IL CONTO DELLE MINNE di Giuseppina Torregrossa

recensione di Michele Mangiafico

https://i0.wp.com/giotto.ibs.it/cop/copj13.aspMi trovavo all’aeroporto di Roma, poco dopo il check-in. In barba ai contenuti, la strizzatina d’occhio di quei due dolci di glassa con la ciliegina sopra in bella mostra sulla copertina, l’ha avuta vinta sulla parola scritta. E non ha tradito le attese, né la promessa di accompagnarmi, tra illusioni e ammiccamenti, fino all’ultima pagina di questa storia.
Il conto delle minne” è una promessa di delicatezza, un patto non scritto con il lettore, una di quelle offerte che non si possono rifiutare. Parlerò di un argomento difficile – sembra dire l’autrice dallo scaffale della libreria – vi racconterò una storia triste, affronterò un tema spigoloso e pesante, ma lo farò con dolcezza, con estrema delicatezza.
“Il conto delle minne” è la fase del corteggiamento, il gioco delle allusioni, il continuo pretesto per parlar d’altro. E se così non fosse stato, Giuseppina Torregrossa non avrebbe sostenuto se stessa, la sua storia professionale, la quotidiana fatica di una ginecologa impegnata sul campo nella prevenzione del tumore al seno.
Le minne di Sant’Agata, non appena volti pagina, diventano immediatamente il ricordo della ferita inferta dai giustizieri di Quinziano a quella giovane donna che si negò al suo pretendente. Lo strappo delle minne, documentato abbondantemente dalla tradizione iconografica legata alla patrona di Catania, trasmette il messaggio di dolore nascosto dietro la traccia di piacere. Il martirio che succede al rifiuto annienta la bellezza fisica della Santuzza.
Le minne di Sant’Agata, da un capitolo all’altro, non costituiscono solo una ricetta che sulla linea femminile della famiglia le donne di questa storia si tramandavano l’una all’altra affinché i dolci prendessero forma il giorno della festa, ma rappresentano – sul solco di questa memoria – l’ereditarietà di ben altro dolore, e di ben altro male, che queste donne si tramandavano di generazione in generazione con la trasformazione del proprio seno e del proprio corpo.
Le minne sono grandi o piccole, armoniose o sproporzionate, attenzionate o trascurate, proprio come avviene per i dolci tipici, la cui fattura e il cui esito sono altrettanto legati alle variabili che appartengono alle mani che li realizzano. Allo stesso modo dei dolci, che sono appetibili, così le minne sono affascinanti, in un gioco malizioso dei sensi che la Torregrossa racconta e che vive i propri estremi tra la gola e la lussuria.
C’è qualcosa di imprevedibile che la tradizione raccomanda. Il conto delle minne deve essere pari, come amava raccontare anche la nonna alla nipote Agatina. Le minne di Sant’Agata diventano infine la metafora dell’imprevedibilità della vita, dell’ineluttabile materializzarsi della nostra scadenza, dell’inaspettato angolo dietro al quale non immaginavamo di giungere, raccontano il tempo in cui i conti non tornano più e bisogna affrontare ben altre prove, fisiche e psicologiche. Ma tutto questo viene quasi sussurrato al nostro orecchio, narrato con estrema sensibilità e dolcezza, insieme ai consigli che corrono sul filo della tradizione.
Il successo di questo romanzo è meritato, anche per la testimonianza di dolore e di disagio che appartiene a tutte quelle donne costrette a lottare, “a fare i conti”, contro il tumore al seno.
Michele Mangiafico

* * *

Giuseppina Torregrossa è tornata di recente in libreria con un nuovo volume: “L’assaggiatrice” (Rubettino, 2010). Una storia mangereccia a base di prodotti tipici siciliani.
Massimo Maugeri

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