Ricordo di un maestro

Furio Scarpelli è morto due giorni fa, a novant’anni. E’ stato il mio docente di sceneggiatura al Centro Sperimentale di cinematografia (oggi Scuola nazionale di cinema) nel 1985. Da allora non l’ho più rivisto, o quasi. Da anni avevo interrotto qualsiasi rapporto, seppur casuale.
Per qualche tempo, dopo il diploma, ho continuato a mandargli quello che scrivevo, ma dopo un paio di mancate risposte, ho smesso. Ma non gliene ho mai  voluto, non ci riuscivo.

Neppure come docente ci aveva mai dato l’aria di poter essere di un qualche aiuto pratico nei nostri ingenui tentativi di entrare nel mondo del cinema. Ma neppure allora gliene volevamo (un po’ sì, anche perché pensavamo che la ragione del suo distaccato disinteresse per queste volgari questioni pratiche fosse in realtà che, fuori dal Centro, avesse già i suoi giovani da aiutare e che non ci fosse abbastanza spazio anche per noi, arrivati ultimi in questa corsa all’oro un po’ patetica).

Le sue erano vere e proprie lezioni di scrittura creativa, solo che nessuno, allora, le chiamava così. Ci insegnava a leggere, prima di tutto. Scrivere era solo una conseguenza. Scrivere per il cinema una conseguenza di una conseguenza. Cecov, Maupassant, Dostoevskij, i suoi preferiti. E Flaiano, naturalmente.Ma più di ogni altra cosa Furio era un raccontatore, un affabulatore gentile, mai prevaricante. Era in grado di parlare per tutte e cinque le ore della sua lezione, seduto con le gambe incrociate sulle caviglie, con in bella mostra le calze di cotone rosse e le duilio scamosciate.
Era il prototipo dell’intellettuale comunista. Eleganza sportiva, cravatta di lana e giacca in tweed, facondo, intelligente, critico e ironico ma fedele al partito, sempre presente a Santa Cecilia e nelle librerie del centro, una bella casa alla Collina Fleming.
Eppure non gliene volevo. Era impossibile. Anche non volendo, anche imbevuti di saccente, cinefila indifferenza per quell’uomo che ai nostri occhi appariva talvolta vacuo e sofisticato, non potevamo che rispettarlo, ascoltarlo, ridere magari senza farlo troppo notare.
A ripensarci dovevamo fare una fatica immensa per rimuovere dal più superficiale strato della coscienza la consapevolezza che avevamo davanti l’uomo che aveva scritto I soliti ignoti, La grande guerra, L’armata Brancaleone (credo fosse questo il suo preferito, con I soliti ignoti), C’eravamo tanto amati, I mostri, I compagni. Un genio.

Erano due le cose che lo facevano infuriare. La prima il fatto che in Italia non ci fosse una letteratura contemporanea di qualità dalla quale attingere per scrivere film, come accade normalmente negli Stati Uniti. Questo vulnus della cultura italiana costringeva gli sceneggiatori ad essere, diceva, dei falegnami costretti a costruirsi anche il legno.
La seconda era la sottovalutazione del lavoro dello sceneggiatore da parte della critica. Nel 1984 era uscito C’era una volta in America, scritto da Benvenuti, De Bernardi, Medioli, Ferrini e Kim Arcalli. Secondo Scarpelli ciascuno di loro avrebbe meritato la stessa considerazione critica di Sergio Leone, e il fatto di vederli invece sistematicamente ignorati nelle recensioni che uscivano sui giornali lo feriva.

Uno degli aneddoti che mi è rimasto impresso in tutti questi anni l’ho utilizzato in un racconto, pubblicato qualche anno fa su Inciquid, Un sogno spezzato in via Cecov. Non posso raccontarlo per non rovinare il piacere della lettura a quei pochi che dovessero avere la curiosità di leggerlo. Era una sciocchezza, forse, ma mi ha sempre divertito e l’ho raccontato e lo racconto ogni volta che me ne capita l’occasione. E anche lui si divertiva un mondo a raccontarlo (più di una volta: pur essendo ancora abbastanza giovane tendeva a ripetersi…). Strizzava i suoi occhietti sottili dietro gli occhiali e si guardava intorno, annuendo come un Mister Magoo solitario, dignitoso, un po’ aristocratico.

Mi dispiace non poterlo definire il mio Maestro. Ma forse chissà. Quante volte mi è capitato di citare la teoria del fachiro (troppi spilli non pungono, meglio uno ogni tanto – leggi: evitare di riempire una scena di troppe cose, ed evitare di fare troppe scene madri), o quella delle palline nella bottiglia (troppe palline non escono dalla bottiglia, meglio una o due – stesso significato)? O quella faccenda del personaggio che, per essere davvero riuscito, dobbiamo potercelo immaginare andare a spasso nelle altre storie, negli altri romanzi.

Ma il consiglio a cui era certamente più affezionato era quello di motivarci a scrivere seguendo un’urgenza esistenziale che non avrebbe potuto soddisfarsi se non così, raccontando una storia. L’urgenza narrativa per la quale si sarebbe potuto morire! urlava, ironicamente enfatico, consapevole dell’importanza di quello che diceva, ma anche no.

2 pensieri su “Ricordo di un maestro

  1. I soliti ignoti, L’armata Brancaleone…che film!
    Ezio, hai avuto proprio un privilegio a studiare con uno sceneggiatore simile.
    Per caso al Centro sperimentale hai conosciuto Fabio Rosi, il regista de “L’ultima lezione” sulla scomparsa di Federico Caffè? E’ un amico che ho in comune con Fabry.
    Mi hai incuriosito con l’aneddoto lasciato in sospeso…Vado subito a leggere il tuo racconto, che meriterà sicuramente, considerato il tuo insegnante 🙂
    Grazie per la dritta,
    Titti

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.