De delictis gravioribus / 1

di Ezio Tarantino

1. Prologo

Io li ho visti all’opera.
Buoni, onesti, pastori disinteressati, generosi e fedeli.
Ma, al dunque, deboli, chiusi nel loro fortino assediato dagli indiani. Inadatti, terrorizzati, umiliati, arroganti.

All’epoca dei fatti (circa quindici anni fa) ero membro del Consiglio pastorale, l’organo consultivo all’interno del quale le varie componenti laiche e religiose discutono delle questioni riguardanti la comunità parrocchiale.
Eppure io non mi accorsi di nulla. Le voci circolavano, ma io lo seppi dopo. Io scoprii tutto, o quasi, a cose fatte.

Don X era scappato nella notte, di lunedì, senza che la domenica, a Messa dicesse una sola parola, neppure usando un codice trasversale perché qualcuno potesse intuire. Niente.
Su di lui cadde istantaneamente la mannaia (autoconservativa) dell’oblio. Di lui non si parlò più, in pubblico, men che meno nel Consiglio pastorale. Per il bene della comunità, naturalmente. Ad oggi, a dirla tutta, non so neppure bene quali fossero le accuse che alcuni parrocchiani gli rivolsero, e per le quali minacciarono (se non ricordo male) di rivolgersi ai carabinieri (motivo della fuga notturna).

Quello che si raccontò a mezza voce fu abbastanza, ma non abbastanza. L’omertà affumicò come la cenere del vulcano l’intera comunità. Il suo peccato svanì con lui quella notte, e di lui non ci restò che una lettera affissa nel portone della chiesa, nella quale ci prometteva di portarci tutti con lui, nelle preghiere.

Non ci faremo processare, dissero i vertici dell’Ordine religioso cui apparteneva. Come Moro, in parlamento. E tantomeno non permetteremo che si processi don X in contumacia, disse il Padre superiore al Consiglio pastorale. Così chi non sapeva continuò a non sapere; chi gli voleva bene rimase nel guado del dubbio, del sospetto. Chi sapeva si chiuse nel dolore privato. La comunità giovanile della parrocchia si sciolse, scomparvero come soffiati via, cancellati con un tratto di penna avvelenata (giovani dalla fede immatura, legata non alla forza della Verità, ma al carisma di un uomo? Certo. Il problema stava proprio qui).

Ovvio che non era di questo che si trattava. Si trattava di responsabilizzare l’intera comunità, farla crescere attorno al proprio dramma (che evidentemente ci fu, a prescindere da quello che veramente accadde), che invece si preferì seppellire, come un tabù. Quello che chiedevamo era esattamente quello di cui parla oggi Enzo Bianchi: “Andrebbe inoltre riscoperta una dimensione propria del messaggio biblico riguardo alle confessioni dei peccati fatte pubblicamente dai responsabili del popolo dei credenti, confessioni in cui appare la coscienza che tutti sono responsabili gli uni degli altri. “Responsabili” non significa “colpevoli”: i figli non sono colpevoli del peccato dei padri, nessuna pena può essere loro comminata per quanto non hanno commesso, e tuttavia ne devono “rispondere”, devono assumerne le conseguenze, per potersi dire ancora figli e per essere credibili come padri”.

Le cose andarono diversamente. Oggi qualcuno di quegli uomini buoni e deboli non c’è più e mi dispiace. Don X fu assegnato ad un’altra parrocchia. Di cui oggi è parroco.


2. Quindici anni dopo

Di cosa si parla, tanto per cominciare, e quali sono le reazioni delle parti in causa, e quali sono le parti in causa? Già rispondere a queste domande apre ulteriori questioni piuttosto complicate.

1. Si parla forse di episodi di abusi sessuali su minori che hanno visto protagonisti ministri della Chiesa cattolica, in particolare in alcuni paesi (Irlanda, Stati Uniti, Germania, Olanda, Brasile)? Anche, ma non è principalmente di questo che si parla.

2. Si parla, essenzialmente, della reazione della Chiesa a questi episodi nel passato (nell’imminenza del delitto). Del perché questi “episodi” siano avvenuti all’interno della Chiesa cattolica e di come la Chiesa cattolica li abbia gestiti, insomma delle responsabilità della Chiesa nel suo complesso, come istituzione.

