Le radici sono i nostri figli – seconda parte

Le radici sono i nostri figli – seconda parte
Ragionamento/ipotesi n. 1

Di Matteo Telara

Premessa:
1) La televisione non è Il Male. La televisione è un mezzo di comunicazione di massa ed esiste in tutto il mondo. Ogni casa nel mondo industrializzato ha oggi una televisione. L’Italia è agli ultimi posti in Europa per consumo di libri. In Italia, dopo cena, non si legge, si guarda la TV.
2) I programmi televisivi sono ad oggi una delle poche cose in comune che i genitori hanno coi loro figli.
3) La maggior parte della programmazione televisiva di fiction, in Italia, ha provenienza estera.

Dopo quasi 5 anni di vita oltreoceano, sono tornato in Italia e ho scoperto che una delle poche cose che io e mia madre abbiamo avuto in comune in tutto questo tempo sono state le serie televisive. Americane o inglesi, per lo più.
In un certo senso, però, ho anche scoperto che il mio lungo soggiorno oltreoceano ha significato realizzare quanto la dialettica nel mondo di lingua inglese sia assai più vivace che in Italia. Ne è derivata l’impressione di una maggiore creatività, di un più spiccato senso della sperimentazione e di una più forte certezza nella propria identità. Show di provenienza differente (USA, Gran Bretagna, Australia, Sud Africa, Nuova Zelanda ecc….) vengono riconosciuti come tali nelle nazioni di arrivo a partire da una discriminante semplice ed immediata: la lingua.
La lingua è sempre la stessa (l’inglese), ma sono gli accenti, gli slang, sono le cadenze e le abitudini espressive a cambiare. Di conseguenza si modifica anche l’approccio che lo spettatore ha nei confronti di ciò che vede. Un’inflessione texana, una parlata londinese, un intercalare australiano, un modo di fare newyorkese, o californiano, tutto delinea una cultura, un’identità, e quindi un riconoscimento. Una comprensione. Infatti, vedere un film o un telefilm in lingua originale (anche se con sottotitoli) modifica l’approccio alla visione d’insieme e in ultimo fa comprendere meglio ciò che si ha di fronte, aiutando a rintracciare la distanza che ci separa da quello che stiamo guardando. (Insomma, lavora su più livelli, stimola la curiosità, la voglia di individuare differenze e di colmare gap).
Cosa succede, però, quando questa distanza viene annullata in partenza? Cosa avviene quando questa differenza viene appiattita fin sul principio?
Italia.
All’estero mi capitava di vedere House, e al telefono con mia madre scoprivo che anche lei lo seguiva. Stessa cosa dicasi per CSI, Desperate housewives, NCIS, Heroes, Lost…. (non cito i film). C’era però qualcosa che non quadrava.
Tutte queste serie tv e questi film sono lo specchio di una società che parla a se stessa, di se stessa. Una società multietnica, fortemente tecnologizzata, coraggiosa e aperta alla sperimentazione pur nelle sue nevrosi. Di ritorno in Italia trovo invece una società contratta, incapace di rinnovarsi, spaventata dalle diversità e tecnologicamente arrancante. In ultimo (e come già detto) trovo un Paese che non sembra avere più radici.
Mi è venuto da realizzare (cosa che avrei dovuto sapere già da prima direte voi – se non fosse che finché ci vivevo non ne avevo piena coscienza) che moltissimi italiani vedono cose in televisione che con l’Italia, la cultura, la tradizione e l’identità italiane hanno poco o nulla a che vedere. Cose che sono divenute parte del nostro immaginario senza essere state tratte dalla nostra vita quotidiana e senza la presenza di filtri di riconoscimento di qualunque genere ad aiutarci a prenderne distanza. (Più importante di tutti, la lingua. La maggior parte dei protagonisti delle serie televisive sopra citate, infatti, parlano un italiano perfetto).
Ho avuto l’impressione che molti, qui, si nutrano di qualcosa che non appartiene loro. Qualcosa di cui non fanno veramente parte. Tutto senza neppure accorgersene, ecco. (Tant’è che non realizzano – non nel senso più pieno del termine – che la nostra colazione è cappuccino e pasta e non bacon and eggs o pancakes.) Accettano quello che vedono senza filtri. In questo senso, non vedono veramente. Non si vedono. Non più.

