Maria De Filippi (8)

di Emanuele Kraushaar


Io ho scritto pure un libro che ho pubblicato con la casa editrice che ho pagato più di mille euro, ma nessuno lo sa.
Per questo quando mi fanno parlare la prima volta al programma di Maria De Filippi dico subito che sono uno scrittore.
“Sono uno scrittore” dico alla tronista, che è bella come il sole.
“Sei bella come il sole” mi viene da aggiungere. Ma quella, senza nemmeno lasciarmi finire e guardando verso Maria De Filippi, dice che non l’ho guardata negli occhi e questo significa che sono un egocentrico. Durante la puntata alzo la mano perché vorrei intervenire, ma nessuno mi lascia parlare. Alla fine la tronista mi elimina.
“Ti posso lasciare il mio libro?”.
“No, ti prego”.

[Altri Maria De Filippi]

6 pensieri su “Maria De Filippi (8)

  1. Emanuele sei troooppo forte!
    Dovresti raccogliere questi post, farne un libro e poi regalarlo a Maria De Filippi!
    Del resto, siamo nel Paese di…
    …E meno male che c’e Carla Bruni,
    siamo fatti cosi’
    Sarko-no Sarko-si’!

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  2. siamo nel paese in cui, almeno in una certa sua parte che non dico, posta a nordest, non molti anni fa, uno studente di tecnico, interpellato sui libri che aveva letto rispose: “leggere io, prof? non sono mica frocio”.

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  3. Emanuele, decisamente ti converrebbe essere ospitato dalla De Filippi: cosi’ venderesti piu’ di una copia soltanto! 😉

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  4. …sì, così pure la lettura diverrebbe una roba “vera” quanto i tatuaggi dei tronisti-iste.
    Lasciamo alla De Filippi la sua trash intelligenza, e teniamoci noi i libri.
    Lei preferisce far scannare la gente col suo ruolo di “finto” ago della bilancia. All’arguzia e alla ridicolizzazione sottile, nei racconti, del suo universo fatto di esterne, tarocchi, sindrome da poltrona, sappiamo che non lascerebbe scampo.

    A proposito di scannamenti, io adoro le frasi di Daniela del pubblico, non so se avete presente. Della serie:

    “Che te credevi che Maria te dava er trono?”

    oppure:

    “Ammazza quanto te piace quea portrona!”

    o ancora:

    “Te dovresti solo che vergognà pe’ come sei finto, perciò è mejo che te stai zitto”

    o, per concludere:

    “T’ho dico io, n’a cosa sola t’enteressa: aspetti da ‘sscì da qui solo pe’annà a’ffa ‘e serate”

    Chi individua, addita, isola frammenti di una realtà costituita dal vuoto non può mai elogiarli, perché se così facesse a questa realtà sarebbe mescolato. E’ perché se ne distanza che la sa dipingere come tale, proprio come avviene nei racconti, senza bisogno di connotare più negativamente quel che raffigura. La ridicolizzazione è implicita nel mostrare ciò che è, esattamente per quel che è. E lasciar perire quel modello del suo stesso male, è la critica più intelligente che gli si possa fare.

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