Vivalascuola. Dove abitano le parole

KleeNashua 9 anni marocchina
La mia mamma moriva,
le chiedevo aspetta
sta
arrivando il mio compleanno,
lei sorrideva e diceva:
avrai un
compleanno bellissimo!

Axle, quinta elementare
Quando hai paura
trattieniti
e poi respira
sei innocente
quando hai
un maestro.

L’esercizio della propria libertà, si sa, è cosa assai pericolosa, che del resto si richiede all’adolescente; non tirandosi indietro, poi, nel constatarne l’immaturità o l’inutile e pericolosa rivolta. Esercitare la libertà del testo e della lettura nella scuola, vuol dire, in primo luogo, far sentire ai propri allievi di essere capaci di poter essere liberi nella vita, di vedere con altri occhi. Non si ricorderanno di aver scritto poesie – la scuola ci mette poco a far dimenticare – si ricorderanno di te, dell’esempio di libertà di un maestro. (Sebastiano Aglieco)

Dove abitano le parole? Esperienze di poesia a scuola
di Chandra Livia Candiani

Da qualche anno conduco seminari di poesia nelle scuole elementari.

I bambini sono di otto, nove o dieci anni. Non sono solo italiani, ma anche stranieri che vengono dai paesi più diversi: Cina, Uruguay, Brasile, Panama, Perù, Colombia, Bangladesh, Pakistan, Sri Lanka, Filippine, Marocco, Tunisia, Russia, Romania, Ucraina. Partiamo da un punto in cui conoscere molte parole non è affatto quello che conta.

Non inizio mai spiegando loro cos’è la poesia, ma segnando un leggero e variabile percorso per andare insieme in cerca del luogo in cui abitano le parole.

Ma dove sono le parole? Un verso di un anonimo poeta nicaraguense dice: “Un poeta siente”: un poeta sente, percepisce, avverte, intende, ha sentore e presentimento. Ci sono almeno due tipi d’intelligenza e il poeta Giallâl ad-Dîn Rûmi, nato nel 1207 nell’attuale Afganistan, morto in Turchia in cui è venerato come un santo e un maestro mistico, ma la cui appartenenza razziale e linguistica è l’Iran, lo chiarisce molto bene in una sua poesia che ho così tradotto da The essential Rumi (Harper San Francisco):

Due tipi d’intelligenza

Ci sono due tipi d’intelligenza: una acquisita,
come lo scolaro memorizza fatti e concetti
dai libri e da quel che il maestro dice,
accumulando informazioni dalle scienze tradizionali,
come da quelle nuove.

Con questa intelligenza emergi nel mondo.
ti collochi davanti o dietro gli altri
in base alla tua competenza nel memorizzare
l’informazione, con questa intelligenza te ne vai a zonzo
per i campi della conoscenza segnando sempre più
cose sul tuo quaderno d’appunti.

C’è un altro tipo di quadernetto,
uno già completo e custodito dentro di te,
una sorgente che straripa dal suo alveo. Una frescura
al centro del petto. Quest’altra intelligenza
non ingiallisce e non ristagna. E’ fluida,
e il suo movimento non è da fuori a dentro
attraverso le condutture di un sapere idraulico.
Questo secondo sapere è una fonte
che da dentro di te va verso l’esterno.

Una frescura al centro del petto: sì, l’abbiamo tutti, i mistici lo chiamano cuore o luogo tenero e soffice, o vera natura; i poeti, come Pascoli, il fanciullino, il bambino, oppure il selvaggio. L’abbiamo tutti, ma può vivere inavvertita dentro di noi o soffocata o sommersa e occorre un percorso per ritrovare questa fonte già da sempre lì, per riconoscerla, per non averne paura, per lasciarla dire, per scrivere sotto sua dettatura. Perché lì vivono le parole.

Spesso quando dico ai bambini “Un poeta sente, e so che anche i bambini sentono… sentono molto di più di noi adulti e così conoscono…” vedo le loro facce illuminarsi, si scambiano occhiate di complicità o si trasmettono un: “Questa ci riconosce!” oppure: “Ci ha beccato!” e così so che posso partire. Con loro.

Per fare questo viaggio insieme, è bello sedersi per terra, perché la terra dà sostegno e accoglienza, fa sentire più uguali e più improvvisati, meno impettiti, meno timorosi. Ed è utile sedersi in cerchio, all’inizio dandosi la mano e dicendo il proprio nome, perché il cerchio è semplicità, è inizio e fine, è visibile e invisibile, non si sa da dove parte, nessuno è al centro, tutti lo sono, è infinito.

Non è sempre facile arrivare alla frescura al centro del petto, alla fonte, bisogna avere spirito d’avventura, curiosità, coraggio, fiducia e partire da qui, da ora, dal corpo.

Proprio ora, proprio qui, chiudo gli occhi e sento se ci sono davvero, se il corpo è davvero seduto a terra, se sento il pavimento, se davvero respiro, se sento il mio respiro che dalle narici raggiunge la pancia, se sento il suo viaggio verso l’esterno, dalla pancia alle narici, e le mani, sono calde, sono fresche, sono gelate. E cosa provo, che stato d’animo ho, cosa naviga o galleggia o va a fondo o vola in me. Proprio ora. Proprio qui.

Ecco, per sapere dove sono le parole, per iniziare un viaggio verso la poesia, bisogna che qui ci sia un corpo. Un respiro. Un sentire.

