LA VALIGIA

L’uomo trascina l’enorme valigia con evidente difficoltà. Dev’essere pesantissima, non riesce neppure a sollevarla da terra, la sospinge a fatica. La valigia ha le ruote, ma sobbalza sull’asfalto irregolare della stazione e sul marciapiede tenta di fare inciampare il suo proprietario. Nel salire e scendere dei sottopassaggi il percorso si complica. Lì le rotelle servono ancora meno. Si rischia la travolgente mutazione in una valanga che precipitando faccia marmellata della massa multietnica, multianonima, multifrettolosa, multipreoccupatadiperdereiltrenooprenderequellogiusto che popola, sia pure per il tempo di un’istantanea, ogni scalino. Ma il contenuto della valigia non merita di essere sparpagliato insieme a decine di mutande, abiti, stracci e souvenir qualsiasi. Perciò, l’uomo si sobbarca rassegnato la sfacchinata e in qualche modo trasporta la valigia: giù per i gradini, su per i gradini. Poi via, sulle rotelle, fino al binario giusto e al treno giusto. Sul quale può finalmente issare, con grande sforzo, quel gran bagaglio che è la sua vita. Continua a leggere

STORIA CONTEMPORANEA n.43: La scrittura e il suo doppio etico. “Leggere la cenere. Saggi su letteratura e censura”, a cura di Roberto Francavilla

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

 

La scrittura e il suo doppio etico. Leggere la cenere. Saggi su letteratura e censura, a cura di Roberto Francavilla, Roma, Artemide, 2009

Bisogna stare molto attenti quando si parla di censura. Scrivere è sempre un atto pericoloso per il Potere. Lo rileva anche Leo Strauss in uno dei suoi libri (Scrittura e persecuzione, trad. it. e cura di Giuliano Ferrara, Venezia, Marsilio, 1990) più trascurati dagli studiosi di filosofia politica quando analizza il modo tenuto da molti autori in odore di eresia o di critica al potere politico per evitare le ritorsioni o la vendetta (fisica e morale) di coloro i quali li considerano a ragione i propri più acerrimi nemici. Come salvare la vita e non finire sul rogo (come Giordano Bruno) o in carcere (come Ugo Grozio o Denis Diderot)? La strategia della scrittura trasgressiva in tempi di censura comporta una prudenza nell’argomentazione e una sorta di copertura nella finalità dimostrativa che la critica letteraria può individuare ma che la censura non sempre scopre e punisce.

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Mauro Baldrati, “La città nera”

Recensione e intervista di Giovanni Agnoloni

Mauro Baldrati
La città nera
PerdisaPop 2010
Euro 18,50

Una storia ambientata nel futuro. Una storia che sa di presente. O meglio, di ombre inquietanti che si allungano come bave di ragno dalla nostra epoca.
Siamo a Roma, nel 2106, in un mondo devastato da guerre e inquinamento. La Capitale è ormai il centro spettrale di una Repubblica Sociale del Centro-Sud in cui la civiltà è un pallido ricordo. Retta da un dittatoriale Sindaco e governata con la violenza dalla Guardia Pretoriana, è un covo di intrighi e assassinii, al centro di loschi traffici internazionali. Non restano praticamente più tracce della sua antica civiltà o della sua storia recente. Continua a leggere

Lost – la Morte è attraversamento.

Per sei anni la serie televisiva Lost ha accompagnato milioni di telespettatori nel mondo, anche in Italia.  Ora che è andata in onda l’ultima puntata – in contemporanea in tutto il mondo – di questa monumentale opera, è possibile trarre sommessamente qualche considerazione.

Lost è un’opera importante perché è una profonda riflessione sulla morte.