3. Si parla della reazione della Chiesa oggi, non solo di fronte ai fatti del passato ma di fronte al presente e al futuro. Si parla del fatto che la Chiesa cattolica oggi parli di fatti che finalmente oggi punisce con la giusta tempestività e severità, ma solo marginalmente e con molti distinguo di come essa stessa abbia saputo gestirne le conseguenze (cioè, in sostanza, di come si defili dall’oggetto principale della discussione: vedi il punto 2) e di come oggi la Chiesa si rivolga alle vittime, e a loro chieda il perdono (si legga la Lettera del Papa alla comunità irlandese al riguardo) facendosi carico delle colpe di chi ha peccato.

4. Si parla di peccato e di reato. Come si curi il primo e si punisca il secondo, e con quali tempi e se ci sono delle differenze, all’interno della Chiesa, nell’interpretazione di questa non semplice dicotomia.

5. Si parla della reazione della Chiesa oggi, alle forti censure che la società laica le muove per i comportamenti passati e recenti, nei quali è stata individuata una colpevole sottovalutazione, quando non complicità o acquiescenza.

6. Le parti in causa: la Chiesa, sul banco degli imputati; la società civile laica, cui dà voce la stampa americana innanzitutto e nazionale (di rimbalzo); vescovi, maitre à penser e semplici credenti, di solito integralisti, che attraverso blog e altri mezzi di comunicazioni in genere sono schierati in difesa della Chiesa (del Papa, in particolare). Fra le parti in causa, nel dibattito pubblico, manca una voce: quella dei cattolici critici. Ma manca anche quella di cattolici moderati in difesa della loro Chiesa. Entrambi preferiscono tacere. Perché?
(si veda il commento di Nico Rossi a un suo recente articolo ripreso anche qui, su La poesia e lo spirito).

Ciò che è accaduto in passato è strettamente irrelato con il giudizio che si è portati a dare oggi, anche sulle iniziative intraprese dalle gerarchie cattoliche in discontinuità con quanto avvenuto fino ad ora. Perché queste non sono mai disgiunte dalla paura del passato, dall’imbarazzo latente, o patente, che diventa fastidio o reticenza. Le posizioni difensive e giustificazioniste, autoassolutorie sembrano l’indispensabile corollario di quelle.

Non vi è dubbio che almeno fino a pochissimo tempo fa, la Chiesa ha preferito tacere. Ha preferito gestire in modo corporativo la faccenda, chiudendosi a riccio, piuttosto che affrontare apertamente la crisi, e le sue conseguenze. Quali che fossero. Ha rigettato nell’ombra delle diocesi, o, più in alto, della Curia romana, la dovuta riflessione comunitaria, passaggio ineludibile, come ricorda la Chiesa stessa, oggi, per la riconciliazione con i fratelli.
Oggi infatti questo atteggiamento sembra essere, almeno in parte, superato. Il sito del Vaticano presenta in home page, fra i link istituzionali più scontati (Anno Sacerdotale, Obolo di San Pietro, Anno liturgico ecc.) anche quello chiamato “Abuso sui minori. La risposta della Chiesa“, i cui contenuti sono però di duplice natura: la risposta della Chiesa agli abusi, e la risposta della Chiesa alle critiche alla Chiesa per le (mancate, o scarse) risposte della Chiesa agli abusi.
Glasnost a metà, si direbbe.
Il problema, da un punto di vista comunicativo, sembra essere che le accuse sono manifestamente etichettate. Provengono da un nemico che, a giudizio della Chiesa, ha ottime motivazioni per dare addosso alla Chiesa per altre e più radicali motivazioni. Per darle una spinta non verso la resipiscenza, ma verso la sua disfatta. Questo genera – quasi in modo pavloviano – un arroccamento a difesa dell’istituzione, dei suoi massimi esponenti, prima ancora che della verità.

I fatti del passato, poi, sono strettamente legati all’oggi anche perché coinvolgono in prima persona il Papa, come ex Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Questo non semplifica le cose, perché gli errori del passato sono letti come un j’accuse al papa di oggi, e questo scatena l’orgoglio di casta. L’organizzazione tende sempre a difendere se stessa per conservare il proprio potere, quando ce l’ha, e non ammette interferenze, neppure quando ha intrapreso una indiscutibile azione tesa a correggere gli errori del passato.
Solo che, fra questi, non arriva a contemplare quelli che sono ad essa nemmeno troppo difficilmente attribuibili: la mancanza di sorveglianza, di tempismo nelle decisioni, di attenzione per le vittime.

(continua…)

Un pensiero su “De delictis gravioribus / 1

  1. Ho letto con interesse, mi sembra una partenza con il piede giusto, con quell’esperienza personale così illuminante…
    continua così Ezio.

    p.

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