Da: Futuro semplice – di Gianni Montieri

RISPARMI

Io sto al sud proporzionalmente

appartenenza più che somiglianza

porto tracce degli umori, la durezza

-certi sguardi-

(ci allenavamo a sognare

davanti alla chiesa di San Giovanni

certi che Dio non sarebbe passato

ma questo ci ha reso tenaci

indossiamo una pazienza

non concessa altrove)

se non fai attenzione

nei miei occhi non vedrai le briciole

di una purezza conservata a stento

sotto strati di maglioni a fibra mista

dicono che non ho l’accento

particolare privo d’importanza

le parole tronche, questo conta

sono tutti i miei risparmi

(all’una tornavamo a casa

l’appuntamento per la partita

il pomeriggio di nuovo urla, risate

altri sogni).

STAGIONE DI CONCERTI

E’ un rarefarsi lento d’aria livida

un colpo battuto in terra di nessuno

questo sintomo di vento umido

che non  scompone foglie

su noi non lascia traccia

non piove in segno di rispetto

in memoria di un’estate troppo breve

di nuotate in vasca corta

mentre è già stagione di concerti

di code ai botteghini.

PERMESSO DI SOGGIORNO GIORNALIERO

I tram vengono da qui

dai condomini di Gratosoglio

da Quartoggiaro o più indietro

raccolgono pezzi di noi

da depositare in centro

poche ore d’aria

l’istante in cui si mischiano i corpi

sulle scale della metropolitana

quando nulla pare deciso

prima dei caffè, delle brioche

si fa finta di essere uguali.

TERRA DI NESSUNO

Ti telefono da una retroguardia
un metro al di là della linea di confine .

E’ il 31 maggio di un altro secolo
un mattino bianco e distante
privo di contatto
-non c’è campo-
piuttosto terra arsa

ci attende un lungo giugno
lampi d’estate di cui avremmo fatto a meno.

RESTYLING

Di questi tempi è pieno di gru

la città si espande verso l’alto

da ottomila al metro quadro

(non ci sfioriamo, non ci parliamo

gli extracomunitari puzzano

la 90 prendila tu)

anche Marta va in analisi

non cena mai al cinese

“vai a sapere che ci mettono in quei fritti”

Milano sarà perfetta, in tempo per l’expo

piazza Duomo ripulita ancora più rettangolare

-via i piccioni, via i neri e i braccialetti-

stamattina ci siamo salutati

ti ho detto ciao, mi hai dato un bacio

io uno zaino, tu una borsa

io Londra, tu altrove

cos’ha Milano che non va?

[Da: Futuro semplice – di Gianni Montieri. Ed. Lietocolle, 2010.]

15 pensieri su “Da: Futuro semplice – di Gianni Montieri

  1. no all’interno delle poesie, gli spazi tra i versi. A parte “terra di nessuno” che è giusta le altre non li hanno, forse ricpoiando da word. A volte wordpress le fa ste cose. Comunqu enon è grave, 🙂 grazie

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  2. con o senza spaziature c’è dentro la tua scrittura, che va al “sintomo”..ma sa che dietro il vento è “livido”..um buon libro davvero, V.

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  3. Gi spazi…non ci pensare, il moloch mette tutto in fila, ma non viene alterato il senso delle tue parole.
    Ho davanti a me il tuo bel libro e mi compiaccio con te del peso e della qualità dei tuoi scritti.

    “Imparassimo almeno dalle foglie
    cadere nella stagione giusta
    mantenendo un tono di decoro
    la scelta del colore

    non essere bandiere
    vittime del vento
    di prematuri cambi d’opinione

    -chiedersi del volo-

    fuori dallo stormo come l’aquila
    o l’armonico motivo del migrare

    davanti al mare
    per una volta non accontentarsi.

    Magari, Gianni, magari!

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  4. “ci attende un lungo giugno
    lampi d’estate di cui avremmo fatto a meno”
    Futuro semplice: tempo dello sguardo non velato, cadenzato dalla lucidità. Apprezzo.

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  5. Ho letto il libro di Gianni Montieri ai giardini pubblici di Macerata, una di quelle mattine tiepide che ci sono pure le mamme coi bambini, i pensionati, i ragazzi che segano la scuola, tunisini non di turno, precari di vario tipo e altra gente che non so immaginare – una platea che sta bene con le sue poesie, con la loro affezione metropolitana, le ricorrenti alienazioni quotidiane, lo sguardo mai del tutto integrato di chi viene da fuori, di chi continua a porsi, da un lato della testa, il problema: “cos’ha Milano che non va?” – Milano come epitome di un paese che non c’è, e difatti quella che chiamo “platea” non lo é, non lo sa, non c’è modo di tenerla insieme ad ascoltare. E’ difficile scrivere una poesia che ha a cuore il semplice, la lingua con cui si vive, senza una comunità che la condivide. Va reso atto all’autore la ricerca di questa compagnia di stralunati, di borderline, di soggiogati che cercano alternative, perché parla di una umanità disattesa che, se mettiamo un attimino a fuoco, ben conosciamo. E’ come l’erba che cresce ostinata nelle rotonde o nelle fenditure dei muretti, ignorata, mezza fiacca, e non si può dire che sia bella, ma vorrebbe vivere, anche senza campo, senza giardino.
    Così si vive, nelle fessure, negli “svariati mai risolti contrattempi”, che non diventano mai proprio casa, ma almeno uno spazio in cui adattarsi, almeno fino a che non si imparerà a “non accontentarsi”. Nella solitudine forzata, nella “vita in uno”, nelle passeggiate “ai bordi” del naviglio, delle folle, dei bar, a volte lampeggia “un balenio di pace”, a volte rovinano la stanchezza e il freddo, a volte sta un’ossimorica felicità.
    Questo libro è meno ‘lieve’ di quel che sembra: vi si gioca il tentativo di dare il “giusto” posto a un vuoto che ricorre dalla prima all’ultima pagina (“un abisso”, l’armadio, il posto nel letto) – in realtà il “futuro” non è ancora “semplice”. C’è una stella, sì, ma è disegnata per terra.

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