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Emigranti

San Domenico ha in mano dei rosari: pare quasi un venditore ambulante, al quale Maria indica l’oggetto preferito. E’ bello pensare al santo come a un vu’ cumprà, un emigrante senza patria che sbarca il lunario con gli strumenti poveri della preghiera. Il bambino Gesù fissa l’osservatore con aria di saggezza e di compatimento per la sorte problematica dell’umanità. Lui è il Dio che contempla dal futuro con la certezza che il bene vincerà, la miseria sarà scongiurata, il rischio per guadagnarsi il pane si capovolgerà in godimento di una pace senza ombre. Ma ora bisogna chiedere e soffrire: ai piedi di Domenico c’è una folla di questuanti che vorrebbero entrare in possesso degli attrezzi del mestiere; sono rapiti dal desiderio di disporre di una fabbrica di grazie, una fucina di benedizioni, agognano al segreto del vita, qui rappresentato dal rosario, catena di suppliche calamitate dallo sguardo vigile della Madonna e da quello più rilassato del bambino dai capelli biondi, dispensatore di serenità arcane, di estasi ignote a noi emigranti.

“Tra disastri e desideri” di Marco Statzu. Recensione di Antonio Fiori

Marco Statzu, giovane sacerdote e teologo, nella poesia rivive e traduce la propria vita.
“ E’ poesia vissuta ”, ci dice in un verso: la chiamata, la riflessione teologica, l’amore per la natura, gli incontri emblematici, le forti amicizie. Il verso libero è pulito, diretto, spesso narrativo, come ogni autentico linguaggio amoroso: “ Non ho una storia alle spalle,/ ma dentro./ E questa intesso e disfo/ e racconto./ In infinite trame.” Molti testi recano la data (e a volte l’ora) della definitiva stesura, quasi che la traccia temporale li garantisca da ogni travisamento futuro: “ Mi sono rotto in mille tentativi di parlare./ Ma una è la Parola a cui mi debbo assimilare.” Una poesia d’esordio molto mobile, volenterosa e aurorale, ma che già reca la consapevolezza e l’umiltà della poesia matura: “ Con parole mie/ più non so scrivere./ Con quelle di altri/ – talvolta -/ m’incontro.” Massimo Sannelli, nella postfazione alla raccolta, legge nella poesia e nella vita del poeta un susseguirsi di scelte e le riconduce a quella fondamentale tra l’ubbidienza intelligente di Noè e l’intelligenza testarda di Ulisse. L’uomo di oggi, dopo la perdita della sua condizione originaria, è in precario equilibrio tra il disastro e il desiderio di Dio e solo camminando sulle orme di Noè, non a caso salvato dal diluvio, anch’egli potrà salvarsi.
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Il Capitano Mario (I)

di
Maria Frasson

Il memoriale è un genere letterario che esprime, nella sua (autentica o simulata) immediatezza, il carattere sociale della letteratura, nella sua genesi, nella destinazione, nel consumo. Nasce spesso da esigenze “spontanee”: un bilancio esistenziale, un bisogno di evocazione, il desiderio che il passato torni a essere per un istante presente, il bisogno di giustificazione o di dissimulazione, una ricapitolazione personale e collettiva, un contributo al senso di identità di una famiglia e di una comunità, la trasmissione di conoscenze e valori tra generazioni, e mille circostanze diverse. Ha per scopo principalmente la comunicazione tra il tempo passato del ricordo, il tempo presente della narrazione, e il tempo futuro di chi leggerà la pagina. Ha per funzione l’insegnare, l’ammonire, il tramandare: in breve, operare in qualche modo sulla coesione della comunità a cui principalmente si rivolge.