E delle domande. Tante domande. Tanta voglia di fare domande. Non importa a chi. Tanto meno rispondere. Far risuonare le domande e mettersi in ascolto. Forse qualcuno o qualcosa risponderà, forse la domanda si scioglierà nell’aria, forse risuonerà dentro, forse farà ridere, forse piangere. Forse: ecco una parola importante per un percorso che da dentro va verso l’esterno.

Per sentire occorre nudità, bisogna imparare a non giudicare quel che sentiamo, a lasciarlo essere, a dargli un grande spazio vuoto e accogliente perché possa rivelarsi. Per sentire bisogna perdere tante opinioni, tanti ‘saperi’: la tirannia del capire, l’impero della ragione, il chiacchierio della mente discorsiva, la convenzionalità, i luoghi comuni devono andare in frantumi o essere lasciati sullo sfondo, con rispetto, ma sullo sfondo.

Non siamo più abituati a dare ascolto al corpo, a lasciarlo vivere, parlare, esplorare. Certe volte passeggiando in un bosco, si nota che alcuni vedono solo cosa ‘prendere’, il bosco non è che un magazzino –merci per loro; altri passeggiano tra nomi, nomi di alberi, di muschi, di pietre, di vette; altri ancora ricordano posti peggiori o migliori. Pochi camminano aprendosi all’aria, al passo, faticando a trovare posto nel bosco, chiedendo ospitalità e asilo, sparendo. Ecco, sparire: per scrivere, come per camminare in un bosco, occorre sparire.

Rilke scriveva che compito del poeta è rendere invisibile il visibile, ma forse è prima di tutto rendere invisibili se stessi a se stessi, non trovarsi più, smarrirsi per poi sorprendersi, trovarsi nuovi e diversi.

Il pensiero c’è in poesia, la poesia è senz’altro una forma di pensiero, ma quale? Le poesie in cui il pensiero sta prima dello scritto, fronteggia la poesia, sono proclami, editti che vanno a-capo. Ma un pensiero che nasce dalla poesia, che sorprende chi scrive, questo è sentimento che conosce, conoscenza del mondo attraverso i sensi, la sensibilità, le antenne.

C’è molta confusione tra emozione e sentimento. Il sentimento non è emozione, è una forma di conoscenza, è una percezione nuda e diretta di quello che ci sta di fronte, intorno, dentro. Il sentimento viene da fuori come da dentro, proprio come le parole. E a sentire s’impara. E s’impara a sentire. E’ conoscenza e c’è un addestramento. Dura tutta la vita. E ci accompagna, cambia, ci dice chi siamo, come stiamo e dove ci troviamo, nel mondo, nei paesaggi della terra e nei paesi dell’anima.

Non ho nessuna pretesa che qualcuno leggendo questo testo o partecipando a un seminario di poesia possa diventare poeta, ma ho l’intenzione di regalare strumenti. Strumenti che non ci abbandonino quando la vita è dura e non sappiamo come o a chi dirlo, strumenti che non ci lascino soli quando la gioia ci sommerge e vorremmo lasciare tracce, dire a qualcuno che si può essere felici. Strumenti per conoscere noi stessi, quando ci siamo persi, per tenerci stretti quando ci sentiamo abbandonati, per innamorarci di questo sconosciuto che ci sta sempre accanto, che siamo noi. Strumenti come il martello, i chiodi, la colla, il coltello, la garza e i cerotti, il pennello, uno strumento musicale, una stretta di mano, un pugno, un urlo, un abbraccio, una carezza. Strumenti come la vita quotidiana è tutta uno strumento per imparare a vivere e morire e non solo a sopravvivere e a tirare a campare. Strumenti che tagliano, che tengono insieme, che rompono, che aggiustano, che curano, che alleviano, che fanno sprofondare, che fanno volare, che fanno risvegliare, sognare, aggiungere, mettere a nudo, velare.

Si parte? Sì, dai, partiamo!
(Premessa a un libro che probabilmente non sarà mai pubblicato)

*

Marcello 9 anni sudamericano

Non posso fare niente sono vivo
Non
posso essere arrabbiato ma sono vivo
Non posso mangiare sono vivo
Non
posso dormire sono vivo
Non posso disegnare sono vivo
Non voglio la
città con guerre e morti
perché non può succedere una cosa felice

*

Alessia 9 anni italiana

Il piccolo autoritratto
Io sono come l’acqua,

certe volte faccio caos,
come il rumore di una cascata,
ma poi sto
calma
come una conchiglia
buttata nel vuoto,
certe volte provo
molta
gioia e la mia pelle
diventa dura
dura come un sasso,
il mare si muove
veloce
ma più lento delle mie parole.
Questo è il mio autoritratto.

*

Leonardo 9 anni sudamericano

La mia vita
La mia vita è come un animale che corre
e come il fiume che
scorre
la mia vita è mangiare e dormire
e come quella di un cavallo nel
fienile
e come la musica che ha un inizio e una fine
quando sei
arrabbiato non vuoi parlare con nessuno
quando sei triste vuoi che ti
consoli qualcuno
la vita è come una sfilata
e come un uccello che muore
in una serata
quando muori non senti niente
e poi ti dimentica tutta la
gente.

*

Steven 9 anni boliviano

Il silenzio
Le rondini un silenzio che si può vedere con gli
occhi
La pioggia lucente e un silenzio profondo.
Il silenzio è così che
non si sente però sembra un urlo.
Il correre è un silenzio molto raro

che bruccia dentro di noi.