Ho cominciato a domandarmi: è possibile che a forza di sentirci raccontare in italiano la realtà d’altri, abbiamo sviluppato problemi ad individuare e riconoscere la nostra?
Capiamoci. Guardare “Lost” o qualsivoglia film o serie televisiva d’importazione va benissimo, per carità. Diviene un problema, a mio parere, quando il destinatario non realizza pienamente la fonte di provenienza (e in televisione questo avviene molto più spesso di quanto si creda).
Mi domando: cosa succederebbe se da domani la televisione cominciasse a parlare nelle varie lingue del mondo?
So di dire qui cosa poco gradita a molti (data la gloriosa tradizione del doppiaggio italiano) ma cosa avverrebbe se da domani tutte le serie televisive in lingua inglese smettessero di essere doppiate? Se si passasse d’un tratto ai sottotitoli, ecco. (Cosa che tra l’altro fanno già in molti Paese nel Nord Europa). Se d’improvviso ci trovassimo di fronte a ore e ore di programmazione in una lingua che non comprendiamo, canale dopo canale, pomeriggio dopo pomeriggio, serata dopo serata, realizzeremmo finalmente la nostra mancanza di investimento nel nostro futuro? Ci accorgeremmo finalmente di quanto poco scriviamo, o guardiamo, o leggiamo storie che più intimamente ci appartengono?

5 pensieri su “Le radici sono i nostri figli – seconda parte

  1. ottima analisi, mi sembra, in realtà non ne vedo molte di queste fictions: fino a poco tempo fa direi che agrodolce amore era uno dei pochissimi esempi italiani che si sottraeva alla analisi di Matteo, ambientazione chiaramente locale (siciliana), accento inequivocabile, storie di pescatori e di lavoro anche amare. Naturalmente è stata soppressa, per ora, vedo in internet (http://www.forumautori.com/tvsoap/agrodolce-21apr2010-ancora-sulle-nuove-riprese.html) che forse riprenderà. Ma con questi chiari di luna non ci spererei. Grazie Matteo, non avevo mai pensato al collegamento tra la perdita delle radici e questa abitudine al doppiaggio e alla diffusa “non-località” delle nostre serie televisive. E grazie assai a Monique!

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  2. sono ipercritica nei confronti delle serie televisive, assolutamente avversa a quelle americane: ce ne sono di francesi carine e intelligenti che passano pochissimo sui nostri schermi il cui immaginario è “diverso” in senso creativo, rispetto alla mentalità italiana, ma vicino, comprensibile. non ci “appartengono”, sparz, neanche le serie come agrodolce (non so il titolo) che pure ho guardicchiato. guai a parlare di mafia! vi si evidenzia un certo malaffare non meglio identificato, e il popolino è sempre quello: vessato, onesto, se sbaglia non è colpa sua. meglio tuttavia questo che non lost o grey’s anatomy, con queste eterne studentesse rugose e/o poppute. si salva per la sua cattiveria house.
    è vero: la televisione parla d’altro, di altri.

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  3. Concordo con voi, anche se non avendo la tv da 6 anni non so nulla delle serie tv… cmq la perdita di “senso” e congiunzione sociale con la realtà mi pare evidente, anche per chi non ha la tv… [Grazie a te Sparz!]

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  4. “Agrodolce amore” non lo conoscevo. Molti mi hanno parlato di Romanzo Criminale pero’, come di una delle produzioni migliori degli ultimi anni. Spazio a quanto pare ne ha avuto poco, purtroppo, forse anche a causa delle tematiche. (Meglio non rinvangare troppo il passato in Italia, a meno che non lo si faccia per raccontare la giovinezza di Mussolini ovviamente….)
    Grazie dei commenti (anche del primo, che non ho capito. Limite mio?) e grazie moltissimo a Monica.

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