttore, qualcosa in cui credere fino in fondo; e così le sue smisurate capacità linguistiche e fabulatorie prendevano il sopravvento sulla polpa spirituale delle storie, che pure scorreva alle volte in abbondanza.

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  2. Iannozzi Giuseppe

    Molto sopravvalutati Wallace e Pynchon. Troppo. Riconosco l’erudizione di Pynchon, ma la sua scrittura non attrae, eccetto che per i suoi primi lavori. Wallace era sostanzialmente un geniale inconcludente: avrebbe dovuto scrivere canovacci per la tv.

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  3. Enrico Macioci

    Torno al post, che prima ho un po’ trascurato: Wallace ha scritto cose lucidissime sulla tv, specie il giustamente citato E UNIBUS PLURAM (che saggio esemplare, per giunta buttato giù nel 1990!); ed è stato fra i primi a dire forte e chiaro che l’ironia, spinta oltre un certo limite, diventa cinismo becero e fine a se stesso e nichilismo puro. Perché questo è il bello: Wallace in fondo detestava il nichilismo di cui lui stesso era imbevuto, da uomo spirituale ne soffriva in modo terribile, e non è mai riuscito a venirne a capo. Quasi tutta la sua produzione ruota attorno alla tv – al centro di INIFINITE JEST si trova non a caso il samizdat, l’intrattenimento televisivo per eccellenza; direi che nessun altro scrittore sinora ha saputo affrontare il “mostro” televisivo con altrettanta chiarezza e precisione e con un coraggio così sfrontato e pirotecnico.
    @iannozzi
    Pynchon per me rappresenta un problema pressoché insolubile; la prima volta che l’ho letto sono stato tentato di liquidarlo come te, ma poi mi sono costretto ad affrontarlo mettendomi al suo livello e ne sono uscito con le ossa rotte. L’ARCOBALENO DELLA GRAVITA’ specialmente ti fa sentire un nano (è sconcertante soprattutto se ci si pone la domanda: come si fa a scrivere una cosa così?), e mi sembra un unicum nel panorama narrativo mondiale di ogni tempo. E’ vero che la scrittura non attrae, ma ci sono lunghi brani poetici, di altissimo nitore estetico.
    Sui racconti di Wallace hai in parte ragione; ne ha scritti alcuni meravigliosi: LA MORTE NON E’ LA FINE, PER SEMPRE LASSU’, CARO VECCHIO NEON, LA PERSONA DEPRESSA, LYNDON, INCARNAZIONI DI BAMBINI BRUCIATI eccetera. Però, uno che produce INFINITE JEST non si può dire che col romanzo abbia fallito. Non ho mai riso tanto leggendo qualcos’altro – e parliamo d’un libro profondamente, accoratamente malinconico.

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  4. eziotarantino Autore articolo

    Enrico,
    inutile dire che sono d’accordo, su DFW. Tra l’altro il discorso su televisione e ironia era quello che mi ha motivato a scrivere questo pezzo, anche se i commenti hanno preso un’altra piega. E sono quindi contento che tu sia tornato sul tema.

    Non ho sottolineato la funzione della televisione in Infinite Jest perché ne avevo già parlato qui (https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/03/01/ancora-sul-festival-di-san-remo/) (e senza voler esagerare ho scritto di IJ anche qui: https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/03/23/16309/
    Ciao,
    ezio

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  5. Enrico Macioci

    Grazie Ezio, il secondo pezzo che segnali l’avevo già letto e apprezzato – mi sembra il modo giusto, il tuo, d’avvicinarsi a quel maelstrom ineffabile che è INFINITE JEST. Sul primo pezzo mi trovi ampiamente d’accordo.

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  6. Mara B.

    Sto leggendo in questi giorni La scopa del sistema, dopo aver letto “Questa è l’acqua”, parte di Considera l’Aragosta (confesso di essermi arenata sui discorsi a proposito dell’uso della lingua) e “Una cosa divertente che non farò mai più” (cronaca di una crociera di lusso 7 giorni e 7 notti ai Caraibi).
    Mi diverte da un lato lo stile di DFW (scoperto postumo, ahimè), quel suo delineare le situazioni in modo tale che il lettore sente di essere diventato spettatore di una serie di paradossi. Allo stesso tempo la lettura procede in modo faticoso, per la discontinuità, il saltare di palo in frasca (le conversazioni del pappagallo, che non si capisce se stia parlando da solo o con un malcapitato ascoltatore che ha il fegato di rispondergli).
    Si avverte un notevole senso di “alienazione”, in generale, ma non lo attribuirei al fattore TV.
    Divertente e faticoso allo stesso tempo. Geniale…

    Mara B.

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