De delictis gravioribus / 6

di Ezio Tarantino

4. Il segreto, il perdono, la giustizia

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Di tanto in tanto, sulla stampa, escono nuovi casi di abusi, silenzi, ritardi, omertà. In Belgio, in Germania, in Irlanda, in Brasile.
Cosa ha fatto e cosa sta facendo la Chiesa per far fronte a questo stillicidio mortificante e apparentemente infinito di accuse? E perché sono così frequenti? E come li giustifica? Come se li spiega?

Fra parentesi: comincia la parte per me più difficile dell’inchiesta: ho come la sensazione che, a partire da ora, me la dovrò cavare da solo; lasciati i compagni di cordata all’ultimo campo-base proseguo in solitaria, senza il conforto della cronaca, delle opinioni condivise. L’ho detto sin dall’inizio: il mondo cattolico, se e quando si è espresso, lo ha quasi sempre fatto schierandosi, come in un derby, a difesa del Papa, come se fosse un referendum pro o contro Benedetto XVI (e dico “quasi” solo perché ritengo improbabile che qualche voce critica ci sia stata: io però non l’ho trovata). Ora rimango, da una parte, con la tentazione di un “noi” di cui non conosco l’estensione, di un plurale generico  senza volto (“i cattolici”), della cui solidarietà implicita mi prendo la responsabilità al buio ignorandone la misura; e dall’altra con la consapevolezza di non poter contare più sulla adesione morale di chi non si sente ed effettivamente non fa parte della Chiesa e molti aspetti intrinseci all’appartenenza non può ovviamente sperimentare.

Non c’è dubbio che il rimedio della Chiesa, intesa come gerarchia, come organizzazione, è quello di inasprire i controlli e le sanzioni. Le prese di posizione del Papa Benedetto XVI sono esplicite, e dolenti. Sincere. Le ultime dichiarazioni, rese ai giornalisti durante il volo che lo portava, qualche giorno fa, in Portogallo, sono molto nette e potrebbero persino provocare un dibattito nel mondo cattolico, se il mondo cattolico ne avesse voglia: “La penitenza, la preghiera, l’accettazione, il perdono che occorre dare, non soddisfano la necessità di giustizia, perché il perdono non sostituisce la giustizia. E’ realmente terrificante come la Chiesa oggi soffra per gli attacchi dal suo interno”. E prosegue: “Oggi le più grandi persecuzioni alla Chiesa non vengono da fuori, ma dai peccati dentro la Chiesa stessa”. Parole impegnative. E gravi, in una certa misura. Eppure, obiettivamente, ci si sarebbe aspettato qualcosa, molto di più, sull’analisi storica, e sui rimedi non solo coercitivi, ma propositivi, che possano dare se non la certezza, almeno una fondata speranza, che questi fatti non accadano più.

La lettera ai Vescovi del 2001, che dà il titolo a questa serie di articoli, De delictis gravioribus, (qui una traduzione italiana, non ufficiale) nasce proprio con questa intenzione. Fa riferimento al documento Crimen sollecitationis, del 1961, che era rimasto nel segreto delle cose vaticane fino ad allora. Nessuno ne aveva mai saputo neppure l’esistenza. Perché? E’ una cosa concepibile nel ventesimo secolo?

La lettera stabilisce che fra i delitti più gravi, dei quali, a partire appunto dal 2001, si occuperà esclusivamente il tribunale apostolico della Congregazione per la dottrina della fede ci sono proprio quelli che attengono alla violazione del sesto comandamento (non commettere atti impuri): “la sollecitazione, nell’atto o in occasione o con il pretesto della confessione, al peccato contro il sesto comandamento del Decalogo, se è finalizzata a peccare con il confessore stesso”; e  “Il delitto contro la morale, cioè: il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età”.
Ma rimangono ancora molte ombre (in senso letterale): infatti il processo canonico dovrà rispettare, ancora, l’obbligo del segreto (pena la scomunica), anche se limitatamente alle notizie che dovessero essere appurate all’interno del processo stesso. Osservanza del silenzio che ovviamente non vale per laici, vittime e testimoni, che sono liberi di denunciare i fatti alle autorità civili.
La domanda non è peregrina: l’avocazione al tribunale della CDF, voleva significare maggiore severità, o maggiore segretezza? Si può discuterne finché si vuole. Il fatto è che siamo sempre fermi ad un piano repressivo, e che, soprattutto, non si fa alcuno sforzo nella direzione di provare a capire il perché.

