Vivalascuola. Mi piacerebbe vedere i miei occhi

Il mondo economico li vuole consumisti consumatori, pieni di carte di credito, poco colti e propina loro modelli da Grande Fratello, li fa litigare sotto gli obbiettivi della TV in una nobile gara di volgarità con i loro genitori, li arruola fin da bambini e li fa cantare (“Io canto” con Gerry Scotti, Canale 5): canzoni che parlano di pulsioni amorose di cui nulla sanno e sarebbe prematuro sapessero. Far fingere l’eros ai bambini somiglia a una anticipazione di violenza sessuale. La sinistra guarda attonita e nulla dice per paura di essere accusata di atteggiamenti bacchettoni o censori. Chi tra i giovani resiste e non si lascia arruolare scappa via Internet: Facebook, social network, YouTube, blog e tutti gli anfratti che la “rete” offre, dove i “vecchi” si muovono a fatica per tecnica e cultura. Chi se li fila questi giovani? (continua qui)

Mi piacerebbe vedere i miei occhi. Rappresentazioni dell’adolescenza
di Stefano Laffi

Il disordine del discorso

Liberarsi dalle cornici
In una società della comunicazione i temi sensibili non possono che essere inquinati di troppe parole, di ragionamenti fuorvianti, di opinionismo dilagante, di espertismo da salotto televisivo. Quasi sempre la prima operazione da fare è liberarsi delle cornici nelle quali il tema è posizionato, evitare il ricatto dello schieramento fra punti di vista già confezionati, mettere in crisi tutto ciò che è dato come vero, interrogarsi sistematicamente su quale rapporto diretto col tema ha chi parla, confrontare il racconto con il proprio vissuto. Dopo questa azione ecologica, resta ben poco, emerge altro. Prendiamo gli adolescenti, meglio la loro rappresentazione in tre grosse casse di risonanza, coglieremo il rumore.

Il nodo sono gli adulti
In questo momento in Italia ci sono continue serate di genitori, organizzate da loro associazioni, scuole o altri, che si interrogano sui figli. È un fenomeno endemico, molto diffuso e molto partecipato, singolare perché sono genitori (molto spesso madri) che rinunciano a stare a casa con i figli pur di seguire l’incontro con l’esperto, titolo che è capitato anche a me. Il paniere di domande che stanno attraversando le famiglie italiane con adolescenti è più o meno lo stesso: chi sono, cosa sono diventati, che possiamo fare. È una domanda onesta, molto sentita, il disorientamento è evidente, in alcuni casi drammatico. Il problema è che a seguire l’ordine del discorso si finisce per stigmatizzare, elencare ciò che i ragazzi non sono più o non fanno più, smarcare la propria adolescenza dai facili tempi attuali,… Il problema è che sotto c’è una domanda di ricette, di decaloghi, con l’assoluta delega all’esperto. E invece il nodo sono gli adulti, il ragionamento rimbalza su di loro, sulla loro crisi di magistralità, sulla loro debole esemplarità, sulla loro stessa fatica a reggere la corruzione (morale, nei consumi, nelle scelte di ogni giorno) di questi tempi, sulla loro indisponibilità a transitare dalla fatica del ruolo adulto, attratti come lo siamo tutti, adolescenti compresi, dalla soluzione immediata.

Non è successo nulla di catastrofico
Consideriamo ora un altro luogo di continua tematizzazione dell’adolescenza, almeno negli ultimi anni, il sistema dei media. Lo schema retorico è simile, con gli stessi vizi: adulti che parlano ad altri adulti dei ragazzi, senza interpellarli e senza prevederli come voce in campo, avallati dal sedicente esperto o da un sondaggio o da una ricerca di cui fa comodo il risultato, in generale allarmandosi e senza mettersi in discussione, né fra le cause né fra le soluzioni. Droga, violenza, bullismo, pornografia sono i punti cardinali della rappresentazione emergente negli ultimi anni. Sotto il ricatto dell’attualità, di qualche episodio di cronaca in cui puoi sempre trovar conferma al male, del sistema di risonanza per cui lo stesso dato ritorna ovunque ma percettivamente sembra la coralità delle voci non la ripetitività della fonte, si alimenta l’allarme come postura collettiva verso i ragazzi di oggi. Ancora una volta, occorre un po’ negare il presente, cioè mettere relatività nello sguardo, capire che alcune cose sono sempre accadute, ridare profondità temporale, rendersi conto che non è successo nulla di catastrofico o almeno parte di quello che è già successo è dimenticato.

