De delicitis gravioribus / 7

di Ezio Tarantino

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Ad una rapida analisi del testo, nella lettera del Papa Benedetto XVI alla comunità cattolica irlandese, la maggior parte dello spazio (proprio in termini di righe) è riservato all’esortazione: “Intendo esortare tutti voi, come popolo di Dio in Irlanda, a riflettere sulle ferite inferte al corpo di Cristo, sui rimedi, a volte dolorosi, necessari per fasciarle e guarirle, e sul bisogno di unità, di carità e di vicendevole aiuto nel lungo processo di ripresa e di rinnovamento ecclesiale”; “Vi esorto a fare la vostra parte per assicurare la miglior cura possibile dei ragazzi, sia in casa che nella società in genere, mentre la Chiesa, da parte sua, continua a mettere in pratica le misure adottate negli ultimi anni per tutelare i giovani negli ambienti parrocchiali ed educativi”; “… ma è nella Chiesa che voi troverete Gesù Cristo che è lo stesso ieri, oggi e sempre (cfr Eb 13, 8). Egli vi ama e per voi ha offerto se stesso sulla croce. Cercate un rapporto personale con lui nella comunione della sua Chiesa, perché lui non tradirà mai la vostra fiducia!”; “Cari fratelli e sorelle in Cristo, è con profonda preoccupazione verso voi tutti in questo tempo di dolore, nel quale la fragilità della condizione umana è stata così chiaramente rivelata, che ho desiderato offrirvi queste parole di incoraggiamento e di sostegno…”.

Poi viene la parte dedicata all’accusa di tradimento rivolta ai preti irlandesi, al sentimento di vergogna e alle scuse mosse alle vittime degli abusi: “Sono stato profondamente turbato dalle notizie apparse circa l’abuso di ragazzi e giovani vulnerabili da parte di membri della Chiesa in Irlanda, in particolare da sacerdoti e da religiosi. Non posso che condividere lo sgomento e il senso di tradimento che molti di voi hanno sperimentato al venire a conoscenza di questi atti peccaminosi e criminali e del modo in cui le autorità della Chiesa in Irlanda li hanno affrontati”; “Avete sofferto tremendamente e io ne sono veramente dispiaciuto. So che nulla può cancellare il male che avete sopportato. È stata tradita la vostra fiducia, e la vostra dignità è stata violata. Molti di voi avete sperimentato che, quando eravate sufficientemente coraggiosi per parlare di quanto vi era accaduto, nessuno vi ascoltava. […] È comprensibile che voi troviate difficile perdonare o essere riconciliati con la Chiesa. A suo nome esprimo apertamente la vergogna e il rimorso che tutti proviamo”.

E’ presente poi, ma in misura minore, l’autodifesa, la contestualizzazione, la storicizzazione del fenomeno, distinguo che in qualche caso sembrano nascondere la volontà di trovare se non giustificazione, almeno comprensione storica dei delitti: “il problema dell’abuso dei minori non è specifico né dell’Irlanda né della Chiesa”; “Negli ultimi decenni, tuttavia, la Chiesa nel vostro Paese ha dovuto confrontarsi con nuove e gravi sfide alla fede scaturite dalla rapida trasformazione e secolarizzazione della società irlandese. Si è verificato un rapidissimo cambiamento sociale, che spesso ha colpito con effetti avversi la tradizionale adesione del popolo all’insegnamento e ai valori cattolici. Molto sovente le pratiche sacramentali e devozionali che sostengono la fede e la rendono capace di crescere, come ad esempio la frequente confessione, la preghiera quotidiana e i ritiri annuali, sono state disattese”.

Questi tre distinti momenti retorici si alternano con una cadenza quasi perfetta: all’atto di dolore segue sempre l’esortazione. La sezione difensiva (“non solo nella Chiesa e non solo in Irlanda”) occupa la parte centrale della lettera, come racchiusa nel cuore delle argomentazioni, ma il finale è tutto dedicato alla ricerca di una via d’uscita, nella preghiera e nel pentimento sincero.

E’ una lettera pastorale e non sarebbe corretto aspettarsi qui rimedi diversi da quelli che contiene (“Confessione, adorazione eucaristica, Missione, Visita Pastorale”). Quelle di Benedetto XVI sono parole inevitabili e forse difficili da comprendere, da chi non è parte dell’orizzonte d’attesa di una lettera di questo tipo. Avere a fiducia nella Chiesa, dopo quello che è successo: può suonare addirittura una provocazione, ma quale altra via d’uscita può esistere per un cristiano se non il ritorno al Padre? L’alternativa è la diaspora, l’esilio, il disinganno, la perdita delle promesse di cieli nuovi e terra nuova. Un fallimento esistenziale che un Pastore non può permettere né incoraggiare in nessuna forma, anzi, deve contrastare con ogni mezzo. Perché la Chiesa è tutto il popolo di Dio, e cercare fortuna altrove fa fare la fine del figlio perduto, e, stavolta, forse non più ritrovato.