*

Alessia 10 anni nordafricana

Io persa
nel mio cuore
ho paura
e cerco sopravvivenza.

*

Marius 9 anni rom

Il silensio
Paura volio giocare ma o paura,
volio
dire qualcosa ma o paura,
volio cantare ma ho paura,
tuti mi prendono
in giro e o paura,
o paura di tuto e sono da solo.
Silensio.

*

Nashua 9 anni marocchina

La mia mamma moriva,
le chiedevo aspetta
sta
arrivando il mio compleanno,
lei sorrideva e diceva:
avrai un
compleanno bellissimo!

*

Ivan 8 anni

Il serpente ha il cuore puro
ma lui
non ci crede.

*

Andrei 9 anni ucraino

Il cielo è
un mantello
che ci avvolge tutti.

*

Alessandro 9 anni russo

La mano.
Dentro ci sono le vene
fuori arriva l’aria,
le mie mani stringono gli
oggetti
come regali.

*

Alessia 8 anni italiana

Grazie per il coraggio di assistere
alla
rovina dei popoli.

*

Riccardo 8 anni italiano

Sento tremiti nel corpo,
sono
le barriere che cadono
per arrivare a sentire.

*

Oscar 8 anni cinese

I suoni sono cibo
per l’
orecchio.

*

Oreste 10 anni italiano

L’amore
alcune volte
dice boh!

*

Martina 10 anni italiana

Il suono della campana
come un bacio
che dura molto a
lungo.

*

Nashua 10 anni marocchina

Vorrei stare sempre con la mia mamma

come il testo che è formato da tante parole
come le piume che stanno
sempre insieme.

*

Petruz 10 anni rom

La mia caza me la sento
come un albero
che piano
piano si rompe
come la morte.

Io ero come uno che dispiace.
Quando
io
ero come
uno che dispiace
quando vedi
l’odio e la tristezza
si
speza il
cuore a pezi.

Il mio papa
mi sgrida
facio le coze
brute pero
io vedo
negli ochi del papa
che si sente triste.

La paura.
La paura e pezante
come u saso
che ce dentro di noi non
posiamo dire com pero sapiamo che

eziste la paura.

*

Fatema 10 anni rom

E’ bello
vedere l’aria felice.

Di fianco al nome dei bambini e all’età c’è anche il Paese d’origine perché lavorando insieme abbiamo scoperto che la poesia è anche memoria, viaggio verso gli antenati e le loro poesie assomigliano involontariamente alle radici della poesia del loro Paese. (L.C.)

* * *

Poesia come esercizio della propria libertà
di Sebastiano Aglieco

Come si fa ad amare un testo morto?
In genere, nei programmi della scuola elementare, si fa riferimento alla poesia come “linguaggio“; ed è definizione corretta, secondo un’ottica di derivazione strutturalista: la poesia è linguaggio ed ha il suo statuto, le sue regole, il suo campo limitato di fruizione e di accesso; la sua nicchia culturale, insomma.

Sappiamo che, per lo strutturalismo e le sue derivazioni, i linguaggi hanno forme e retoriche, e i risultati formali sono da intendere oggettivamente, in rapporto all’efficacia del risultato conseguito, senza alcuna connotazione moralistica o giudizio.

Secondo quest’ottica, direi, ironicamente, che oggi la scuola “preserva” la poesia, ne conserva l’armamentario e, di conseguenza, ne elabora e ne diffonde gli strumenti “critici“, senza i quali è praticamente impossibile comprenderla e fruirla. Da qui l’utilizzo di schemi e schemini, destrutturazioni e compilazioni, analisi delle figure retoriche, delle statistiche e delle ricorrenze, e chi ne ha più ne metta. Il testo è come morto, sottoposto ad anatomia e lasciato a pezzettini, vivisezionato. Difficilmente un bambino o un ragazzo potranno amare un testo morto.

Il “quaderno della libertà”
Attenzione, non si pensi che questi strumenti siano ad uso solo delle scuole di grado superiore. Da almeno un trentennio, libri di lettura, sussidiari, guide per gli insegnanti, sono emanazioni di un certo modo di intendere il testo letterario. Le maestre, dispiace dirlo, in genere non sono coscienti della derivazione storica e culturale degli strumenti che usano. Li usano e basta. La poesia, nella scuola elementare, è rima e filastrocca e quindi, se ti metti a far scrivere una poesiola a un bambino, questa è rima e filastrocca.

Certo, se si va a leggere il bellissimo libretto scritto dal padre fondatore dello strutturalismo in Russia, Todorov, La letteratura in pericolo, Garzanti 2008, si scopre che questo modo di analizzare il testo fu inventato come necessario atto di libertà per redimersi dalla censura esercitata dal Partito sulla cultura. E’ mai stato così a scuola? Esercitano, al limite, la loro libertà gli insegnanti, utilizzando questi strumenti? Imparano, i bambini, e poi i ragazzi, a considerare la letteratura come qualcosa da amare indipendentemente dalla scuola?

Sappiamo che no. Sappiamo che gli autori si amano solamente se si ha la fortuna di incontrare qualche insegnante illuminato. Sappiamo che si ama la letteratura e i libri se impariamo a leggerli come gesto rivoluzionario e di libertà: i miei bambini hanno sempre il quaderno “della libertà“, – dove possono decidere di scrivere liberamente ciò che vogliono, indipendentemente dalla mia censura e dallo spauracchio della valutazione.