Nel vuoto delle voci
E poi urge ovviamente chiedere ai giornalisti di fare il loro mestiere davvero, parlare con i ragazzi se scrivono di ragazzi, perché tutta questa rappresentazione nasce nel vuoto delle voci dei diretti interessati. Pesa in questo senso proprio il modo in cui lavorano le redazioni, che stentano a privilegiare la continuità e la specializzazione, a favore piuttosto dell’assoluta intercambiabilità del giornalista, il quale, precipitato nella cronaca, in ostaggio a internet ovvero a google, finisce per interpellare lo stesso esperto, riprodurre la stessa opinione. Pesa ovviamente anche il narcisismo degli esperti, che spesso non si esentano dal commentare, anche quando non hanno conoscenza diretta o profonda della vicenda, sapendo di potersi comunque giocare la tesi di fondo, il punto di vista, la propria posizione generale sul tema, lo spot dell’ultimo libro. Perché la visibilità sui media incide sulle carriere universitarie, sulla parcelle, sulle copie vendute, ecc.

I dati non scoprono ma verificano le proprie ipotesi
Consideriamo un’altra arena decisiva nel costruire un ordine del discorso intorno ai ragazzi, quella delle istituzioni, delle amministrazioni locali: è qui che si investono molti soldi per promuovere ricerche, osservatori, sperimentazioni, dibattiti, ecc. sui fenomeni ma ancor di più sul modo in cui gli stessi destano preoccupazione – di recente sul bullismo in primis – in modo da produrre dati, lanciare progetti, gestire il consenso sotto la fantasia del controllo. Le trappole retoriche qui sono l’oggettività del dato, l’inattacabile legittimità della presa in carico pubblica, l’apparente attenzione verso i giovani cittadini, la priorità dell’ordine e della sicurezza. Ma molto spesso i dati non scoprono ma verificano le proprie ipotesi: una ricerca sul bullismo ne trova certamente traccia – “è mai capitato a te o a qualcuno vicino di essere vittima di episodi di…” – ma non misura la rilevanza, omette di chiedere anche la frequenza di comportamenti cooperativi, la percezione del clima fra pari, il peso del gioco e del divertimento, ecc. E la vera novità non è né il bullismo né l’osservatorio sul bullismo, ma il fatto che il meccanismo si è ribaltato, i ragazzi ipersondati hanno deciso di sondare, gli osservati ci osservano, ci guardano e ci riprendono, la scuola è dibattuta in convegni ma nel frattempo è sbeffeggiata in rete, e così come in tv si vede spesso il peggio delle istituzioni e degli adulti – cos’è in fondo un telegiornale, serio o satirico non cambia – in internet grazie ai cellulari va in onda anche il peggio della scuola, le scene più squallide di vita collettiva. Il problema allora non è il bullismo ma il degrado in cui si genera, non sono i cellulari in classe ma l’ossessione della rappresentazione.

Tutto questo va poi collocato in quel paese non per vecchi ma di vecchi che è l’Italia, in quello sfondo luttuoso della cultura italiana che ama incipit come “non c’è più, non sono più, ormai,.. “, nostalgico di chissà quale eden., prevenuto sul cambiamento, orientato ex ante a leggere il mutamento come perdita e come tradimento, gerontocratico nelle posizioni di potere e giovanilista nella scena pubblica, ma mai giovane davvero.

Grammatiche

Reimpossessarsi dell’esperienza
Proviamo a immaginare due o tre cose, di buon senso, per ridare autenticità alla rappresentazione dei ragazzi, per correggere gli errori più vistosi. Prima di tutto reimpossessarsi dell’esperienza diretta, dell’osservazione personale, del proprio campo visivo, contro una logica dell’esperto-dipendenza, di una mediazione costante delle opinione, delle ricette e degli sconti di fatica. Potrò davvero capire mio figlio scrivendo ad un giornale? Avrò davvero un’idea dell’adolescenza dalla cronaca? Può un ministro che non ha né esperienza personale né professionale né di formazione sull’adolescenza illuminare genitori, insegnanti, scuola?