Sinead O’Connor, la nota cantante, ha duramente replicato alla lettera del Papa (qui una traduzione di Luca Tassinari), e lo ha fatto, ha tenuto a ribadirlo, da cattolica, da cattolica irlandese.
La sua testimonianza è drammatica e sincera, provocatoria, merita di essere letta. E’ un atto di accusa dall’interno, e per questo tanto più doloroso. E’ indispettita, acida, ruvida. Disturbante.
L’Irlanda raccontata dalla cantante è una regione governata dalla Chiesa in modo medievale, con atteggiamenti vessatori e coercitivi. La religiosità irlandese è la caricatura del messaggio evangelico, e questo è noto, basta anche leggere i libri di McCourt, che usa l’ironia al posto dell’invettiva, ma racconta lo stesso disagio. Non può, il Papa – sostiene la O’Connor -, ricondurre la complessità storica irlandese ad alcuni casi isolati di devianza. Sotto accusa c’è un sistema di potere che per secoli ha maltrattato, abusato, sottomesso in tanti modi diversi – non solo fisici – i fedeli (ed è chiaramente un miracolo dello Spirito Santo, per chi ci crede, se l’Irlanda sia ancora sostanzialmente un paese cattolico).
Questo ci porta a cercare di capire la prospettiva con al quale la Chiesa si è posta di fronte al dramma della pedofilia. Più in generale, di fronte ai propri errori e ai rimedi. E’ molto semplice: la Chiesa riconosce gli “errori” dei singoli, non quelli che mettono in discussione se stessa.

Analisi e rimedi
La Chiesa, vale la pena ricordarlo, è tutto il popolo di Dio, ma questo non vorrei che diventasse un tragico alibi.
La Chiesa come popolo di Dio si trova unita nel dolore, nel peccato, nei tanti fallimenti umani che hanno insanguinato, nello spirito e nella carne, la vita di centinaia, di migliaia di bambini e ragazzi, e vive nella condivisione della speranza della redenzione, attraverso il pentimento, nella umile sottomissione al Padre.
Per poter trovare una via d’uscita che sani, nel nome di Dio, la ferita, è necessario un cammino comunitario difficile, durissimo, coraggioso.
Ma questo non può e non deve ricondurre tutto nel chiuso delle catacombe. La soluzione “interna” non può più – anche dopo le recenti parole del papa – prescindere dalla severa, esemplare punizione “esterna”, comminata dal mondo civile nel modo più trasparente possibile. Non ci sono mezze misure e mezze verità: i colpevoli vanno puniti.
Ma neppure questo è sufficiente.
Questo ricondurrebbe la faccenda nelle mani di un giudice che giustamente non può e non deve fare distinzione fra un pedofilo laico e un pedofilo ecclesiastico. E tuttavia questo sarebbe un grave errore, l’ennesimo, che ci farebbe allontanare una volta di più non dico dalla soluzione, ma dalla sua comprensione.

La Chiesa ha il dovere invece di interrogarsi e cercare di capire se ci possano essere dei rimedi a partire dai propri errori. Non può affidarsi alla giustizia civile come segno di buona volontà, e utilizzare la probità di questo nuovo atteggiamento collaborativo come alibi per continuare a non mettersi in discussione. Io chiedo alla Chiesa di non avere paura di guardarsi allo specchio e trovarsi peggiore di come si immaginava di essere. Ma soprattutto chiedo di dimostrare fiducia in chi non l’abbandona, in chi mantiene “senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso” (Eb 10,23).

