Prime comunioni

da qui

Stavo male, ma è un fatto secondario. In sacrestia, un attacco di tosse senza fine.
– Dobbiamo fare il giro della chiesa, in processione?
– Sì, come sempre.
Bene, penso, così mi rovino un altro po’. Scivoliamo silenziosi sul retro all’altare, i parenti sono già schierati, a modo loro elegantissimi. Sorridono quando li guardo, c’è una corrente positiva. Magari non sono praticanti, per qualcuno saranno indegni di stare ai primi banchi. Non certo per me. I bambini sono in fila per due, col giglio in mano. Parlano tra loro, emozionati. Mi vedono e lanciano un grido: don Fabrizio! Li accarezzo, con un gesto leggero e fugace, non si sa mai, di questi tempi. E’ ora, la processione può partire. Sul piazzale, altri parenti sorridenti: meno praticanti dei primi, perché nemmeno mi salutano. L’ingresso in chiesa ha qualcosa di trionfale: il coro canta a squarciagola, ci inoltriamo nello spazio sacro tra due ali di folla. Tossisco il meno possibile, ma è dura. Si chiamano i bambini, uno per uno, dall’altare: infilano ciascuno il proprio giglio in un’anfora chiara. Mi viene in mente Jacopone: figlio bianco e vermiglio, figlio senza simiglio… Ascolto le letture, come in coma: fra poco tocca a me. Che dirò a questi candidi gigli? Figlio bianco e biondo, foglio volto iocondo… Prendo il microfono e vado avanti a loro:
– Partiamo da un’immagine: Gesù parla di pecore, perché allora ce n’erano dovunque. Ti svegliavi la mattina e ti trovavi una pecora nel letto…
La gente ride: bisogna cominciare così, per rompere il ghiaccio.
Perché questo giorno è importante? Il padre dona le sue pecore al  figlio, che le accoglie con gioia: senza gioia la fede non esiste; sarà superstizione, fanatismo, ricerca di potere, tutte cose che uccidono la gioia. Figlio chi me tt’ha morto, figlio meo dilicato… Nessuno può strappare le pecore dalla mano del Padre; solo così si vince la paura: se sai che il male non ha l’ultima parola. Figlio chi tt’ha finito? Figlio, chi tt’ha spogliato? Ma la pace e la gioia non sono fatte per godertele da solo: fai parte di un gregge, una comunità più grande, sai che gli altri hanno i tuoi stessi sentimenti, gli stessi bisogni; e allora apri gli occhi, ti interessi di loro, scopri che nel mondo c’è l’amore, e che puoi dare la vita, per amore. Figlio, l’alma t’è scita, figlio de la smarrita… E puoi arrivare a comprendere che hai la stessa meta dell’altro, i suoi identici obiettivi, siete uno, e l’unità dà forza. Figlio, e a ccui, ‘appiglio? Figlio, pur m’hai lassato!… Come fare perché tutto questo non duri un giorno solo, il giorno della prima comunione? Gesù ci ha lasciato tre verbi, ascoltare, seguire, conoscere: lui, la sua voce, il suo vangelo; è ciò che la chiesa consegna nelle nostre mani. E’ un’arma a doppio taglio, che guarisce e ferisce, ma non ti lascia come prima. Ioanni, figlio novello, morto s’è il tuo fratello, ora sento l‘coltello, che fo profitizzato. I parenti mi fissano: praticanti o meno, per un momento siamo uniti in equilibrio sulla stessa lama, sotto la stessa luce a picco su San Carlo.

10 pensieri su “Prime comunioni

  1. Meno male, padre, che ha capito che anche per lei esiste il diritto/dovere del meritato riposo…per tornare da noi piu’ vigoroso di prima!
    A.

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  2. Concordo con Anonimo, se il silenzio produce questo allora sta’ in silenzio più spesso! Si fa per dire.

    “… siamo uniti in equilibrio sulla stessa lama, sotto la stessa luce a picco su San Carlo.” che meraviglia per una volta in tanti uniti sotto un’unica verità, un unico amore: Cristo. solo i bambini rendono questo possibile e poi cis i chiede perchè Lui lo ha detto.

    e continua a venirmi in mente quel “figlio, figlio,figlio” di Vecchioni e mi chiedo se il freddo in cuore che ci rende divisi sia veramente messo da una madre, e che nome ha? indifferenza?
    grazie per questa tuo condividere le emozioni di una prima Comunione che pur non essendo la tua di bambino, continua a dare forti emozioni.
    SM