Diffidare delle definizioni
Altra buona regola è diffidare delle definizioni, delle classificazioni. Perché queste sono di solito funzionali a un sapere codificato di chi le attua e attraverso di quelle consolida la propria posizione di potere, di asimmetria, di controllo. La definizione è un esercizio di forza, innesca un ordine delle cose – norme, procedure, stereotipi, comportamenti, ecc. – rispetto alle quali chi è definito subisce. Dire pubblicamente di un ragazzo nichilista, bamboccione, violento, ecc. significa circondarlo, predeterminare attorno a lui attese e reazioni, innescare reazioni a catena che favoriranno il verificarsi dell’accusa. Semplicemente, che beneficio ne trae chi apparentemente compiangi e in realtà condanni?

Tacere e dar voce
Se “parlare con” è meglio che “parlare di” o “parlare per” e ancora di più di “sentir parlare di”, a maggior ragione è urgente tacere e dar voce. A fronte di tante parole che si spendono sui ragazzi, non ci sono mai le parole dei ragazzi e tanto meno dei bambini. Di fronte allo spettro adulto della pedofilia e della pedopornografia, dell’adescamento in rete e di internet come nuovo bosco di cappuccetto rosso, un’inchiesta condotta direttamente coi bambini delle elementari rivela la loro serenità, la loro consapevolezza di qualche minaccia ma anche il loro approccio positivo al mezzo, e quando se ne chiede l’uso si scopre che molti chattano non con il pedofilo in agguato ma con padri lontani, perché separati dalle madri o costretti all’esilio familiare per lavoro. E allora questa distanza degli affetti assai più della prossimità della minaccia non è forse il vero dramma familiare di questi anni, la vera fonte di dispiacere e di fatiche, e internet un mezzo utile per alleviarlo?

Voci

Da una logica per età a una per creatività
Facciamo due esempi, personali per essere coerenti. Un incontro organizzato dall’ormai decaduto ministero delle politiche giovanili, workshop sul tema “dialogo fra le generazioni”, presenti giovani, in prevalenza fra i 20 e i 30 anni, per lo più parte dei forum giovanili sparsi per il paese, sorti dalle varie esperienze partecipative realizzati da diverse municipalità. Uno degli adulti chiamati a condurre l’incontro lancia la sua proposta, il limite di età di sessant’anni per incarichi importanti, in modo tale che questa cosa favorisca il ricambio delle generazioni. Come reagiscono i ragazzi? Non ci cascano, intuiscono il trucco, e danno una lezione agli adulti presenti. Nel documento conclusivo scritto da loro si legge testualmente:

“non riconosciamo una categoria di giovani unita e nettamente contrapposta alle altre generazioni, in una situazione di forte individualismo è difficile nei ruoli di impegno pubblico sentirsi rappresentativi dei propri coetanei, non pensiamo per es. che le quote giovani siano la soluzione del problema, con il rischio di riprodurre un’ulteriore categoria privilegiata, ma vorremmo per esempio che si passasse da una logica per età e per cognomi ad una per creatività delle idee, in epoche di trasformazioni siamo certi che questo avvantaggerebbe più di ora il contributo dei giovani i cui saperi risultano forse decisivi”.

Serietà e onestà nel dialogo
In quella circostanza, dalle parole dei presenti, si intuisce la vacuità di affermazioni come “voi giovani”, la difficoltà comune fra chi interviene a coniugare un “noi”, la frammentazione e il disorientamento. Per chi poi si affaccia alla politica il problema è ancora più forte, si sente addosso l’accusa di crisi dei valori, di assenza di punti di riferimento entro i quali schierarsi e rivendicare posizioni. Eppure dopo un po’ di dialogo, di confronto, si arriva a codificare per iscritto in cosa si crede, all’incirca tutti insieme, almeno lì in questa élite riflessiva ma autentica:

“la centralità della relazione umana e il piacere di fare le cose insieme, la solidarietà internazionale, il superamento dei confini, la non affiliazione ideologica, la sensibilità ambientale, l’accettazione del cambiamento come norma, la necessità di sperimentarsi in diversi campi dell’esperienza come esercizio di scoperta dei propri desideri e delle proprie vocazioni”.