Aprire gli occhi e scoprire il mondo
Esaurita questa necessaria premessa, parlare della mia esperienza a scuola sul saper leggere e scrivere consapevolmente, sarebbe racconto di una scoperta, negli anni, di come liberarsi di strumenti culturalmente e storicamente precostituiti ed elaborarne di propri. Che vuol dire, essenzialmente, entrare in conflitto con lo stesso modo di intendere la scuola e l’educazione dei bambini. Perché qui non si tratta di insegnare ai bambini a scrivere poesie; si tratta di metterli nelle condizioni di aprire gli occhi e scoprire il mondo con lo stesso entusiasmo con cui, per la prima volta, si vede e si sente il mare.

La metafora non è un espediente linguistico.

“Studiare la metafora significa studiare la possibilità stessa di recuperare i valori individuali e di introdurre nuovi valori culturali (…)”.

Si esercita cioè

“una denunzia dell’inibizione che le attuali istituzioni sociali, in particolare la scuola, esercitano sulle forme espressive più libere e creative, soffocando la possibilità dell’individuo di essere produttore, non solo fruitore, di cultura”, (Ada Fonzi, Elena Negro Sancipriano, La magia delle parole: alla scoperta della metafora, Einaudi 1975).

Impressiona la data di pubblicazione di questo libro. Era l’epoca del desiderio di riprendersi il mondo reinventandolo attraverso un soggettivo atto di creazione, che poi soggettivo non è mai in quanto va a implodere nel confronto/affronto con gli altri: singoli individui, istituzioni… Perché non posso mai fingere o illudermi che le parole che scrivo siano solo per me, per la soddisfazione del mio desiderio.

Tutto questo avviene già in una classe. Quando tu chiedi a un bambino di leggere a voce alta, per la prima volta, il suo piccolo testo poetico, in genere si ha una reazione di chiusura, che quasi mai avviene se gli chiedi di mostrare un suo disegno, un qualsiasi altro testo. Avviene perché evidentemente il linguaggio poetico spalanca la parola al senso nascosto delle cose, filtra il proprio vissuto e lo mette coscientemente in comunicazione con gli altri e col mondo.

Si incomincia dal gioco delle nuvole
Non si incomincia a scrivere poesie seguendo uno schemino. E neanche scrivendo un testo. Si comincia dal gioco delle nuvole e delle trasformazioni a cui esse vanno incontro spinte e smosse dal vento. A me sembra… si incomincia così.

Si appende un telo bianco sul tetto della classe: a me sembra la sciarpa della luna… la bava delle lumache… poi si cambia il colore del telo, che ora è arancione: a me sembra il corpo attorcigliato di un serpente…

Stiamo usando la similitudine, insomma, senza aver pronunciato neanche per una volta la parola similitudine. Si può esercitare con qualsiasi mezzo: per esempio guardando una pittura astratta, cubista; analizzando un documento delle antiche civiltà, un simbolo, un archetipo… facendo un esercizio teatrale, muovendo un oggetto e traformandolo in un’altra cosa. Disegnando un mostro e dandogli un nome: mai un nome qualsiasi, ma il suo nome più giusto.

Il gioco del “a me sembra” permette ai bambini di trasformare il mondo, di riappropriarsene liberamente e di vedere cose che gli altri non vedono. La similitudine, che poi facilmente, in un passaggio naturalissimo, diventa metafora, non è una tecnica poetica: è una chiave che apre il mondo alle mie parole, le rende significative e necessarie.

Leggiamo: non spiego. Invece parliamo
E’ straordinario vedere come spesso i bambini con difficoltà di apprendimento riescano ad appropriarsi di questo modo di scrivere. La parola concentrata non è di moda a scuola. Perché a scuola noi chiediamo lo sviluppo e la chiarezza nella scrittura nell’espressione; ma non vuol dire necessariamente che lo sviluppo e la chiarezza realizzino l’esauriente. Spesso, diversamente, un’immagine breve o brevissima riesce a contenere e a rappresentare il nodo avviluppato che è la mente di un bambino. La società chiede l’esercizio di una tecnica, la capacità formale di saper utilizzare una retorica. La poesia permette invece l’animazione del mondo, la scoperta di un senso che non necessariamente coincida con quello culturalmente condiviso. Questo scatena una grande paura negli adulti allineati.

Per raggiungere dei risultati, certo, occorre che l’insegnante abbia una grande coscienza degli strumenti che ha in mano. Perché il passo successivo non è più la poesia; è piuttosto, un atteggiamento a tutto campo di fronte alla lettura e alla scrittura. La scrittura va sempre affiancata dall’esercizio di una sana critica militante. Leggiamo: non spiego. Invece parliamo. Nella rinuncia all’uso di strumenti preconfezionati di analisi testuale, il bambino si trova costretto a inventare qualcosa di suo, a mettere su il suo piccolo tessuto di sensi che a poco a poco si ingrandisce e diventa consistente; perché questa attività viene esercitata non nel soliloquio di un banco dove bisogna da solo portare a termine un proprio compito, ma nel rimando alle parole degli altri, nella ripresa dei sensi comuni che si accrescono e si intrecciano.

Insomma, la lettura/comprensione di un verso, di una poesia, non è ricostruzione filologica di significati intoccabili; non si tratta di entrare nella mentre dell’autore, ma scoperta del mio modo di entrare in contatto con le cose e di sentirmi non uno, e solo, ma soggetto del gruppo che mi protegge, mi stimola e mi incita.

