Giulio Stocchi, Quadri di un’esposizione

Se non è lecita dopo Auschwitz
come dice il filosofo

la poesia

mi chiedo
come sia lecito al poeta

il silenzio

dopo quella filosofia

*

L’amico che è morto

di notte mi torna
a parlare

Mi chiede notizie
del mondo

che ha dovuto
abbandonare

Ascolta ciò che dico

Poi scuote la testa
sospira

e scompare

*

Il paese intero
è in gran disordine

Non c’è nessuno
esente da male

Tutti lo compiono allo stesso modo

Le facce degli uomini
sono stolide

Non c’è nessuno
che sia saggio

abbastanza da conoscere

Non c’è nessuno
che sia adirato

abbastanza da parlare

Ci si alza al mattino
per soffrire ogni giorno

Il misero non ha forza
per proteggersi da chi

è più forte di lui

Così scrisse
Kha-kheper

più di trentotto secoli fa

al tempo di Sesostri
Faraone d’Egitto

*

Basta una semplice
particella

dice Weinrich
una congiunzione

perché due parole
si uniscano

in un abominio

Sangue
e
suolo

Oggi
come allora

*

Ormai li tirano
su a pezzi

dal fondo del mare
i pescatori

braccia
gambe
tronconi

qualche volta una testa

smangiati dai pesci
incrostati di sale

Poi li ributtano all’onda

Il loro nome
affondò con loro

Hassan
Mriam
Alì

“Fleba il fenicio”
dice il poeta

“dimenticò il guadagno
e la perdita”

La perdita
fu loro

Di altri
il guadagno

*

A Torino
Nietzsche

abbracciò
un cavallo

e gli chiese perdono

prima di perdersi
nella notte

Nella notte
a Milano

un ragazzino
annoiato

maledisse il barbone

prima di dargli
fuoco

*

Si chiamano per nome
e si danno del tu

i potenti della terra

con la familiarità
di chi

si spartisce un bottino

*

Io sono solito
portare al collo
un medaglione di porcellana

i frammenti
di un vaso cinese
infranto

durante la grande rivoluzione:

una mano paziente
li ha raccolti li ha incollati
e li ha rimessi assieme

Sul retro del medaglione
sono ancora visibili
le crepe che l’insidiano

ma davanti
sul volto del saggio mandarino
che vi è effigiato

aleggia un sorriso

La meta da raggiungere
attraverso le rovine della storia

*

Si giocavano a dadi
ai piedi della Croce

i carnefici

le vesti
del Signore

Non fidandosi
della sorte

i bravi cittadini

escono curvi
sotto le suppellettili

dal campo nomadi
che hanno appena

incendiato

*

Il diritto
di morire

fra i tormenti

è stato
assicurato

per decreto

da coloro che
sfruttando

la vita altrui

ne decretano
il tormento

*

Dato che

di vita
si parla

e di morte

dato che

si invocano
la Santa Chiesa

e il Sommo
Pontefice

dato che

le parole
di fronte

all’infamia

cominciano
a scarseggiare

propongo

in via del tutto
teorica

e tanto
per portarsi avanti

di tornare
a studiare

i Dottori della Chiesa

là dove
di vita si parla

e di morte

e in particolare i passi
dove i Venerandi Padri distinguono

fra tyrannus in titula

e tyrannus in regimine

giustificandone
in entrambi i casi

l’uccisione

*

Odisseo l’astuto
costruì il cavallo

e distrusse la città

Di ciò
si perse memoria

dato che la città accoglie
come un dono

il veleno che l’infetta

*

Il serpente
affascina il topo

lo paralizza

prima di
divorarlo

Nella penombra
del suo salotto

è immobile

lo spettatore
col telecomando in mano

*

I1 pòpul al era il furmínt ch’a no’1 mòur.
Adès al scumínsia a murí. Qualchidún
a à tociàt la so anima

Il popolo era il frumento che non muore. Adesso comincia a morire. Qual-
cuno ha toccato la sua anima

Così scrisse
trentaquattro anni fa

Pier Paolo Pasolini

avviandosi
allo sterrato

dove il suo corpo
giacque rotto

massacrato

Ciò che mi colpisce
non è tanto

l’esattezza

della diagnosi
quanto

la dolcezza

della sua lingua
d’infanzia

che mantiene intatte
una promessa

una speranza

*

Non ci sarà resa giustizia
questo ormai

lo sappiamo

E tuttavia ogni anno
si ostina

a fiorire sul balcone

il geranio

*

Caligola com’è noto

elesse senatore
un cavallo

Nihil sub sole
novi

verrebbe da dire

se non fosse che
si è moltiplicato

il bestiario

*

Perché le hanno coperte?
Sono morte

Ma guarda!
Davvero?
Eh già…

Chi erano?
Due zingare sorelle

annegate giocando
con le onde del mare

Ma guarda!
Davvero?
Eh già…

Scusa me la passi
la crema per la pelle?