Avrei voluto averli io riferimenti così forti e così belli, quando li ho cercati. E ancora, di fronte al programma dell’incontro che prevedeva la anche momenti di svago e cabaret, i gruppi di ragazzi scrivono al ministro questo comunicato:

“chiediamo serietà e onestà nel dialogo, che venga davvero considerata la nostra volontà di impegnarci, c’è anche chi ha sottolineato come in queste occasioni il poco spazio di ieri per il dibattito e la presenza di comici possano essere il segno di una scarsa fiducia nella nostra effettiva volontà di impegnarci e contribuire, il riconoscimento della nostra serietà si vede anche nelle modalità in cui si manifesta la disponibilità degli adulti”.

Non capisco la mia generazione
Cambiamo quadro. Un’azienda sanitaria si interroga sui consumi di sostanze fra i più giovani, sulla prevenzione, sui progetti realizzati e su quelli possibili. Esaminiamo insieme quanto è stato fatto, quanto dicono i dati più recenti, ma ad un certo punto pongo la necessità di accogliere la voce dei ragazzi, oltre a quella degli operatori. Perché la dipendenza e l’abuso riguardano una minima parte della popolazione ma il consumo è diffuso, interroga necessariamente vissuti comuni, situazioni quotidiane. Un diario ad hoc, tre giorni di cattivi pensieri, compilato da alcune ragazze, restituisce un grado di verità e profondità su cosa anima la condizione di una diciottenne, fuori da qualunque allarme sociale o consolazione educativa. Ecco un montaggio di voci diverse, testuale, in sequenza, disorientante ma folgorante su quell’universo:

“il vero problema e probabilmente l’ultimo mio problema è che non capisco la mia generazione, mi fa effetto anche usare l’aggettivo mia, perché se devo essere sincera non mi sembra nemmeno di farne parte, non credo sia menefreghismo, non sono affatto indifferente ai problemi della nostra società ma dato che per me è un realtà sconosciuta, non posso far altro che ripetermi non capisco. A me sinceramente non me ne frega niente di come va il mondo, gli altri diciottenni possono fare come preferiscono, io ne ho già abbastanza della mia vita e se mi metto anche a pensare a ciò che non mi riguarda posso spararmi in testa poiché la mia società fa veramente schifo. Non ho mai sentito parlare degli studenti che escono con 100 e lode, non ho mai letto un articolo dei giovani che donano sangue, che fanno volontariato che sono coinvolti in ambito politico, non mi è mai capitato di vedere un politico che ringrazia la forza lavoratrice giovanile sottopagata, sottovalutata perché manda avanti un paese di vecchi pensionati con tutto il mio sincero e profondo rispetto per le vecchie generazioni, ma continuano a dire che siamo il futuro, soltanto una presa per il culo a mio parere, che fiducia ci danno però e che fiducia abbiamo in noi stessi, forse dovremmo smettere di cercare il riconoscimento di una società che ci ha presi come capro espiatorio. Quando si presenta qualche problema entro in crisi, non riesco ad affrontarlo, credo di essere ancora una bambina, nonostante i miei 18 anni, sento tutti i miei coetanei che dicono di avere idee salde e che per quelle idee vanno contro anche ai loro genitori, io non sono fatta così ho sempre creduto di essere migliore, i miei non mi lasciano libertà e nonostante io creda che il loro comportamento sia sbagliato non mi ribello non impongo le mie idee perché in fondo io di questo mondo non so proprio niente quindi cerco di vedere le cose a modo loro e li assecondo. Rido spesso con i miei coetanei, ma mentre rido mi chiedo perché? cosa c’è da ridere? Non vedi, ridi ma sei comunque triste. Credo sia anche un sistema per nascondere quello che c’è veramente all’interno di me, i miei dolori, le mie sofferenze, ancora più grandi perché non riesco a liberarle in pianto ma tengo tutto silenziosamente per me. Ho camminato un’ora sotto la pioggia, mi sono bagnata un sacco però è bello quando le gocce ti cadono sul viso, è bello fermarsi sotto la pioggia per non piangere da sola, è un periodo di merda questo. Io cerco di nascondere la mia non normalità e le mie debolezze, ma forse gli altri riescono a percepirle lo stesso, no, no, senza forse, certamente io leggo gli occhi delle persone con cui parlo, ma loro leggono i miei occhi? Quanto mi piacerebbe vedere i miei occhi, magari capirei molte più cose di me.”