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Goliath

Non sai cosa ti aspetta. Immagini sempre di sfidare il gigante, che ha fatto un passo avanti rispetto alle file del nemico. E’ il più alto e forte, inevitabilmente, la barba nera e folta, sopracciglia marcate, labbra e naso pronunciati, spadone enorme brandito con disinvoltura preoccupante. Una serie di dettagli ti mette in allarme: a parte Antonio e qualche ospite pietoso – Luca, don Bruno, Loredana -, gli astanti sembrano freddi e diffidenti: forse è il carattere del nord, distante dalla mia tendenza facile all’abbraccio. Ma lo sguardo va affilato anche per cogliere i segnali positivi: la presenza di Roberto, compagno di traversie virtuali; Giorgio, sbarcato qui da Roma, mobilitando tre amici residenti in zona; Continua a leggere

Plutotanatodadacronorgiasticaestop – di Giorgio Brunelli

DORMITO BENEEE STELLAAA…???
E lei a mach 2: smauk 1, smauk 2, smauk 3.
Mi scassava la mascella
sempre e solo col solito tris.
E iniziò così il suo sermone della
sua messa cantata delle 11.
Ma vabbuono tanto era
la domenica delle Palme e
per Antonio Masia e anche per me
il giorno incubo dei giorni di coppia,
che di solito finiscono
sotto a qualche quercia
con l’untume delle costine di porco
sulla bocca. Continua a leggere

I denti del potere (2)

Legge sulle intercettazioni: il vero obiettivo è limitare le investigazioni

di Michele Polo (lavoce.info)

Il disegno di legge sulle intercettazioni mina senz’altro il diritto di cronaca. Ma il vero effetto dirompente del provvedimento è rendere meno efficace lo strumento investigativo più utile nelle inchieste giudiziarie. Non vorremmo quindi che nella discussione di questi giorni la giusta reazione dei media spostasse l’attenzione della discussione dal problema cruciale: le intercettazioni sono uno strumento di indagine e reperimento delle prove essenziale per la magistratura. E’ prima di tutto su queste limitazioni che va condotta una battaglia civile. Il mondo dell’informazione si è compattato nelle ultime settimane, coinvolgendo giornalisti con posizioni politiche anche diverse, nell’opporsi al disegno di legge sulle intercettazioni. È un segnale importante che fa emergere i media come uno dei poteri di controllo all’interno di una società democratica. Continua a leggere

Ricordare, dimenticare

di Riccardo Ferrazzi

Qualche anno fa, su un muro pieno di manifesti incollati uno sopra l’altro e ormai mezzi stracciati ne ho visto uno che portava due nomi e sotto una scritta che diceva: “Milano non dimentica!”. E ho ricordato che i nomi erano quelli di due ragazzi uccisi durante gli anni di piombo. Erano ragazzi di destra e il manifesto era, immagino, di AN o di qualche gruppo estremista.
Mi sono domandato se è più civile ricordare o dimenticare. Mi sono risposto subito: no, ricordare si deve. Altrimenti bisognerebbe dimenticare tutto e tutto insieme: la stazione di Bologna e il rogo di Primavalle, oppure l’olocausto, il gulag e le foibe. Continua a leggere

37, 25 anzi 7.

di Linnio Accorroni

A un’età veneranda ho cominciato a scoprire che molte persone erano interessate al mio lavoro in tutto il mondo. Mi sembra strano, perchè mi ricordo di aver pubblicato un libro – dev’essere stato nel lontano 1932, mi pare- e alla fine dell’anno di aver scoperto che ne erano state vendute niente meno che 37 copie”. A parlare così è Jorge Luis Borges ( citazione di secondo grado: riprendo il brano infatti da ‘Letture’ di George Steiner, Garzanti, 2010). Borges esalta quegli happy few che s’erano accostati alla sua opera riflettendo sui motivi della felicità che gli derivava dall’esiguità del numero dei suoi lettori: una gioia paradossale questa, in netta controtendenza con ciò che ogni scrittore, nell’atto stesso della pubblicazione, ragionevolmente si augura. Infatti questi 37 lettori avevano per Borges una peculiarità che li rendeva preziosi e, in un certo senso, ‘ideali’: erano pochi e, in quanto tali, erano ‘reali’o quantomeno immaginabili: “ quelle persone sono reali, nel senso che ognuno di loro ha una faccia tutta sua, una famiglia, vive in una determinata strada. Perché se si vendono 2000 copie, è la stessa cosa che non averne venduta neanche una, perché 2000 sono troppe da cogliere per l’immaginazione. Forse sarebbe stato meglio 7 o 17Continua a leggere