Una bellezza acerba una ricchezza umana
A volte gli amici mi chiedono di raccogliere i testi migliori dei bambini, di farne un’antologia. Evidentemente qui non si tratta di alimentare l’appetito narcisistico di piccoli mostri; il valore di questi testi consiste in una loro bellezza acerba, nella conservazione del processo che li ha generati e della ricchezza umana che si cerca di coltivare in una classe.

Non tutti continueranno a scrivere; ho imparato, nel tempo, a considerare questa mia esperienza con loro come avventura personale di un certo modo di stare a scuola, barricato dietro le richieste dei programmi, l’indifferenza, spesso, dei colleghi, la propensione di genitori e insegnanti a considerare queste attività come campo privilegiato dei cosiddetti esperti. La scuola chiederà altro, chiederà ciò che lo Stato impone: tutto sommato, ancora una volta, forse sempre di più, saper leggere e scrivere.

L’esercizio della propria libertà, si sa, è cosa assai pericolosa, che del resto si richiede all’adolescente; non tirandosi indietro, poi, nel constatarne l’immaturità o l’inutile e pericolosa rivolta. Esercitare la libertà del testo e della lettura nella scuola, vuol dire in primo luogo, far sentire ai propri allievi di essere capaci di poter essere liberi nella vita, di vedere con altri occhi. Non si ricorderanno di aver scritto poesie – la scuola ci mette molto poco a far dimenticare – si ricorderanno di te, dell’esempio di libertà di un maestro.

Maestro insegnami
Maestro guidami
Maestro salvami
Come il cieco sulla trave
(Andrea, vent’anni)

*

Quando sei triste
piove e quando sei
felice c’è il sole.
La tua gelosia è
il colore che scende,
la tua volontà è
un guerriero.
E poi?
E poi?
Niente.
Quando hai paura
trattieniti
e poi respira
sei innocente
quando hai
un maestro.
(Axle, quinta elementare: il mio maestro pensa)

*

In questo preciso momento
mille colori battono pulsanti
mille uomini attraversano
il muro della conoscenza
mille amici si scaldano con il corpo
freddo del ferro.
In questo preciso momento
guardo un’aquila che vola
guardo un amico che
abbraccia un albero
– un albero, con rabbia –
guardo le cose
innumerevoli del mondo
guardo gli altri che
vedono un vortice
guardo gli altri.
Ma vedo veramente gli altri?
(Milos, quinta elementare)

*

Esco di scena con in mano una preghiera
Rivolta a chi sa quale dio e a chi sa quale orecchio
Il cielo questa sera non è lo stesso
La parte viva di me è un peso
Perché tiene aggrappata la parte morta
Io sono antagonista di me stesso
Non esiste portone da cattedrale che io non spalanchi
Per ottenere ancora la solita preghiere
Per dialogare con me stesso
Se io potessi dividermi una parte di me la ucciderei
Se potessi concentrarmi dipingerei molto meglio.
Accendo un fiammifero
Accendo una sigaretta
Accendo un lutto nel fumo
Ho un cappuccio nero sulla testa
Mi nascondo nel buio e cerco il mio clone
Colonne di edera si innalzano in una cupola di vetro
Rapido cerco la mia ombra
L’afferro
La getto nella mia testa
Questi sono i miei occhi senza ombra di pupille
Io vivo nella mia pelle.
Io sono prigioniero di me stesso.
(Michele Ramondino, 21 anni)

* * *

Materiali su esperienze di poesia a scuola

Cosa non bisogna fare raccontato da Maurizio Teroni qui e Stefano Guglielmin qui.

Una tavola rotonda on line proposta da Matteo Fantuzzi qui.

Versi di bambini e 22 riflessioni di Sebastiano Aglieco qui.

Un saggio sulle scritture in attesa di Sebastano Aglieco qui.

Un diario di lavoro di Massimo Sannelli qui.

Il bambino e il poeta su Rai educational qui.

Una lezione di poesia di Donato Salzarulo qui.

* * *

Lo Stato ha un miliardo di debiti con le scuole pubbliche, non garantisce la sicurezza dell’edilizia scolastica, non finanzia le attività didattiche, riduce il sostegno, non paga i ricercatori, taglia il personale, senza nemmeno rispettare le procedure legali, smantella il tempo pieno, tra le esperienze di eccellenza della scuola italiana. Mentre tutte le nazioni investono in istruzione, procede la dequalificazione della scuola pubblica italiana, a tutto vantaggio della scuola privata. Ma mentre si contrasta lo smantellamento dell’istruzione pubblica, è importante fare la buona scuola, che è lavorare alla vera riforma della scuola.

* * *

Ultime dalla scuola

Una segnalazione: il 10 maggio alle Conversazioni civiche a Milano.

Un appello contro l’aumento degli alunni per classe qui.

“Riforma” Gelmini: la geografia dei tagli.

Mobilitazioni: il 10 maggio a Milano, 14 maggio a Bologna, dal 13 al 18 maggio a Milano, blocco degli scrutini per fine anno scolastico.

Ricorso al Tar del Lazio contro la “Riforma Gelmini”: i regolamenti non hanno ancora concluso il loro iter e si trovano ancora al vaglio della Corte dei Conti, senza essere stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale, qui.

Graduatorie regionali degli insegnanti? Vedi qui e qui, qui, qui. Ma il Consiglio di Stato dice: no a graduatorie che favoriscano i residenti, qui.

Non garantita l’alternativa all’insegnamento della religione cattolica, qui.