I recenti pronunciamenti vaticani, resi in qualche modo inevitabili per la pubblicità che i casi sollevati dalla stampa americana, e per il caso Irlanda, non sfuggono da una insistita reticenza che lascia ogni volta indispettiti.
Quali sono le parole d’ordine della difesa dei paladini vaticani? La pedofilia, gli abusi sessuali non sono una peculiarità della Chiesa cattolica. Sono, purtroppo, diffusi nella società e se andiamo a contare i casi essi rappresentano la stragrande minoranza dei preti in servizio in ogni angolo della terra.
Questa autodifesa ha qualcosa di stupefacente.

Persino Enzo Bianchi (un’autorità religiosa e culturale di riconosciuto prestigio) ha utilizzato questo ragionamento per inquadrare le dimensioni planetarie del problema: “Va riconosciuto con profonda tristezza che l’orribile piaga degli abusi sui minori è una tragica realtà presente a ogni latitudine e, giova ribadirlo, purtroppo non esclusiva né predominante nelle sole istituzioni cattoliche: è soprattutto la diversa cultura e sensibilità sociale delle varie nazioni che permette l’emergenza o meno dello scandalo e i tempi e i modi del suo essere di dominio pubblico.[…] Bisogna riconoscere con rammarico che l’emergenza di queste colpe è enfatizzata e a volte anche strumentalizzata soprattutto contro la chiesa cattolica. Non si riesce più a vedere che la pedofilia, oltre a essere un delitto, è innanzitutto una patologia di cui sono vittime anche i pedofili stessi (spesso chi commette abusi su minori li ha subiti lui stesso quando era minore, sicché i carnefici di oggi sono le vittime di ieri): non si tratta di accampare scusanti, ma di comprendere i meccanismi del male e delle sue manifestazioni. Una patologia che investe non una chiesa particolare e nemmeno in modo specifico chi nella chiesa vive il celibato, ma piuttosto uomini e donne della società nel suo complesso, forse oggi meno capaci di un tempo, anche in nome di una distorta logica libertaria, di contenere e dominare pulsioni e passioni”.

Questo ragionamento parte dalla valutazione degli “episodi” di pedofilia come tali. Ma non mi sembra che sia questo il problema. Se così fosse, non ci sarebbe il minimo dubbio. Un crimine contro un bambino è tale se compiuto ai giardinetti da un pedofilo “laico”, così come in oratorio, da un prete. Malato e colpevole è il primo quanto il secondo. Ma per noi genitori cattolici la differenza è abissale. Noi mandiamo i nostri figli in parrocchia perché abbiamo fede. Li affidiamo a questa “agenzia educativa” perché conoscano la loro identità, per la loro formazione spirituale e le persone a cui vengono affidate hanno la nostra fiducia. Come possiamo mettere sullo stesso piano un crimine perpetrato ai giardinetti pubblici da uno sconosciuto con quello subito nella Casa di Dio? E se è chiaro che nella stragrande maggioranza dei casi i nostri figli non subiscono e non subiranno mai alcun tipo di abuso, né fisico né psicologico, tuttavia il problema è oggettivamente di dimensioni tali da lasciare nei fedeli molto più che semplice paura, sospetto, percezione del pericolo. La parola adatta l’ha usata anche il papa, ed è: tradimento.
Ora, cosa deve fare un’organizzazione a cui affidiamo la tutela dei nostri bambini di fronte al tradimento dei suoi membri?

