La bicicletta nella resistenza

La bicicletta nella Resistenza.
di Rosanna Fiocchetto

Anche perché la bici (una Bianchi rossa) è stata una mia fedelissima compagna di lotta e di spostamenti in una città oberata dal traffico come Roma, ho letto con attenzione e curiosità il libro “La bicicletta nella Resistenza – Storie partigiane” (Edizioni Arterigere, 254 pp., 12 euro, 2010), curato da Franco Giannantoni e Ibio Paolucci. Con un occhio particolare per le storie delle donne: Tiziana Bonazzola, Onorina Brambilla, Bianca Diodati, Anna Gentili, Stellina Vecchio. Affiancate da quelle degli uomini: Quinto Bonazzola, Arrigo Diodati, Alfredo Macchi, Renato Morandi, Giovanni Pesce, Gillo Pontecorvo, Bruno Trentin, Don Raimondo Viale. In copertina, una bella immagine un po’ sfocata dalla velocità ritrae Jenny Wiegmann Mucchi, staffetta partigiana a Milano; sul portapacchi della bici, il cestino di vimini dentro cui nascondeva documenti e armi.

Pericolosa “sovversiva”, la bicicletta – come sottolineano Giannantoni e Paolucci nell’ introduzione alle testimonianze – è stata oggetto di repressione a cominciare da quella messa in atto dal generale Fiorenzo Bava Beccaris contro i moti popolari milanesi del maggio 1898, e agli inizi del Novecento contro i “ciclisti rossi” anarco-socialisti; una repressione continuata durante i seicento giorni della Resistenza contro il nazifascismo, e persino nel dopoguerra.

Dal febbraio del 1944, numerosi bandi cittadini vietano di circolare in bicicletta totalmente o nelle ore di coprifuoco, minacciando l’arresto e l’uso delle armi per il possesso e l’utilizzo di ciò che viene ritenuto un potenziale strumento di “terrorismo”. Nei diari e nelle memorie di
partigiane e partigiani, di combattenti, gappisti e staffette, il riferimento alle loro bici è frequente e inevitabile, e non certo in una dimensione sportiva. Ma anche vari atleti e campioni prestano le loro capacità alla causa della Liberazione; come Gino Bartali, che fra il 1943 e il 1944 “trasportò per la Toscana e l’ Umbria documenti e fotografie essenziali per falsificare lasciapassare da consegnare agli ebrei nascosti” (p. 28), contribuendo così a salvarne centinaia. Fu senz’altro la Resistenza la principale stagione eroica delle biciclette, anche se nell’immediato dopoguerra furono quasi l’unico mezzo di locomozione usato dai braccianti in sciopero, e contro di esse “si accanivano con particolare durezza, schiacciandole e rendendole inutilizzabili, le camionette della ‘Celere’ del ministro dell’Interno, il democristiano Mario Scelba” (pp. 31-32).

Protagoniste di questo libro, e vere e proprie “cavalle di battaglia”, le biciclette rompono il silenzio oggettuale e raccontano la storia della lotta antifascista: dalla Bertani nera di Alfredo Macchi (“Aldo”), ai tricicli a doppio fondo con i quali Pietro Ingrao e Gillo Pontecorvo trasportavano e diffondevano le copie dell’ “Unità” clandestina; dalla curatissima “Ganna” di Renato Morandi (“Carletto”), alla Bianchi “celeste come il color del cielo” di Tiziana Bonazzola (l’intrepida “Bianca”); da quella azzurro-mare di Onorina Brambilla (“Sandra”), che l’abbandonò solo a causa della deportazione nel lager di Bolzano-Gries, a quelle, macinatrici di chilometri, di Stellina Vecchio (“Lalla”), gappista e esponente dei Gruppi di Difesa della Donna, e di Anna Gentili (“Lidia”), la ragazza che il giorno successivo alla caduta del fascismo per prima fermò i carri armati in marcia su Milano. Marina Addis Saba, nel suo saggio “Partigiane. Tutte le donne della Resistenza” (1998), ha definito la bicicletta un simbolo di libertà soprattutto femminile: “Si pedala col vento tra i capelli. Si osserva il paesaggio che scorre veloce, si respira a pieni polmoni, si incontra ogni genere di persone. Si rischia, la staffetta lo sa perfettamente, e questo fa parte della libertà e della scelta che la giovane ha compiuto” (p. 111).

Per il comandante dei Gap Giovanni Pesce, la bici “era come l’aria che respiravo, un mezzo indispensabile per muovermi in modo rapido in ogni frangente” (p. 147); della propria parla con tenerezza, quasi “fosse una sorta di amante” (p. 152), rievocando malinconicamente la sua perdita (“non la vidi più”, p. 153). E descrive con orgoglio di ciclista “l’ora della gioia liberatrice” (p.160) quando, il 25 aprile 1945, l’annuncio dell’insurrezione generale venne trasmesso nei vari punti cardinali di Milano e ai Comitati di Fabbrica “dalle staffette tutte in bicicletta”: “fu un momento indimenticabile” (p.161). Ma proprio in quel momento, “all’alba della libertà”, morì in sella alla sua bici Gina Bianchi (“Lia”), mentre con Stellina Vecchio pedalava verso il rione di Niguarda per comunicare l’ordine ai compagni. “Era prossima al parto, felice che il suo bambino nascesse in un paese senza fascisti” (p. 227); le mitragliatrici tedesche stroncarono il suo sogno, colpendola al seno. Poche ore dopo, migliaia di altre partigiane sfilavano con le loro biciclette nelle strade delle città liberate, portando con loro l’ “arma” a due ruote che avrebbero usato anche in tempo di pace.

6 pensieri su “La bicicletta nella resistenza

  1. Molto bello, ringrazio per questa segnalazione. E’ giusto ricordare, anche per contrastare spettacoli lugubri come quello del discorso del presidente della provincia di Salerno, quel Cirielli autore della cosiddetta legge salva-Previti, che nel discorso di oggi ha detto che la liberazione è avvenuta per l’eroico intervento degli americani, che non solo ci hanno liberato dal fascismo, ma anche dalla Resistenza che, in quanto movimento armato al soldo dell’URSS, avrebbe fatto precipitare il nostro paese nella dittatura comunista. Qui:

    http://www.provincia.salerno.it/content/view/2092/

    e qui il manifesto (pubblicato sul blog di Valter Binaghi)

    Penso a tutti i giovani che sono stati massacrati dai fascisti, ragazzi e ragazze che hanno dato la loro vita per la nostra libertà, a tutte le donne coraggiose che compaiono in questo articolo, e mi viene il voltastomaco quando mi imbatto in eventi e personaggi come questi.

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  2. E meno male che ormai abbiamo una “memoria condivisa”!

    A parte i casi da prima pagina come quello citato da Mauro, so di comuni e consigli di zona governati dalla destra che hanno in tutti i modi ostacolato le celebrazioni del 25 aprile.

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  3. Dai ciclisti ai navigatori (in rete), il passo è breve: è il movimento che proprio non piace al potere. Torneranno alla carica, c’è da giurarci.
    Grazie, Nadia, per la segnalazione.
    Giovanni

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  4. Pingback: La bicicletta nella resistenza | tulliobugari

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