 

Il governo non sblocca i fondi (773 milioni di euro) per la messa in sicurezza dell’edilizia scolastica, qui.

Una nuova forma di protesta: la scuola va a rotoli.

* * *

Tutti i materiali sulla “riforma” delle Superiori qui.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Un appello di docenti per la scuola pubblica.

Guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Una guida normativa per l’anno scolastico 2009-20010 qui e qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas.

Spazi in rete sulla scuola qui.

40 pensieri su “Vivalascuola. Dove abitano le parole

  1. vbinaghi

    Questo post è semplicemente meraviglioso, grazie a Giorgio Morale (il quale già ha molti meriti per la rubrica che tiene qui) e a Livia Candiani e Sebastiano Aglieco, due persone che ho avuto l’onore di conoscere, e la cui poesia sa toccare il cuore anche a un filosofastro logorroico come me.
    Pensare che la scuola italiana possa ospitare iniziative così, rimette le cose al giusto posto: nonostante la Gelmini, nonostante la perniciosa influenza della TV e della cattiva pedagogia di fine millennio, la scuola muore solo se l’uomo muore, e qui c’è vita da attingere a piene mani.

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  2. sebastiano

    Grazie, caro Giorgio, per questo bellissimo post. E un saluto a Livia, a Walter e a tutti coloro che vorranno commentare. Sebastiano

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  3. Pingback: DOVE ABITANO LE PAROLE – Poesia a scuola con Livia Candiani e Sebastiano Aglieco « Doctor Blue and Sister Robinia

  4. Giorgio

    Caro Valter, grazie a te per la lettura e le parole, il ringraziamento per questo post va a Livia e Sebastiano per i loro bellissimi testi, che trasmettono una autenticità non solo tecnico-estetica, e alle poesie dei bambini, a cui ben si adattano le parole di Sebastiano: “una bellezza acerba una ricchezza umana”, malgrado, e anzi proprio per i drammi e le privazioni che traspaiono dalle loro parole.

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  5. mauro germani

    Che esperienze bellissime e che riflessioni profonde! E quanta autenticità nei testi dei bambini, quanta libertà, quanta capacità di sentire…
    Per fortuna esistono persone come Livia e Sebastiano che da anni fanno tutto questo per amore della poesia e dei bambini stessi, rispettando la loro interiorità. Credo ci sia molto da imparare da queste esperienze così coinvolgenti e delicate…e mi riferisco a tanti poeti anche bravi e affermati ma che hanno talvolta un atteggiamento quasi altezzoso di chiusura e non il dono di questa generosità, di questa leggerezza…
    Grazie per questo post e un caro saluto a tutti.
    Mauro

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  6. livia candiani

    caro Giorgio, come sempre e ancora una volta grazie di custodire la mia poesia e il mio lavoro con i cuccioli poeti e di seminarli nel mondo. Grazie Sebastiano che bello poter essere innocenti perché c’è un maestro. Sono appena tornata da una scuola di Pavia. L’anno venturo probabilmente non potrò più tenere i seminari nelle scuole di Milano per i pochi fondi, per i tagli che si faranno sentire ancora di più. Con i miei bambini abbiamo scritto poesie sull’addio, ci siamo stretti le mani, sulla porta Anjerina mi ha detto: “Spero tanto di rincontrarti nella mia vita…” “Anch’io – le ho risposto – ma comunque hai i semi della poesia!” e ci siamo strette fortissimo, magrissime e non contro il mondo.

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  7. liliana z.

    “E’ bello vedere l’aria felice.”

    Le brutture non dovrebbero toccare i bambini. I bambini, che sono capaci di dire cose come questa e altre che leggo qui , sorprendenti nella loro immediatezza.
    Bello che ci sia qualcuno che accoglie i bambini, molto triste la fine che sta facendo la cultura in Italia.
    Grazie per queste perle.
    Liliana

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  8. sergio pasquandrea

    queste poesie sono tra le cose più belle, profonde, commoventi e intelligenti che abbia letto ultimamente.
    mi chiedo spesso che fine facciano tutta la bellezza, la profondità e l’intelligenza che ci sono nei bambini, quando poi crescono.

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  9. leopoldo attolico

    Quanto ho letto mi ha arricchito , mi ha fatto bene , e ti (vi) ringrazio sinceramente . Condivido soprattutto quel ” si tratta di metterli nella condizione di aprire gli occhi e scoprire il mondo con lo stesso entusiasmo con cui , per la prima volta , si vede e si sente il mare “.

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  10. shobha arturi

    grazie,
    livia/chandra, sebastiano
    per la voglia di giocare seriamente che continua a ampillare da grandi e da piccini. Una fontana di speranza
    vi abbraccio
    shobha

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  11. giadep

    “Una frescura
    al centro del petto”.
    Che meraviglia. Anche se questa è frase abusata (e pure la parola, meraviglia -ahinoi!) – però è vero che se ai bambini si ricordasse l’alternativa (stra-abusata altra parola!), sì non come unica strada, la poesia c’è e, semmai. Lo riscontro tuttora, lo riscontriamo quando ci poniamo di fronte al mondo dell’università, e non siamo mica più bambini, né abbiamo l’età delle matricole!
    La Candiani e Aglieco sono due maestri che avrei voluto. Però, anche se da grande, li ho incontrati. Dunque, semmai.

    ciao.
    giampaolo dp

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  12. ALESSANDRA PAGANARDI

    “Sei innocente/ quando hai un maestro” (Alex, quinta elementare). In questo formidabile aforisma poetico non ci sono soltanto immagini isolate, ma un embrione potente di pensiero. Potrebbe essere la sintesi di una teologia laica sulla natura manchevole, bisognosa dell’uomo. Potrebbe essere una ricetta contro l’orgoglio,e contro la guerra. Grazie a Sebastiano, a Giorgio e agli altri che, prendendo sulle proprie spalle la difficile missione di maestri, ci aiutano a capire, a qualunque età, che non smettiamo mai di aver bisogno degli altri, di dover essere presi per mano. E la poesia è un potente mezzo per comunicarlo. ale.