E veniamo alla lettera del Papa agli irlandesi.
E’ un capolavoro di retorica. Nel senso migliore del termine. Come quasi ogni cosa scritta da papa Benedetto XVI.
E’ un susseguirsi di attacchi, richiesta di perdono e di esortazione. Attacca i colpevoli, chiede perdono alle vittime, ed esorta i fedeli a rimanere tali. A recuperare la fiducia nella Chiesa, nell’amore e nella benevolenza del Padre. Da vivere e condividere in seno alla comunità.

(continua…)

9 pensieri su “De delictis gravioribus / 6

  1. La preparazione e l’oratoria di Benedetto XVI sono indiscutibili.
    Anche la sua umanita’ lo sarebbe, pero’ e’ meno immediata di quella di Giovanni Paolo II e quindi, in questo mondo manicheo dove o e’ bianco o e’ nero, se GP II era un beniamino, B XVI non lo e’.
    Se non erro, il testo dell’ultima via crucis fatta da GP II venne scritto da Benedetto, e gia’ li’ vi era contenuta una esplicita denuncia alla sporcizia presente in seno alla Chiesa!
    Pur sembrando un reazionario, Benedetto non fa che continuare la linea di GP II , ma con il suo stile che non puo’ che essere diverso, essendo ognuno di noi una petsona univa e irripetibile.
    A.A. Anonimo papalino

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  2. Persona unica…ovviamente (scusate i refusi, ma sono su uno strapuntino!)

    Ezio, mi complimento ancora per il suo lavoro di ricostruzione e riflessione.

    A.A.

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  3. Ringrazio Ezio del grande impegno profuso in questa serie di articoli. Mi impegno a intervenire presto, anche in risposta alle osservazioni di Nico Rossi.
    Intanto, vorrei ricordare
    @ Giuseppe
    che la pedofilia non è una piaga specifica della Chiesa cattolica. È piuttosto una somma di atteggiamenti e comportamenti, in linea di principio inammissibili ma in realtà talvolta o spesso non sanzionati, che ritroviamo storicamente in tutte le istituzioni a esclusiva o quasi esclusiva componente maschile.
    Carceri, eserciti, college universitari fino ai primi decenni del ‘900, comunità religiose.
    Le cosiddette “rivelazioni” degli ultimi mesi sono in realtà in buona parte fatti ben noti da anni, che hanno ricevuto una rinnovata esposizione mediatica dagli articoli del NYT, tesi ad una chiamata in correo di Benedetto XVI per una sua presunta “omissione di atti d’ufficio” o lentezza di intervento.

    Mi è parso di cogliere qualche pregiudizio anticattolico nei toni degli articoli del NYT. Questa crisi è devastante, la franca ammissione delle colpe di alcuni è vista dalle opinioni pubbliche come una posizione obbligata da parte della Chiesa (e probabilmente lo è), e nessuno può dire ora quale sarà l’entità del danno.

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  4. Plevano, a parte il fatto che per uno psicoanalista come Slavoj Zizek, pedofilia (o pederastia) e ordini religiosi sono consustanziali (è una posizione troppo assolutistica per essere vera, lo so, ma c’è e di essa va tenuto conto), la pedofilia nei termini agghiaccianti e assurdi rintracciabile nella Chiesa Cattolica richiede una spiegazione che non è il generico “c’è dappertutto”… non è vero che ci sia in queste proporzioni nelle caserme e nei carceri o nei collegi ad esempio… dunque c’è qualcosa di marcio nella Chiesa Cattolica che va asportato e per farlo non basta la preghiera e dire che si tratta di casi isolati…
    continuare su questa linea (la pederastia non è specifica della Chjiesa Cattolica) rischia di essere più nociva dell’ammissione di colpa ed inoltre è squallida e ipocrita…