(da Tra bambini e città a cura del Centro territoriale Mammutwww.mammutnapoli.org)

* * *

Numeri. Indagine Eurispes 2009. Adolescenti

Il desiderio più grande è trovare un lavoro soddisfacente (96,6%) e stabile (94%). Non desiderano fare la stessa professione dei genitori (79,9%) e il 13,6% dichiara di non saperlo ancora. Il 49,4% pensa che sia “molto difficile” trovare un lavoro stabile e il 44,1% che lo sia “abbastanza”. Trovare un lavoro soddisfacente è “abbastanza difficile” per il 44,1% e “molto difficile” per il 42,9%.

Sposarsi rappresenta un traguardo importante per il 68,7% dei ragazzi italiani, il 22,4% dichiara di non aver ancora deciso e il 71,9% desidera avere dei figli, contro il 21,2% degli indecisi e il 4,6% che sono sicuri di valerne.

Laurea. Il 33,6% degli adolescenti ritiene “molto difficile” laurearsi e il 58,7% pensa che lo sia “abbastanza”. Solo il 6,3% ritiene sia “poco difficile” e lo 0,9% che non lo sia “per niente”.

Importante è il bisogno di indipendenza, il 63% ha dichiarato di voler andare a vivere per conto proprio, dopo aver terminato gli studi o trovato un lavoro. Il 30,7% ha risposto di voler continuare a vivere con i genitori fino a quando riusciranno a formarsi una famiglia propria e solo il 2,4% desidera rimanere in famiglia il più a lungo possibile.

Senza idoli? Il 41,9% delle adolescenti dichiara di non voler assomigliare a nessuno, a fronte del 32,4% dei maschi che rispondono nella stessa maniera… il 15,3% risponde di voler assomigliare a “me stesso”.

Meno della metà crede che la legge sia uguale per tutti (40,3%), ben il 22,6% non ci crede “per niente”, il 19,3% ci crede “poco” e il 17,3% “abbastanza”.

Per i ragazzi i problemi i più gravi sono l’alcolismo e la droga, ritenuti “molto diffusi”, rispettivamente, dal 50,1% e il 44,3% e “abbastanza diffusi”, rispettivamente dal 38,9% e il 42,3%.

Il bullismo secondo gli adolescenti è “molto diffuso” nel 33,9% dei casi e “abbastanza” nel 54% dei casi.

La criminalità viene considerata “molto diffusa” dal 29,4% e “abbastanza diffusa” dal 46%.

Il razzismo viene considerato “molto diffuso” dal 29,4% degli intervistati e “abbastanza diffuso” dal 44,1%.

Le violenze in famiglia vengono considerate “abbastanza diffuse” nel 44,1% dei casi, “poco diffuse” nel 38,2% dei casi e “molto diffuse” nell’11,2% dei casi.

Tra i media maggiormente diffusa rimane la televisione (solo il 3,1% non la guarda mai). Al secondo e al terzo posto si posizionano il pc (non lo usa il 6,5%) e il cellulare (non lo usa il 6,8%). Anche Internet è largamente diffuso (non lo usa il 10,6%), seguito dal lettore Mp3 (ne fa a meno il 19,8%). Il dvd e la playstation/PSP non è utilizzato dal 42,7% e dal 68,9% dei ragazzi.

Il programma preferito è il cartoon americano “politicamente scorretto” I Simpson (18,1%). Grande successo riscuotono Amici (12,6%) I Cesaroni (12,4%). Seguono Zelig (6,5%), Le iene (6%), Uomini e donne (5,7%) e Striscia la notizia (5%). Limitato il riscontro ottenuto dal Grande Fratello (2,6%) e da X-factor (3,7%).

Che cosa non piace della Tv? Soprattutto le persone che parlano di fatti privati nei programmi Tv (51,3%), i litigi (46%) e le immagini di guerra e/o morte nei telegiornali (46%). Il 44,5% non sopporta la volgarità e le parolacce. Pochi sono infastiditi da scene di violenza in film/telefilm (29,2%) e di sesso e/o nudo in film/telefilm (26,9%).