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  13. lucetta frisa

    Ringrazio di cuore Giorgio Morale per avermi segnalato questo post veramente straordinario sia per il lavoro di Livia Candiani e di Sebastiano(l’anno scorso ebbi la fortuna d’incontrare i versi dei bambini da lui proposti al Trotter a Milano e ne rimasi colpitissima)e sia per le poesie che ….mettono quasi i brividi. Esperienze indimenticabili queste, con i bambini.Preziosissime e fondamentali per loro.
    Cosa aggiungere dopo avere letto le brutte notizie? L’ennesima sconsolata riflessione su come vadano certe cose,oggi. Ne sono schifata.
    un caro saluto a voi tre
    lucetta frisa

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  14. Giovanni Nuscis

    Due maestri, Livia Candiani e Sebastiano Aglieco, da ascoltare con molta attenzione; provare anche a immaginarle, le loro parole, nelle quali aleggia il mistero della poesia, con gli occhi dei loro bambini.
    Grazie a entrambi, e grazie, sempre, a Giorgio per questo bellissimo post.
    Giovanni

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  15. sebastiano

    Mi commuovono questi commenti. Sia per l’attestazione di stima ma, soprattutto, per come ancora l’innocenza, ora e sempre, più che mai, riesca a mettere insieme menti e cuori anche diversissimi. Evidentemente si sente l’urgenza di trovare un terreno comune dal quale si possa ripartire. Due annotazioni a freddo, ma necessarie. I bambini non scrivono da soli: e perchè dovrebbero? la scrittura è cosa difficile. Lo fanno se si fidano, e qui rimbalza prepotente il problema del rapporto con un maestro. Poi: la cosiddetta spontaneità va incanalata; ci vuole lavoro per fare questo, strumenti umani, libertà. Noi chiediamo ai bambini di entrare nel mondo degli adulti, li spingiamo, spesso, a forza; perchè dovrebbero se non ne ricavano un piacere, una voglia di fare che è la vera forza del mettersi una penna tra le mani? Prima di scrivere e di leggere devono provare il piacere e la gioia di poterlo fare. Se si lavora bene, come dimostrano i testi dei bambini piccoli di Livia, e quelli dei miei bambini (quest’anno ho una seconda), questo avviene quasi spontaneamente. Grazie a tutti. Sebastiano

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  16. fernirosso

    Una raccolta sorprendentemente meravigliosa. I passi dei grandi in cerca delle impronte leggerissime e profonde dei piccoli.Un incanto e un incantesimo a cui non mi capitava di essere soggetta da molto tempo. Salvato e spesso tornerò, nella lettura,a luoghi che hanno una dimensione finalmente e completamente umana, ma oltre il mercantilismo dei pensieri quotidiani che corrono per strada.Un grande e profondo grazie.fernanda f.

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  17. gugl

    perché non cercare un editore di poesia che, con un piccolo contributo, pubblichi questi ed altri testi dei bambini delle scuole elementari. magari con le prefazioni di Sebastiano e livia (che conosco solo ora, ma che mi pare di aver sempre conosciuto).

    sarebbe una operazione etica ed estetica esemplare.

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  18. gugl

    sul contributo: potrebbe diventare un progetto d’istituto e dunque, il libro, pagato con i soldi dello stato, che così, almeno in parte, si riscatterebbe.

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  19. Giorgio

    Caro Stefano, sicuramente l’idea è bella, un libro sulla poesia a scuola sarebbe da fare, e utilissimo a chi insegna. Per non dire che, anche oltre l’ambito scolastico, due poeti che insegnano poesia hanno cose da dire a tutti… So che Sebastiano e Livia avrebbero tante altre cose da dire, e che hanno tante poesie di bambini, tra cui è persino difficile scegliere. Mi auguro anch’io che questa idea si realizzi.

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  20. livia candiani

    quel che accade con i bambini è che restano stupiti che a scuola arrivi una che dice parole vive, che li guarda, li vede, li rispetta. Cerco di fargli trovare le parole nel corpo con esercizi-giochi per i cinque sensi e poi con quelle parole scrivono la poesia, allora sono tutti stranieri, tutti hanno un piccolo vocabolario improvvisato, un vocabolario corporeo, esperienziale e da lì partiamo a sognare insieme. A Pavia un bambino boliviano ha scritto “Le mie parole sono come buttarsi da un edificio/ una giacca nera su un tavolo.” La maestra ha detto: “Oh buttarsi…” ma che altro è parlare una lingua non tua se non buttarsi? E forse anche la propria lingua ammesso che esista non è sempre buttarsi? E una bambina “Le parole sono braccia tese verso chi non le ha.”
    I vostri commenti sono come le poesie che nascono dal cerchio: risonanza. Grazie milleeeee!