La Chiesa dunque, oggi, chiede scusa, e invoca la comprensione delle vittime. Le esorta a non lasciare la casa di Dio, perché solo lì c’è la via per la salvezza.
Fuori c’è dolore non rimesso, c’è rancore e rabbia, non c’è possibilità di riscatto.
Le scuse del papa alle vittime sono evidentemente le scuse della Chiesa alle vittime. Sono la Chiesa che si fa carico del peccato dei suoi traditori e chiede alle vittime di non abbandonare la speranza. Ma come è possibile parlare di riconciliazione, e come è possibile ristabilire con le vittime il patto di fedeltà se il pentimento non viene percepito come totale? Perché la Chiesa non estende il perimetro del peccato alle omissioni, alle sottovalutazioni, alla paura, all’omertà? Al segreto. Il peccato e le omissioni, la negligenza non delle chiese locali, ma della Curia romana? Di cosa, quindi, chiede perdono? delle violenze, certo, ma le vittime che chiedevano giustizia non l’hanno avuta anche a causa degli atteggiamenti omertosi delle gerarchie. E’ un fatto. Le due vicende raccontate nelle puntate scorse lasciano pochissimi dubbi al riguardo. E la scelta delle più assoluta segretezza, di fatto bandita solo di recente, non può che essere percepita, da tutti, specie se valutata in rapporto ai fatti che sono venuti alla luce, come il bisogno di eludere, di nascondere. Di non condividere. Se l’opzione del pentimento e della richiesta del perdono può e deve essere intrapresa, questa non può che essere comunitaria e priva di paure, priva di quell’ipocrita e ossessivo richiamo allo scandalo, alla riprovazione del mondo. Perché, come dice Enzo Bianchi, “dall’umiliazione nasce l’autentica umiltà e si impara a essere annoverati tra i malfattori, come è accaduto a Gesù di Nazareth.” Chi ha paura della riprovazione del mondo è già con un piede e mezzo nel profondo di un peccato che non si ritiene redimibile. E allora non resta che l’ipocrisia a tirar fuori dall’impaccio della vergogna.
Oggi la Chiesa, il Papa, in prima persona, si fa vicaria del peccato altrui, ma non ammette il proprio, e questo continua ad essere un vulnus pericoloso e del tutto in linea con la linea condotta del passato. Non c’è alcuna discontinuità.
E’ sincero il papa quando, oggi, parla di vergogna e di dolore, ma non sembra chiedere scusa al mondo (cattolico) per gli errori della Chiesa-organizzazione, sembra che si muova nella convinzione che i fedeli stiano comunque dalla sua parte (eccezione fatta per le vittime e i loro familiari), e si fa forza di questo. Quando parla di perdono, sembra che si rivolga solo alla parte tecnicamente offesa.
Non è tanto interessante, oggi, valutare le responsabilità individuali dell’allora Cardinal Joseph Ratzinger. Questo, fino a ora, è servito solo a far alzare muri difensivi che non servono a nessuno. Fino a quando le responsabilità del passato non saranno chiarite e non eluse, la voce del papa non sarà sufficientemente credibile. E’ essenziale, oggi, capire. Le scuse non bastano. Capire per estirpare il male. Bisogna capire per prendere atto che un cambiamento radicale è necessario.
E fino a quando questo non avverrà non sarà neppure possibile il recupero dei peccatori, con i quali occorrerà, prima o poi, condividere il cammino dell’espiazione.

(continua…)

Un pensiero su “De delicitis gravioribus / 7

  1. Vescovo Maniago: ho voluto rispettare la discrezione richiesta da un caso cosi’ dolorosoCondividi
    Non vi sembra inaccettabile questa dichiarazione? Questo vescovo non dovrebbe dimettersi, mi domando?

    CHIESA: VESCOVO AUSILIARE FIRENZE, DON CANTINI HA TRADITO FIDUCIA

    (ASCA) – Firenze, 13 ott – Il giorno dopo la notificazione di Benedetto XVI sul caso di don Lelio Cantini, il vescovo ausiliare di Firenze monsignor Claudio Maniago esprime il proprio ringraziamento al papa che ”con una decisione forte e determinata, dopo un cammino lungo e impegnativo, ha offerto a questa triste vicenda un giudizio chiaro e inequivocabile”.

    Don Maniago, accusato da alcune vittime di aver sottovalutato il caso, parla ai microfoni dell’emittente ‘Radio Toscana’ dopo che ieri il Vaticano ha comunicato la decisione di ridurre allo stato laicale don Cantini. La Congregazione per la dottrina della fede ha infatti stabilito che l’anziano sacerdote ”per lunghi anni” ha ”commesso il delitto di abuso plurimo e aggravato nei confronti di minori”.

    La decisione del papa, sottolinea Maniago, ”non sminuisce il dolore per le vittime e lo sconcerto per quanto e’ accaduto, ma aiuta a ritrovare speranza, nella logica della fede in Cristo risorto, che illumina e da’ senso anche alle ferite piu’ profonde. Cosi’ come non lascia indifferenti lo scandalo provocato da chi avrebbe dovuto essere maestro e testimone e invece ha tradito la fiducia e la stima della comunita’ ecclesiale”.

    Maniago afferma di non aver preso posizione della vicenda (”per me fonte di sconvolgimento”) non perche’ ”ne avessi sottovalutato la gravita’, ma perche’ ho voluto rispettare la discrezione richiesta da un caso cosi’ doloroso”.

    La decisione del Papa, afferma ancora Maniago, ”cosi’ nitida, aiuta a riconoscere il peccato e costituisce per il peccatore un’occasione di espiazione e di richiesta di perdono. Credo che essa possa intendersi anche come un invito rivolto a tutti a riprendere con fiducia un cammino di fede, che nessuno scandalo deve poter fermare, con rinnovato impegno e consapevolezza delle responsabilita’ che ognuno e’ chiamato a vivere senza compromessi e nel pieno rispetto per la persona umana: e’ questo – conclude il vescovo ausiliario – il grande insegnamento del Vangelo”.

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