Note su “La guardia è stanca” di Geraldina Colotti

Note su “La guardia è stanca” di Geraldina Colotti.
Di Viola Amarelli

Strutturato come una rapsodia, “La guardia è stanca”, (Cattedrale, 2010) terzo libro di poesie di Geraldina Colotti, ha il suo fulcro poematico nella cronaca di una sconfitta, storica e generazionale. Ne è palese metafora la figura, appunto, della *guardia*, che da impaziente miliziano bolscevico artefice della chiusura della Duma, diventa nel corso del libro – e del *secolo breve* – portatore di un’attesa sempre più deserta e beckettiana nella stessa esperienza carceraria (di solito nessuno viene; qui non succede niente).
L’asciutta e scarna versificazione rifrange rari bagliori elegiaci (ti veglino gli angeli stanchi /di antiche sconfitte) traducendosi in una presa d’atto che riecheggia la lezione brechtiana tramite anche Fortini (e si pensi al commissario politico Klockov di E questo è il sonno in “Composita solvantur”).
La scelta di campo a favore dei più deboli trova radicamento già nel prologo di “Cartoline” dove spicca per concretezza l’odore di “varechina” delle mani materne a fianco di un autunno che “vestiva un ritmo di tempesta”, anticipando l’intreccio di timbri che caratterizza tutta l’orditura del libro Di fatto, nella dimensione epica che racchiude lo stesso io autoriale (mi tiene in pugno la storia) resta salda una reattività etica, evidente nei testi dedicati a Genova 2001 e alla Palestina, che viene assumendo toni staffilanti ed epigrammatici (cercasi rumeni/amanti sport estremi/ per cantieri padani). Ed è qui che la rapsodia germina altri temi sonori dai calembour alle paronomasie (come giustamente notato qui*), dando conto della ricerca di possibili vie di fuga, affidate all’ironia e al ludosperimentalismo, secondo una traccia carsicamente presente, e finora poco esplorata, che si rinviene in molte autrici contemporanee sia pure tra loro molto diverse (dalla Cavalli alla Lamarque e all’Annino).
L’intreccio espressionistico (cfr “Barricate”, “Cucina italiana”, “Rebeldìa”) e simbolistico (“Cimiteri marini” è il titolo di una delle poesie dedicata alle morti dei migranti mentre la dérive è un leit-motiv frequente dell’opera) che emerge nelle sequenze sonore – e nel montaggio dada del poemetto centrale, “Le teste di Modì” – risulta spesso fulminante e soprattutto riattivato come strumento di indagine non solo sul passato ma su questo presente (questo grigio tempo bastardo/che teme la vita). Del resto il tempo, sia dal suo lato chiuso sia da quello ancora aperto è un *basso* continuo in questa polisemia narrativa, che non si rassegna ai bilanci per quanto rigorosamente affrontati, disseminando nelle parole una forza e un’energia vitale che fa da controcanto alle ferite della storia, personale e collettiva, quasi una sorta di sospensione ucronica tuttora fiduciosa di un qui-ora , “prima che Luna/ fecondi Vulcano“.

Geraldina Colotti, nata a Ventimiglia, è redattrice del quotidiano“Il manifesto” e curatrice di “Le Monde diplomatique”(edizione italiana). Ha scontato una condanna a 27 anni di carcere per la sua militanza nelle Brigate Rosse ed è autrice di racconti,poesie, romanzi per ragazzi. Fra i suoi libri ricordiamo Versi cancellati (1996), Sparge rosas (2000), Certificato di esistenza in vita (2005); Il segreto (2003), e, con Vauro, Scuolabus (2002).

da “La guardia è stanca”, Cattedrale, 2010

Passano le sere cantando

Uomo mio
lo stigma dei poeti
passano le sere cantando
il nostro tempo giovane
e tremendo
colme le nostre mani
e le tende
e passi da gigante
Viaggiavano parole a stormi
e non tornavano
ma si faceva finta
di niente
Uomo mio
passano le sere cantando
i nostri occhi come melopee
E adesso siamo noi
più grassi e asciutti
a mordere forche e silenzi.

Felix qui potuit rerum cognoscere causas

Beato chi poté
conoscere
la causa
delle cose
e gettò il pane
e si mangiò le rose

Anapesto

Al fumo degli obici
si svegliano i poeti
nutriti a sillabe
di lieve turbamento
corrono i piedi
tre metri un molosso
adesso
l’anapesto

Cucina italiana

L’Aringa arringa
Lo squalo truce
L’Alice brucia
L’arrosto è rumeno
Cose mai viste
La cucina italiana
Alla Base di tutto
abbiamo Aviano
Per il polpettone
Manca il violino
Si ripete la fine
Muore il sordo
che domanda
Come come?

Neve

Ancora inverno
nessun Palazzo preso
L’uomo beve
cammina solo
Ancora inverno
nessun Palazzo preso
Tatiana ammicca
Storpi di Sarajevo
Irina in macchina
vomita l’Ingegnere
Ancora inverno
nessun palazzo preso
ma abbiamo ancora inverno
per impastare neve
Un uomo senza sogni
è un vincitore

5 pensieri su “Note su “La guardia è stanca” di Geraldina Colotti

  1. recensione bella ed invitante alla lettura di questa silloge e delle due precedenti
    devo dire che la prima poesia postata, mi ha colpito più delle altre, colpita e affondata direi.
    la ricopio qui, tanto mi piace.
    tnx

    o

    Uomo mio
    lo stigma dei poeti
    passano le sere cantando
    il nostro tempo giovane
    e tremendo
    colme le nostre mani
    e le tende
    e passi da gigante
    Viaggiavano parole a stormi
    e non tornavano
    ma si faceva finta
    di niente
    Uomo mio
    passano le sere cantando
    i nostri occhi come melopee
    E adesso siamo noi
    più grassi e asciutti
    a mordere forche e silenzi.

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  2. “Un uomo senza sogni è un vincitore”, tutto il resto lo consociamo, lo conosco io, che di sconfitte, le stesse, mi sono (anche) troppo cibata..mi fa piangere rileggerti, Geraldina, non c’è pace davvero fra quegli invisibili che aprivano solchi nella Storia, ma ci finirono dentro, non ne voglio parlare più: che parlino da soli i versi,(“presi dentro / e spariti, senza fuoco”,dicevo ne le Moradas mie).
    Onore alla tua bella poesia,un grazie a Viola e Nadia
    Maria Pia Quintavalla

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  3. Poesie da meditare, leggere con lentezza, e poi rileggere e farsele rimanere nella coscienza. Come molte cose che Geraldina ha scritto.
    Per chi fosse a Torino, per l’imminente Salone, e volesse conoscere personalmente questa brava poetessa e narratrice, può incontrarla il 13 maggio alle ore 14 nella Sala Avorio, dove il suo libro verrà presentato da Valerio Cuccaroni e Susanna Tartaro.

    Milvia

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