Le competenze relative all’utilizzo del computer risultano diffuse: al primo posto la scrittura di testi sul Pc (98%), seguita dalla ricerca di informazioni su Internet (97,5%), giocare (97,2%) e stampare (96,9%). Il 90,5% sa trasferire foto dalla macchina digitale al Pc e l’88,9% sa inviare e-mail. Quasi 9 adolescenti su 10 utilizzano Internet.

Social network. Il 71,1% possiede un profilo su Facebook. Percentuali di gran lunga più ridotte di giovani utenti della Rete si radunano attorno a My Space (17,1%) e Habbo (10,4%).

Il 30,8% dei ragazzi fuma, ma la maggior parte di loro si dichiara non fumatore (69,8%). Al crescere dell’età dei ragazzi aumenta anche la propensione a fumare: lo fa il 39,3% dei 16-19enni, contro il 17,9% dei più piccoli.

Il 20,8% ha ammesso di aver fumato hashish o marijuana, contro un’ampia fascia di ragazzi che non ne ha mai avuto esperienza (79,2%). Il 25,7% dei ragazzi ha fatto uso di marijuana o hashish contro il 18,5 delle coetanee del sesso opposto.

I ragazzi amano l’ascolto della musica (87%, di cui abbastanza 39,7% e molto 47,3%) e passano il tempo libero davanti al pc (77,9%, di cui abbastanza 42,2% e molto 35,7%). Preferisce la Tv il 66,5% (di cui abbastanza 45,8% e molto 20,7%), adora il movimento il 56,9% (di cui abbastanza 28,2% e molto 28,7%).

Non amano scrivere poesie/racconti e non affidano i segreti a un diario rispettivamente il 90,8% (per niente 78,3% e poco 12,5%) e l’86,8% (per niente 66,9% e poco 19,9%). Sono “per niente” (71,8%) o “poco” (16,3%) propensi a fare volontariato e restii alla lettura di fumetti (87,5%, di cui per niente 66,3% e poco 21,2%) e di libri (59,8%, di cui per niente 29,4% e poco 30,4%). L’arte è un hobby poco diffuso: l’86,2% (per niente 59,6% e poco 26,6%) non disegna o dipinge e l’84,1% non suona uno strumento musicale (per niente 66,5% e poco 17,6%).

Il 57,5% viaggia in un anno 1-2 volte. Un 19,4% si sposta 3-4 volte l’anno, il 9,3% più di 5 volte. Solo il 12,1% non ha l’abitudine di viaggiare. Il 70,9% ha avuto la possibilità di andare all’estero, il 27,6% non ha ancora fatto questa esperienza.

Ha una buona conoscenza dell’inglese il 74% (di cui abbastanza 63,9% e molto 10,1%), conosce poco il francese il 58,5% (di cui per niente 24,3% e poco 34,2%), lo spagnolo il 78,8% (di cui per niente 53,5% e poco 25,3%) e il tedesco l’81,2% (di cui per niente 67,% e poco 14,1%).

La religione. Si dichiara credente a 7-11 anni il 79,6%, a 12-19 anni il 65,3%; non credente, il 15,6%. Il 19,1% non sa se è o no credente. La partecipazione assidua alle funzioni religiose riguarda il 14,4%. La maggior parte frequenta i luoghi di culto “qualche volta” (49,7%). Non li frequenta mai il 35,7%.

I valori più importanti. Amore/amicizia (31,7%), libertà (28,1%), onestà (11%) e rispetto degli altri (10,1%) sono i valori più importanti. Ma anche generosità (5%) e cultura (4,9%). Divertimento, bellezza, ricchezza e successo rappresentano complessivamente il 5,9%.

La volontà dei ragazzi influisce sulle decisioni familiari, in particolare, quando si tratta di acquistare alimentari (68,5%: abbastanza 47,3% e molto 21,2%) o dispositivi tecnologici di ultima generazione (65,7%: abbastanza 49,5% e molto 16,2%). Gli adulti tengono conto della volontà dei figli anche nello scegliere dove andare in vacanza (61,8%, di cui abbastanza 43,6% e molto 18,2%) o cosa vedere insieme in tv (55,1%, di cui abbastanza 37,7% e molto 17,4%). I genitori non sono influenzabili nel decidere se acquistare un mezzo di trasporto (52,8%, di cui per niente 16,2% e poco 36,6%).