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  21. sebastiano

    L’idea del libro mi frulla da tempo in testa. In realtà un esperimento nell’altra scuola, grazie alla complicità di un papà, di un papà dico, mica di una qualche collega, un libro l’avevamo fatto: 100 poesie per un pc. Erano esperienze di varie classi, e, certo, sarebbe molto interessante analizzare i metodi e i non metodi per far scrivere i bambini! Comunque, una domenica ci piazzammo all’arengario di Monza, bambini e genitori e…magia delle magie, i bambini vendettero in un pomeriggio tutte le trecento copie stampate! Avevamo poi allestito un banchetto dove si preparavano dei fogli con degli incipit scritti da me che i bambini completavano e regalavano alle persone che acquistavano i libri. Non un soldo dalla scuola, s’intende. A Milano ci ho provato a tirare su un progetto di questo tipo; non sto a dire come è andata a finire. Insomma… credo che certe cose a scuola si possano fare se c’è la sensibilità necessaria e soprattutto, come dice Silvano Sbarbati in un commento sul mo blog, queste esperienze siano considerate nell’ambito della formazione umana dei bambini, e ci si creda, soprattutto. Con qualche amico stavamo ragionando su un progetto/libro/strumento/testimonianza, rivolto agli adulti… vedremo. Livia, ma anche i poeti/insegnanti che a scuola hanno avviato esperienze di questo tipo, potrebbero dire la loro. Grazie ancora. Sebastiano

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  22. antoninisaragei

    dico grazie ad ogni bambino per tutto questo –
    e grazie agli adulti che gli hanno la possibilità di farlo –

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  23. antoninisaragei

    …e agli adulti che gli hanno dato la possibilità di farlo –
    chiedo scusa per la mancata parola –

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  24. tito truglia

    Vi invio questo avviso a tema poesia-scuola. quanto alla pubblicazione ci sono tante possibilità. tra le tante anche Edizioni Farepoesia, saluti tito

    A PAVIA
    L’OSTERIA LETTERARIA SOTTOVENTO
    Organizza

    giovedì 20 maggio ore 18
    Osteria Letteraria Sottovento
    SLAM POETRY : gara poetica a tema
    “la scuola e dintorni – Gelimini, Insegnanti unici e cervelli in fuga”

    con giuria tecnica qualificata
    (Silvio Negroni dei fio dla nebbia
    e la professoressa Gianfranca Lavezzi, tra gli altri).
    5 minuti a poeta,
    premio popolare al migliore
    più 50 euro di buono per la libreria C.L.U.

    Sabato 22 maggio
    Ore 19.00
    All’Osteria letteraria Sottovento
    Via Siro Comi n.8
    CONTRATTO A TERMINE
    La poesia civile è morta / Viva la poesia civile
    (Con un omaggio a Ivan Della Mea)
    Reading Videoproiezioni e Interventi musicali
    Con: I Cantosociale, Luca Ariano, Marco Beretta, Francesco Marotta.
    A cura delle Edizioni Farepoesia.
    http://www.farepoesia.it

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  25. livia candiani

    Ai miei maestri-bambini

    Io vi conservo il camminare
    cucio ogni passo a terra
    resto
    per voi mi sveglio
    disegno la faccia
    sotto l’acqua e le dita
    io vi conservo le parole
    come pane inzuppato
    nel latte della memoria
    come lacrime che precipitano
    a due a due
    nell’inchiostro
    io sono capitano serio
    quando navighiamo
    le parole il loro
    buio fitto l’alto mare
    e allaghiamo la classe
    e ci stringiamo forte
    con le mani
    e i piedi scaricano luce elettrica
    sulle piastrelle a dire
    a dirlo che
    c’è smisurato amore.

    Maggio 2010

    Livia C.

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  26. livia candiani

    ma non mi disoiace affatto anzi grazie mille anche di questo Seba maestro, i versi del tuo bambino ‘puoi essere innocente se hai un maestro’ stanno facendo il giro del mondo

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  27. irene

    Le poesie di questi bambini sono un manifesto. Per la scuola pubblica.

    con alessia…

    Grazie per il coraggio di assistere
    alla
    rovina dei popoli

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  28. donata glori

    E’ stata una bella ventata di verità la lettura delle poesie dei bambini e di tutta l’esperienza. Pratico molto la poesia in classe con i bambini, sia quella dei grandi per ascoltarne le sonorità e gli echi profondi, sia quella compositiva dei piccoli, fuori dallo strazio dell’analisi del testo cui riservo uno spazio molto limitato e giusto per scrupolo perché spesso alle medie è l’unica cosa che pretendono dagli alunni. Ahi loro e noi!
    Ad ogni fine ciclo faccio stampare dei libretti con la raccolta dei loro testi più belli e li regalo, a volte rileggo i vecchi testi o li riutilizzo per alunni nuovi, spesso continuano a funzionare nel tempo. Lo spazio della creatività salvaguarda la possibilità di un futuro non troppo determinato, è un messaggio in bottiglia.
    Grazie a voi maestri e grazie a ‘sto Giorgio davvero infaticabile nel tenere fili che a volte si intrecciano in forma di speranza e che altrimenti resterebbero sciolti e deboli.
    Ancora grazie donata glori

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  29. Giorgio

    Grazie a te, Donata, del bellissimo commento, che leggo solo adesso. Bello questo trasformare le aule scolastiche in cantieri aperti di parole e invenzioni. Come dice Freinet, “Niente esalta quanto un cantiere, soprattutto quando vi si costruiscono uomini”.

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  30. Pingback: Il nuovo libro di Livia Candiani | Compitu re vivi

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