Da un altro monte

Tra mezz’ora ho l’incontro. Qualcuno mi presenterà, indicandomi agli astanti. Abbasserò lo sguardo, incrocerò le mani, con un certo imbarazzo. Sarò indeciso se tenermi o togliermi il soprabito, la giacca, perché sarò su un monte e sono un tipo freddoloso. Nella mano destra avrò qualcosa, una penna, una matita, perché non so stare al tavolo senza impugnare qualche oggetto: mi serve per concentrare l’attenzione, così come don Mario batteva le dita sopra il notes. Sarò esposto al pubblico come un povero Cristo nelle mani di Pilato. Non arretrerò, ora che la parola sarà un riflesso della luce che viene da lontano, mentre un amico pregherà per me, da un altro monte.

I denti del potere (1)

“Il Senato ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (D.d.L. 733) tra gli altri con un emendamento del senatore Gianpiero D’Alia (UDC, vd. foto) identificato dall’articolo 50-bis: “Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet“; la prossima settimana il testo approderà alla Camera come articolo nr. 60.
Questo senatore NON fa neanche parte della maggioranza al Governo… il che la dice lunga sulle alleanze trasversali del disegno liberticida della Casta.
In pratica in base a questo emendamento se un qualunque cittadino dovesse invitare attraverso un blog (o un profilo su fb, o altro sulla rete) a disobbedire o a ISTIGARE (cioè.. CRITICARE..??!) contro una legge che ritiene ingiusta, i providers DOVRANNO bloccarne il blog o il sito. Continua a leggere

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.42: L’usignolo resta senza voce. Gennaro Oriolo, “Mute parole e ingannevoli delizie”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

 

L’usignolo resta senza voce. Gennaro Oriolo, Mute parole e ingannevoli delizie, con una prefazione di Franco Manescalchi, Cosenza, Ferrari Editore, 2010

 

Di Oriolo e della sua scrittura mimetica scrive proficuamente Franco Maniscalchi nella sua notevole presentazione di questo volume di poesie:

«Si può parlare, perciò, di un autore per il quale la scrittura è fine e mezzo, strumento per dare voce ad una complessa articolazione dove lo spazio tempo prende corpo e identità storica in un vivo e vivido divenire di parole che amplificano e definiscono il farsi medesimo degli eventi. L’ecletticità che emerge anche ad una lettura immediata è dunque movimento modulare e non dispersione stilistica. Un movimento modulare che conferma, come già abbiamo scritto, un operatore di grande cultura e di sapiente mimesi nel quale il “divertissement”(nel senso del pensiero divergente e della reinvenzione ludica) conduce fino alle radici di un’estrema drammaticità dove finito e infinito, vota e morte, esistere ed essere, tutto e nulla confermano la pienezza di una coscienza alimentatasi al mito mediterraneo di una terra dove un tempo abitarono gli dei e dove ancora è possibile respirarne gli ultimi pollini. E questo è possibile perché nel poeta si fondono tre archetipi: la monovalenza del “logos” che inizialmente in lui sembra prevalere, l’entropia dell’ “eros” che, sottesa, crea tensioni telluriche nell’uomo e dunque sulla pagina, e, infine, la non deperibilità del “ludus” confortato dalla “tèchne” del mondo primigenio» (pp. 7-8).