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  3. Caro, don Fabrizio, tre frasi, in particolare, hanno colpito la mia attenzione nel tuo post:
    1)“[…] Magari non sono praticanti, per qualcuno saranno indegni di stare ai primi banchi…”
    Condivido in pieno che nessuno è da considerarsi indegno di sedere, in Chiesa, dove vuole. Il problema in sé non è rappresentato dal fatto che alcune persone entrino in Chiesa 2 volte l’anno (o anche meno), ma dal motivo che le spinge ad entrare solo quelle 2 volte (o anche meno). Il cosiddetto “non praticante” ha compreso quale sia il dono immenso che Dio ci fa in Cristo, quale gioia sconfinata vuole regalarci per l’eternità? Ma soprattutto: lo hanno compreso i cosiddetti “praticanti”? E – nel caso non lo avessero compreso – chi dovrebbe aiutarli ad allargare il loro cuore e la loro mente alla conoscenza della Verità? Sono sufficienti l’omelia domenicale (per quanto brillante) o la frequenza di gruppi che sono o troppo chiusi o troppo dispersivi?
    2)“[…] senza gioia la fede non esiste; sarà superstizione, fanatismo, ricerca di potere, tutte cose che uccidono la gioia.”
    La domanda che mi pongo è la seguente: è possibile la gioia cristiana (nel senso pieno del termine) senza un cammino comunitario che sia ispirato al modello delle prime comunità apostoliche, che possa davvero aprire i cuori, pienamente, alla gioia dello Spirito Santo?
    3)“[…] E puoi arrivare a comprendere che hai la stessa meta dell’altro, i suoi identici obiettivi, siete uno, e l’unità dà forza.”
    Tra i laici “praticanti”, possiamo affermare vi sia oggi quell’unità che dà forza (unità che può essere generata, unicamente, da una fede sincera e profonda, la quale – se è autentica – si traduce in coraggiosa testimonianza, fatta di parole di Verità e opere d’amore disinteressato) ?

    Domande sicuramente banali, queste mie, ma che mantengono purtroppo, ancor oggi, la loro ragion d’essere.
    Che il Signore ci aiuti a porre le premesse pratiche, affinché non debbano essere più formulate.
    Un abbraccio nel Signore
    Marco

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  4. Ti giuro, caro Fabry, non ne posso più di De André. Lo state trasformando in un “tristissimo santino”, come il cacio sui maccheroni. Se solo avesse immaginato che questa triste sorte gli sarebbe toccata una volta morto, sta’ pur certo che avrebbe smesso di scrivere canzoni per dedicarsi a tempo pieno ai suoi modesti selvaggi e ribelli oliveti.

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  5. ascoltare, seguire, conoscere : lui, la sua voce, il suo vangelo; è ciò che la chiesa consegna nelle nostre mani. E’ un’arma a doppio taglio, che guarisce e ferisce, ma non ti lascia come prima. Ioanni, figlio novello, morto s’è il tuo fratello, ora sento l‘coltello, che fo profitizzato.

    caro fabry, purtroppo c’è sempre qualcuno pronto a piantarci un coltello nel cuore…“a fin di bene”

    ma quei tre verbi restano. e, soprattutto, alla fine solo l’amore rimane

    un abbraccio

    f&r

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  6. OT:

    la borsa di Londra a picco

    un terremoto che squassa il madagascar

    la vera ricetta della sacher, il tutto ben raccontato in uno di questi bellissimi post…

    mi domando se anche in quel caso qualcuno troverebbe il modo di infilarci il gruppo carismatico e l’insufficienza della parrocchia così com’è

    vàttelapésca :-)))

    guarisci in fretta, fabry

    ciao!

    claudia

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  7. Il problema da me evidenziato, relativo alle parrocchie in senso generale, è un dato oggettivo, Claudia, e non si risolve certo con qualche battuta, o dicendo “vàttelapésca :-)))” a chi faccia critiche costruttive; ma cercando – con l’aiuto di Dio – di portare dei cambiamenti efficaci nella vita delle parrocchie, soprattutto con la forza che soltanto la Parola di Dio insieme all’Eucaristia riescono a trasmettere a tutti noi.
    Un abbraccio nel Signore
    Marco

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  8. dove non ce n’è non se ne può trovare: quant’è vero!

    buona vita, signor sini, e che lo Spirito la illumini davvero!

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  9. Con tutta onestà, non so come si possa riuscire, cara Claudia, a sopportare (come un fatto normale e logico) una vita di fede – almeno sul piano comunitario – (nella stragrande maggioranza dei casi) scialba e tiepida. Proiettare su di me l’assenza di contenuti (che – in realtà – mancano, sostanzialmente, nella vita comunitaria di tutte le parrocchie che ho avuto modo di conoscere, e probabilmente in quasi tutte le parrocchie in senso assoluto), non credo sia un’operazione costruttiva e sensata. Per costruire un cambiamento in positivo nella vita di fede (comunitaria), a mio parere, è importante partire dalle piccole cose, dalle piccole iniziative, ma a condizione che siano (iniziative) efficaci, come appunto potrebbe essere la creazione di un gruppo carismatico parrocchiale centrato sulla lettura della Bibbia, e guidato da un sacerdote, possibilmente con un carisma analogo a quello di don Fabrizio.
    Un abbraccio nel Signore
    Marco

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