Quando si deve prendere una decisione importante si decide insieme ai genitori (72%). Un 10,5% preferisce decidere da solo, mentre nel 10,6% dei casi sono i genitori a scegliere della vita dei figli.

I giovani hanno libertà di scegliere gli amici (91,6%, di cui abbastanza 27,7% e molto 63,9%), l’abbigliamento (91,1%: abbastanza 27,2% e molto 63,9%), cosa fare “da grandi” (88%: abbastanza 40,9% e molto 47,1%), il partner delle prime esperienze sentimentali (82,1%, di cui abbastanza 29,1% e molto 53%). I genitori sono rispettosi delle idee politiche dei figli (77,9%, di cui abbastanza 27,1% e molto 50,8%) e lasciano che scelgano gli orari di rientro (62%, di cui abbastanza 44,4% e molto 17,6%).

Gli adolescenti dichiarano di avere scarsa voce in capitolo nelle scelte scolastiche (84,9%, di cui per niente 48,1% e poco 36,8%), La risposta è negativa quando si chiede ai genitori di andare in vacanza da soli (58,3%, di cui per niente 29,2% e poco 29,1%).
(vedi qui)

* * *

Ultime dalla scuola

Una segnalazione: Conversazioni civiche a Milano, qui.

Mobilitazioni: il 19 aprile a Roma, il 21 a Milano, il 22 a Padova.

Ricorso al Tar del Lazio contro la “Riforma Gelmini”: i regolamenti non hanno ancora concluso il loro iter e si trovano ancora al vaglio della Corte dei Conti, senza essere stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale, qui.

Graduatorie regionali degli insegnanti, qui e qui.

Lombardia, già pronto l’accordo per l’obbligo nell’apprendistato, qui.

Nella scuola pubblica: diritti e servizi a pagamento, qui.

Famiglie senza soldi, bambini cacciati dalla scuola, qui; scuole senza soldi, bambini senza il primo piatto, qui.

Non garantita l’alternativa all’insegnamento della religione cattolica, qui.

Confronti: la scuola in Finlandia e in India.

La Corte Costituzionale ha ritenuto incostituzionale la norma che metteva limiti al numero degli insegnati di sostegno, qui.

Il governo non sblocca i fondi (773 milioni di euro) per la messa in sicurezza dell’edilizia scolastica, qui.

E’ di oltre un miliardo il debito del governo con le scuole, qui.

Rapporto Legambiente sulla qualità dell’edilizia scolastica: nel 2010 peggiora ancora rispetto al 2009, qui.

Una nuova forma di protesta: la scuola va a rotoli.

* * *

Tutti i materiali sulla “riforma” delle Superiori qui.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Un appello di docenti per la scuola pubblica.

Guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Una guida normativa per l’anno scolastico 2009-20010 qui e qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas.

Spazi in rete sulla scuola qui.

4 pensieri su “Vivalascuola. Mi piacerebbe vedere i miei occhi

  1. “Far fingere l’eros ai bambini somiglia ad una anticipazione di violenza sessuale.”
    Quoto, e basta.
    Grazie, Giorgio, che ricerca grossa!

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  2. Grazie, Giorgio, bello questo articolo, mi ha molto colpito, mi apre una nuova prospettiva sul mondo giovanile e mi obbliga a ripensare le categorie correnti. Mi piacerebbe approfondire questo discorso.

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  3. Grazie, Anna e Ricky, per la vostra lettura. Mi sembra un testo importante, questo di Stefano Laffi, frutto di un interessante lavoro sul mondo giovanile e ricco di spunti come quelli da voi sottolineati.

    Per approfondire il discorso, un’occasione per chi abita a Milano può essere l’incontro del prossimo lunedì 19 a ChiamaMilano, Largo Corsia dei Servi 11, alle ore 15.30, sul tema (per me importantissimo) “E’ possibile un nuovo patto educativo tra genitori, insegnanti, studenti, società? Quali sguardi incrociati?”. La conversazione sarà introdotta infatti da Stefano Laffi.

    Qui il programma completo:

    https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2010/04/08/vivalascuola-annuncio-3/

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  4. Pingback: Vivalascuola. Scuola – memoria – 25 Aprile « La poesia e lo spirito

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