Un vero portento
contro l’eritema solare

Ma guarda!
Davvero?
Eh già…

*

La donna gentile
che mi sta accanto

col suo sorriso
ogni giorno mi insegna

la tenerezza

che è la legge
di questa casa

e dovrebbe esserla
del mondo

* * *

Giulio Stocchi, le “poesie di schifo”
di Guido Michelone e Francesca Tini Brunozzi

“Poesie di schifo” sembra aver detto con una battuta infelice un noto politologo a proposito di un testo di Giulio Stocchi (lo trovate in questa raccolta a pg. ) che richiama alla memoria la celeberrima epigrafe Il monumento di Pietro Calamandrei, forse, oggi, la poesia civile più nota e apprezzata da chi ancora sa distinguere regole e valori, etica e giustizia, libertà e bene comune.

E poesia civile è pure quella nobile, sofferta, altissima di Giulio Stocchi: “di schifo”, forse, ma non nel senso delle proprie qualità intrinseche, l’Autore, infatti, risulta tra i versificatori più colti, raffinati, intelligenti degli ultimi anni; “poesie di schifo”, dunque, ma solo perché raccontano, hanno la forza, la volontà, il coraggio, il desiderio di narrare brutture, sconcezze, corruzioni, malefatte dell’Italia e del mondo di questi ultimi vent’anni.
I quadri dell’esposizione di Giulio Stocchi in tal senso sono come le pagine, o meglio, i frammenti di un diario costante, ininterrotto che svelano tutto lo schifo vissuto, subito, ingoiato oggigiorno: la perdita d’identità della classe operaria, il razzismo xenofobo dilagante, la persecuzione nei confronti degli “ultimi” (Franz Fanon, e chi se lo ricorda? eppure nel ’68 lo citavano tutti o quasi), l’autocrazia di un Presidente del Consiglio che ha programmato il rincoglionimento del popolo (e della borghesia) attraverso le televisioni, il consumismo, lo spauracchio di dittature sovietiche (soppresse prima ancora che lui entrasse in politica).

Di fronte a tutto questo la voce del poeta civile Giulio Stocchi, ideale erede di Bertolt Brecht e Pier Paolo Pasolini, si erge nobile e cristallina, non solo a esternare lo “schifo”, ma a meditarlo, a chiosarlo, a rifletterci sopra: e lo fa evitando i facili tranelli dell’attuale società mediatica (e in parte letteraria). Al nemico che sbraita, impreca, sgomita, bestemmia, grida, Giulio Stocchi non risponde urlando, ma con il tono fermo, pacato, autorevole, risoluto di un verso gentile, quasi dolce nella costruzione perfetta di un linguaggio verbale memore della lezione dell’oralità popolare.

Con l’oralità Giulio Stocchi riprende la filosofia delle poesie di strada e al contempo reitera, attualizzandole, le arcane tradizioni rituali, dai salmi alle litanie. Si tratta per lui di una religiosità laica, quasi atea, pur nella consapevolezza spiritualista di un impegno concreto, ma affidato a una morale trascendente: non è un caso che i versi di Quadri di un’esposizione abbondino di riferimenti alle Sacre Scritture, dall’Antico al Nuovo Testamento, come pure alla letteratura greca classica, quasi a riprendersi la memoria storica delle culture ebraica e ateniese, spesso trascurate o rimosse, oggi, a favore di un millenarismo cristiano assolutista.

Lo “schifo” si sublima dunque in verità? Difficile a dirsi. Certo è che la grande poesia di Giulio Stocchi smuove le coscienze, pone dei dubbi, inquieta a fondo ogni tipo di lettore (dal rivoluzionario al benpensante), va insomma in profondità. E di questi tempi, a fronte della leggerezza, dell’effimero, dei best sellers o della cultura usa-e-getta, non è davvero poco.

11 pensieri su “Giulio Stocchi, Quadri di un’esposizione

  1. poesia civile: è quello che vado cercando. questa insegna sia il che cosa che il come.
    l’ultima, quasi stilnovista, la ritengo un omaggio bellissimo, un conforto, un incoraggiamento in mezzo alle storture.

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  2. Testi esemplari, per l’essenzialità della forma e l’equilibrio tra memoria storica e tradizione e l’acutezza dello sguardo nel presente.
    Complimenti a Giulio Stocchi e grazie a Giorgio per la proposta.
    Giovanni

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  3. La bellezza della poesia di Giulio Stocchi è nella straordinaria musicalità .Il ritmo aderisce al contenuto , la memoria é presente in tutti i suoi aspetti .Il sacro ci viene offerto nella sincerità delle parole.Grazie !
    Grazie a Giorgio per la scelta.

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  4. Testi davvero incisivi e indispensabili. Di Giulio Stocchi, poeta e operaio, ricordo i testi in una collaborazione col musicista Gaetano Liguori, Cantata Rossa per Tall al Zaatar, che fecero un’impressione grandissima sul sedicenne che ero (e che mi piacerebbe tornare a essere).

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  5. io l’ho buscato riprodotto su più di un sito, ma vorrei averlo fisicamente.
    cfr. qui:

    questa la casa editrice:
    http://www.farepoesia.it
    non ho ancora provato a cercare, so che ibs non l’ha in catalogo.

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  6. chi è il politologo? ho letto ‘compagno poeta? nell’80, poi ho riletto diverse poesie altre volte, spesso provando rabbia o commozione. anche se in quelle poesie a volte c’è retorica, prevale la passione di chi è stato partecipe. ora, che ci sarebbe bisogno di “poesia civile”, c’è solo silenzio. “Compagno poeta” e “Il sovversivo” di Stajano sono due libri che, anche se sembrano datati, consiglierei ai miei alunni di leggere.

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