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Tradire Gemma Gaetani è cosa buona e giusta

Che cosa è questo Elogio del tradimento (Milano, Vallecchi, 2010, pagg. 244, 12,50 euri)? Tanto per cominciare, un oggetto che mantiene le promesse. Qui, in fatto, si cantano le lodi del tradimento, alla luce di motivi lessicali e filologici, economici, giuridici, ideologici. Sembra uno scherzo e, in parte lo è. Gemma Gaetani era nota finora per l’ibridissimo Colazione al Fiorucci store (Milano, Fazi, 2005) e per difettare in simpatia. A metà 2010 trae fuori da non si sa quale suo cilindro un libello sardonico e tutto paradossale, giocandosi un sarcasmo scettico che tutto sembra fuor che femminile. La dimensione virile, un po’ feroce, molto irridente di queste paginette distinguono l’autrice dalle sue coeve e contemporanee. Non che Gaetani manchi affatto di gentilezza; è che la nasconde benino, così come nega recisa che ci sia spazio per i sentimentalismi. Non ha importanza se l’autrice crede o no a quel che racconta e dimostra – è convincente, autentica, a tratti le si dà persin fiducia. Soprattutto, questo qui è un libro che fa ridere. Ora, poche storie, le donne non hanno questo gran senso dell’umorismo. Per carità, son convinte d’averne a iosa e, come noto, fra di loro ridono un sacco. Qui, al contrario, con l’aria di enunciare verità quasi scientifiche, Gaetani è sovente assai umoristica.
Elogio del tradimento ha come modello scoperto la Modest proposal di Gionata Swift e Defending the undefendable, dell’anarco-capitalista austriaco Walter Block. Rimandi piuttosto alti, come alta è la tessitura culturale di tutto il volume. A fronte di questo, però, Gaetani mostra una capacità non corriva di giocare coi registri tonali. Se il libro diverte, in sostanza, è anche perché si coglie il divertimento dell’autrice a scriverlo.
Di questo Elogio s’è già molto parlato nel blog Satisfiction, ammirevolmente gestito da Gian Paolo Serino. Vale la pena che se ne parli anche qui, perché nel tempo in che le idee stentano a circolare, Gaetani fa la cortesia di sciorinarne parecchie e per lo più non banali.

IL CONTO DELLE MINNE di Giuseppina Torregrossa

recensione di Michele Mangiafico

https://i0.wp.com/giotto.ibs.it/cop/copj13.aspMi trovavo all’aeroporto di Roma, poco dopo il check-in. In barba ai contenuti, la strizzatina d’occhio di quei due dolci di glassa con la ciliegina sopra in bella mostra sulla copertina, l’ha avuta vinta sulla parola scritta. E non ha tradito le attese, né la promessa di accompagnarmi, tra illusioni e ammiccamenti, fino all’ultima pagina di questa storia.
Il conto delle minne” è una promessa di delicatezza, un patto non scritto con il lettore, una di quelle offerte che non si possono rifiutare. Parlerò di un argomento difficile – sembra dire l’autrice dallo scaffale della libreria – vi racconterò una storia triste, affronterò un tema spigoloso e pesante, ma lo farò con dolcezza, con estrema delicatezza.
“Il conto delle minne” è la fase del corteggiamento, il gioco delle allusioni, il continuo pretesto per parlar d’altro. E se così non fosse stato, Giuseppina Torregrossa non avrebbe sostenuto se stessa, la sua storia professionale, la quotidiana fatica di una ginecologa impegnata sul campo nella prevenzione del tumore al seno. Continua a leggere

Le radici sono i nostri figli – seconda parte

Le radici sono i nostri figli – seconda parte
Ragionamento/ipotesi n. 1

Di Matteo Telara

Premessa:
1) La televisione non è Il Male. La televisione è un mezzo di comunicazione di massa ed esiste in tutto il mondo. Ogni casa nel mondo industrializzato ha oggi una televisione. L’Italia è agli ultimi posti in Europa per consumo di libri. In Italia, dopo cena, non si legge, si guarda la TV.
2) I programmi televisivi sono ad oggi una delle poche cose in comune che i genitori hanno coi loro figli.
3) La maggior parte della programmazione televisiva di fiction, in Italia, ha provenienza estera.

Dopo quasi 5 anni di vita oltreoceano, sono tornato in Italia e ho scoperto che una delle poche cose che io e mia madre abbiamo avuto in comune in tutto questo tempo sono state le serie televisive. Americane o inglesi, per lo più. Continua a leggere