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  5. solo una veloce risposta a panella che afferma:

    “non è vero che ci sia in queste proporzioni nelle caserme e nei carceri o nei collegi”..

    ovviamente dovrei chiedere io da quali dati trae questa convinzione…

    mi limito a rispondergli con dei “fatti”:

    per quanto riguarda le prigioni si hanno dati sulle prigioni minorili:

    “More than 12% of children in juvenile prisons are sexually victimized”
    http://www.usatoday.com/news/washington/2010-01-07-sex-abuse-detention_N.htm

    per quanto riguarda le caserma ovviamente il discorso è un pò diverso visto che lì ci sono solo maggiorenni; comunque i dati sono allarmanti anche lì:

    “Sex Assault Reports Rise in Military”
    http://www.nytimes.com/2010/03/17/us/17assault.html

    per quanto riguarda i collegi basta vedere i dati sulle scuole americane:

    ” As many as one in 10 public school students is sexually harassed or abused at some point by a teacher or other school worker”

    http://www.usatoday.com/news/nation/2004-06-30-abuse-school_x.htm

    sul problema della de delictis ricordo che i minori non sono soggetti ad alcun giuramento di riservatezza o “segretezza”.

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  6. Grazie a Roberto e all’Anonimo Papalino del sostegno.
    Domenico, lo so che i minori non sono soggetti alla segretezza come non lo sono testimoni e vittime in generale. Ma allora perché? Che si abolisca una volta per sempre qualsiasi forma di segretezza: se la Chiesa siamo tutti “noi”, che senso ha che “noi” non sappiamo quello che “ci” succede, perché qualcuno ha stabilito di nascondere gli errori sotto il tappeto?
    Giuseppe, penso che Domenico abbia ragione. Ma ti dò ragione lo stesso! A me non importa fare classifiche. Mi “basta” quello che sta venendo fuori. E’ già terribile così.
    Ezio

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  7. Domenico ha ragione sul piano dei numeri (quantitativo) e quindi non conta molto… il problema è qualitativo… la Chiesa dovrebbe comportarsi meglio del personale delle carceri o dei detenuti e lo stesso vale per le caserme… la questione è etica, non di numeri…

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  8. L’osservazione sulle istituzioni a larga o esclusiva componente maschile, e sulle, chiamiamole, dinamiche in seno ad esse, aveva il senso di porre una prospettiva “sociologica”. Va da sé che la Chiesa, in tutti i suoi membri, deve, dovrebbe, adempiere a una serie di compiti tendenti alla sua unica, vera missione e ragion d’essere: l’evangelizzazione. Gli abusi non sono stati commessi da uomini nella loro capacità di uomini di Chiesa, ma da rei (cosa che li fa anche peccatori rispetto alla comunità, ma questo è un ambito diverso) che hanno agito all’interno di strutture (scuole, collegi, ospedali) in cui l’occorrenza di questi abusi è statisticamente rilevante (e rilevabile).
    Così come storicamente la Chiesa non è stata estranea a tutti i mali di cui gli uomini sono causa, è vero che la Chiesa ha sempre espresso un “surplus” di senso critico rispetto a certe sue azioni e atteggiamenti (magari a distanza di anni, se non di secoli.
    Lo scandalo pedofilia ha provocato inizialmente reazioni di difesa, è comprensibile: ricordo l’atteggiamento delle diocesi nordamericane negli anni ’80 e ’90, pronte in molti casi ad arrivare a “soluzioni” extragiudiziarie di fronte a denunce di abusi.
    Credo che questa crisi possa essere un’occasione di rinnovamento, di ripresa di temi conciliari lasciati in ombra nel corso dei pontificati di Wojtyła e di Ratzinger, soprattutto in una riflessione sui criteri di rappresentanza (che non coincidono oggi con quelli di rappresentatività) della Chiesa come istituzione e della Chiesa come comunità.

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